< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"

    "Post sotto l'albero 2010"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Quello che te ne resta
  • Call the call a call
  • Dopo l’incidente
  • Play around it
  • Generale la guerra è finita
  • Dove è un lusso la fortuna c’è bisogno della luna
  • Esperienza
  • Guardando gli spettatori
  • Appena
  • Aspettando
  • June 2021
    M T W T F S S
     123456
    78910111213
    14151617181920
    21222324252627
    282930  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    31/05/2021

    Running, standing still

    Filed under: — JE6 @ 14:22

    “B. è entrata in azienda quando aveva quattordici anni” mi dicono mentre beviamo alla salute di questo donnino fatto di acciaio che oggi va in pensione. Faccio quattro conti veloci, parliamo di circa quarantacinque anni fa. Faccio anche il conto di quante aziende ho cambiato io in un lasso di tempo certamente molto più corto: otto. Tante, poche? Non lo so. Una, una sola, quella è poco di sicuro mi dico. Poi penso a dove ho vissuto: sempre nello stesso posto, case diverse ma tutte concentrate in meno di tre chilometri quadrati. Tanto, poco? Non lo so. Non ho mai provato il bisogno di andarmene: forse perché il mondo l’ho girato lo stesso, un po’ per fortuna e un po’ per tigna. Sarei stato diverso se una sliding door di venti anni fa mi avesse portato in un altro paese, come sembrava non solo possibile ma quasi certo? Sì, sicuramente. Ma di gente che ha riempito la mappa di bandierine senza dare la sensazione di avercene guadagnato ne conosco, e allora chissà, forse la verità è che non c’è una regola, non ce n’è una che valga per tutti o almeno quasi, e che forse, al nocciolo, la vita di B. e la mia non sono così diverse.

    23/04/2021

    Quello che te ne resta

    Filed under: — JE6 @ 17:47

    Oggi ho trovato una frase, scritta da Riccardo Staglianò nel suo contributo settimanale a una delle migliori newsletter fra quelle che riesco a leggere. Staglianò spiega perché da quasi dieci anni legge quasi unicamente su Kindle; dà una spiegazione che sembra tecnica (ha a che fare con il modo in cui riesce a evidenziare e archiviare tutte le sottolineature in un unico grande archivio che poi si spulcia a piacimento quando gli serve o quando, semplicemente, ha voglia) ma non lo è. Quelle parole che ha messo da parte sono il supremo estratto delle sue letture, sono le cose per lui veramente importanti e “alla fine i libri sono quello che te ne resta, o no?“.
    Questa piccolissima frase, queste dodici parole che per me sono verissime (sarà che leggendole insieme al resto dell’articolo mi pareva di stare di fronte allo specchio, in tutto e per tutto) mi hanno fatto venire in mente un’altra frase, quella che da diciotto anni accompagna questo blog, presa dall’autobiografia di Gabriel Garcia Marquez, uno di quei quattro, cinque scrittori che forse non mi hanno cambiato la vita ma l’hanno accompagnata per un tempo lunghissimo e non ancora finito: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla“. La scelsi perché mi sembrava perfetta: esatta e vera. Lo penso ancora, e più passa il tempo e invecchio e accumulo e più me ne convinco: persone, posti, azioni, cose successe, sensazioni provate, libri: alla fine c’è quello che ti è rimasto, quello che ti ricordi e ti si è stampato dentro in qualche punto che non sai nemmeno bene dov’è ma non importa perché la vita è quella; il resto c’è stato ed è stato importante, ma non così tanto, delle mille pagine attraverso le quali sei passato sono rimaste sette righe, quelle importanti per te, quelle che hai sottolineato e messo da parte, quelle che si sono evidenziate da sole e infilate in quell’angolo del portafogli dove tieni le cose dalle quali non ti vuoi dividere mai.

