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14/5/2012
Non so voi, ma io la mattina se posso mi prendo cinque o dieci minuti e seguo in tv la cosiddetta edicola, quella di Sky Tg24. Cinque minuti, venti giornali, i conti potete farli anche voi, il conduttore ha giusto il tempo di leggere i titoli, e in fretta, come in quelle pubblicità in radio che si chiudono con “Aut. Min. Ric.”, se avete presente. I titoli, comunque. Ogni tanto mi chiedo come sarebbero i giornali senza titoli, trenta, quaranta, settanta muri di testo senza caratteri cubitali, senza richiami e riassunti e slogan e specchietti per le allodole, sarebbero roba invendibile immagino, perché alla fine quello compriamo – i titoli, una volta letti e imparati quelli sappiamo tutto, il resto costa troppa fatica. Epperò, hai visto mai.
[No, è che mi è capitato di sentire Piero Grasso, non so se avete presente la faccenda del "dare un premio a Berlusconi per la lotta alla mafia", l'ho sentito alla "Zanzara" di Cruciani e Parenzo mentre questa cosa cercavano in tutti i modi di tirargliela fuori e lui ha usato un giro di due o trecento parole, che erano quelle che servivano ma erano troppe per fare un titolo, e infatti, ci siamo capiti] (Sì, ok, a volte mi capita di sentire Cruciani e Parenzo, dura poco perché mi innervosisco in fretta e comunque posso smettere quando voglio, ecco)
13/5/2012
Le pareti, a vederle in prospettiva, sembrano due lunghissime, enormi bacheche di una qualsiasi università, o la faccia di un bambino con la varicella, centinaia di macchie arancioni dal pavimento al soffitto. Quando ti avvicini capisci, sono foglietti quadrati, sopra c’è scritto Urgente – Concessione scaduta, chi li ha attaccati ha fatto quel che ha potuto ma lo spazio è quello che è, i foglietti arancioni stanno a due, tre centimetri dalla fotografia, dal nome, dalle date, da i tuoi cari – sono lì da mesi quei foglietti, li guardi e ti chiedi quanto possa valere una scadenza per un morto, dimmi cos’è che scade, cosa puoi fare, spostare le mie ossa da qui a lì, toglierle da un buco scavato dentro una parete per gettarle in un buco nel primo prato che ti passa sotto gli occhi, li guardi e pensi a chi qui non ci viene mai, quello che non può perché chissà dove vive, quello che non può perché è morto anche lui, quello che non vuole, quello che non si ricorda nemmeno più, i biglietti sono per loro no? e infatti lo sappiamo tutti che dei morti ti puoi fidare ma dei vivi no. Fuori tira un vento gelido, il cielo è pieno di nuvole nere e pollini, sembra che nulla riesca a stare al suo posto – nulla, tranne i foglietti arancioni, Concessione scaduta.
12/5/2012
L’uomo con lo zainetto nero stava con le mani in tasca, all’entrata occidentale della stazione, in mezzo alla folla di turisti orientali, borseggiatori, tassisti, carabinieri, guardando il traffico caotico della via che si sarebbe calmato solo a tarda notte, quando i barboni avrebbero steso i loro cartoni davanti alle vetrine della farmacia e le puttane avrebbero guardato l’orologio per controllare quanto tempo mancava alla fine del turno di lavoro. L’amico arrivò col suo passo tranquillo, quando incrociarono gli sguardi entrambi sorrisero, si strinsero la mano come ormai pareva che tutti facessero, con quella presa da braccio di ferro, e facendo leva sui gomiti si strinsero e si abbracciarono in fretta. Attraversarono la stazione, da una parte il McDonald’s e dall’altra la burger house fintoamericana, le edicole, i negozi di souvenir, le collane, i pupazzi di Hello Kitty, la libreria, le scarpe Nike, Hai tempo almeno per un caffè disse l’amico, Sì, rispose l’uomo con lo zainetto nero. Si fermarono in uno dei bar della stazione, trovarono un tavolino libero, l’amico ordinò