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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    3/9/2015

    Dati causa e pretesto, le attuali conclusioni

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:37

    “Se fossero sinceri ce lo direbbero. Ci direbbero che con tutta la gente che muore, chissene frega dell’arte. Ma sbagliano. Perché è per questo che noi combattiamo, per la nostra cultura, e per il nostro stile di vita. Puoi sterminare una generazione di persone, radere al suolo le loro case, troveranno una via di ritorno. Ma se distruggi i loro conseguimenti, e la loro storia, è come se non fossero mai esistite, solo ceneri, che galleggiano. Quello che vuole Hitler, ed è la sola cosa che non possiamo permettergli.” A volte cerchi di elaborare in pensiero una roba che ti gira nello stomaco, senza riuscirci perché te ne mancano gli strumenti o perché quando ti pare di esserci vicino succede qualcosa che ti scombussola le priorità più o meno faticosamente costruite. Una di quelle robe che gira nello stomaco per me è la distruzione delle opere d’arte dell’antichità, i Buddha di Bamiyan, il Tempio di Bel di Palmira, i musei in Iraq, sono cose che leggo il titolo e poi mi tappo le orecchie e faccio lalalalalala perché mi fanno male in un modo che nemmeno capisco – fino a quando non arriva George Clooney a spiegarmelo in un minimonologo di Monuments Men (per dire che le vie del Signore sono davvero infinite).

    Che poi di quello stile di vita per il quale combattiamo, più o meno consapevolmente, fa parte anche il passare ore ad accapigliarsi sulla pubblicazione di una fotografia e/o su un titolo che la accompagna, proprio perché ce lo possiamo permettere, perché stiamo (ancora) al sicuro e al caldo e al fresco a seconda della stagione. Come sopra, non ho un pensiero elaborato, mi sa che non c’è una ricetta valida sempre e per tutti, c’è chi quella foto non ha bisogno di vederla per sapere davvero cosa succede in Siria e nel mare e sulle montagne che la separano da un’esistenza meno lontana dalla morte e c’è invece a chi quella foto serve per aprire gli occhi e chi può dire che il primo è bravo e il secondo no o viceversa. In generale non credo che queste discussioni siano tempo perso perché ci permettono di pensare a chi siamo, alle cose che facciamo, a quelle che leggiamo e guardiamo e ascoltiamo, a come reagiamo, a come le assorbiamo un po’ alla volta ogni giorno e a cosa diventiamo il giorno dopo, insomma un pezzo del modo in cui stiamo al mondo (ed è una cosa, questa del pensare anche nelle situazioni più tragiche e incasinate, che ci portiamo dietro da più o meno tremila anni, secolo più secolo meno, ce l’hanno passata i Greci che nelle pause tra uno scannamento e l’altro inventarono la filosofia occidentale). In tutto questo mi viene in mente che in tantissimi racconti dell’Olocausto c’è il ma noi non sapevamo, non immaginavamo pronunciato da brava gente in tutta Europa, gente che non aveva né voglia né interesse di girare la testa come fecero migliaia di contadini della Slesia per continuare a vivere in una specie di pace ottusa e ai quali, forse, vedere per tempo qualche fotografia di Birkenau avrebbe fatto bene (che poi chissà, visto che la più frequente reazione che i sopravvissuti ai lager si vedevano opporre ai loro racconti era un misto di rifiuto e incredulità così netto da uccidere una seconda volta quelle persone, aggiungendo quella che alcuni di loro avvertivano essere l’atroce beffa dell’essere rimasti una seconda volta in vita).

    Onestamente spero di non essere il solo, ma a volte mi succede questa cosa, leggo i commenti a una certa questione e cambio idea a (quasi) ogni commento – ma mica perché sono d’accordo con il commentatore. Anzi.

