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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    15/09/2016

    Se non hai niente da nascondere

    Filed under: — JE6 @ 13:52

    Non so se siete mai stati a Lainate. Quella della Lainate-Como-Chiasso, se non siete della zona ma ascoltate le informazioni sul traffico alla radio. E’ un normale paese dell’hinterland milanese, fatto di villette, condomini, rotonde, una magnifica villa con giardini e fontane, pizzerie e kebabbari. L’ho attraversato cento volte, mi ci sono fermato qualcuna di meno. La prossima volta che capiterò da quelle parti, che da casa mia sono veramente pochi chilometri, farò questo esercizio: pensarlo come una prigione. Mura alte, sbarre alle finestre, secondini, ore d’aria, quelle cose lì che sappiamo tutti per averle viste nei film (poi invece, se una volta nella vita ti capita di entrarci per davvero in un carcere, ti rendi conto che non sapevi proprio nulla; ma questo è, in parte, un altro discorso. O forse no). A Lainate vivono venticinquemila persone, per la precisione 25.708 secondo l’Istat. Sono solo poche centinaia in più di quelle che negli ultimi venticinque anni sono state riconosciute dalla magistratura come vittime di ingiusta detenzione e per questo hanno ricevuto un risarcimento che nel suo insieme arriva a seicentotrenta milioni di Euro. Mi basta questo numero. Non quello dei soldi; quelli, come dice mia mamma, vanno e vengono. No, quello delle persone. Le persone che lo Stato ha mandato in prigione da innocenti, per rendersene conto solo molto tempo dopo e chiedere scusa staccando un assegno. Mille all’anno. E per ogni persona una famiglia più o meno allargata, degli amici, un lavoro. Da qualunque parte la guardi, è un’enormità. Ed è nel momento stesso che realizzo questa enormità che realizzo anche quante volte sono stato attraversato dal pensiero che se non hai niente da nascondere non hai nulla di cui preoccuparti (e preferisco non pensare a quante volte l’ho anche detto, ché c’è un limite all’autoflagellazione). Non è vero. Ma un pezzo dello schifo che abbiamo fatto diventare la nostra vita sociale – e no, non parlo dell’happy hour all’Isola – nasce proprio da qui, dalla manettizzazione del nostro pensiero di gente che si commuove guardando Il miglio verde e suona le trombe per ogni avviso di garanzia. Forse sì, forse quello là sopra non è un altro discorso, forse ognuno di noi dovrebbe avere il diritto a un quarto d’ora di celebrità e il dovere di mezza giornata a San Vittore.

    30/08/2016

    Una vita fa

    Filed under: — JE6 @ 15:38

    Una vita fa c’erano i blog, e pure i blogger. C’erano anche cose che a guardarle oggi possono sembrare ridicole e/o patetiche: forse lo erano, ma erano tutti (più) giovani e poi è passato tanto tempo, non abbastanza da misurarle come se fossero Storia, ma a sufficienza per non ricordarsele nel modo giusto – se uno c’è. Una di queste cose si chiamava BlogRodeo, che partì come una serata nella periferia milanese; per molti rimase quello, per qualcun altro proseguì ancora un po’ come un divertissement da pausa pranzo, poi finì come tutte quelle altre cose che a guardarle oggi eccetera. Quella sera c’era anche Tommaso Labranca, nei panni del Bravo Presentatore. Chi lo invitò, chi lo convinse a venire e prestarsi – sicuramente senza compenso – non lo so o comunque non lo ricordo più; lui era quello famoso, nei limiti della celebrità che uno come lui poteva avere, e nonostante questo la sua presenza non era incongrua. Non più di quella di chiunque altro fosse lì. Non ho altri particolari ricordi di Labranca, non farò il fan che non ero. Però tanti anni dopo, una vita dopo, mi sono ricordato che lui era lì e anche se non ci scambiai una sola parola – almeno non mi pare – so che ebbi la sensazione che stava lì per e con piacere. Magari mi sbaglio, è passato tanto tempo.

    26/08/2016

    Tempo irreale

    Filed under: — JE6 @ 10:56

    Se prendi un informatico serio (ma se non ce l’hai sottomano basta anche Wikipedia) questo ti  spiega che real time non significa quello che ormai siamo abituati a pensare, ti dice che un sistema real time è qualcosa che esegue un certo compito, e quindi raggiunge un determinato obiettivo, nel tempo prestabilito: che può essere anche lungo, anche molto lungo; ma, prima di tutto, preciso: nessun ritardo, nessun anticipo.