due birre e l’uomo con lo zaino nero passò la mano sul tavolino per far cadere le briciole di un cornetto mangiato da chissà chi prima di loro. Parlarono del più e del meno, guardando la fila delle persone che aspettavano un taxi allungarsi e accorciarsi come un serpente stanco, Il lavoro come va, Bene, ce n’è fin troppo, Beh, per fortuna, Lo so, ma bisogna pur lamentarsi di qualcosa, Allora non ti fermi, No, poi rimasero per un po’ in silenzio, l’uomo con lo zaino nero che si rendeva conto che l’amico indossava una polo azzurra, di un azzurro strano, quasi stinto eppure luminoso, gli pareva di ricordarla quella maglietta, forse a un aperitivo qualche anno prima in un tardo pomeriggio di un giugno caldo e senza vento, l’amico che cercava di capire dove stesse andando l’uomo con lo zaino nero perché una cosa era certa, non stava tornando nella sua città, ma il biglietto del treno che spuntava dalla tasca dello zaino nascondeva la destinazione, E’ un anno che non ci vediamo, disse l’amico, Lo so, rispose l’uomo con lo zaino nero, Come stai, chiese l’amico, Benino, rispose l’uomo con lo zaino nero, Già, disse l’amico, poi entrambi guardarono il telefono, controllando per abitudine ora e messaggi, Dove stai andando, si decise a chiedere l’amico, Te lo dico quando arrivo, rispose l’uomo con l0 zaino nero, Se arrivo, aggiunse, Che cazzo dici, cosa vuol dire se arrivo, Non ti preoccupare, Se lo dici tu, rimasero ancora un po’ in silenzio, finendo le birre, ognuno pensando a quel posto, uno che sapeva dov’era e l’altro no ma sentiva che era da qualche altra parte, altrove, un posto nuovo qualunque cosa questo volesse dire, E’ quasi l’ora disse l’uomo con lo zaino nero, Sì, rispose l’amico, Senti, Dimmi, Fammi sapere quando arrivi, Certo, E dove arrivi, Va bene, Se arrivi, ovviamente, l’uomo con lo zaino nero rise, alzò la mano e strinse quella dell’amico con quella presa da braccio di ferro, e facendo leva sui gomiti si strinsero ancora, e ancora si abbracciarono in fretta, poi l’uomo con lo zaino nero disse Grazie per la birra e si allontanò andando verso i binari, l’amico non rispose e uscì, passando in mezzo alla fila delle persone in coda per prendere un taxi.
10/5/2012
A suo modo è una storia già vista, già sentita. Purtroppo o per fortuna, non so. E però, le storie non sono mai le stesse; e comunque, alla fine, bisogna saperle raccontare. Biccio è un amico, anche se non lo vedo da troppo tempo, ed è uno che quella cosa, raccontare, la sa fare. “Alessandro, una storia italiana” è una piccola, bella cosa di dodici minuti, ce la fate in pausa pranzo, magari vi toglie la fame o vi rovina la digestione, però vi dà parecchie altre cose. Dategli un’occhiata.
8/5/2012
Qualcuno prova un senso misto di vergogna per lo spreco e pietà per chi ha fatto il lavoro e allora si china, prende il volume in mano, apre il portone, entra in ascensore e poi in casa e lo appoggia da qualche parte – un portariviste capiente, la scrivania dello studio, un angolo libero della libreria – senza nemmeno strappare il cellophane di protezione. Qualcuno, dopo aver preso il volume in mano, non fa che girare due angoli, portarsi alle spalle del palazzo, aprire il bidone bianco della carta da riciclare e buttarcelo dentro – a volte dimenticandosi di toglierlo, quel cellophane. Qualcun altro non fa nemmeno lo sforzo, ci penseranno quelli delle pulizie condominiali. E fino a quando questi ci pensano per davvero i volumi rimangono lì, a fianco del grande zerbino del portone di ingresso, impilati uno sull’altro, spessi la metà di quanto non fossero solo cinque anni fa, pieni di numeri di telefono che nessuno consulta più, ci restano per giorni e giorni – sembrano una metafora di qualcosa, se solo si capisse di cosa.
