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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    04/02/2018

    Nessuno

    Filed under: — JE6 @ 13:40

    E’ agosto, e stiamo tornando da Chernobyl. Guardo fuori dal finestrino. Sono sfinito, e al tempo stesso vorrei tornare indietro, subito, a vedere ciò che non abbiamo visto e rivedere tutto il resto. Mentre fuori passano girasoli e case col tetto di paglia e autobus precari cerco di capire quello che ho visto e cosa mi ha lasciato dentro, ma so che non è questo il momento, è troppo presto, è troppo vicino, mi devo fidare della formidabile capacità della memoria di distillare ciò che veramente conta: come diceva Marquéz, la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda; poi lui aggiungeva: e come la si ricorda, per raccontarla; ma questa è un’altra storia. Mi volto verso Ermanno, con il quale ho condiviso per due giorni la camera di Chernobyl e questa ultima fila dello Sprinter, e lo vedo perso nel torpore della stanchezza e della batteria del telefono ormai scarica. Allora chiudo gli occhi anch’io ed è in quel momento che ritorna a galla una scena che, anche se non lo so ancora, mi accompagnerà per un sacco di tempo. Ci siamo tutti e nove, messi a semicerchio davanti a Igor, dentro la torre di raffreddamento. Qualcuno gli ha chiesto quale sarà il destino, cosa ne faranno di questo posto che ha la stessa indefinibile maestosità di una cattedrale medievale e la stessa mancanza di futuro di un giocattolo rotto, e per una frazione di secondo, prima di rispondere, abbiamo potuto vedere che gli è passata sul volto l’espressione di quello che si chiede se sei veramente così cretino da aver fatto sul serio quella domanda. Ma è stato un lampo, un soffio: poi Igor ha risposto con una sola parola, ha detto “nulla”. Come nulla, Igor, cosa vuol dire nulla? Vuol dire, ci spiega tranquillo e serio e rassegnato, che non possiamo fare nulla, perché l’Ucraina ha le casse vuote ed è in guerra anche se non dichiarata e si tiene a galla solo con i fondi che arrivano in qualche modo dall’estero e insomma non abbiamo né soldi né persone né tecnologie, e anche se li avessimo guardatevi intorno, vedete quanto è grosso questo posto, sapete che qui siamo a due soli chilometri dalla Centrale e se facessimo implodere tutto quanto produrremmo un microterremoto che farebbe venir giù ancora la Centrale con tutto il suo arco splendente, pensate che sia possibile? Allora ha parlato uno per tutti, gli ha detto con un misto di incredulità e timore scusa Igor, ma non potrà rimanere tutto così per sempre, abbiamo visto i palazzi di Pryp’jat’ che vengono giù da soli, succederà la stessa cosa anche qui, cosa farete?
    Igor ha fatto passare lo sguardo oltre la barriera dei nostri corpi guardando verso l’esterno della torre di raffreddamento, dove c’è il sentiero che attraversa il sottobosco fino ai binari che portano al ponte sopra il canale dove nuotano i pesci gatto, dove c’è lo Sprinter parcheggiato con il muso in direzione di Kiev, bastava seguire i suoi occhi per vedere la strada verso casa srotolarsi come il filo che si deve usare per non perdersi nei labirinti, ha messo le mani nella tasca dei pantaloni della tuta e si è incamminato facendoci capire che era l’ora di andare, che dovevamo seguirlo, e ha detto “Non lo so. Non lo sa nessuno, cosa faremo”.

    (Non so se capita anche a voi di avere delle immagini che vi si stampano dentro, sul momento non ci fate tanto caso ma poi, mesi dopo, vengono fuori e poi lo fanno ancora, e ancora, quando avete la testa da un’altra parte e loro arrivano senza avviso né richiesta e non vi resta che accoglierle.)

