< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Compagni
  • L’Italia fuori dalla mischia
  • Oval Office
  • Tennis, tv, trigonometria, scissione
  • Vincere le battaglie e perdere le guerre
  • Il potere di una virgola
  • Partiti
  • Che libri legge Donald Trump?
  • Come diventare buoni
  • Primo quadrimestre
  • April 2017
    M T W T F S S
    « Mar    
     12
    3456789
    10111213141516
    17181920212223
    24252627282930

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    18/04/2017

    Grazie

    Filed under: — JE6 @ 18:39

    A volte succede che quando ci si prepara per tornare a casa non ci si limita a salutarsi, a dirsi alla prossima, ci vediamo. A volte succede che ci si stringe la mano o ci si abbraccia o ci si dà un bacio per guancia e si aggiunge “grazie”. A volte succede che quella parola è un’eredità dei genitori, forse dei nonni, un’abitudine, un eccesso di forma. A volte succede che invece no, che invece si sta davvero dicendo grazie, grazie per qualcosa di così semplice e banale che ogni altra parola sarebbe di troppo, grazie per qualcosa di così necessario per andare avanti che ogni altra parola sarebbe impossibile da trovare. A volte succede che non si è troppo distratti da altri pensieri e ce ne si rende conto, nel momento preciso in cui quella parola la si dice o la si sente, ce ne si rende conto che è proprio così e c’è una specie di pudore imbarazzato che vaga prima che si finisca con un alla prossima, ci vediamo, e si accendano i motori delle macchine e si torni davvero a casa.

    25/03/2017

    Compagni

    Filed under: — JE6 @ 13:27

    (…) Ho scoperto oggi che «kermesse» viene dalle parole olandesi «kerk» (chiesa) e «mis» (messa) e insomma stava a indicare non un evento ciclistico ma la messa in onore del santo patrono. Mai termine fu più azzeccato, insomma.

    Il resto, qui su Left Wing.

    23/03/2017

    L’Italia fuori dalla mischia

    Filed under: — JE6 @ 13:25

    (…) secondo il più classico dei cliché siamo i maestri dell’arte di arrangiarsi, i prìncipi della deroga, i visconti della variante in corso d’opera. Siamo quelli che hanno avuto come ministro dell’economia il teorico della finanza creativa, quelli che passano metà del loro tempo a cercare di intortare Bruxelles sull’interpretazione delle regole di bilancio facendo schizzare la pressione arteriosa dei tedeschi e degli olandesi.

    Il resto, qui su Left Wing.

    21/03/2017

    Oval Office

    Filed under: — JE6 @ 13:25

    (…) Forse c’è che esistono alcuni momenti speciali nella vita, e sono pochissimi, nei quali provi la sensazione precisa e inspiegabile di fare parte di qualcosa che è molto più grande di te. Succede essenzialmente grazie a due cose, la musica e lo sport (e la politica se abiti a Milano e vince Pisapia). Quei due secondi nei quali Tardelli si passa la palla sul sinistro e tira e tu e tutti gli altri vicino a te vi alzate seguendo la striscia perfetta che entra vicino al palo e gridate e vi abbracciate mentre lui corre impazzito dalla gioia, per dire. O l’istante in cui Jagger grida I can’t get no e tu e tutti gli altri vicini a te rispondete Satisfaction – c’è un bellissimo verso di Lucio Dalla che la dice bene, dice tre milioni e il respiro di un polmone solo.

    Il resto, qui su Left Wing.

    19/02/2017

    Tennis, tv, trigonometria, scissione

    Filed under: — JE6 @ 18:23

    «Sembrava che chiunque stavo seguendo iniziasse a giocare meglio. La maggior parte di loro erano già piuttosto bravi, io li portavo a un altro livello. Mi faceva sentire bene vederli avere successo e vederli felici».

    La storia di Michael Joyce e qualche pensiero sulla bellezza dell’insegnare e del passare le cose buone che abbiamo imparato, su Left Wing.

    14/02/2017

    Vincere le battaglie e perdere le guerre

    Filed under: — JE6 @ 18:15

    I Melii non risposero, gli Ateniesi se ne tornarono sulle loro navi e poi attaccarono l’isola di Melo. Le cose furono meno semplici di quanto si aspettavano, gli ci volle un annetto per fare tabula rasa, uccidere tutti gli uomini e deportare donne e bambini, ma alla fine ottennero quel che volevano. Poi passarono ancora una quindicina d’anni e Atene, che aveva vinto la battaglia di Melo, perse la guerra contro Sparta. Immagino che ci sia una morale in tutto questo, ma quale sia non lo so. D’altra parte mica ho fatto il liceo.

