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17/6/2013
Forse i giorni di ferie migliori sono questi, quelli imprevisti e non istituzionali. Quelli dove affronti gli scatoloni di tanti traslochi di ufficio, e ti trovi immerso in vecchie agende e biglietti da visita e nomi che solo in parte sono sopravvissuti al tempo. Quelli nei quali ti impolveri fino al midollo, e rifai scatoloni da portare in discarica. Quelli che ormai sono a cinque minuti, vado a mangiare al laghetto dei pescatori – e non trovi solo i pensionati con la pelle arrossata dal primo sole vero della stagione, ci sono i camionisti, e gli operai della zona, perché vuoi mettere mangiare stando all’ombra e guardando l’acqua azzurra della cava. Quelli che vedi il grano, le balle di fieno, e l’erba ancora verde di tutta la zona agricola che circonda la città. Quelli che se non ricordo male qui c’è la stradina che passa tra i campi e arriva a Gaggiano, giù i finestrini e quando arrivano quei tre secondi infiniti di “down in Jun-gle-land” portare il volume al massimo e tenere il tempo con la mano. Quelli che le puttane con l’ombrellino giallo, e il Naviglio Grande scorre sotto i ponti dai quali i ragazzi si tuffano in estate per farsi vedere da quelle con le quali ci stanno provando. Quelli che al resto ci pensiamo domani.
14/6/2013
Se soffrite anche voi di quella malattia che vi porta a seguire la politica di questo scombinato paese, potrebbe esservi capitato di leggere negli ultimi giorni dell’arrivo di una nuova rivista, o meglio della nascita della sua versione cartacea. La rivista si chiama Left Wing, se non la conoscete dovreste conoscerla, qui il Direttore spiega come e perché, e qui trovate l’indice del numero che tra non molto arriverà in libreria (qui, se avete trenta euro da investire, potete persino abbonarvi): quando arrivate a Cara Left Wing sappiate che si tratta di una letterina al Direttore scritta dal sottoscritto, in prosecuzione del suo tentativo di trasformare un consesso di menti pensanti nella redazione di Cioè.
PS – Il titolo del post l’ho preso da Marta, che spiega meglio di Europa e dell’HuffPost cosa sia Left Wing. Ciao, disturbo? è l’attacco tipico delle chat o delle telefonate del Direttore, ed è uno dei motivi per cui non riusciamo mai a dirgli di no (e perchè mai, poi).
11/6/2013
Sono anni che lavoro in posti dove non viene richiesto un abbigliamento particolarmente formale. Non ho bisogno di andare in ufficio, quando ci vado, in abito e cravatta. Ci pensavo poco fa, che in questi anni quei piccoli gesti – prendere una cravatta, chiudere l’ultimo bottone del collo della camicia, fare il nodo, stringerlo nel modo migliore possibile evitando pieghe e cedimenti durante il giorno – sono diventati un modo per affrontare la giornata in arrivo, per convincermi che il corso degli eventi possa essere influenzato da quel pezzo di tela, per realizzare il sogno proibito che l’abito possa veramente fare il monaco. A volte vorrei chiederlo a qualcuna tra le mie colleghe, non a quelle che ogni giorno sono belle e perfette, ma a quelle che di solito sono vestite “normali”, se quel vestito bello che oggi indossano, quella scarpa con il tacco giusto, quel trucco non affrettato che hanno oggi siano il loro modo di farsi coraggio per la riunione delle undici, per il debrief da passare alle operations, per passare non dico senza danni ma persino con soddisfazione le dodici ore tra l’uscita e il ritorno a casa. Qualche giorno fa ascoltavo Alessandro Del Piero rispondere alle domande di Federico Buffa, e dirgli che sì, è vero, che quando indossi quella maglia ti senti più forte e sei più forte: tutto sta a crederci, ed è quella la cosa che costa fatica, e impegno, e costanza, e dedizione, e una certa forma di infantile incoscienza che non vuoi ammettere nemmeno a te stesso.
