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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    22/4/2014

    Transistor

    Filed under: — Sir Squonk @ 15:19

    Tra la casa di mia nonna e quella di mia zia c’era una piccola via, una carrela come dicevano loro, lunga forse trenta metri. E per quanto fosse corta, questa via riusciva a fare una curva a gomito all’altezza del quale c’era una porta che per me dava sul nulla: era rossa, era sempre aperta e l’interno era un buco nero, dal quale non veniva fuori la luce di una lampada o di un televisore ma il suono di una radio. Quella specie di caverna era abitata da uno di quei personaggi che in città sarebbero stati dei barboni ricoverati sotto un ponte e che in paese erano invece semplicemente dei tipi un po’ tocchi da non disturbare. Penso di averlo visto una decina di volte in tutto, non riesco nemmeno a ricordarne il volto. Ma tutti sapevano che passava il suo tempo seduto vicino a una radio, e lo sapevo anch’io. Ascoltava stazioni misteriose: Praga per mia nonna era come il Borneo di Sandokan per me. Aveva un grosso apparecchio a transistor, di quelli che oggi si trovano in certi ristoranti che vogliono farsi chiamare trattoria e avere l’aspetto vintage. Quando ne vedevo uno restavo minuti interi a leggere i nomi di posti che chissà cos’erano, chissà dov’erano. Monte Ceneri, Beromünster, Bratislava. Qualcuno di questi poi sono riuscito, molti anni dopo, a capire cos’era, a vedere dov’era; molti altri invece sono rimasti dei puntini su un atlante o sullo schermo di un computer, e quando li vedo sento ancora i crepitii di quella radio sepolta nel buio, e penso che io di aerei ne ho presi tanti, ma quel contadino sardo, quel tipo un po’ tocco dal quale noi bambini era meglio se stavamo lontani, aveva viaggiato molto più di me.

    18/4/2014

    Vivere per raccontarla

    Filed under: — Sir Squonk @ 07:30

    Avevo quindici o sedici anni la prima volta che ho preso in mano un libro di Gabriel Garcia Marquez, e da allora ho perso il conto di quante volte ho riletto Cent’anni di solitudine e Nessuno scrive al colonnello e la più bella storia d’amore di carta che io conosca – L’amore ai tempi del colera – e i racconti di Erendira e della sua nonna snaturata e tutto, tutto il resto. Ognuno ha le sue fissazioni, e i suoi amori: anche quelli che in società a un certo punto diventano quasi imbarazzanti, ma per piacere, Marquez, quello che fa ascendere le donne in cielo in mezzo a una nuvola di farfalle gialle, quello dei soli superlativi, ma hai presente DeLillo. Beh, chissenefrega. Per me Garcia Marquez è stato un sacco di cose, tutte belle e molte importanti; alla fine è stato quello che ha scritto la frase lapidaria che dieci anni fa ho messo come sottotitolo di questo blog – La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla – una frase che sembra l’esempio perfetto di quanto uno scrittore famoso possa tirarsela per giustificare il proprio stare al mondo e che invece è una delle poche verità che credo di avere imparato attraverso migliaia di prove quotidiane, l’ultima giusto un paio di giorni fa. E così Gabriel Garcia Marquez mi mancherà, mi mancherà come mancano le persone alle quali hai voluto tanto bene e hai continuato a volergliene, forse persino di più, quando le hai viste e sentite lontane, mischiate alle cento altre che si sono aggiunte a riempire la vita da sveglio; e non ho imbarazzo a dirlo: la vita è quella che si ricorda, i miei ricordi di lui sono tutti belli, e allora, ecco, ci siamo capiti.

    13/4/2014

    Come in un duello

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:28

    Il gruppo di uomini si incammina lentamente verso la piccola chiesa in pietra che per tanti anni hanno visto chiusa, e che di lì a poco ospiterà un matrimonio. Parlano di lavoro, macchine, vacanze, calcio, genitori che invecchiano, chili di troppo. Nel parcheggio rimane un uomo che cura il pentolone sul fuoco. Guarda il rettangolo di asfalto rugoso, un parcheggio di montagna del quale conosce ogni centimetro. Socchiude gli occhi, rivede fantasmi e ricorda suoni, tutti lì in quei duecento metri quadri che si accavallano come esposizioni multiple della stessa fotografia. Si volta a controllare quanto manca alla bollitura dell’acqua della pasta, si versa un bicchiere di rosso. Quando si gira vede, all’estremo opposto del parcheggio, quello dove non si doveva tirare troppo forte perché altrimenti il pallone sarebbe caduto fino alla pianura come una slavina inarrestabile, una macchina grigia. Vede anche scenderne una donna, elegante in un tubino che potrebbe essere lilla, o blu, o viola – i maschi non sanno dare i nomi ai colori, e il sole gli fa stringere gli occhi, gli sfuoca la vista. La guarda, vede i capelli neri lisci che cadono sulle spalle, le scarpe e la borsetta e un bracciale sul polso destro che sembrano essere dello stesso colore dell’abito. Potrebbe essere un’invitata al matrimonio, ma a lui pare di conoscerla. Lei si gira verso di lui, lo guarda, ma è troppo lontana perché si possa decifrare il piccolo movimento delle labbra sottili che a lui sembra di intuire. Per pochi eterni secondi si guardano, distanti e diversi, come in un duello di un film, lei irreale come i fantasmi che pochi minuti prima popolavano il parcheggio. Quando chiude la portiera della macchina e muove il primo passo per andarsene lui muove la bocca per dirle qualcosa; ma non sa cosa dire.

