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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    03/07/2020

    Tornando

    Filed under: — JE6 @ 17:51

    Non è che abbia qualcosa da dire, tornando qui. E’ un po’ venire nella seconda casa, controllare che sia tutto più o meno in ordine, vedere che sì ci sarebbe da fare la polvere e magari passare lo straccio dei pavimenti però in fondo non è così sporco, sentire che manca qualcosa .- qualcosa che ti faccia venire voglia di fermarti – senza sapere definirlo. No, non c’entrano la pandemia, il lockdown, il lavoro che oggi c’è e domani chissà: non so se cambieremo davvero il nostro modo di vivere, so – credo di sapere, illudendomi come tutti di poter prevedere pezzi di futuro – che noi saremo gli stessi di ottobre dell’anno scorso e maggio di tre anni fa e gennaio di otto, noi, voi, io, gli stessi animali dal cervello molto sviluppato, né migliori né peggiori. Non è che abbia qualcosa da dire, tornando qui: ma a volte si sentte che bisogna forzarci a non perdere qualche abitudine, rifacendo gesti che in quel momento sono vuoti di significato ma vanno a pescarlo in qualche anfratto dell’esperienza non ancora murato e gettato nell’oblio. Fake till you make it, quante volte: e mai che non sia servito.

    08/05/2020

    A casa

    Filed under: — JE6 @ 09:34

    Credo che la maggior parte di noi non abbia mai passato tanto tempo in casa come durante questa quarantena. E’ un totem, la casa. Un bisogno fondamentale, come testimonia che un tetto è ciò che, insieme al cibo, si cerca di dare a chiunque si trovi in gravi difficoltà (almeno fino a quando, per egoismo e paura, non si decide che è meglio girare la testa e abbandonare il prossimo al suo destino).
    Ma la casa è molto altro, lo sappiamo. Basta pensare a certe nostre espressioni: essere a casa, sentirsi a casa, tornare a casa, hanno tutte un fondo che non ha a che fare con il puro soddisfacimento del bisogno di non restare all’addiaccio. C’è molto di più, perché in fondo la nostra casa siamo noi. Non è, naturalmente, una questione di proprietà, perché quelle parole le usiamo anche quando viviamo in affitto, magari in una piccola camera in un appartamento in condivisione: a volte cerchiamo di attrezzare lo spazio come se fosse quello di casa anche per passare una notte in un alberghetto della provincia veneta. Ci pensavo girando per i corridoi al sedicesimo piano del palazzo di Prypjat dalle cui finestre si poteva vedere in lontananza la figura della Centrale esplosa: le case erano dello stato, da questo venivano assegnate, grazie al suo permesso le si poteva abitare; eppure, quei bilocali che potevamo calpestare trent’anni dopo il loro abbandono erano davvero la casa di qualcuno, per il semplice motivo che una volta che ci entri e ci vivi quella casa è tua perché sei tu. Tu sei quelle cose lì, la scarpiera e il lampadario e il televisore e la libreria e lo zerbino e il tappetino del bagno, sei i loro colori e la loro disposizione, sei il giorno che li hai comprati e quello che non li hai più notati per l’abitudine ad averli sotto gli occhi. E così entrare in una casa, anche in una disabitata da più di trent’anni, è come scivolare in quella nicchia segreta della vita di ciascuno, nascosta agli occhi di tutti, anche delle persone più intime: che forse è il motivo dell’imbarazzo che tanti di noi provano in questi giorni di videoconferenze obbligate, quando siamo costretti ad aprire porte che vorremmo tenere chiuse e varcare soglie alle quali non desidereremmo avvicinarci.