    Ma il mondo non è fatto né regolato dagli informatici seri. E così è successo che a un certo punto abbiamo preso a dire real time usandolo come sinonimo di “immediatamente”, “ora”, “adesso, proprio mentre parlo/scrivo/guardo”. Quando e soprattutto perché questo sia successo io non lo so. C’ero sicuramente, ma non me ne sono accorto: dormivo, o quanto meno sonnecchiavo, insomma. E così oggi per me, come per chiunque io conosco, il tempo reale è quella cosa lì. E’ adesso. E se il tempo reale è adesso, ciò che non è adesso non è reale. Se la scossa arriva alle 6.28 io devo dire qualcosa alle 6.29 al massimo: non perché abbia un obbligo contrattuale, non siedo a un desk né mi chiamo Serra o Gramellini o Barenghi (che poi questi arrivano il giorno dopo, un po’ come Sky con i canali +1); no, semplicemente perché ormai penso che, appunto, la vita è adesso. Ogni tanto si sente qualcuno dire “beh, ma che fine ha fatto X”, dove X è una persona, un fatto – Ryan Lochte, lo scontro dei treni in Puglia – che per un giorno, forse due è stato tutto, è stato il tempo, e poi puf:  e la risposta è che non lo sappiamo la fine che ha fatto, perché da quel giorno sotto i ponti è passato un sacco di tempo reale, e ormai il tempo di X non è più adesso. E’ altro, e irreale.

    22/08/2016

    Una volta erano tutti Greetings

    Filed under: — JE6 @ 15:04

    Qui una volta si viaggiava molto più di oggi. E si scriveva pure molto di più. A pensarci, forse le due cose erano molto più collegate di quanto sembrasse. Comunque. Qualche giorno fa sono uscito dalla porta di un albergo russo, stavo a San Pietroburgo, mi sono guardato intorno – la sera prima ero arrivato tardi, pioveva forte, era buio; e invece in quel momento lì c’era il sole, l’aria tersa e fresca – e ho sentito una cosa strana, che mi ci sono voluti tre stati e una dozzina di giorni e il rientro a casa per razionalizzare un po’, e quella cosa era una specie di sensazione di casa. Che detta così, dopo aver fatto Russia, Finlandia e Estonia, sembra una scemenza. E non sono sicuro che non lo sia, però so che ogni volta che sono stato dall’altra parte dell’Atlantico respiravo qualcosa di diverso, potevo chiudere gli occhi e sapere di essere lì solo per l’aria, qualcosa di indefinibile e per me inspiegabile ancora oggi dopo vent’anni dalla prima volta che mi ritrovai nella fornace di Atlanta. E invece qui. Mi è altrettanto inspiegabile respirare l’aria della Neva o quella della piazza del Senato di Helsinki, o di Kadriorg a Tallinn e sentirle come qualcosa di conosciuto pur non avendoci mai messo piede prima. Non so, è strano, ho visto certo più Italia a San Diego che non in casa degli Zar, non so cos’è, magari è una fissa solo mia. Eppure questa cosa di essere lontano e annusare l’Europa mi piace. Come mi piace anche il suo contrario – è che alla fine è così, dove mi metti sto e ci sto bene, in fondo è tutto lì.

    01/08/2016

    Orario estivo

    Filed under: — JE6 @ 11:40

    Abbiamo fatto dieci, undici mesi, sempre seguendo lo stesso orario. O comunque avendolo ben presente, se facciamo una vita che non ci lega al minuto preciso. Sappiamo quando inizia la vera ora di punta, quando dalle scale scendono stormi di studenti, quando gli incroci delle circonvallazioni diventano degli uncini incastrati senza speranza. Sappiamo com’è la luce quando usciamo di casa, chi esce dal bar dove ci fermiamo per il secondo caffè, dove iniziano le code dei consolati e degli uffici pubblici. Sappiamo tutto, è una cosa che odiamo e della quale non possiamo fare a meno.

    Poi arriva l’estate. E gli orari del mondo non combaciano più con i nostri: meno treni, meno macchine, gente in vacanza, ritmi appena più rallentati – sarà il caldo, sarà la stanchezza, sarà qualcosa che non sappiamo ben definire – e tutto va fuori sincrono. Non dura molto, l’orario estivo: il tempo di rendersi conto che è cambiato qualcosa, poi il tempo di provare ad adattarsi, poi le due settimane di ferie e poi si riprende nella confusa spossatezza del rientro, quando all’orario estivo della città non facciamo più caso perché il nostro fuso orario è ancora indietro di qualche giorno. Però, fino a quando c’è, ce lo godiamo. Non fino in fondo, perché da qualche parte ci portiamo in giro un grumo di fastidio per le abitudini interrotte e una specie di inspiegabile senso di colpa, ma anche con la soddisfazione del “ce lo siamo meritati, dopo un anno di lavoro”, e arriviamo in ufficio o all’appuntamento con il cliente con qualche minuto di ritardo, e sorridiamo contando sulla comprensione altrui, “eh, l’orario estivo”.

    20/07/2016

    Coazione a ripetere

    Filed under: — JE6 @ 15:41

    Questo blog era aperto da meno di sei mesi quando cadde il secondo anniversario dei fatti di Genova. Il G8, Bolzaneto, la Diaz, Carlo Giuliani. Scrissi una cosa che, nell’infinitamente piccolo e vano di quel che ho buttato qui dentro, è quella che in tanti anni più mi è costata fatica. Oggi inevitabilmente ho letto delle cose su quei giorni, ho riletto pure le mie righe sgangherate, e ho avuto la sensazione che di passi (avanti, indietro, anche di lato) ne siano stati fatti pochini. Siamo ancora lì, quasi tutti a ripetere quasi tutte le stesse cose che dicevamo e scrivevamo quindici e tredici e dieci e cinque anni fa. Se non fosse da prendersene paura, ci sarebbe da provare noia in primis per noi stessi: ma forse anche un lunghissimo giorno della marmotta, alla lunga, può servire a qualcosa.