    22/04/2021

    Call the call a call

    Filed under: — JE6 @ 12:25

    [Cose scritte altrove]

    “Call”

    Sono in call. Fissiamo una call. Sentiamoci nel pomeriggio perché questa mattina ho due call di fila. Scusa, non posso, sono in call. Le call ci sono sempre state, si chiamavano telefonate; poi, un po’ per forza, un po’ per pigrizia, un po’ per tirarcela, abbiamo iniziato to call the call a call. Credo che il primo focolaio sia stato qui a Milano, e ci porteremo le stimmate vita natural durante perché un capro espiatorio ci vuole sempre; poi, come ogni buona infezione si è diffusa in fretta: epidemia e pandemia. Variante: conference call, spesso usata a sproposito – siamo io e te, che conference vuoi che sia. Comunque suona meglio, più seria: siamo in tanti, sarà una cosa importante. Poi arriva quello che la chiama conf call e crolla tutto. Call. Chiamare. E’ per quello che c’è tutto questo casino: tutti chiamano tutti, ce ne fosse uno che risponde.

    20/04/2021

    Dopo l’incidente

    Filed under: — JE6 @ 14:52

    Io ogni volta che sento parlare di normalità, di ritorno alla normalità – intesa come “la vita che facevo nel gennaio del 2020, tutta insieme” – non riesco a fare a meno di chiedermi se lo si vuole davvero quel ritorno, e quanta paura abbiamo e avremo nell’uscire dal tunnel, quando ne avremo davvero modo, e quanto quella paura ci frenerà, come succede a chi subisce un incidente brutto.

    10/04/2021

    Play around it

    Filed under: — JE6 @ 18:43

    In una intervista a Marc Maron, Paul Shaffer – che noi qui conosciamo come il leader della band che ogni sera accompagnava il Late Show di Dave Letterman e in realtà è un musicista straordinario che ha suonato con chiunque facendo anche la storia della televisione americana – racconta che un giorno Miles Davis gli disse una frase che lui ricorda come una delle grandi lezioni della sua carriera e della sua vita: “Start with the root, Paul, but then play around it. Don’t play the root, play around it“. Parti in do ma non fare il giro completo, non ritornare lì. Giraci attorno. E’ un po’ che ci penso, è bello anche e forse soprattutto che in inglese quel root ricordi la radice, ciò da dove partiamo e che ci tiene legati a un’origine senza legarci ad essa schiacciandoci al suolo. Play around it, senti come suona bene, che bella lezione.

    09/04/2021

    Generale la guerra è finita

    Filed under: — JE6 @ 11:51

    Generale, la guerra è finita
    il nemico è scappato, è vinto, battuto
    dietro la collina non c’è più nessuno
    dolo aghi di pino e silenzio e funghi
    buoni da mangiare, buoni da seccare
    da farci il sugo quando viene Natale
    quando i bambini piangono
    e a dormire non ci vogliono andare

    Ho una foto, salvata nel telefono. Ci sono io, stretto nella mia t-shirt dei Pink Floyd, a fianco di Jovan Divjak. Lui ha la stessa espressione vista migliaia di volte, un misto di serietà e tranquillità e fiducia che si riesce incredibilmente a ritrovare anche in tante immagini degli anni dell’assedio di Sarajevo, anche in quelle scattate nei momenti più difficili. Io: beh, io ho il sorriso vagamente incredulo di un ragazzino che si ritrova a dieci centimetri da una rockstar planetaria (e già il fatto che sorrido in una fotografia, sì, è abbastanza eccezionale). Mi aveva portato al suo cospetto Asim pochi minuti prima: “Generale, le presento un nostro amico italiano che vorrebbe tanto salutarla” e lui era stato cordiale, mi aveva stretto la mano con quella benna che aveva stretto mitra e accarezzato bambini, mi aveva parlato in italiano, mi aveva detto che sarebbe venuto a Milano qualche mese dopo.