6/5/2012
Tra poco inizia la finale del campionato mondiale di snooker. La giocano al Crucible di Sheffield, e se non sapete di cosa sto parlando fareste bene a informarvi, magari andando in libreria per comprare “On snooker” di Mordecai Richler – sì, è quello della versione di Barney, potete fidarvi. Io quel poco che potevo dire l’ho scritto un annetto fa, adesso mi metto comodo, poi magari mi fate sapere chi ha vinto lo scudetto, dice che oggi succede anche quello.
28/4/2012
Non che sia un pensiero particolarmente originale, intendiamoci: comunque io, che Alessandro Baricco sia uno di quelli che meglio sanno raccontare le cose che abbiamo in questo paese è una cosa che penso da tempo: come i due Angela, e il Paolini di cui scrive Keplero, e pochi altri. A volte gli scappa di farlo senza nemmeno rendersene conto, senza volerlo – guardate la sua ultima intervista alle Invasioni barbariche, i poco meno di quattro minuti da 8:30 a 12:20 dove racconta un mondo, un mondo intero con le generazioni e le case e le azioni e gli stati d’animo, meno di quattro minuti e hai tutto davanti a te, capisci tranquillamente anche senza averne mai fatto parte di quel mondo (e se invece ci sei stato dentro, ci sei nato e cresciuto ti ritrovi con la mascella cascante a dire “eh, è proprio così, parola per parola, odore per odore, salotto per salotto”), e alla fine ti viene da pensare che se ti chiedesse soldi per dieci minuti piuttosto che per centosettanta pagine di parole quei soldi glieli daresti subito, e con un’opzione per i prossimi, gli venisse mai in mente di cambiare idea.
(Poi non fate caso a quella camicia blu, a volte – molto raramente – capita pure a lui di vestirsi male e di essere appena appena meno figo del suo standard; nessuno è perfetto)
26/4/2012
Metelkova, chissà se è ancora in piedi, mi dice. Ci arrivo in pochi minuti, in fondo questa città è davvero piccola, dalla stazione a sinistra, la seconda a destra e sei arrivato. Metelkova Ulica, una via come molte altre, con i palazzi moderni e gli edifici asburgici, qualche macchina e molte biciclette. Sulla sinistra Metelkova, che prende il nome dalla strada che lo ospita; non è facile dire cosa sia, un po’ centro sociale, un po’ ritrovo di artisti, un ostello, là dietro una specie di parco giochi per adulti, decine di metri di panche di legno per sedersi e bere. Arrivo in un orario sospeso, i concerti e i dibattiti e tutto il resto, deve ancora iniziare tutto, guardo i muri dipinti, una specie di ragno metallico che ricopre mezza parete dell’edificio a fianco dell’ostello, le creste dei punk, un signore sulla cinquantina che fuma una sigaretta fatta a mano, una pulizia incongrua per il tipo di posto nel quale siamo. Poi tutto d’un colpo mi viene fuori la stanchezza della giornata, tre ore fa mettevo a posto il nodo della cravatta e adesso sto qui insieme a ragazzi che hanno la metà dei miei anni e a fricchettoni fuori tempo massimo e capisco di aver solo voglia di sedermi tranquillo, non dico comodo, giusto tranquillo, senza pensare di sentirmi – chissà poi perché – ridicolo. E’ bello Metelkova, se passate di qui fateci un salto, sono belli i colori e le case e le cose – poi magari fate come me, dopo poco ve ne andate perché non tutti i posti sono giusti, però se passate di qui, ecco, ve l’ho già detto.