    07/05/2020

    Le voci dentro

    Filed under: — JE6 @ 17:39

    Da questi mesi di clausura in sedicesimo (quella vera è una cosa seria, non solo perché voluta) mi sarei aspettato molte cose, fra le quali il silenzio. O meglio, un po’ più di silenzio rispetto al solito. Ora, non so, forse è solo un’impressione e come tale va presa, valutata, pesata: ma mi pare che invece fin dal primo giorno, anzi fin da prima del primo giorno siamo accompagnati da tanto rumore in più. A volte un brusio, un ronzio di sottofondo, altre un insieme di voci che mettono decibel su decibel, un po’ metaforici e un po’ no. Non è solo questione del trovarsi tutti in casa contemporaneamente, cosa che nella vita di tutti i giorni capita tanto raramente a chi non vive da solo: se è per quello si può essere sufficientemente presi dal e concentrati sul lavoro o sullo studio da non aprire bocca per ore intere. E’ tutto un insieme fatto di notizie, chat, pensieri, Marco dice che, hai sentito il virologo, chissà chissà domani su che cosa metteremo le mani. Un rumore che pare impossibile da evitare, forse perché spesso lo andiamo a cercare: e non per horror vacui, non solo: anche per un legittimo, comprensibile, umano bisogno di capire e condividere. Ma il rumore confonde, sporca, copre. E anche coloro che dicono che questa formidabile combinazione di pandemia e quarantena gli ha fatto capire nitidamente il giusto e lo sbagliato, gli ha disvelato o confermato il buono e l’empio, anche questi mentono: sono confusi, come tutti, presi e intontiti dal rumore fuori, e dalle voci dentro.

    01/05/2020

    Al lavoro

    Filed under: — JE6 @ 12:35

    Mesi fa stavo in costa al monte Trebevic; sotto di me stava la piana lunga e stretta nella quale si stende Sarajevo e a fianco un uomo un po’ più giovane di me, che dall’alto dei suoi quattro anni di combattimenti iniziati quando non era ancora maggiorenne mi spiegava che proprio dal punto nel quale ci trovavamo i cecchini serbi sparavano sui civili musulmani che si avventuravano in cerca di pane o legna da bruciare. A un certo punto l’uomo riportò lo sguardo verso il basso, verso la città e il fiume che la attraversa: “erano bravi i serbi”, disse, e mi parve di sentire nella sua voce l’inevitabile e insopprimibile e paradossale ammirazione che una persona buona e onesta prova nei confronti di chi fa bene il suo lavoro anche se questo consiste nello sparare a un innocente che sta andando a comprare il pane. E’ un riconoscimento che viene da lontanissimo, dai nostri avi, dalla scuola, da un modo di stare al mondo che per arrivare a definire l’orrore deve fare una mezza dozzina di passi di razionalizzazione, prima dei quali sta la spontanea ammirazione per la combinazione di capacità e applicazione che rende alcuni soggetti speciali e li fa spiccare nel loro perimetro di competenza, sia questo il campo di calcio per Messi o la creazione e gestione del sistema di trasporto verso i campi di sterminio per Eichmann. “Erano estremamente ben addestrati”, disse ancora guardando in basso verso il fiume, “non sbagliavano mai”. Ferivano se volevano ferire, uccidevano se volevano uccidere. Tu conoscevi la loro posizione, quello che non sapevi e non potevi sapere era quando avrebbero deciso di sparare, quando ne avrebbero avuto voglia o ricevuto l’ordine. Erano bravi e grazie a quella bravura avevano ucciso o ferito decine, forse centinaia di persone che lui conosceva e ciò nonostante, a venticinque anni di distanza quell’uomo non riuscì a usare un altro termine: erano bravi.

    Ho pensato spesso a quel minuto di un pomeriggio di agosto sulle colline della Republika Sprska. Ci ho pensato perché ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace. L’ho avuta per lunghi tratti della mia vita, il che la rende ancora più straordinaria. E’ una fortuna a doppio taglio, se così si può dire: se ti piace una cosa che nella costruzione sociale della quale fai parte ti tiene occupato otto, nove, dieci ore per almeno cinque dei sette giorni che il buon Dio si è inventato, il pericolo è che quella cosa occupi uno spazio troppo importante, e che lo faccia senza che tu te ne accorga; ma questa è un’altra storia.