    Di quei pochi minuti nel centro della Baščaršija di Sarajevo ricordo la sensazione di solidità della sua persona e soprattutto il fatto che i passanti si fermavano a decine a salutare, chi gli diceva grazie e chi lo toccava sulla spalla come se fosse una reliquia vivente e lui rispondeva a tutti, a tutti faceva un cenno o rivolgeva un saluto o un ringraziamento. Ancora oggi, dopo quasi due anni, mi capita di ripensare a quel momento realizzando che non sono mai stato così vicino a una manifestazione di affetto e riconoscenza come quella alla quale ho assistito in quel giorno di agosto in Bosnia. Un amico mi ha scritto poco fa: “Stavo leggendo un po’ di social e news sulla morte di Divjak. E’ impressionante. Non credo che esista un altro uomo, oggi, così universalmente amato e stimato dalla sua comunità“. Erano – sono – un amore e una stima meritati: perché per quella gente, tutta, senza distinzioni di sesso, nazionalità o religione, il generale Jovan Divjak aveva rischiato tutto quello che aveva, a partire dalla vita. Non era stata una storia d’amore tutta rose e fiori, quella del generale con Sarajevo: i suoi concittadini erano molto più disposti a porgergli oggi il tributo della loro gratitudine di quanto non lo fossero stati al termine della guerra, quando venne messo alla porta insieme al generale di origine croata Stjepan Šiber, entrambi prepensionati con la motivazione della scarsa fiducia che i soldati bosgnacchi nutrivano nei confronti di ufficiali non musulmani. Ma alla fine il tempo gli aveva reso giustizia; ho passato giorni a chiedermi se io, dall’alto della mia mezza età e della mia informazione e del mio spirito critico così ben addestrato dalla frequentazione con la politica del mio paese quel giorno nel centro di Sarajevo non mi sono lasciato affascinare e incantare dalla vicinanza a un mito costruito con perizia da una delle molte macchine di propaganda che si sono talvolta affrontate e talvolta spalleggiate in quel lunghissimo, estenuante e non ancora concluso conflitto, e oggi che Jovan Divjak non c’è più continuo a sentirmi dalla parte della ragione, continuo a pensare di aver incontrato e stretto la mano a un uomo che, al netto degli errori che chiunque commette e delle decisioni inevitabilmente sporche alle quali ti costringe la guerra, ha scelto la parte giusta: o meglio, la parte della giustizia, che non è la stessa cosa anche se non ho abbastanza parole valide per spiegare la differenza: e sono contento di averlo fatto.

    30/03/2021

    Dove è un lusso la fortuna c’è bisogno della luna

    Filed under: — JE6 @ 15:07

    Sarà che invecchio, ma trovo meraviglioso che la Ever Green sia riuscita a riprendere il suo viaggio grazie a mille rimorchiatori e all’alta marea.

    25/03/2021

    Esperienza

    Filed under: — JE6 @ 16:22

    Ieri leggevo lo scambio fra due persone che conosco. Discutevano di un aspetto importante della vita: quella professionale, nello specifico, che è comunque un sottoinsieme di quella che facciamo da quando ci svegliamo a quando ci addormentiamo diciotto ore dopo. Discutevano, dicevo, del trasferimento dell’esperienza o, nella neolingua che ormai è la prima pelle di noi del terziario cosiddetto avanzato, l’onboarding dei junior: mio papà direbbe di come si insegna e si impara un lavoro.
    Non importa qui cosa sosteneva l’uno e cosa pensava l’altra, in qualche modo è facilmente immaginabile, visto quanto siamo ormai tutti prevedibili (non so se avete anche voi questa sensazione, che in quest’ultimo anno ognuno di noi è diventato il giorno della marmotta di se stesso). A me leggerli è servito a pensare a cos’è l’esperienza. A cos’è per me, oggi che ho un’età che necessariamente me la mette sulle spalle. E mi sono trovato a pensare che per tanto tempo ho creduto che l’esperienza avesse a che fare con il come si tratta il presente: quanto più passato hai alle spalle, quanta più esperienza hai e tanto meglio sai fare quello che devi, che ti viene chiesto. Quante più sono le volte che mi sono allacciato le scarpe tanto meglio lo so fare e infatti non ci faccio nemmeno più caso, è un gesto automatico, una manualità che viene dall’apprendimento e dalla ripetizione.
    E però a un certo punto (potrei anche dire con una certa precisione quando) mi sono reso conto che l’esperienza ha molto a che fare con il futuro. Non perché sai fare le cose, quelle cose, ma perché sai di poterle fare (di poter ragionevolmente provare a farle) anche quando non le conosci e non le hai mai affrontate prima. Ho pensato a un paio di grossi cambiamenti lavorativi che ho affrontato, non sempre per scelta: non avevo strumenti, ma avevo accumulato abbastanza esperienza da permettermi di non paralizzarmi di fronte al futuro, sapevo cercare una strada pur camminando al buio o quasi. Insomma, avevo imparato – un po’, solo un po’: gli esami non finiscono mai eccetera – non tanto un lavoro, ma come si lavora, che è uno dei diversi modi, e certo non il meno importante, di stare al mondo. So di avere imparato soprattutto per osmosi, per imitazione: il modo di affrontare una riunione dove ti giochi mesi di preparazione quotidiana e minuziosa vale tanto quanto i mille dettagli che hai messo correttamente uno in fila all’altro per arrivare a un risultato solido e credibile, e non c’è nulla – nulla – come farla per davvero quella riunione in qualità di assistente di uno bravo per avvicinarti a quel nucleo bollente che contiene la sua conoscenza. E’ il solo modo di trasferire esperienza e conoscenza? La sola risposta onesta che ho è che non lo so, ma mi sembrano tempi nei quali discuterne è tanto difficile quanto inutile.