    Se anche a voi è capitato di leggere qualche pezzo di storia greca e pensare che non sono loro a essere moderni, siamo noi a essere vecchissimi, il resto sta qui su LeftWing.

    10/02/2017

    Il potere di una virgola

    Filed under: — JE6 @ 18:27

    (…) a un certo punto i team legali delle quattro nazioni giudicanti (Usa, Gran Bretagna, Francia e Russia) si scornano su un punto e virgola che sta in mezzo al paragrafo 6c dei capi di imputazione (stiamo parlando del processo di Norimberga, non proprio Vallettopoli). Un punto e virgola che prima c’è e poi non c’è più, sostituito da una virgola. Non erano dei grammar nazi, quegli avvocati (i nazi, peraltro, c’erano: prima e dopo quel punto e virgola); era, piuttosto, gente che dava alle parole e ai segni l’importanza dovuta. 

    La storia di come un punto e virgola cambiò il processo di Norimberga, più qualche pensierino sparso su quanto si parla e quanto lo si fa a sproposito. Su LeftWing.

    06/02/2017

    Partiti

    Filed under: — JE6 @ 13:22

    E’ un periodo così, che se non mi obbligano non scrivo (quindi quelli di LeftWing dovrei ringraziarli; o forse no). Comunque, ho buttato giù quattro righe sul perdersi la gente per strada:

    E niente, cara Left Wing, se la tua domanda a questo punto è perché ti sto raccontando questa storia, la prima risposta che ti do è che al momento non ne ho una migliore.

    Il finale, e quello che sta prima, lo trovate qui.

    02/02/2017

    Che libri legge Donald Trump?

    Filed under: — JE6 @ 16:04

    Era un po’ che non, ma il Direttore ha insistito che gli scrivessi una letterina e mi è venuta questa cosa qui.

    Cara Left Wing,
    ma secondo te che libri legge Donald Trump? Perché leggerà qualcosa, no (oltre ai tweet, voglio dire)?

    Il resto lo trovate qui, se avete voglia.

    13/01/2017

    Come diventare buoni

    Filed under: — JE6 @ 12:20

    Ho letto un articolo qualche giorno fa. Parlava di Obama, dei suoi ultimi giorni da presidente, della sua legacy – quello che lascerà. Fra le molte diceva una cosa che mi ha fatto pensare parecchio. Diceva che Obama ha una fiducia incrollabile e vera nella bontà del suo paese: senza essere cieco e ingenuo, senza dimenticare il Vietnam e il KKK e Columbine e Trump, ma crede che l’America sia buona (uso quest’aggettivo andando a memoria, forse era un’altra cosa ma il senso era proprio questo). Una bontà fatta di molti aspetti – la generosità, lo spirito di sacrificio, una certa forma di allegria, la fiducia in sé come paese – che a sua volta è uno dei molti componenti che hanno reso grande quel paese. Diceva, quell’articolo, una cosa più o meno come “Obama crede negli americani, e quindi nell’America, e ci crede davvero”. E poi diceva un’altra cosa, che a sua volta suonava più o meno come “e infatti hanno votato Trump, che è l’incarnazione di tutto o quasi tutto il contrario di quel buono che Obama vede e sente intorno a sé”. E li ho pensato a quel pezzo famoso di Roth, di “Pastorale americana”, quello che dice che vivere è capire male la gente, e poi capirla male ancora e ancora. Ho pensato che Roth ha probabilmente ragione, che capire male la gente è quello che ci succede ogni giorno; e ho pensato che se il giorno dopo la capiamo male ancora non è perché siamo stupidi: è perché è uno dei modi che ci siamo scelti per vivere meglio, o meno peggio; è scommettere che siamo meglio di quello che praticamente sempre diamo prova di essere, scommettere e perdere, scommettere e perdere, fino al giorno in cui non troviamo un esempio contrario, uno qualsiasi, e allora vinciamo, e come un elastico accumuliamo abbastanza energia da andare avanti. Succede nella vita privata, ma succede anche nella vita sociale (ogni tanto penso alla sera in cui ci trovammo a migliaia in piazza Duomo quando venne eletto sindaco Pisapia: negli anni a venire avremmo alternato tutti delusioni a soddisfazioni, ma quella sera ci sentimmo contenti, ci sentimmo buoni). Succede, ogni tanto, che si perde questa fiducia; e ogni tanto, anche se più raramente di quanto vorremmo, succede che proviamo la sensazione di non essere così male, e che in fondo sì, possiamo diventare buoni, un po’ più buoni.