    Nella fortuna mi riconosco un solo merito, che è aver coltivato il piacere – a volte persino puramente estetico – per le cose fatte bene. Per il clac dei pezzi che vanno al loro posto, per la bellezza di un tavolo dritto e di un documento ben scritto. Sembra banale ma no, non lo è. E’ facile provarlo stando di fronte, chessò, al prodotto dell’ingegno e dell’abilità non dico di un’artista, ma di un bravo artigiano – un falegname, un imbianchino; è meno scontato cercarlo e sentirlo dopo i lunghi mesi di trattativa con una controparte scaltra e dura, alla fine dei quali firmi un contratto che è giusto persino negli spazi bianchi, e questo non ti fa dimenticare ma ti consente di considerare quasi con affetto le serate di lavoro, le migliaia di chilometri percorsi, le ore dormite male: non è il valore del contratto in sé, è l’avercela fatta: e bene, facendo le cose nel modo giusto.

    E’ un piacere a suo modo perverso, come quel minuto in Bosnia mi pare dimostri. Ma forse si diventa – e resta – adulti anche così: guardando l’abisso senza farsene risucchiare.

    07/04/2020

    Il lockdown visto da Sarajevo

    Filed under: — JE6 @ 15:25

    (…) Il messaggio del mio amico mi ha portato a galla un terzo ricordo, quello di un uomo che mi ha raccontato di aver percorso quel tunnel tante volte da non ricordarsele nemmeno più, per ogni volta che usciva per andare al fronte del Monte Igman ce n’era una che lo faceva tornare a casa, dove la casa era un palazzo attaccato alla prima linea dei combattimenti cittadini. Lo faceva perché aveva un piano per il suo futuro, voleva fare il dentista, continuava a studiare per quello, con metodo e applicazione e tigna durante le sue licenze. Era il piano semplice di un uomo semplice: ma era un piano. Insomma, cara Left Wing, mi è sembrato di capire questo: che dalle difficoltà – come quelle che stiamo vivendo noi: le guerre sono un’altra cosa ma tocca sempre citare Moretti in queste occasioni – si esce un po’ per cieco ottimismo, quello dei meme, delle catene su Whatsapp, dei lenzuoli ai balconi, dei chitarristi su Piazza Navona, degli applausi a medici e infermieri, e molto mettendosi a tavolino con un’idea di futuro: in piccolo per i singoli individui, in grande per la collettività. (…)

    Il resto sta qui, su Left Wing.

    01/04/2020

    Dare i nomi alle cose

    Filed under: — JE6 @ 17:15

    L’anno scorso, approfittando per l’ennesima volta della pazienza e del buon cuore della mia famiglia, mi sono preso una settimana e sono andato a fare un viaggio per conto mio. In Bosnia, per la precisione. Uno dice perché proprio lì, e non credo di avere risposte molto convincenti. Da una parte credo che chiunque abbia i suoi luoghi mitici: io nella vita ho avuto la fortuna di vederne molti di quelli che componevano la lista mentale ma questo pezzo dei Balcani e soprattutto Sarajevo mi mancavano, e questo può essere considerato un buon motivo. Credo. Però c’era e c’è un altro motivo: che è un non-motivo, se vogliamo, e che ho impiegato anni per trovare qualcuno che sapesse esprimerlo nel modo giusto; lo ha fatto una scrittrice americana, si chiama Annie Dillard e in un libro che varrebbe la pena leggere solo per il titolo (“Teaching a stone to talk”: non è meravigliosa questa immagine di una donna che insegna a parlare a una pietra?) ha scritto questa frase perfetta: «Lo scopo di andare in un posto come il rio Napo in Ecuador non è vedere uno spettacolo straordinario. È semplicemente vedere che cosa c’è. Siamo su questo pianeta una volta sola, e tanto vale farsene un’idea». Perfetta. Per me, almeno.