Senza cercarla, mi trovo di fronte la stazione. Anzi, le stazioni. Quella dei treni e quella dei pullman. Si vedono le montagne innevate là, schiacciate nella prospettiva a pochi centimetri da quel palazzo tagliato come se fosse un trampolino da salto con gli sci, come quello di Planica, vicino a Tarvisio. E’ piccola, la stazione dei treni. Otto binari, “tir” si chiamano in questa lingua incomprensibile, forse anche Parma ne ha di più. La attraverso, passo in mezzo al McDonald’s che confina con la biglietteria, e mi fermo davanti ai tabelloni degli orari. Guardo le partenze, gli arrivi non mi interessano, Postojna, Sežana, Zagabria, Belgrado, Budapest. Tempi infiniti, nove ore per arrivare in Serbia, nove per l’Ungheria, due per gli ottanta chilometri che portano quasi al confine con l’Italia, senza arrivarci. Penso che mi piacerebbe farlo, uno di questi viaggi. Nove ore per scendere a sud fino all’alfabeto cirillico, e chissenefrega se in macchina ne impiegherei poco più della metà, oppure i due giorni e mezzo per arrivare fino a Istambul partendo proprio da qui, da Ljubljana, secondo le indicazioni di Rumiz – l’Orient Express non c’è più, ma in fondo ci si può sempre arrangiare. Mi piacerebbe anche prendere uno di questi pullman sfiancati che si fermano nel piazzale della stazione, ciascuno sotto il suo numero di linea, da uno a ventisei, e vedere come cambia il panorama fuori dai finestrini per arrivare a Banja Luka, a Spalato, a Karlovac, a Sarajevo, senza capire una sola parola di quel che viene detto, guardando le facce e gli alberi e le case, ché qui sembra sempre l’Austria ma là, in mezzo, a sud, chissà.
21/4/2012
Naturalmente, le cose non finiscono mai dove pensi (o meglio: speri) che potrebbero/dovrebbero/sarebbe bello che. E quindi, dopo aver tagliato il tagliabile, ci sono la crisi e il calo delle vendite e la riduzione dei margini e la concorrenza. Ci sono le cavallette e il-mio-mestiere-è-far-risparmiare-il-più-possibile. C’è tutto e poi altro ancora. C’è un lungo momento, un’ora che poi diventa un pomeriggio che poi diventa un giorno durante il quale ti attacchi al telefono e tratti, limi, minacci, blandisci, e fatto questo ti rimetti davanti alla grande tabella con tutte le sue celle e formule, dietro ognuna delle quali ci sono aziende e persone, e cambi ancora le percentuali, e i termini di fatturazione, e valuti l’up-selling, e consideri gli anni di durata dell’accordo come se davvero tu sapessi dove sarete e cosa farete tu, loro, tutti quanti fra tre o cinque anni. Alla fine c’è un’ultima telefonata, questa è la bottom line, va bene, allora vediamoci per discutere i dettagli del contratto, come siete messi la prossima settimana, grazie, ciao, ciao. Quando schiacci il tasto rosso del telefono nell’ufficio si fa silenzio perché nessuno riesce a sentirsi davvero contento, perché tutti pensano a quei dettagli, quelli nei quali si nasconde il diavolo, tutti si chiedono quando si capirà se ne è valsa la pena, tutti si rendono conto di quanto sangue, incredibilmente, si può cavare a una rapa.
12/4/2012
Ho davanti agli occhi questa grande tabella. Righe, colonne, costi, ricavi, margini. Sono alla quinta revisione, senza contare quelle intermedie, piccole, quando cambi giusto una voce più per vedere l’effetto che fa che per reale convinzione o bisogno. Per arrivarci ho impiegato settimane, soprattutto l’ultima – subito prima e subito dopo Pasqua (e parte del durante) – e molte migliaia di chilometri, e qualche centinaio di email e telefonate, e tante riunioni in posti a volte improbabili (una delle cose belle del lavoro che faccio è trovarsi a finire uno di questi incontri e sentirsi dire guarda, è tardi, fermati qui a mangiare prima di rientrare in città così durante la cena finiamo le cose che abbiamo in sospeso, adesso ci prendiamo mezz’ora e ti porto a vedere il lago che scompare, e dieci minuti dopo camminare sul fondo di un lago carsico nel mezzo di un’oasi naturalistica). Ecco, le ultime riunioni sono state le più pesanti. Perché sedersi di fronte a qualcuno e dirgli dobbiamo tagliare del venti-trenta-quaranta per cento se vogliamo restare in gioco non è mai facile – ci hai provato prima scrivendo nel tuo miglior inglese, ma alla fine ogni tanto la gente devi guardarla in faccia, è la gente con cui dovrai lavorare, non puoi startene lì nella tua torre d’avorio (che poi sarebbe la scrivania dell’ufficio, o il sedile della macchina: ma ci siamo capiti), devi accettare i volti che si induriscono, gli occhi che