    26/8/2015

    At the Kingston Mines

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:55

    Il primo spettacolo è quello che mi piace di più, c’è ancora poca gente, non fai la coda in cucina per prenderti da mangiare e se ancora il pubblico non si è scaldato c’è un’atmosfera rilassata, come di godiamoci in santa pace quest’oretta che arriva. Sul palco c’è lo stesso uomo che avevo ascoltato qualche anno fa, suona qui due volte alla settimana, e sono contento di risentirlo. Arrivano altri turisti, come noi, e so che qualcuno pensa che questo sia un male, che questo rende meno vero quello che succede ma non è così, il blues è il blues, la birra è la birra, ogni volta succede così, due accordi e potremmo essere in un pub della provincia lombarda e non cambierebbe nulla. A un tavolo vedo un gruppo di ragazzi, e li vede anche Carl che sta sul palco con la sua chitarra, alcuni di loro sono dei disabili e gli altri sono i loro accompagnatori, li vede e a metà del set scende dal palco senza smettere di suonare, e senza smettere di suonare si avvicina al tavolo e sposta una sedia rimasta libera e ci si siede e per quattro, cinque lunghissimi minuti suona per loro e solo per loro, loro che non possono tenere il tempo con i piedi immobili sul pianale della sedia a rotelle, che non possono battere la mano sul tavolo di legno, a guardare la scena da qui, da qualche metro di distanza sembra di assistere a una serenata e tutti ringraziano le luci abbastanza basse da nascondere i lucciconi che cadono sulle buffalo wings che restano nel piatto a freddarsi fino a quando Carl si rialza e si allunga sul tavolo e tocca una spalla, una mano di ognuno di questi ragazzi e si direbbe che li ringrazi e tutti nel locale sono all smiles e ordinano un altro giro prima di uscire in questa via lontana dalle mille luci del Magnificent Mile a guardarsi in faccia senza sapere bene cosa dire.

    24/8/2015

    Trasporti speciali

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:32

    Stiamo lì, su questa barca da trentotto posti, una manciata di turisti e due di abitanti di queste cinque isole che in totale al censimento fanno centoquaranta anime e “sì, d’inverno fa anche meno venticinque e il mare è grosso per giorni e settimane e quindi è meglio avere delle buone scorte se non hai una casa anche sulla terraferma”. Stiamo lì e guardiamo il carico delle merci che vengono accatastate fra i passeggeri vicino alle loro borse della spesa, a fianco del timone, sul tetto. C’è di tutto, casse di bottiglie di vino per il piccolo ristorante, un forno a microonde, scatole di oggetti per la casa, buste di documenti, tutto caricato a mano dai due diciassettenni che durante l’anno studiano in Connecticut e poi passano le loro estati a fare il gioco dei quattro cantoni tra questi porticcioli. Stiamo lì, e mentre aspettiamo di capire se partiremo in orario e soprattutto se ci sarà posto per tutti diamo un’occhiata allo smartphone, un messaggio, una mail, cosa dicono le news, e senza accorgercene stiamo dentro al presente e a un passato lontano al tempo stesso, in tasca le parole che non trovano più ostacoli perché nel mondo occidentale un ripetitore e un satellite non si negano a nessuno, e sul pavimento umido le cose, quelle fatte di materia che tocchi con le mani e hanno una consistenza e un peso, che invece sono lì in balìa di un’onda più grossa come cento o cinquecento anni fa, anche qui nel paese più ricco del mondo, che se ci pensi fa un po’ impressione perché in quelle scatole e buste e pacchi c’è roba importante quanto e più della grandissima maggioranza di quel che facciamo viaggiare sulla rete, un bicchiere di vino come premio per essere arrivati in fondo alla giornata, uno strofinaccio, il detersivo per il bagno, un ricambio per la falciatrice, e quando sei lì a guardare il carico e lo scarico ti rendi conto del gigantesco e invisibile sforzo che qualcuno fa costantemente per noi per muovere le cose e portarcele, e farci vivere.

    31/7/2015

    Cosa leggi

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:47

    Cosa ti porti da leggere, dice, ci sono le vacanze, e tante ore di aereo. Ho il Kindle pieno, leggo abbastanza, sessanta-settanta libri all’anno ma sempre meno di quel che vorrei e di quel che posso e di quel che riesco, che poi a volte mi vengono delle fisse che nemmeno io capisco tipo rileggere con metodo un autore che ho già letto tutto due volte così che continuo a lasciare per strada cose che davvero dovrei fin da quando avevo quindici anni e poi c’è sempre tempo domani, ho il Kindle pieno e lo sto riempiendo ancora di più con i longform reads, soprattutto quelli americani, storie che vengono pubblicate sul web – il piccolo spacciatore che ha salvato decine di persone durante Katrina, l’uomo che gira il mondo grazie alle miglia delle compagnie aerei e praticamente vive nelle first class dei 777, il contabile che ha rubato milioni di dollari e per anni non ha fatto altro che camminare per sei mesi all’anno lungo un sentiero di duemila miglia dalla Georgia al Maine – e sono lunghe, reportage, biografie, storie storie storie, cose che mi sforzo di trovare qui in Italia e non trovo se non in casi così rari da farti pensare che si siano sbagliati, roba che a volte penso di cercare nei posti sbagliati ma poi penso che loro avevano Letterman e noi ci siamo ritrovati Luttazzi e allora.