    9/4/2014

    Bene, grazie

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:24

    E’ una banale, semplice mail di lavoro che arriva dalla Germania, una persona che conosco da tanti anni e che non sentivo da un paio. Hi, I hope life is treating you well, dice. E io resto lì a guardare quelle otto parole che mi sembrano, non so perché, molto più di quello che sono – un saluto fatto con l’ironica padronanza della lingua che solo gli inglesi di buona cultura hanno – e so che risponderò quel che va risposto – Hi Helen, I’m fine. Bene, grazie.

    7/4/2014

    Con ‘sto caldo

    Filed under: — Sir Squonk @ 07:34

    Dunque vediamo, beh certo sì, numero uno la tripletta di Destro, anvedi, ammazza, poi senza dubbio la Ferrari che dai, ma ti pare, ma un triciclo da bambini proprio, e poi, mah secondo me gli danno i servizi sociali così continua a fare quello che je pare hai letto la Milella no?, e poi uhm, ah sì, madonna cos’ho mangiato e bevuto ieri non ci puoi credere mi sono proprio sfondato, e poi abbiamo saltato l’inverno e pure la primavera, è già estate, beh alla fine un cambio stagione in meno e poi… e poi… oddio cosa mi fai tornare in mente, ma davvero, l’Ucraina, le forniture di gas, la marina russa, la guerra fredda, ma che è successo poi, ma quant’è passato, un anno? comunque se torna la guerra fredda con ‘sto caldo buttala via ah ah ah.

    31/3/2014

    Bioritmi

    Filed under: — Sir Squonk @ 07:45

    A volte sono piccoli e apparentemente insignificanti dettagli a dirti la verità. Ieri sera, contravvenendo a una regola di vita che mi sono dato nell’ultimo paio d’anni e che rispetto con un discreto rigore, mi sono messo ad ascoltare un politico in televisione – nella fattispecie Graziano Delrio, il braccio destro del nuovo PresDelCons. Uno tosto mi sembra, uno che se gli chiedono “è vera questa cosa che si legge sui giornali” risponde “no” con un tono da cella frigorifera e pare che voglia dire “andiamo avanti e non perdiamo tempo con queste cazzate”, e senza dire per piacere. Ma c’è il momento in cui Fabio Fazio gli chiede della riforma del Senato, del perché e del percome e lui risponde dicendo “la classe politica merita rispetto”, poi fa una brevissima pausa come a cercare parole che di solito gli vengono facili alle labbra e già quella pausa sembra uno di quei piccoli e apparentemente insignificanti dettagli che dicono la verità, e poi riprende, e ripete “la classe politica merita rispetto” e allora so che sta per dirlo, lo guardo come si guarda un disastro incipiente e inarrestabile, e infatti lo dice, dice “quando è in sintonia con gli umori dei cittadini”. Ed eccola la verità, che è quella di una classe dirigente che si fa guidare da coloro che deve dirigere come un qualsiasi Vito Crimi: e nemmeno dai cervelli, ma proprio dagli intestini, dagli stomaci, dagli sfinteri; dagli umori. Per un momento mi chiedo che vita faccia Delrio per dire una cosa del genere, perché a vederlo sembra uno di noi, uno qualunque, uno come tutti, uno che passa attraverso incazzature e delusioni, gente che mette il muso o che sbrocca o che si chiude nel silenzio e tu non sai più che dire e fare, lacrime e risate, uno che sa – come tutti – che gli umori ti annebbiano la vista e la ragione. Delrio dice quella parola con l’unico lievissimo tremito di tutta l’intervista, una cosa da niente: e che dentro ha tutto, o almeno molto: inclusa la sconfitta di chi si mette comodo sul divano, in attesa che la prossima riforma venga scritta compulsando una tabella di bioritmi, per essere in sintonia con la natura.