7/6/2013
La donna si aggiusta uno degli auricolari. Ascolta un vecchio disco americano, chitarre e polvere e storie d’amore finite male come in un racconto di Carver. Guarda fisso davanti a sè, tenendo alle spalle l’acqua e la lunga passeggiata delle coppie e dei pensionati. E’ un posto che conosce bene, è casa sua: i palazzi di quel rosso che non si trova da nessun’altra parte, l’accento dei passanti, il vento che sale quando finisce il pomeriggio, i bambini su una giostra. Guarda come se cercasse qualcosa, e come se non riuscisse a trovarlo. Il movimento rotatorio della giostra la avvolge, i suoni si attutiscono fino a quando si scuote per un brivido di freddo che le sale dalle All Star viola fino alle spalle. La donna si sfila le cuffie, prende il telefono dalla tasca dei jeans, cerca un numero e chiama. Pronto, ciao, sai dove sono, sì proprio lì, hai cinque minuti, allora adesso ti dico cosa vedo.
6/6/2013
Pronto, Pronto, Ti disturbo, No, ma cosa c’è, Niente, Come niente, non mi chiameresti se non ci fosse qualcosa, Non ti posso nascondere nulla, Ti conosco troppo bene, Già, Allora cosa c’è, Un’ombra, Non ho capito, Un’ombra, Un’ombra, Sì, E dove, Sul muro, Non è così strano, No, ma è bella, Immagino, almeno giustificherebbe la telefonata, Fuori c’è il sole basso dopo il temporale, hai presente, Sì, C’è quella luce, bassa, di taglio, pare fatta apposta, Cos’è che fa ombra, Fiori, Che fiori, Come faccio a saperlo, sono un uomo, Già, E niente, la sto guardando da un po’ e continua a cambiare, si muove piano, E’ il tramonto, Sì, Dimmi cos’hai, Niente, Ti sento male adesso, Sono qui, Parla più forte, Sono qui, Sei sparito, ti richiamo, Sono qui, Pronto, pronto, pronto.
5/6/2013
Il Direttore sta smaltendo gli arretrati. Oggi su Leftwing si parla di sesso a pagamento, come si confà all’italiano moderno.
4/6/2013
In una delle Palladium Lessons Alessandro Baricco dice, a proposito di Proust, che gli capita spesso di leggere sue cose, pensare “ma è vero? ha ragione?”, rispondere “certo che no” eppure decidere di crederci lo stesso per il solo e ottimo motivo della bellezza perfetta con cui quelle cose sono scritte. Ci pensavo ieri sera, quando dopo duecento minuti Bruce Springsteen ci ha detto “ho suonato in tanti posti, ma questo – San Siro – è uno di quelli speciali, che sta qui”, e ha appoggiato il pugno sul cuore. Perché lo so, lo sappiamo tutti che uno spettacolo come quello, nella sua perfezione fatta di centinaia di dettagli che si incastrano come meccanismi di un orologio – i tempi, i cambi delle chitarre, le corse sotto il palco, la scelta dei cartelli dei fan, la bambina che canta a cappella, le ragazze invitate a ballare sul palco, gli “I love Milano”, le luci, le docce con la spugna e tutto, tutto il resto – non è il frutto della discesa in terra dello Spirito Santo degli artisti ma di un lavoro enorme e maniacale: puoi improvvisare soltanto quando conosci tutto talmente bene da arrivare a tanto così dalla nausea che l’improvvisazione non è più tale ma è quel che deve essere, una variazione sul tema. Ci interessa tutto questo? No. Sappiamo che è così, ma non ci importa, nel momento in cui lo dice noi crediamo che lui ci ama uno per uno, che Milano è un posto speciale tra i centomila dove ha suonato, che è tutto semplice e naturale come prendere una chitarra in mano e suonare quattro accordi, lo crediamo e glielo vorremmo gridare come gli gridiamo grazie, grazie per essere qui, grazie per le cose che ci dici, è così bello credere alle tue bugie per poterle raccontare, per poterle gridare a tutti quelli che stasera non erano qui.