    Comunque. Sono salito su un pullman a Milano, ho seguito il corso della Sava che una volta univa quattro delle sei repubbliche che componevano la Jugoslavia e ora fa loro da confine, per andare a Sarajevo e da lì a Srebrenica e Perucac dove gli anziani fotografano l’oggi con una frase semplice e secca: “Anche l’altra volta è iniziato così“. Ho girato Sarajevo insieme a Mustafa, che iniziò a combattere a diciassette anni e oggi si guadagna da vivere come guida turistica mostrando i luoghi dell’assedio, ho incontrato Jovan Divjak, eroe di guerra per i bosniaci e giuda per i serbi, ho guardato i graffiti lasciati a Potočari dai caschi blu del Dutchbat III insieme a un ufficiale della riserva olandese, mi sono trovato di fronte alla tomba di Alija Izetbegovic insieme a una classe di liceali portati a renderle omaggio e sono rientrato in Italia con il mal di Bosnia che ho provato a curare, senza riuscirci, scrivendo un libro.

    Scrivere un libro, quanto meno provarci, serve a diverse cose, l’ultima delle quali è diventare famoso facendo soldi a palate. Serve a capire che quelli bravi sanno fare una cosa precisa, ognuno a suo modo ma ognuno benissimo: danno i nomi alle cose. Sono capaci di dire quello che tu hai sulla punta della lingua ma non sai esprimere e lo sanno fare con una sorta di esattezza che a te sembra la cima del Cervino vista da tremila metri più in basso. Serve a pensare, e ripensare: a farsi domande, essenzialmente, cercando di rispondere onestamente. Serve a studiare: si dice che per scrivere bisogna leggere, ed è vero. Bisogna leggere tanto prima, bisogna leggere almeno altrettanto durante, ed è buona cosa leggere e rileggere molto dopo: quindi, anche quando si crede di scrivere per far sapere qualcosa agli altri – chiunque questi siano – in realtà si sta accumulando sapere per se stessi.

    Insomma, credo di aver imparato qualcosa nel farlo. Ma l’elenco è lungo, certamente più lungo di così, e magari lo riprenderò per non dimenticarmelo quando potremo tutti uscire di casa. Intanto, il libro è questo.

    16/03/2020

    Nella bolla

    Filed under: — JE6 @ 16:47

    C’è poi un’altra cosa di questi giorni, che immagino siano un po’ così per tutti, giorni nei quali sei costretto a fare o non fare cose e in condizioni che mai avresti immaginato: è il ridefinire comportamenti e sensazioni nel nuovo perimetro di una bolla che potrebbe tranquillamente essere quella dei sedici anni o del villaggio vacanze o della sera della finale dei mondiali; perché altrimenti non si spiegano applausi, striscioni, fratelliditalia e financo cose piccole e private come una birra via Skype che finisce a stornelli d’osteria, tutte fatte in un principio di imbarazzo che vira facilmente nell’oh beh, sai che c’è, ma almeno per oggi chissenefrega. E’ per questo che sospetto di quella specie di ottimismo della volontà che dice quando tutto questo sarà finito avremo imparato questo e quell’altro e saremo migliori, più organizzati, più empatici, più consapevoli, più più più (o meno meno meno a seconda dei punti di vista e dei riferimenti): nella bolla è tutto diverso, noi stessi per primi. Solo pochissimi riescono veramente a imparare nell’eccezionalità, a trovare e tenere buono e far tesoro di quel che sembra valere solo per una settimana in una vita, e ancora meno sono quelli che riescono a trasmettere quella conoscenza che hanno avuto l’abilità e la volontà e la fortuna di trovare nel setaccio dei giorni dentro la bolla: un Primo Levi non nasce tutti i giorni, per intenderci, e pure quando nasce non è detto che venga riconosciuto. Quanto agli altri, che dire: gli altri siamo noi, e basta guardarci allo specchio.