    24/7/2015

    Cold case

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:57

    Non so come la vedete voi, io leggendo e rileggendo della notizia della sentenza sulla strage di Brescia mi sono fatto un’idea, e cioè che i reati non dovrebbero mai essere prescritti, che un processo dovrebbe sempre essere possibile, e che ad andare in prescrizione dovrebbe essere la pena, in particolare quella carceraria. Lo so: il diritto a un giusto processo in tempi ragionevoli, la difficoltà della ricostruzione della verità processuale che cresce con il dilatarsi del tempo, la generale certezza del diritto: sono tutti buoni motivi. Ottimi motivi. E però anche il diritto di tutti di sapere che le cose sono andate in un certo modo, che una certa persona è stata responsabile di una certa azione, ecco, è qualcosa che ha il suo valore. Il problema sta nella nostra ossessione pavloviana per la pena, e in particolare per il carcere: ma se fossimo capaci di distinguere le due cose, l’accertamento della verità processuale e la pena in una delle sue molteplici forme, se fossimo capaci di distinguerle al punto da accettare serenamente che non è la pena la cosa più importante, che ci sono situazioni nelle quali la pena può anche non essere comminata e non per questo bisogna sentirsi tristi o arrabbiati o ingannati, se fossimo capaci di questo non ci sarebbe bisogno della prescrizione, non ci sarebbe bisogno di perpetrare la vera ingiustizia, che è quella del rinunciare a sapere e a inquadrare le cose nei limiti variabili che determinano per una società che cosa è giusto e che cosa non lo è.

    14/7/2015

    Ti voleva bene

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:44

    Nel momento in cui avvicini la tua guancia alla sua per salutarla la donna scoppia in lacrime e tra i singhiozzi tutto quello che riesce a dire è “ti voleva bene, ti voleva tanto bene”, e tu le mormori nell’orecchio “gli volevo molto bene anch’io” e per un po’ ti rimane addosso una sensazione strana e fastidiosa, gli avrò voluto bene quanto lui ne ha voluto a me, glielo avrò dimostrato, i dubbi che hanno tutti quando è ormai troppo tardi e si capisce quanto è difficile imparare dal passato.

    8/7/2015

    Un modo di stare al mondo

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:55

    (…) li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.

    Onore e dignità sono parole difficili, e ambigue, e scivolose. In loro nome sono state fatte porcherie indicibili, perché rappresentano una declinazione di qualcosa di ancor più difficile e complicato da pensare, costruire, realizzare, e cioè un modo di stare al mondo. Eppure qualcosa che viene da molto lontano continua a dirci che onore e dignità, se gli togliamo gli orpelli retorici, se le ripuliamo dalla magniloquenza retorica sono cose buone, sono cose piccole e impalpabili e di enorme importanza per arrivare a una certa età senza decidere di spararsi un colpo in testa. Soprattutto sono cose che nel loro nocciolo sono semplici: fai la cosa giusta, e se la fai sbagliata ammettilo, chiedi scusa, poni rimedio. Leggere le parole di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi a me fa male due volte: mi fa male da cittadino, da persona comune che crede nello Stato e dello Stato e delle sue espressioni concrete si fida – decide consapevolmente di, vuole fidarsi -; e mi fa male da persona che con le divise ci è cresciuta e sa che onore e dignità per molti, moltissimi di coloro che quelle divise le portano non sono parole vuote. Anzi, non sono nemmeno parole. Sono qualcosa di più leggero e al tempo stesso profondo: un modo di stare al mondo, semplice e onesto e perciò difficile, che non le rende migliori di chiunque altro ma le rende meritevoli di rispetto come (quasi) chiunque altro. Le parole della signora Moretti fanno male, e molto, perché sono vere nel perimetro della sua esperienza, che è quella che per lei conta e che a noi dimostra che un altro modo di stare al mondo è, purtroppo, possibile.