31/5/2013
Mi sono sempre piaciuti più i porti del mare. I moli, le gomene, le gru, le scalette. I fari, e l’acqua che sbatte, e le meduse e i pesci che non capisci come possano vivere in quell’acqua scura e densa. E l’odore, il porto ha un odore suo preciso, odore di porto come odore di stazione, fatto delle cose e delle persone che si sono succeduti e sedimentati nel tempo. A Trieste arrivo quasi sempre da Opicina, passo davanti alla stazione di partenza del tram e poi faccio sfilare sulla destra l’obelisco, scendo, giro a destra e poi a sinistra e c’è un tratto, saranno cento metri, cinque o dieci secondi, c’è un tratto che gli alberi si aprono e vedi là sotto la città, e il porto, e le navi in rada. Sono le navi che piacciono a me, non quelle da crociera, sono petroliere e portacontainer, lunghe basse e sgraziate, navi di fatica che si fermano a riposare tenendo di fronte a sè Miramare e San Giusto. In quei cinque o dieci secondi non vedi niente eppure vedi tutto, i caffè, Via del Pane, la statua dei bersaglieri e quella delle sartine, e la piazza più bella d’Italia, che riluce quando piove e splende quando c’è il sole, i cantieri, i ragazzi che finita la scuola si bevono un bianco, le reliquie del santo protettore dei dalmati, la Risiera dello sterminio e i poeti, e le chiese, le chiese una più bella dell’altra, la bellezza lancinante di quella greco ortodossa con le foglie di alloro sul pavimento e quella più sottile della sorella serba, giusto duecento metri più in là come le famiglie che vivono nelle corti di campagna, unite ma separate, separate ma unite. Ogni volta che vengo a Trieste parcheggio al Molo 4, guardo i vecchi edifici in rovina, il binario che finisce nel nulla, e più in là l’acquario – anzi: l’Aquario – e il palazzo col nome più bello del mondo, il Palazzo degli Incanti che sì, lo so, non sono le opere del genio della lampada, e al limite fisico della vista i mercantili che aspettano il loro turno, e ogni volta non so perché ma mi sento in pace col mondo, e quando vado via ho paura di non poterci tornare più.
28/5/2013
Poco fa ho letto il twit di un ministro che chiede ai cittadini di segnalargli le priorità da affrontare nei prossimi mesi del suo lavoro, e la cosa ha fatto il paio con l’aver ascoltato questa mattina un parlamentare pentastellato affermare con la sicurezza-che-sai-io-sono-giovane-e-me-lo-posso-permettere “sono certo che tra pochi anni guarderemo alla democrazia rappresentativa come oggi lo facciamo con la monarchia” (senza l’apparente minima consapevolezza del vivere in un paese che ha ucciso la Democrazia Cristiana in modo tale da poter essere democristiano senza sentirsi in colpa) – due ulteriori piccole e non richieste dimostrazioni di come il suicidio della classe dirigente abbia fattivamente contribuito all’0micidio del suo concetto, una di quelle situazioni nelle quali verrebbe da dire chi è causa del suo male eccetera, se non fosse che il male ricade su di tutti, anche su quelli che non se ne accorgono.
26/5/2013
Chissà se la porta di casa se l’è dimenticata aperta, o se l’ha voluta aprire e poi è successo qualcosa che l’ha fatto tornare indietro. Non lo so. So solo che questa mattina stavo uscendo per andare a messa e mentre aspettavo l’ascensore ho visto che non era accostata, così ho suonato il campanello per avvisarlo. Non ha risposto, e allora gli ho dato una voce dando un paio di colpi sullo stipite con le nocche della mano. Infine mi sono preoccupato, ho messo la testa dentro e l’ho visto lì, sul divano, seduto, con gli occhi chiusi, il portatile sulle ginocchia, le braccia cadute come quelle di un Big Jim rotto e il televisore che dava una partita di basket, di quelle che ogni tanto guardavamo insieme facendoci un paio di birre. Sono corso dentro, l’ho chiamato, l’ho scosso. Ho capito subito che era morto. Non che abbia esperienza, non ho mai fatto il volontario sulle ambulanze né ho assistito a morti in famiglia; solo, era chiaro che lui non c’era più. Mi sono messo a piangere, mi sono seduto sul divano al suo fianco. Ho preso il portatile, ho visto che stava scrivendo una mail, ho letto a chi e le prime due righe ma ho avuto la decenza di non andare avanti e poi sono rimasto così, per non so quanto tempo, forse dieci secondi, forse cinque minuti. Ho allungato la mano, ho preso il telecomando e spento il televisore non senza avere il vergognoso riflesso di guardare il punteggio, e nella stanza si è fatto silenzio. E’ stato grazie a quello che ho sentito qualcosa che non avevo ancora colto, un rumore che non mi spiegavo, come una successione di colpi senza frequenza, sordi, ovattati. Mi sono avvicinato al suo corpo, ed era da lì che quel rumore veniva, era evidente anche se inspiegabile. Gli ho poggiato due dita sul collo come si vede nei telefilm, poi le ho spostate sotto il naso e non c’era né aria calda né vita, eppure continuavo a sentire quel suono. Poi ho messo il palmo della mia mano sul suo petto e ho potuto toccarlo, quel rumore. Era il suo cuore, lo capivo, non potevo vederlo con gli occhi ma con la mente, il suo cuore che non pompava più sangue ma rimbalzava da una parte all’altra di quel petto come le palline magiche dei bambini, a destra, a sinistra, in basso, in alto. Non avrei potuto mai immaginare qualcosa di tanto spaventoso. Ogni tanto mi parlava delle sue tachicardie, senti come batte mi diceva e allora gli rispondevo che capita a tanti, lo stress, la stanchezza, senti come batte continuava a dirmi, adesso mi esce, magari dalla gola. Sono ancora qui, seduto sul divano, ho telefonato alla guardia medica e sto aspettando che arrivi qualcuno, un dottore che mi dica che il mio vicino e amico è morto per davvero senza far cenno a quel cuore morto che salta, che io continuo a sentire mentre il suo corpo diventa sempre più freddo e rigido.