si stringono, le voci che si impostano per risponderti well, your request is simply brutal, devi provare a immaginare cosa sta dietro quelle risposte sapendo che no, non sempre, ma in alcuni casi si tratta di persone, posti di lavoro, automobili, mutui: è come guardarsi allo specchio, insomma. E poi ci sono i dettagli, le piccole cose: ma la tabella è grande, e di piccole cose ce ne sono dentro parecchie. Dove possiamo risparmiare? Guarda qui, magari la metratura degli uffici, e una linea telefonica condivisa invece che due dedicate, e quell’altro albergo, hai presente, sì, va bene – ti sembra di raschiare il fondo del barile, ti sembra di sprecare il tuo tempo dietro alle scemenze e invece, come avresti dovuto imparare già tanti anni fa leggendo le storie di Zio Paperone, il cost saving lo fai anche così, su qualche metro quadro, sulle stelle degli alberghi, sul far benzina da una parte o dall’altra del confine e non importa se poi i risparmi sono simbolici, i simboli contano perché sono simboli e perché costano (ed è una cosa che cercherò di ricordarmi la prossima volta che seguendo un talk show politico sentirò qualcuno dire beh ma non penserete che siano questi i risparmi che ci fanno uscire dalla crisi) – e poi, diosanto, bisogna pur arrivare a sera e potersi dire ho fatto tutto il possibile, prima di salvare il file e prepararsi all’ultima riunione.
3/4/2012
Secondo il Corriere, Cristina Parodi porterebbe a La7 un’anima pop – dovessero sentire Napolitano che fischietta “Cuore matto” gli darebbero dell’indie, immagino.
29/3/2012
Cammino lungo il corridoio, le pareti viola sulla destra e questa specie di separé sulla sinistra, con le poltroncine blu attaccate alla parete, lo spazio per la bara in mezzo e una grande vetrata che dà sul resto del cimitero. Fa caldo. Sulle porte c’è un cartello, “Sala del commiato”, e in effetti è quello che faremo tutti tra poco, una mano sopra il legno, magari l’indice che indugia per un secondo o due nell’incavo di una vite, e poi “ciao”, con il tono assurdo del ci vediamo domani, e uno aggiunge “ciao, pistola” prima di affrettare il passo e ricacciare le lacrime in gola perché loro erano quello, ragazzi che parlavano milanese, adesso che siamo tutti manager e account e developer e expert quel saluto sembra venire da un altro mondo e da un’altra vita, peccato che qui di vita ce ne sia una in meno però dicono che tutto si eterna nel ricordo e allora proviamo a crederci che la città dei lampioni a gas e dei navigli scoperti e dei fontanili sia ancora qui, lei e quelli che la abitavano, non è vero che non ci sono più, guardali, siamo a Lambrate, Milan l’è on gran Milan, cosa importa se a me questa collinetta verde con un albero enorme ricorda un cimitero della Georgia sulla strada per il Tennessee, c’è il silenzio e l’aria tersa di via Mar Jonio nel millenovecentocinquanta anche se la tangenziale la puoi quasi toccare con la mano da tanto è vicina, la tangenziale che ci serve a tornare a casa, oppure ad andare ad un appuntamento in Bicocca, ma non ti preoccupare che ci vediamo domani, “ciao, pistola”.
[In memoria del Franco, con l'articolo davanti, ché a Milano si fa così, e così sarà nei secoli dei secoli]
28/3/2012
Il lungomare di Pesaro alle tre del pomeriggio è una striscia di ragazzi che si schizzano l’acqua intorno alla palla di metallo di Pomodoro, una giostra per bambini ferma in attesa delle babysitter, un cane che corre. Salutiamo il cliente, ci attacchiamo ai telefoni, rispondiamo alle mail, scusa puoi ripetere. Ci fermiamo per tre, quattro minuti su una panchina, io non mi siedo nemmeno, ci sono altre tre ore abbondanti di macchina per tornare prima in ufficio e poi a casa, preferisco stare in piedi. Una signora anziana ci guarda come se fossimo alieni, come se fossimo più alieni noi dei due ragazzi che stanno dormendo incastrati sopra i tetti degli spogliatoi che fanno da divisorio tra la spiaggia e il marciapiede, incrociamo gli sguardi e le vorrei dire scusi il disturbo, adesso ce ne andiamo così lei rimarrà tranquilla a godersi il sole e il caldo e non dovrà restare qui a sentire i nostri discorsi da dementi, gli affanni, le corse da cittadini del terziario avanzato, e poi lo sappiamo anche noi che agli altri i nostri problemi mica interessano, una volta ti stanno ad ascoltare, anche due, forse tre, poi è meglio lasciar perdere, scusi ancora signora, ho bisogno di ricaricare il telefono mi dice, il cavetto usalo tu adesso, quando ci fermiamo a far gasolio ci diamo il cambio.