    16/01/2018

    Rinnovi

    Filed under: — JE6 @ 13:01

    Qualche anno fa, per una serie di congiunzioni astrali sfavorevoli e buchi di memoria dimenticai di rinnovare questo dominio. Quando me ne accorsi passai una mezza giornata di panico, una cosa da oddio e adesso come faccio e sudorazione e contatto ansioso e compulsivo del customer care di Aruba (ok ok, Aruba, lo so). Ma era un altro mondo, questi accrocchi di post avevano un senso e forse addirittura un ruolo, ed esserci per tanta gente come me era importante, significava stare dentro un flusso che univa un sacco di persone diverse che altrimenti non si sarebbero mai incontrate nella vita (qualcuno pensava anche di farci soldi e/o di diventarci celebre, ma non starei a perdere tempo a sbertucciarli retroattivamente: diciamo che io e quelli come me non erano sfiorati da questa idea). Oggi, invece, quando per ironia della sorte non corro più il rischio di dimenticarmi i pezzi per strada perché ho un amico preciso ed efficiente che a tempo debito mi manda una mail (che normalmente si autopresenta come l’equivalente delle tasse e di quell’altra cosa lì che non si può proprio evitare) e mi mette al riparo dai danni del passare del tempo, sono abbastanza certo che non mi preoccuperei più di tanto se mancassi l’appuntamento: scrivo molto meno e spesso scrivo altrove, anche cose che semplicemente rimangono nell’hard disk e questo non è più il posto dove mettersi dentro e discutere e ritrarsi in modo più o meno fedele, dove esprimersi (mioddio). E’ la seconda casa, quella in campagna, ma una campagna anche un po’ sfigata, fuori mano, polverosa. E però ci hai passato così tanto tempo, quel tavolo con una gamba più corta l’hai comprato tu nel paese vicino, i quadri alle pareti li hai attaccati quando qui ci venivi così spesso da pensare che forse era questa la prima casa, la mattonella sbreccata e il lampadario e quei fogli rinsecchiti che stanno nei cassetti sono tutte cose tue che hanno valore anche se non valgono più niente, come l’aratro di Tom Joad la sera prima di partire per la California. Forse da fuori sembra insensato, ma in fondo non spendiamo forse dei soldi per tenere un piccolo loculo dove riposano i nostri cari, e una volta ogni tanto andiamo, portiamo i fiori freschi, diamo una passata al marmo e sfioriamo la fotografia con un dito? Ecco, e quindi.

    21/12/2017

    Farsene un’idea

    Filed under: — JE6 @ 12:15

    Ho letto tanto quest’anno. E’ andata così, non ho fatto altre cose – guardare film, fare bricolage, parlare un po’ di più con la famiglia – ma ho fatto questa, ogni giorno. Quando leggi tanto trovi anche tante frasi memorabili; naturalmente non me le ricordo, ma le tengo segnate. Mi è rimasta in testa l’ultima: in quanto ultima, ma anche perché mi sembra che riassuma bene il perché leggo tanto. L’ha scritta Annie Dillard in un libro del 1982 che vale il tempo investito già per il titolo: “Teaching a Stone to Talk: Expeditions and Encounters“. La frase è questa, nella traduzione de “Il Post”: «Lo scopo di andare in un posto come il rio Napo in Ecuador non è vedere uno spettacolo straordinario. È semplicemente vedere che cosa c’è. Siamo su questo pianeta una volta sola, e tanto vale farsene un’idea». Credo che fosse Pavese a dire che alla fine il motivo fondamentale di leggere e scrivere e parlare con la gente è quello di capire come stiamo al mondo. E al mondo ci stiamo in tanti modi, ci stiamo bene e male, con dignità, con paura, con boria, in silenzio, urlando, andate avanti come credete, ci siamo capiti. Alla fine lo scopo è quello di vedere cosa c’è, di farsene un’idea; alla fine serve tutto, una figlia di Elizabeth Strout e un broker di Michael Lewis e un principe di William Shakespeare e un fisico di Carlo Rovelli; alla fine siamo su questo pianeta una volta sola, e tanto vale farsene un’idea.

    24/11/2017

    Progresso

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    C’è una cosa che mi capita spesso di pensare alla fine di certi libri – “La guerra del Peloponneso” di Tucidide, “Furore” di Steinbeck, cose così: mi capita di pensare che li leggiamo e la prima reazione che abbiamo è “guarda che modernità, sembra scritto adesso, questi ateniesi sembrano gli americani e questi Joad sembrano i migranti siriani”; ma il fatto è che non sono loro – Tucidide, Steinbeck, i loro libri – a essere moderni, siamo noi a essere rimasti fermi. Se dopo un secolo o due millenni e mezzo parliamo e pensiamo e agiamo ancora come quei contadini dell’Oklahoma (e i bravi cittadini californiani che gli danno fuoco alle baracche) o come quegli ambasciatori ateniesi nell’isola di Melo, siamo noi a essere “vecchi”. E la nostra idea di progresso, di una linea non necessariamente retta ma comunque continua che ci porta da A a B dove B è un posto migliore, che sta più in alto, dal quale si gode di una vista più bella. E invece spesso no, spesso siamo tali e quali ai nostri trisnonni, nel nostro nocciolo siamo come loro, passati dalla penna d’oca allo smartphone con scrittura vocale, gli inconsapevoli protagonisti di uno sfinente e gigantesco giorno della marmotta.