    19/03/2021

    Guardando gli spettatori

    Filed under: — JE6 @ 13:29

    Molti anni fa, ancora in pieno Novecento, il professore del corso di sociologia che frequentavo in Bocconi decise di far vedere a quel paio di centinaia di matricole che seguivano il suo corso “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, per far scrivere loro una tesina. Non ricordo se per convinzione o disperazione ma so che decisi di scrivere non del film bensì degli spettatori, di noi ventenni osservati mentre passavamo due ore della nostra vita a guardare quella dei contadini bergamaschi di qualche generazione prima. Il professore (Nando Dalla Chiesa, per quel che vale) si fermò solo su quello, del film non mi chiese praticamente nulla ma volle sapere il perché di quella scelta che, apparentemente, ero stato l’unico del corso a fare. Gli farfugliai qualcosa che suonava circa come “sarà che il film l’avevo già visto, ma mi è sembrato che fossero più interessanti le nostre reazioni delle cose che voleva dire Olmi“.*

    Un paio di giorni fa è uscita la seconda parte del testo che Alessandro Baricco sta pubblicando sul Post e si è verificata (ancora una volta: ma questa è un’altra storia) la stessa situazione. Non che l’articolo non valga la pena e non abbia contenuti: ma è stato decisamente molto più interessante osservare le reazioni. Una parte di esse, diciamo, perché Baricco è molto amato o molto odiato/disprezzato/sbeffeggiato, entrambe cose che suppongo a lui facciano molto piacere. Depurate queste reazioni dalla consueta quota di quelli che Baricco è solo maniche rimboccate e distintivo, rappresentazione perfetta del vuoto intellettuale accompagnato dall’egocentrismo immotivato ed esasperato, quelle per me più interessanti sono state quelle degli insegnanti. Perché l’articolo parla di scuola, della scuola che Baricco chiama novecentesca, guidata e bloccata nel suo modo di stare al mondo dall’intelligenza – appunto – novecentesca (che in sostanza significa basata sulla fiducia profonda nei desueti concetti di profondità, stabilità e competenza specialistica).