    25/6/2015

    Prova a spiegarmelo

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:55

    Ora prova a spiegarmelo come se fossi un bambino di sei anni, con calma e parole semplici così che io ti possa seguire. Spiegami perché quando hai letto quel nome, Sofri Adriano (si fa così con i galeotti, no? Cognome-nome così l’ordine alfabetico funziona bene) ti sei riempito di bolle e la pressione ti è schizzata a trecento. Spiegamelo bene, lentamente: perché vedi, io credo che ci siano solo due possibilità. La prima è che tu pensi che uno che è stato condannato non possa più esprimere un’opinione: nemmeno su qualcosa che conosce meglio di chiunque altro, come la prigione, e a proposito di quella storia che la pena non serve solo a punire ma a rieducare le persone e rimetterle nelle condizioni di partenza, uguali a noi che al gabbio non ci siamo mai andati, non ci avrete davvero creduto. La seconda è che tu pensi che il signor Sofri Adriano non possa e non debba esprimere un’opinione, nemmeno su una cosa che conosce molto bene come la prigione, perché è lui, perché si chiama Sofri Adriano ed è stato per decenni uno che ti ha fatto uscire di matto, anche quando diceva e scriveva cose che tu sapevi benissimo essere vere e giuste. Ma questa seconda cosa non potevi farla, i bravi democratici non fanno ostracismo ad personam. E allora ti sei fregato con le tue stesse mani, senza accorgertene hai fatto l’equazione Sofri=condannato; cioè, anche Dell’Utri che pure è una testa fina non potrebbe e non dovrebbe dare un’opinione sulle carceri italiane, no? Non è così, dici? E allora dai, prova a spiegarmelo come se fossi un bambino di sei anni, io sono qui, mi metto comodo.

    14/6/2015

    Destinazione paradiso

    Filed under: — Sir Squonk @ 20:37

    Non riesco nemmeno a ricordare da quanto lavoriamo insieme, noi quattro. Saranno dieci anni, ormai. Quante bare abbiamo portato in chiesa, quante ne abbiamo fatte uscire. All’inizio non è stato facile abituarsi, i funerali non piacciono a nessuno. Poi è diventato un lavoro, una cosa da fare bene quel tanto che basta per continuare a tenere il posto, portare a casa uno stipendio alla fine del mese e tirare su qualche mancia, un quarto a me, un quarto a Paolo, uno a Franco e uno a Roberto. Non ci hanno più divisi, il caso ha voluto che fossimo alti uguale, robusti uguale, due biondicci e due mori, sembriamo fatti apposta per stare insieme, per fare gruppo. A volte, una volta iniziata la funzione, se conosciamo la zona o se arrivando con il carro funebre abbiamo visto un bar che ci sembra decente usciamo dalla chiesa e andiamo a berci un caffè e mentre camminiamo sul marciapiede c’è sempre una macchina che rallenta e una ragazza che ci guarda perché fino a quando non ci arrivi proprio vicino vicino non capisci che le nostre sono divise di un’agenzia di pompe funebri, non di qualche corpo militare o di una compagnia aerea, e sembra che ci siano poche cose capaci di colpire una donna come una camicia bianca e un nodo della cravatta stretto al punto giusto. A volte però portiamo la bara in chiesa, percorriamo la navata centrale, ci fermiamo davanti all’altare, sbrighiamo le cose che dobbiamo fare con la sincronia di un corpo di ballo e poi invece di andarcene per mezz’ora ci fermiamo e aspettiamo. C’è qualcosa che ce lo fa capire e non abbiamo mai bisogno di consultarci, sarà che in tutto questo tempo passato insieme siamo diventati amici e ci conosciamo e capiamo senza bisogno di parole. A volte la chiesa è così piena che si capisce che il morto era uno che contava: non perché fosse uno importante, uno che finiva sui giornali, ma perché contava per quella gente lì, per quel quartiere, quel gruppo di case, e allora ci piace provare a capire chi era, cosa faceva, perché la gente gli voleva bene o perché lo temeva o perché lo rispettava. A volte invece la chiesa è così vuota che restare, anche se in ultima fila, sembra proprio quella che mia nonna chiamava un’opera buona che non si nega a nessuno. Io non sono molto credente, così quando sto lì in quell’ultima fila la testa mi va un po’ di qua e un po’ di là, spesso penso a Giovanna, a dov’è, a cosa fa, a come sta, a quando otto anni fa ci siamo lasciati senza mai essere stati insieme e da quel momento non c’è stato un solo giorno che non l’abbia pensata, altre volte mi vengono delle immagini di posti dove sono stato in vacanza, arrivano così, di sorpresa, che è come se fossi lì su quella spiaggia o in quella piazza e potessi sentire i rumori e i profumi e ogni volta mi pare uno scherzo cattivo, una trappola un po’ crudele. Poi la messa finisce, noi ci alziamo, ci prepariamo, io e Franco davanti, Paolo e Roberto dietro, attraversiamo la navata fino all’altare e tutti ci guardano per un secondo, rifacciamo i nostri movimenti da ballerini, ci mettiamo la bara in spalla e ci dirigiamo verso l’uscita e a volte capita che dalle porte aperte della chiesa arrivi una luce bella, che si veda il sole e il cielo azzurro e in quel momento lì vorremmo tutti essere da un’altra parte e al tempo stesso vorremmo tutti che esistesse un qualcosa che non conosciamo e ci aspetta, un posto bello dove andare a passare tutto il tempo che ci resta, come se quel grosso barcone Mercedes che ci aspetta sul sagrato fosse la macchina col serbatoio pieno che ci porta in vacanza, destinazione paradiso.