26/3/2012
Era iniziato tutto senza un motivo particolare: una sera si era messo a letto, aveva sfogliato qualche pagina di un libro, poi aveva spento la luce. E in quel momento, nel buio della stanza con le finestre oscurate dalle tapparelle abbassate, aveva provato una sensazione che non avrebbe saputo dire se fosse ansia, paura, angoscia o terrore, ma che gli fece comunque compagnia fino al mattino successivo. Non gli diede peso, una notte insonne capita a tutti in fondo, la sera dopo basta mangiare leggero, prepararsi una tisana, guardare un documentario e andare a letto tranquilli per recuperare quel che si è perso. Fu proprio quel che fece, mangiò leggero e si preparò una tisana e guardò un documentario e andò a letto tranquillo, fino a quando spense la luce e provò ancora quella sensazione alla quale non sapeva dare nome. Iniziò così, senza un perché, a non poter più dormire se non lasciava la luce accesa, cambiò la posizione nel letto per avere sempre di fronte agli occhi la finestra dalla quale poteva vedere il chiarore della notte illuminata dai lampioni e dai semafori e dai fari delle macchine che andavano e tornavano dall’autostrada, senza averlo deciso smise di andare a lavorare usando la metropolitana perché non riusciva a sopportare quei cinquanta secondi di tunnel buio tra una fermata e l’altra, e smise anche di fare straordinari perché questo voleva dire fermarsi in ufficio quando l’unica luce che rimaneva accesa era quella della lampada da tavolo che si era comprato per poterla usare anche in pieno giorno, sostituì tutte le plafoniere del suo appartamento con lampadari a quattro faretti, così da non rischiare di rimanere al buio quando una lampadina si fosse fulminata, insomma eliminò l’oscurità dalla sua vita per non sentirsi mancare il fiato e stringere lo stomaco e girare la testa quando non c’era luce intorno a sé.
La mattina che seguì il grande black-out, quello che fece spegnere i lampioni e sciogliere il ghiaccio dei congelatori e fermare gli aerei e abbaiare i cani e gridare i bambini e reso felici i ladri, la sua vicina di casa lo trovò accartocciato in mezzo all’aiuola nella quale si era gettato dal sesto piano, con le ossa rotte che lo facevano assomigliare a una vecchia bambola e un accendino ancora stretto nel pugno della mano destra. La donna corse sull’erba che aspettava di essere tagliata e che aveva attutito il colpo dell’impatto di quell’asteroide umano caduto da un balcone al punto che nessuno si era accorto di niente, gli girò la testa e vide che il volto era bruciato tutt’intorno agli occhi, solo lì, e non seppe mai, né mai potè immaginare che lui con quell’accendino si era fatto luce, e tale era il terrore che lo aveva preso quando la centrale elettrica aveva smesso di funzionare che la luce se l’era portata agli occhi, dentro gli occhi, senza sentire dolore quando la pelle aveva iniziato a bruciare e le pupille a liquefarsi, anzi provando l’infinito sollievo che gli mise in faccia quel sorriso assurdo, il sorriso di uno che non avrebbe mai più avuto paura nella sua vita, il sorriso incomprensibile che lei fissava e che avrebbe rivisto ogni sera cercando di addormentarsi fino a quando non fu più capace di sopportare il buio e fece in modo di vivere in una eterna lattiginosità che affogasse qualsiasi ricordo, qualsiasi paura, e quel sorriso.
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