    05/11/2017

    Distinguo

    Filed under: — JE6 @ 21:09

    Del miliardo di cose che ho letto in questi ultimi giorni post-Weinstein in fondo me ne è rimasta una. Poco, ma sempre meglio di niente. Non ricordo chi l’ha scritta, so che quando l’ho letta ho pensato che non si smette mai di stupirsi perché quella donna mi era sempre sembrata assennata nella media – per quanto si possa giudicare l’assennatezza di qualcuno da quel che scrive su questo o quel socialino. C’era una premessa, una di quelle che suonano come “sì, avete ragione, tutto bello ma” e poi, dopo il ma, un lapidario “questo non è tempo per i distinguo”. Lo so, ci sono momenti nei quali funziona così: bianco o nero, giusto o sbagliato, con noi o contro di noi. Sono momenti dai quali normalmente non esce nulla di buono, ma questo non impedisce il ricascarci dentro in pieno. Sono anche i momenti nei quali non si passa dalla parte del torto pur avendo ragione, ma si perde un pezzo importante di sé stessi: c’è chi è capace di farlo, chi addirittura sceglie consapevolmente di farlo in nome di un qualche bene superiore. Mi fanno paura e anche un po’ orrore, ma forse hanno ragione loro. Forse. Chissà.

    18/10/2017

    Magia

    Filed under: — JE6 @ 17:02

    Non ricordo che anno era e non ho voglia di andare a cercare nella loro autobiografia, poteva essere il 1986, un anno prima, un anno dopo. Non avevano il batterista, noi stavamo seduti letteralmente a cinquanta centimetri dal palco e ci cadevano le loro gocce di sudore sui piedi e potevamo toccare la bambola gonfiabile che portavano ogni volta che suonavano. Una sera iniziarono il concerto facendo spegnere tutte le luci in sala, un buio pesto che non ti potevi vedere la mano nemmeno ad attaccarla al naso, e tennero spenti luci e strumenti per un tempo che sembrò infinito fino a quando un ragazzo disse a voce alta “oh dai che domani si va a lavorare” e la sala scoppiò in una risata omerica e loro iniziarono a suonare. Il Magia stava in una via della quale non ricordo il nome e che non ho voglia di andare a cercare su Google Maps, dietro corso Vercelli. Nella piazzetta lì vicina c’era ancora il negozio de “L’Onestà” e nessuno rideva a leggere quel nome. Scendevi le scale, la sala dove suonavano i gruppi stava in una specie di grosso scantinato pieno di schermi che passavano musica, forse era MTV, so che una sera in attesa che loro iniziassero a suonare ci guardammo un pezzo di concerto dei Weather Report che noi, ignoranti di periferia, non avevamo la minima idea di chi fossero. Loro erano bravi, molto più di della media, e facevano ridere e a loro modo raccontavano cose che noi conoscevamo, noi più degli altri perché eravamo della stessa città, delle stesse scuole, e forse è per questo che li abbiamo seguiti per una vita intera, perché erano dei nostri, erano un po’ noi – almeno quanto noi eravamo un po’ loro. Il Magia ha chiuso da una vita e a Milano si è smesso di sparare per strada e ci sono le palme in piazza Duomo e l’anno prossimo apre Starbucks e sappiamo tutti di quanti mesi è Chiara Ferragni e c’è un tempo per ogni cosa, purtroppo o per fortuna.

    12/10/2017

    Lontano da dove

    Filed under: — JE6 @ 17:04

    Ieri è stata una giornata come molte altre per uno che fa il mio lavoro (in sostanza: vendere). Alle 8.30 sono partito da Milano. Alle 9.05 sono entrato in Svizzera. Alle 9.55, dopo aver sperimentato l’inatteso talento dei ticinesi di incasinare i numeri civici in un modo da far invidia ai cinesi, cercando di raggiungere gli uffici direzionali delle poste elvetiche sono finito prima in un solarium gestito da una signora apparentemente slava e poi dentro una chiesa di avventisti orientali (nel bel mezzo della loro funzione, ma questa è un’altra storia). Alle 13.40 ho fatto ingresso a Cinisello Balsamo, che ci tiene a far sapere di essere e considerarsi «città europea». Alle 14.00 mi sono seduto per mangiare una pizza margherita cucinata da un ragazzo turco in un locale adornato da gigantografie della Cappadocia e di Istanbul. Alle 17.30 ero nuovamente a Milano, per un appuntamento con un signore il cui cognome denunciava chiaramente l’origine sarda, stipendiato da una nota casa automobilistica francese.