25/5/2013
Piovve per quattro anni, undici mesi e due giorni. Ci furono epoche di pioviscolo durante le quali tutti si imposero i loro vestiti di pontificale e si composero una faccia di convalescente per festeggiare la spiovuta, ma ben presto si abituarono a interpretare le pause come annunci di recrudimento.
Gabriel Garcìa Màrquez, “Cent’anni di solitudine”
24/5/2013
Fa freddo nella notte di una primavera mai arrivata. Dentro il locale quattro uomini stanno bevendo l’ultimo sorso di limoncello in attesa del conto. Fuori, nel parcheggio, ci sono tre macchine, molti alberi, un altro uomo che sta fermo, in piedi, con le mani schiacciate nelle tasche dei jeans e il silenzio di una zona industriale venato dal ronzio vicino di un impianto. Sembra il respiro di un animale ammalato, quel suono, e tiene dentro cento libri e mille film che l’uomo ricorda mentre l’aria gli muove i lembi della giacca troppo leggera. Aspetta che da dietro gli alberi esca qualcuno, o qualcosa. Resta così per qualche lunghissimo minuto, senza pensieri, senza parole, in un vuoto pneumatico che pare eterno. I quattro uomini escono dal locale. Ridono. Uno aziona il telecomando, le portiere si aprono con uno scatto secco. Andiamo, è tardi, abbiamo ancora un’ora di strada da fare.
23/5/2013
Non so cosa fosse più terrorizzante ieri sera, se il passante di Woolwich che non scappa da un assassino che se ne sta ancora lì con una specie di ascia grondante sangue in mano per riprenderlo con lo smartphone, o l’assassino stesso che non fugge perché vuole essere ripreso e trasmesso, o io che sto a guardare come se fosse una puntata di CSI.
21/5/2013
E invece era un parasole.
13/5/2013
Prima di partire per la Cina mi sono preso un paio d’ore e un grosso scatolone di cartone, e ho svuotato scrivania e cassetti. Durante la mia assenza era previsto un trasloco, lo spostamento degli uffici da una palazzina ad un’altra, e così prendevo le mie precauzioni. Poi si sa come vanno le cose con i traslochi, non c’è mai una data che venga rispettata, il momento del trasferimento è slittato, io sono rientrato e sono andato a sedermi al vecchio posto, dove le uniche cose rimaste erano una lampada da tavolo e un pupazzo di non so quale protagonista di un cartone animato per seienni. E’ passato un mese, le notizie sulla data effettiva di trasferimento cambiano restando fumose quanto un programma di governo, lo scatolone resta nel bagagliaio della macchina: sulla scrivania ci sono solo una cartelletta, una ventina di fogli e un’agenda che si muove da lì alla borsa che mi porto in giro. Ah, sì: c’è anche una penna. Ogni tanto la guardo, da una parte mi dico con soddisfazione che vedi, alla fine è vero che si può fare a meno di quasi tutto; e dall’altra mi pare che quel vuoto sia un segno brutto, anche se non saprei dire bene di cosa, se non di un tempo che passa, ma male.
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