    10/6/2015

    Cos’abbiamo da guardare

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:55

    C’è questa grande vetrata, a Roma Tiburtina. Sta al secondo piano (o è il primo? mai che riesca a ricordarlo), vicino a un bar che vende i panini da stazione. Ci arrivi passando in mezzo a una specie di area di sosta con i tavolini e le sedie abbastanza larghi da non sentirsi in imbarazzo. C’è sempre qualcuno a quella vetrata, qualcuno che gira la sedia e passa dei quarti d’ora a guardare fuori. Cosa, non lo so: se lo chiedessero a me, che lo faccio ogni volta che posso se non arrivo trafelato, non saprei cosa rispondere. Perché il panorama è quello che è: brutto, fatto di palazzi che erano brutti anche da nuovi e figuriamoci oggi dopo decenni di gas di scarico e manutenzioni approssimative, di un cavalcavia grigio anche quando il cielo ha il colore dell’ottobrata romana, e là sotto i binari con i treni dell’alta velocità. Potrebbe essere uno scorcio di Bucarest o di una qualsiasi delle città che usiamo come paradigma della bruttezza (a mostrare la nostra ignoranza: Bucarest è tutto tranne che brutta, per dire), una cartolina di certa periferia milanese o della banlieue parigina (perché la città-più-bella-del-mondo è fatta di tante enormi isole di puro squallore), eppure a quella vetrata, davvero: c’è sempre qualcuno. Che sta lì, e guarda, una mano appoggiata sul trolley e le gambe stese, e quando deve alzarsi per cercare il suo binario pare che gli dispiaccia.

    4/6/2015

    Fonzie reloaded

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:57

    A volte – raramente, ormai: a invecchiare ci si irrita e ci si imbarazza più facilmente – guardo qualche decina di minuti di una qualche trasmissione nella quale c’è un qualche politico che risponde alle domande di un qualche giornalista. E se questo fa il minimo sindacale del suo lavoro, c’è quasi sempre un momento nel quale il politico di turno ha una manciata di secondi di debolezza: glielo leggi negli occhi, mentre sta recitando il suo copione fatto di sicurezza, assertività, indignazione, compostezza, empatia, affidabilità, è come se sopra la testa gli si disegnasse un fumetto in corsivo e a linea tratteggiata che dice “non farmi questo, non chiedermi queste cose, lo so che hai ragione, lo so che abbiamo fatto una cazzata, lo so che mi sto arrampicando sui vetri ma non lo posso dire, le regole sono queste, non lo posso dire e non lo dirò anche se ne avrei tanta voglia, anche se penso che ci guadagneremmo tutti, se non in voti in buona coscienza”. In quei momenti sembra di vedere Fonzie che prova a dire “ho sbagliato” e non ci riesce: però quelli erano degli happy days e noi ridevamo felici; e questi, invece, no.