    Sono opinioni che, immagino, Baricco si è costruito nel tempo sulla base delle proprie esperienze personali, che includono la sua famiglia, la scuola (vedi i casi della vita) che ha fondato, il suo microcosmo più o meno largo e allargato. Diverse di quelle opinioni le trovo appesantite dalla pigrizia, cioè da quello che io percepisco come uno scarso o comunque insufficiente approfondimento capace di farle suonare più universali e meno centrate su se stesso: ma per quanto mi sia impegnato ieri, non sono riuscito a trovare una sola risposta (che è già una definizione piuttosto generosa) fra le molte scritte da insegnanti di vario ordine e grado che non soffrisse dello stesso difetto. Non una alla quale non si potesse obiettare, anche solo per il puro amore della polemica verbale, con le esperienze di vita vissuta di questo e quel genitore, di questo e quel ragazzo, di questa e quella classe o istituto*: ad libitum sfumando, e perpetuando così i difetti originari senza darci non dico soluzione ma almeno una pezza. Non una alla quale non si potesse rispondere con la considerazione fatta da Alessandro Calzolaro, che ho trovato in una discussione online e qui riporto: “la mia impressione dall’esterno (ma molto dall’esterno), è che sia stato tutto affidato all’iniziativa dei singoli, dei gruppetti, dei volenterosi. la Scuola in quanto istituzione mi sembra sia riuscita a partorire solo i banchi a rotelle come risposta alla pandemia. quindi doppio plauso a chi ci lavora, agli insegnanti, agli addetti, che si sono sbattuti alla grande, ma l’istituzione in sé mi sembra uscirne veramente male. non mi pare sia stata individuata una piattaforma DaD per tutte le scuole, né tantomeno che sia stata fornita (sono ignorante, correggimi se dico fregnacce), l’organizzazione dall’alto è stata agghiacciante, contraddizioni, ordini e contrordini. insomma è un po’ come quando ci si chiede se la chiesa siano i preti e i fedeli o se la Chiesa sia il Vaticano“. Parole santissime, per quanto mi riguarda, ma che ieri (e oggi, e probabilmente domani) erano molto difficili da dire perché tanti anni di frequentazione degli ambienti sociali mi hanno insegnato che per non perdere tempo e pezzi di fegato bisogna il più possibile evitare di discutere di calcio, politica, religione e corporazioni (cosa che so bene, facendo parte di una come almeno la metà degli umani senzienti e non). Ognuno è rimasto della sua: Baricco perché, dicono, rinchiuso nella sua torre d’avorio; tanti altri perché Baricco è troppo stupido per vivere (è una citazione, eh). In mezzo, o meglio a lato, qualcuno che è rimasto a guardare gli spettatori.

    * Fu uno dei pochi trenta che mi portai a casa durante quei cinque anni.
    ** E fra questi anche, se non soprattutto, molti appartenenti alla categoria dei “licei-bene dei ricchi delle grandi città”, come quello – apprendo da qualche altro sussiegoso commentatore – frequentato dal figlio di Baricco: come se questi non facessero parte integrante della scuola italiana, anche se il nuovo corso è quello dell’istituto tecnico Über alles.

    10/03/2021

    Appena

    Filed under: — JE6 @ 11:54

    Non so voi: io sono di quelli che quando si trovano di fronte a una cosa detta o scritta bene si devono controllare per evitare di pensare che quella cosa sia vera (o giusta, o buona) per il solo fatto di essere espressa con precisione e cura ed eleganza. Mi capita leggendo questo libro o quell’articolo, c’è quella frase messa giù bene, né una parola di più né una di meno, l’aggettivo esatto, il suono giusto, insomma il gruppo perfetto di parole da prendere e ricopiare sulla Smemo (o, più prosaicamente e in modo più dignitosamente coerente con l’età, da evidenziare e tenere nei clippings del Kindle), buona da citare in un post o una chat di Whatsapp. Poi mi fermo e mi chiedo cosa sta intentendo chi scrive, perché va bene innamorarsi delle bugie ben dette ma c’è un limite a tutto.

    Questo per dire che ieri leggevo il primo pezzo che Alessandro Baricco ha scritto per il Post, un articolo che inizia bene, che a metà del primo paragrafo ha questa frase esatta:

    tutta la vita che non viviamo, per non rischiare di morire.

    Parte bene, insomma. Ma poi va avanti con un concetto che ho sentito sostenere tante volte, per me troppe, e che più lo sento e meno mi convince. Il concetto è semplice, e provo a ripeterlo con parole mie: non possiamo/vogliamo più fare la vita “di prima”, e quella che conduciamo – fatta si direbbe di sole privazioni e rinunce: al contatto fisico, al godimento dell’arte e dello spettacolo, all’istruzione, al divertimento – non è vita, non è definibile come tale. Baricco, come altri bravi quanto lui nell’uso delle parole, questa cosa la dice bene al netto di una certa enfasi:

    Completano questa grandiosa ritirata dal vivere facendo un uso massiccio e ipnotico di oggetti, i device digitali, che erano nati per moltiplicare l’esperienza e ora risultano utili a riassumerla in un ambiente igienizzato e sicuro. Per concludere: vivono appena.