    05/03/2020

    L’altra zona

    Filed under: — JE6 @ 13:40

    Da qualche giorno penso spesso a Chernobyl, alla Zona di alienazione che ho visto con i miei occhi un po’ meno di tre anni fa. Successe quel che successe, e li fecero andar via tutti. Qualcuno fece resistenza, qualcuno si ingegnò per tornare a dispetto di tutti i divieti e lo fece con tanta tigna che alla fine l’esercito messo a guardia dei nuovi confini si arrese e disse beh, se volete ammazzarvi con le vostre mani fate pure ma almeno non contate su di noi per darvi una mano. Molti fecero fatica a farsi una ragione, soprattutto gli anziani dei villaggi evacuati dall’esercito, quelli che erano scampati ai nazisti e all’Armata Rossa e non riuscivano a comprendere dove stava e come era fatto il nemico che li trascinava fuori dalle loro case: in guerra è tutto più semplice, dicevano, ci sono i carri armati e i fucili e gli eserciti, ma qui cosa c’è che ci obbliga ad andarcene? Si guardavano intorno e non capivano. Se non altro, però, potevano contare su una qualche forma di comunità: la propria famiglia e gli amici e la gente di quella manciata di case sparse nel bosco che spesso da quelle parti viene chiamata villaggio o paese. Con loro potevano parlare e mangiare un pezzo di pane insieme quando le imperscrutabili decisioni delle autorità non li avevano separati nei cervellotici processi di redistribuzione degli sfollati, potevano lamentarsi della sorte, prendersela col governo e ricordare i bei tempi andati: potevano, in ultima analisi, stare insieme e farsi forza a vicenda. O almeno provarci.

    Penso spesso a Chernobyl e a quella gente che si guardava intorno senza riuscire a individuare il nemico perché noi, qui, oggi, più o meno vicini alle zone rosse – che sono delle zone di alienazione al contrario, nelle quali la gente viene tenuta dentro, in alcuni casi anche a forza – non solo sappiamo, per quanto confusamente, qual è e come si chiama l’avversario, ma siamo anche consapevoli di quello che sembra essere l’unico modo di batterlo: che è, in sostanza, non fidarci degli altri, siano questi persino i nostri familiari stretti. Lontani, a un metro, a due, meglio stare a casa, non uscire, non incontrare persone, non parlarci per non rientrare nell’arco di quelle invisibili goccioline di saliva delle quali ci hanno insegnato ad aver paura. Non c’è paragone tra le due situazioni, certo: da una parte c’è una delle più grandi tragedie della storia, i cui effetti dureranno per migliaia di anni e dall’altra un blob dai confini incerti che vanno dall’influenza alla peste. E però nell’affiancamento degli opposti c’è qualcosa che fa pensare alle nostre vite, siano quelle vissute in remoti angoli di Ucraina e Bielorussia o quelle trascorse nelle pianure in eterno movimento della Lombardia e del Veneto, e quel qualcosa è che gli altri sono preziosi, e vanno curati per il solo e semplice fatto di esserci, di esistere. Lo dimentichiamo in fretta e altrettanto velocemente li facciamo diventare il nemico, ed è così che uccidiamo, senza accorgercene, noi stessi.

    05/02/2020

    Questa era l’acqua

    Filed under: — JE6 @ 16:06

    Ho letto – l’avrete letta anche voi – la notizia di quel vigile urbano che si è suicidato dopo essere stato subissato di insulti online per aver parcheggiato nello spazio riservato ai disabili. Si era scusato, si era automultato, non è stato sufficiente. Non lo è stato per gli altri, quelli che appunto lo insultavano; non lo è stato per lui, che non ha retto. Come già altri hanno scritto, aveva già detto tutto Foster Wallace in “Questa è l’acqua”

    Il fatto è che ovviamente ci sono modi diversi di pensare a situazioni di questo tipo. In questo traffico, tutti questi veicoli fermi e ozianti sulla mia strada: non è impossibile che alcune delle persone in questi SUV abbiano subito in passato qualche orribile incidente d’auto, e per loro adesso guidare è così traumatico che i loro psicoterapeuti hanno praticamente ordinato loro di prendersi un grande e grosso SUV, in modo che si sentano abbastanza sicuri da poter guidare; o che l’Hummer che mi ha appena tagliato la strada potrebbe essere guidato da un padre il cui figlioletto giace ferito o malato nel sedile di fianco a lui, e che cerca di raggiungere in fretta l’ospedale, e la sua fretta è assai superiore e più giustificata rispetto alla mia – sono io, in realtà, a stargli tra i piedi.