    [Poi ci sono quelli che quella manciata di secondi di debolezza non ce l’hanno proprio: e sono quelli che non fanno né pena né rabbia, ma solo paura. Di solito sono quelli che fanno la carriera vera]

    27/5/2015

    E invece

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:16

    Ci sono posti che non riesci a immaginarti diversi da come li hai visti, nemmeno se ti sforzi. Ho perso il conto di quante volte sono stato nella Grand Place di Bruxelles ed è sempre stato un luogo bello, pieno di una strana calma anche quando era pieno di turisti o quando cadeva una pioggia feroce. E pure lo stadio della città, quello che una volta era l’Heysel e adesso porta il nome di un re, visto in un giorno di novembre, anche quello: sta al limitare di un parco, grande verde e tranquillo come può essere un parco belga, e fai fatica a vederci i morti, il sangue, i poliziotti a cavallo che non sanno cosa fare, gli ubriachi e tutto il resto. Non sembra possibile, semplicemente. E invece.

    19/5/2015

    Il lusso degli altri

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:03

    Ieri mi hanno fatto fare un giro nelle suites di un albergo che verrà. Un albergo con tante stelle, che sta in un posto molto, molto bello. Almeno per me, si intende: de gustibus eccetera. E’ strano avere a che fare con il lusso degli altri, perché a pensarci bene il punto non è il lusso – cioè quell’insieme di cose che tu non puoi permetterti – ma sono gli altri. Non so chi spenderà qualche migliaio di euro a notte per quei letti, quegli schermi, quelle poltrone, quelle docce, quei colori: posso immaginarlo, parlando di categorie sociali, ma non li conoscerò. E questo me li renderà sostanzialmente accettabili, perché indifferenti nella loro lontananza. E’ il lusso di chi conosci, quello che ti mette davvero alla prova: ieri passavo tra queste camere provando quasi null’altro che ammirazione, la stessa che avrei provato davanti, non so, a un magnifico quadro del Seicento olandese; ma non sono così sicuro della nobiltà delle mie sensazioni se una di quelle porte mi fosse stata aperta da qualcuno di conosciuto, di più o meno vicino alla mia vita. Il fatto è che tutti vogliono viaggiare in prima, ma i posti si esauriscono in fretta.

    Poi, tornando a casa in metropolitana, mi chiedevo se quello che avevo visto era davvero “bello”: in che senso, secondo quali parametri, e se questi sono abbastanza corrotti da farmi dire ooohhh davanti a qualcosa di cui non sono più capace di riconoscere la eventuale pacchianeria. Ma nessuno è buon giudice di se stesso, e ho lasciato perdere – faceva fin troppo caldo per certi pensieri.

    10/5/2015

    E però, il leggere

    Filed under: — Sir Squonk @ 22:16

    Ieri ho passato buona parte della giornata con i miei: succede, quando pezzi di famiglia si riuniscono per i funerali. Tornando dalla Toscana mia mamma ha tirato fuori il Kindle cercando qualcosa di nuovo da leggere – i nostri viaggi, da buoni nuragici, non sono esattamente all’insegna della conversazione torrenziale. E però, il leggere. Non ho moltissimi ricordi di quando ero piccolo, diciamo il minimo sindacale. Ma il primo, e nitidissimo, ha proprio a che fare con lei, con mia mamma, e con delle pagine da sfogliare. Lei sta lì, seduta vicino a me che avrò quattro anni, e mi sfoglia e mi legge un Topolino. Ne posso quasi sentire la voce. Mi piace pensare che un po’ di cose mia madre me le abbia insegnate, ma mi piace quasi di più credere che una cosa l’abbia seminata – il piacere di leggere, appunto – e poi l’abbia innaffiata e coltivata ogni giorno che abbiamo passato insieme, senza forzarla, accompagnandola silenziosamente come si fa girando una pagina dopo l’altra: che è quello che le ho visto fare sempre, tutti i giorni, l’ho sempre vista leggere, quasi qualunque cosa, i libri in milanese di Carlo Porta – lei che veniva dalla Sardegna più profonda e lì riusciva a capire l’anima e la cultura dei vicini di casa che l’avevano accolta come una figlia e che erano i prototipi degli ambrosiani veri, quelli col cuore in mano come nel più trito dei cliché – e romanzi e il quotidiano e non so cos’altro ancora. Ci siamo scambiati un po’ di titoli mentre salivamo sulla Cisa, hai letto questo, sì, e quest’altro, sì, chissà cosa ci trova la gente in quello lì che era da Fazio l’altra sera, prova Soriano, va bene, poi ci siamo fermati per un caffè e poi siamo arrivati a casa e poi mi sono seduto sul divano a riposare un po’, in compagnia di un Primo Levi che chissà, senza mia mamma e la sua quinta elementare non sarebbe mai stato così importante per me.