    Suona bene, no? Vivono appena, lo senti che è esatto. Appena: vedi alle volte come basta una parola, una sola. Perché quella parola è una porta, che ha dentro un ragionamento completo – messo giù bene anche quello: il talento o almeno il mestiere raramente tradiscono – che arriverà poco dopo. Ma quel che seguiva mi ha interessato un po’ meno, perché mi ero fermato alla premessa, a quella parola: appena. E se la premessa è sbagliata, ci siamo capiti.

    E’ sbagliata, allora, quella premessa? E’ vero che viviamo appena? E’ vero che quel che ci ritroviamo per le mani è una vita svuotata, un simulacro di vita? Non so, non sono sicuro, ma credo di no: è vero? No. Il caso vuole che nella stessa giornata in cui leggo l’articolo di Baricco (sia chiaro: uno al quale da quasi trent’anni riconosco l’enorme merito di farmi pensare: con quali risultati poi, quella è un’altra storia che però non dipende da lui) finisco un libro e ne inizio un altro che parlano di come si viveva e soprattutto moriva nel ghetto di Lvov, nell’Ucraina del 1943. Ecco, vedi già la differenza di capacità: fammi invertire i verbi e vedi se non cambiano le cose: come si moriva e soprattutto viveva nel ghetto di Lvov. Perché si moriva: si moriva nei modi più atroci e in quantità spaventose. E quel che rimaneva era sofferenza, dolore, terrore, fame. Qualcosa che era non solo lontanissimo dall’esistenza condotta fino a qualche anno prima ma che era veramente difficile definire come vita, così svuotata a forza dalla gioia, dall’amore, dalla tranquillità. Fra i rimasti vivi ci fu chi non resse a quel vuoto: in una scena secca e tremenda c’è un gruppo di giovani donne alle quali i nazisti hanno appena sequestrato e ucciso i figli piccoli che salgono sul tetto di una casa e una alla volta si gettano di sotto, incapaci di concepire l’esistenza per un solo altro giorno. Ma moltissimi di coloro che ebbero la fortuna di restare in vita (fortuna, sì: lo disse di sé per decenni Primo Levi, essere uscito in piedi da Buna-Monowitz fu una questione di fortuna e non di merito, o almeno molto più della prima che del secondo) ci riuscirono facendo esattamente quello che le SS gli volevano impedire: vivere. Ogni singolo gesto, pieno di paura, di vergogna, di dolore fisico e psicologico, era un gesto di vita. Non c’è nessuna romanticheria nel dirlo: è una constatazione. Scavare un tunnel in un pavimento per trovare il modo di nascondersi nelle fogne della città, fuggire con i denti che battono dalla paura, passare giorni e settimane senza fiatare dietro un finto muro nel buio e al freddo: la puoi chiamare vita, questa? Stavano ben al di sotto della soglia dell’appena: eppure vivevano. Non perché continuavano a respirare, a battere inconsapevolmente le ciglia ogni due secondi, ad avere un cuore che pompava sangue a ogni battito. No: piuttosto perché volevano vivere e l’atto stesso di lottare per arrivare al giorno dopo era vita. Non quella che avrebbero voluto, certo: tutt’altro. Una vita di rinuncia, di privazione, di paura: suona familiare? Ma vita, sì, in tutto e per tutto: e piena.

    Ho pensato allora a questo periodo, ai mesi trascorsi senza viaggiare, alle giornate passate in casa con il computer come porta sul mondo, ai miei vecchi in casa dei quali non entro da un anno, e mi sono chiesto se lo potevo definire vita, senza nessun appena a definirla. E mi sono detto che cazzo sì, che è vita: né più né meno di quella che vivevo prima. Diversa, altroché. Che mi piace molto di meno, senza dubbio. Ma che deve contare più quel che ci metto dentro io che quel che mi è stato tolto da fuori, e che se le parole devono essere esatte, allora sì, allora questa è vita, e farei bene a ricordarmelo.