    08/07/2016

    Rette

    Filed under: — JE6 @ 16:26

    Forse hanno ragione a dire che qui corriamo sempre. O forse no, non è vero. Corriamo, sì. Ma non sempre. Adesso sono le otto del mattino e ci sono solo due persone che si muovono con il passo veloce e determinato da milanese in servizio permanente effettivo. Però non c’è nessuno che non sia un turista che si muove nella piazza seguendo le curve di chi non ha fretta, o tempo da perdere. Rallento un po’ (e no, non sono io una di quelle due persone, quelle galoppavano proprio) e seguo le traiettorie dei passanti, quelli che escono dalla metropolitana, quelli che entrano in Galleria, quelli che vanno da via Torino in piazza Fontana o dal parcheggio dei taxi verso piazza Diaz – tutte rette, righe dritte, la distanza minima da un punto a un altro. Chissà com’è guardarci da sopra, dalle guglie del Duomo, cosa sembriamo, che effetto facciamo, chissà se stasera all’ora dell’aperitivo si vedrà qualche scarto di stanchezza o di rilassamento, un giro largo, un movimento senza scopo, oggi che è venerdì, che fa caldo ma non troppo, che è estate ma non ancora.

    03/07/2016

    Nino non aver paura

    Filed under: — JE6 @ 08:58

    Il fatto è che invece è anche da quei particolari che si giudica un giocatore. Come arrivi al dischetto, come appoggi il pallone, se e come guardi il portiere avversario, se sorridi nervosamente, se tossisci, se fai lo sbruffone e una decina o un centinaio di altre cose ancora – perché le metafore sono una cosa seria.

    18/06/2016

    Foto di gruppo

    Filed under: — JE6 @ 11:20

    Vivo a Milano, e domani voterò Sala. Non per lui: non credo ai superuomini, a coloro che, se vogliono, tutto possono: non esistono nelle dittature, figuriamoci nelle democrazie (togli Eichmann a Hitler e vedi cosa rimane, per intenderci). Non credo nemmeno che, tranne in rarissimi casi – e forse nemmeno in quelli – la storia delle amministrazioni sia fatta di blocchi discontinui: ognuno lavora, volente o nolente, su ciò che eredita, cercando poi di metterci del proprio. Voterò Sala in parte per le cose che dice che lui e la sua amministrazione faranno e in parte, sicuramente maggiore, per la sensazione che quella città che lui oggi mi racconta sia più vicina, o meno lontana, da un modo di stare al mondo che, se non è esattamente il mio – illusione che ho lasciato cadere insieme a quella di Babbo Natale -, sembra essere non troppo lontano da questo, e comunque più vicino rispetto a quello incarnato dal suo avversario: o, per essere più precisi, dal coacervo che lo sostiene. Perché si ha un bel dire che tutto sta nel “fare le cose”. No, non sta tutto lì: non sta tutto nel fare piste ciclabili, terminare linee metropolitane, allargare parchi; quello è un pezzo, importante ma pur sempre un pezzo. Poi c’è il modo in cui le vivi quelle cose. Negli ultimi anni io a Milano ho vissuto meglio. Ho vissuto oggettivamente meglio, per quanto l’avverbio debba per forza essere riferito al microscopico reame costituito dal mio cranio. Ho vissuto meglio perché sono state fatte cose, il cui merito della realizzazione va condiviso tra chi ha governato durante questi cinque anni e chi lo ha fatto prima e su su per i rami delle amministrazioni locali e nazionali, e ho vissuto meglio perché avevo la sensazione di stare in un posto migliore, che era tale a prescindere dalla torre Unicredit. Guardo le foto di gruppo di Sala e di Parisi: fisso prima il centro e sì, probabilmente è vero che quel che vedo in mezzo alle due foto è qualcosa che si assomiglia molto, e che Parisi potrebbe essere un buon sindaco tanto quanto Sala; poi sposto gli occhi prima da una parte e poi dall’altra, guardo il gruppo, i gruppi, ed è in quel momento che divento sicuro che con un gruppo non mi sentirei mai a mio agio; con l’altro forse sì, e allora vale la pena scommettere su quello.

    14/06/2016

    Land of The Free

    Filed under: — JE6 @ 17:25

    Se ci spariamo addosso con tanta facilità è perché siamo in tanti a essere sciroccati per un motivo o per l’altro. E poi perché siamo liberi. Pure di comprare un aggeggio che fa secca la gente come nemmeno nei cartoni animati. Quindi se fossimo un po’ meno liberi saremmo, forse, un po’ più vivi. Beh, sai che tutto sommato.