    Il resto qui, su Left Wing.

    09/10/2017

    Ciò che siamo

    Filed under: — JE6 @ 17:05

    Ogni tanto viene fuori un articolo che spiega, analizza, disseziona il fenomeno degli haters, di quelli che passano il loro tempo (non solo quello nominalmente libero, si direbbe) a stare su Internet e scrivere male di qualcuno, e più spesso di chiunque. Di solito il ritratto che ne viene fuori è una cosa riassumibile in “sembrava tanto una brava persona”. Sembrava, appunto. Perché forse aveva ragione Michael Lewis, più di quindici anni fa, quando Internet era ancora in fondo una cosa di nicchia e per nicchie e raccontando la storia di Jonathan Lebed – un quindicenne che finì sotto inchiesta per manipolazione dei mercati azionari – scrisse “il punto vero della storia di Jonathan Lebed era che lui si era inventato su Internet (…); qui, dove nessuno poteva vedere chi era, divenne ciò che lui era“. E forse è così, davvero, per tutti noi.

    14/09/2017

    Niente resterà impunito

    Filed under: — JE6 @ 15:11

    Qualche anno fa sono andato a Barbiana, il paese della scuola di don Milani, quello della lettera alla professoressa. Prima di andarci mi sono letto quasi tutte le sue cose, e una volta tornato ho avuto l’occasione di incontrare uno dei suoi “ragazzi”, uno che a scuola con lui e da lui ci era andato davvero. Quel prete e i suoi ragazzi passarono per rivoluzionari perché pretendevano il diritto all’accesso alla cultura, alla conoscenza, all’istruzione in modo da poter capire in che mondo vivevano, quali meccanismi lo regolavano e avere qualche possibilità in più di costruirsi una vita migliore. La cultura, la conoscenza, l’istruzione che pretendevano erano quelle di tutti e per tutti, che a loro venivano negate per motivi di censo, perché la società nella quale vivevano si fondava su un sistema di caste: e questo era ciò a cui si ribellavano. I rivoluzionari volevano essere come gli altri, in un certo senso: avere le stesse carte in mano per poter capire. I rivoluzionari non si vergognavano di definirsi ignoranti: sapevano di esserlo, e non volevano esserlo più, e per non esserlo più volevano poter leggere e studiare gli stessi libri e giornali che stavano in mano ai “figli di papà” e così capire il mondo. Sono passati cinquant’anni esatti da quando usci “Lettera a una professoressa“, e un enorme numero di persone che dispongono di un altrettanto enorme numero di strumenti di conoscenza anche grazie a quel prete e a quei ragazzini rivoluzionari loro malgrado sono fermamente convinte che “tutto ciò che conoscete è falso”, e credono di fare la rivoluzione perché la sanno più lunga, così lunga da essere stati capaci di smascherare i trucchi dei potenti, così lunga da rifiutare quegli strumenti di conoscenza che, così lunga da ritrovarsi, cinquant’anni dopo, ignoranti come coloro che non volevano esserlo più. Un tempo si diceva “Niente resterà impunito“. Non so, speriamo.

    22/08/2017

    Gli uni agli altri

    Filed under: — JE6 @ 08:50

    Non è passato tanto tempo, forse dieci anni, anche meno. Qui sopra eravamo molti di più a scrivere le nostre cose, quelle che ci passavano per la testa – faccende di lavoro, cose di famiglia, viaggi, politica, musica e tutto il resto della baracca quotidiana. Qualcuno pensava che così facendo si potesse cambiare il mondo, la gran parte – quella più sana di mente – era contenta così, contenta di farsi nuovi amici, di leggere delle storie, di conoscere pezzetti di mondo vicino e lontano che altrimenti non avrebbe mai toccato. Poi le cose cambiano, con i traslochi si modificano le abitudini, sono le cose della vita. Ma qualcosa in fondo rimane, molti ricordi e alcuni legami, anche strani. Ieri o l’altroieri è morta la nonna di un amico di quei tempi lì, e una persona ha scritto “le volevamo bene per interposta persona” e un’altra ancora “grazie per avercela fatta conoscere” e non erano cose dette tanto per. Sono passati dieci anni, forse meno, siamo cambiati un po’ tutti, spesso – si direbbe – in peggio, ma un pezzetto del nostro mondo, del nostro microcosmo lo abbiamo reso migliore, gli uni agli altri. Va bene così.