    Di nuovo, vi prego di non pensare che io vi stia dando qualche consiglio morale, o che stia dicendo che “dovreste” pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perché è difficile, richiede volontà e sforzo mentale, e se siete come me in alcuni giorni non sarete in grado di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia. Ma la maggior parte dei giorni, se siete abbastanza consapevoli da poter scegliere, potete scegliere di guardare diversamente questa signora grassa, vitrea e ipertruccata che ha appena urlato in faccia al figlioletto mentre siete in coda alla cassa – forse non è sempre così; forse è stata sveglia per tre notti di fila a reggere la mano del marito che sta morendo di cancro alle ossa, o forse questa stessa donna è l’impiegata di basso livello della motorizzazione che non più tardi di ieri ha aiutato il vostro coniuge a risolvere un angosciante problema di protocollo tramite un qualche atto di cortesia burocratica. Chiaramente, nessuna di queste cose è probabile, ma al tempo stesso non è impossibile – dipende soltanto da ciò che volete prendere in considerazione.

    Quindi non ci sarebbe molto da aggiungere se non, forse, una piccola ma non irrilevante cosa: ci chiediamo spesso quando siamo diventati così (intendendo naturalmente quando voi siete, quando quegli altri sono diventati così: figurati se io), ma questo, davvero, non importa. Importa che è successo, e importa che si può evitare di continuare a farlo succedere; non voi, non quegli altri: io.

    30/12/2019

    Di pietre e fiducia

    Filed under: — JE6 @ 20:34

    Qualche settimana fa ero a Londra e avendo un paio d’ore a disposizione prima di andare a prendere l’aereo di ritorno ho pensato di fare una puntata al British Museum dove, in tanti anni di viaggi da quelle parti, non ero mai stato.

    (Lo so, due ore non sono nulla, ma da qualche parte ho letto che si tratta della durata media della visita al Louvre: non ne vado orgoglioso, ma so di essere in vasta anche se non così buona compagnia)
    Non starò a dire della meraviglia dei bassorilievi di Ninive o della Stele di Rosetta o dei marmi del Partenonen né delle giravolte morali che portano il sincero democratico a pensare che tutto sommato il colonialismo non morbido dell’Impero inglese non è forse stato solo foriero di indebite appropriazioni materiali e culturali e vada in qualche silenzioso modo ringraziato.