    4/5/2015

    Pulizie di primavera (le cose, a volte, sono semplici)

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:12

    Ieri ho fatto una cosa che ha sorpreso anche me (e soprattutto la mia schiena con relativa ernia: durante l’ultimo paio d’anni abbiamo avuto un rapporto complicato, per così dire): ho preso la metro, sono andato in Piazzale Cadorna, mi sono fatto dare un paio di guanti, una tuta, un raschietto, poi ho seguito il corteo che guidato dal sindaco è arrivato fino alla Darsena, all’altezza di via De Amicis sono tornato indietro e mi sono unito a un gruppo di ragazzi che si era messo – come centinaia di altri – a pulire un pezzo di muro riempito di scritte No Expo e per un’ora ho sudato sopra quindici centimetri quadrati di marmo. Di manifestazioni in vita mia ne ho fatte pochissime, e paradossalmente in età matura: ai tempi in cui entravamo a scuola passando fra sei celerini armati di tutto punto i cortei per piazza Fontana o per Fausto e Iaio me li saltavo senza grandi rimpianti: non mi ci trovavo: non nelle idee, ma nel modo di fare, di esprimerle. Camminando lungo via Carducci mi era ben chiaro che stavo facendo una serie di cose discutibili: stavo partecipando a uno spot del sindaco, con la sola consolazione che a oggi quest’ultimo risulta dimissionario e quindi lo spot stesso va a costruirne la fama imperitura ma non la rielezione, stavo camminando insieme ai radical chic alla Vecchioni, stavo contribuendo a rafforzare il primato del centro sulle periferie, mi stavo unendo al coro della devastazione sapendo che le devastazioni vere hanno altra intensità, e cose del genere. E allora perché stavo lì? Perché le cose, a volte, sono semplici: perché c’è qualcosa che, con tutti i suoi difetti, è e senti come casa tua. E per casa tua fai tante cose: tra queste, la pulisci quando è sporca; a maggior ragione quando qualcuno viene da fuori e la sporca e la rompe senza ragione (ma anche se una qualsiasi ragione la avesse). E’ un gesto piccolo, al quale non dai nessun altro significato se non quello più evidente: un po’ di cura per qualcosa a cui tieni. Un gesto che non cancella gli altri problemi di quella casa, gli infissi scrostati, le file al “Pane Quotidiano”, le grondaie bucate, i campi nomadi: non li cancella e non li risolve. Ma un gesto buono in più per me è sempre meglio di un gesto buono in meno, anche quando farlo vuol dire correre il rischio di sembrare (e, chissà, essere) l’utile idiota: perché c’è qualcosa di buono “dentro” quel gesto, che ogni tanto conta almeno quanto il suo risultato concreto: non sono sicuro che ieri non abbiamo fatto dei danni, non c’era nessuno che ci diceva se quel pezzo di muro sul quale ci accanivamo lo stavamo danneggiando più dei Black Bloc. Ma sono sicuro che abbiamo fatto qualcosa di buono per la città nella quale viviamo e abbiamo fatto qualcosa di buono per noi stessi, qualcosa che ci ha fatto ricordare che certi gesti dovremmo farli più spesso e no, ovviamente non parlo delle pulizie di primavera. Alla fine c’è il rischio di rendersi conto che il benaltrismo serve a ricordare l’esistenza di tanti altri grandi problemi ma anche a darci una comoda scusa per fermarci un passo prima, c’è il rischio di rendersi conto che non è così difficile fare una piccola cosa buona, c’è il rischio di vedere con i propri occhi che le cose, a volte, sono semplici.