    Dirò invece di un piccolo episodio accaduto durante quelle due ore. Cercando la sala con il Moai dell’Isola di Pasqua (la 24) sono finito in quella della World Archaeology (la 2: pensavo fosse amore e invece eccetera). Mentre mi guardo intorno realizzando che non c’è in vista nessun faccione di pietra passo davanti a un tavolino senza pretese, dietro al quale sta una signora di mezza età dai vaghi lineamenti di erede di sudditi coloniali (appunto) e sopra il quale sono appoggiati una chiave USB e un sasso. La signora mi chiede se sto cercando la Room 2A e quando le rispondo che no, ecco, a dire il vero no perché in effetti stavo cercando altro ma, lei con un sorriso mi dice non importa, se ha qualche minuto ho comunque una cosa molto bella da farle vedere. Sarà stato il sorriso affabile, sarà stata la mia scarsa frequentazione di musei e soprattutto di loro dipendenti con apparenti funzioni di buttadentro, insomma ho deciso di fermarmi ad ascoltarla. Lasciamo stare la chiave USB, per la quale servirebbe un altro post: sta di fatto che la signora mi mette in mano il sasso e mi chiede come lo sento e cosa penso che sia. Cercando di emergere dall’imbarazzante abisso della mia ignoranza le rispondo che sicuramente non è un semplice sasso altrimenti non starebbe qui nel museo, che riesco a stringerlo bene nella mano e che potrebbe essere, forse, chissà, la punta di una lancia. Quasi materna, la signora mi rinnova il sorriso, mi invita a portare mano e sasso ben sopra il tavolino e mi dice no, non proprio, è sostanzialmente un utensile da cucina preistorico: secondo lei quanti anni ha questo oggetto? Dopo aver vinto l’orribile immagine di un pleistocenico giudice di Masterchef rispondo balbettando che non ho idea, forse sei-settemila anni. Il sorriso si trasforma in una soddisfatta risata, dopo la quale vengo informato che il sasso che ho in mano è il progenitore di un coltello da cucina, modellato nella selce con sapiente sforzo da un homo habilis la bellezza di quattrocentomila anni fa. Deglutisco, appoggio impaurito il sasso sul tavolino e ascolto il meraviglioso racconto del suo ritrovamento nella valle della Somme fra ossa di soldati e residuati bellici della prima guerra mondiale, delle inaspettate capacità manuali del suo costruttore e della vita che faceva, dei tentativi della signora di riprodurne uno dotato della stessa stupefacente ergonomicità (tentativo coronato da successo, testimoniato dalle foto scattate nel suo tinello in occasione dell’utilizzo per scarnificare un coniglio destinato alla cena).

    Quando la signora ha finito di parlare le ho prima chiesto se avevo capito bene, se davvero quel sasso che avevo tenuto in mano aveva quattrocentomila anni di servizio e quando me lo ha confermato le ho poi detto, suonando temo meno incredulo di quanto veramente fossi, che lei e tutto il museo si stavano davvero fidando dei visitatori, di me e della coppia che mi stava a fianco e della ragazza che si sarebbe fermata di lì a poco e della famiglia madre-padre-figlia-figlio che avrebbe fatto altrettanto una mezz’ora dopo (sì, ci sono tornato tre volte in un pomeriggio, le mummie egiziane tanto da lì non si muovono). E lei, dopo avermi assicurato che non avevo tenuto in mano l’unico esemplare in loro possesso (“ne abbiamo parecchi altri: in quella sala ce n’é uno dentro una teca che ha un milione e ottocentomila anni di età, quindi questo è quasi nuovo”) mi ha detto con la serenità dei giusti: vede, sì, ci fidiamo, ci fidiamo della gente; il museo vuole che voi abbiate la possibilità di toccare un oggetto così, di tenerlo in mano purché restiate sopra il tavolino per evitare che si frantumi se mai vi dovesse sfuggire, perché è una cosa che non dimenticherete mai più.

    Perché racconto questa piccola cosa? Perché il British Museum è un ente pubblico, che non chiede un soldo a chi entra per passare cinque minuti o un giorno dentro una serie di meraviglie da far girare la testa e si limita a chiederti una donazione di cinque sterline e se non gliele lasci non fa niente, non è lì per fare soldi ma per darti bellezza e storia e ricchezza e la sensazione di essere migliore di quello che pensi, al punto da valere la fiducia che ti mette in mano il coltello con cui un essere umano tagliava la carne in una sera di primavera di quattrocentomila anni fa. Perché alla fine di un anno costellato di un sacco di cose brutte e spiacevoli un gesto di stima gratuita e di gentilezza disinteressata è una piccola mano santa che sarebbe bello sperimentare più spesso e altrettanto spesso poter ricambiare nel faticoso rapporto con lo stato: in fondo quella signora ero io che davo fiducia a me stesso; per quello le ho voluto bene, per quello avrei fatto per lei molte cose belle e buone per ricambiare, facendo un piccolo e prezioso favore senza il cartellino del prezzo a lei, a me, a noi tutti: che è il modo in cui mi piacerebbe stare nella comunità in cui sto, che troppo spesso mi dimentico di mettere in pratica e altrettanto spesso mi viene negato.