    29/3/2014

    Per una settimana

    Filed under: — Sir Squonk @ 09:16

    Il ragazzo chiese all’uomo se andava tutto bene, e se aveva bisogno di aiuto. Lo fece prima nella sua lingua, poi in inglese. L’uomo gli rispose con un sorriso storto, disse che era tutto a posto e fece finta di cercare qualcosa nel piccolo zaino che gli stava appoggiato a una gamba. Guardò il tabellone degli orari delle partenze, pensando che otto binari erano davvero pochi per la stazione centrale di una capitale. Sentì l’ennesima fitta di dolore attraversargli il corpo, la sentì partire senza sapere da dove e la sentì arrivare, lenta, al cervello, alle spalle, ai piedi. Trattenne il respiro, chiuse gli occhi, li riaprì e fece un altro sorriso di scuse e noncuranza al ragazzo che continuava a guardarlo. L’uomo cercò con gesto meccanico il telefono in una delle tasche della giacca impermeabile che aveva comprato appositamente per il viaggio. Aveva pensato di farsi un’attrezzatura completa, ma quando si era visto nello specchio del camerino di prova del magazzino di articoli sportivi si era trovato triste e ridicolo; così si era limitato a comprare quella giacca, per il resto si sarebbe arrangiato con jeans e scarponi vecchi accatastati in qualche armadio del suo appartamento. Per una settimana sarebbe stato tutto più che sufficiente. Era partito in fretta e furia, quando i dolori erano diventati così frequenti da essere l’unica cosa che sentiva, perché temeva che quella sarebbe stata la sua ultima occasione. Rimandava quel viaggio da molti anni, dicendosi che c’era tempo, che l’occasione giusta sarebbe arrivata; guardando il binario ancora vuoto si disse che non era questa l’occasione che si era immaginato, ma se era l’ultima non c’era troppo da discutere, si sarebbe accontentato. Quando il tabellone degli orari si riempì con le informazioni che ancora mancavano l’uomo raccolse il piccolo zaino da terra e se lo mise in spalla, chiedendosi se quel che stava facendo aveva un senso, e quanto poteva apparire patetico agli occhi del ragazzo che gli aveva chiesto se andava tutto bene. Questo lo vide incamminarsi, cercò di ricordarsi le parole inglesi per augurare buon viaggio e si allontanò.

    24/3/2014

    Contrappassi

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:04

    La tentazione di maramaldeggiare è una piccineria seconda solo al maramaldeggiare vero e proprio, una cosa da mi pento e mi dolgo e poi dieci pateravegloria. Epperò io a leggere un pezzo come questo di Vittorio Zambardino e non pensare chi di Cluetrain Manifesto ferisce eccetera proprio non ce la faccio.

    23/3/2014

    E ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:24

    Domani mattina ti faccio sapere, dice. Va bene, grazie – passa la mattina, poi il pomeriggio, poi la notte e un altro giorno. Mi dite quando abbiamo fatto quel pagamento, chiedo. Nessuna risposta. Per piacere mi dite quando abbiamo fatto quel pagamento, richiedo. Ieri. Va bene, grazie, mi mandate gli estremi che li devo girare a mia volta – passa la mattina, poi il pomeriggio, poi la notte e un altro giorno. E così, troppe volte al giorno, per troppi giorni. E sarà che ho un brutto carattere, ma il mio grado di sopportazione di questo modo di fare, che è sempre stato basso, si avvicina sempre più, e sempre più velocemente allo zero Kelvin. Non che cambi qualcosa, gran parte del mondo se ne fotte allegramente (e, da un certo punto di vista: come dargli torto) e va avanti. Ma è il come andiamo avanti, ecco. Dice eh ma sei tu che sei paranoico, cosa pretendi, vivi e lascia vivere. Vero, ho solo questo piccolo, stupido puntiglio che se mi scrivi ti rispondo, se ti scrivo mi aspetto una risposta – partendo dal presupposto che parliamo di argomenti che per necessità, opportunità o cortesia quella risposta la includono nel pacchetto. Piccolo, stupido puntiglio che si allarga ad arrivare puntuali ad un appuntamento, ad avvisare se si è in ritardo anche di soli dieci minuti, a quel minimo sindacale di buona creanza e di rispetto degli altri che consiste nel prendere in considerazione l’ipotesi che le tue priorità non siano le uniche esistenti al mondo e a fare quindi silenziosamente in modo che quelle altrui valgano quanto le tue. Poi d’accordo, non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno e quindi ci si acconcia a tutto, anche a sopportare quelli che ci fosse una volta che questo treno arriva in orario e non rispondere eh sì, a proposito, quand’è l’ultima volta che sei arrivato puntuale a un aperitivo?

    (Che poi il fatto è questo, è il tipo di cura che ci vuole anche al di fuori delle dieci ore lavorative giornaliere, sì lo so che sono tre mesi che non ci sentiamo ma sai ho un sacco di cose da fare, è vero che scrivere un banale ciao come stai sai che domani vado a vedere una mostra splendida chissà che casino con lo sciopero dei mezzi, una roba che puoi fare anche scendendo le scale mentre vai a prendere il caffè al bar sotto l’ufficio è proprio una cosa da nulla ma sai ho un sacco di cose da fare, un sacco di pensieri, te l’ho detto no)

    22/3/2014

    Squadra Rialzo Milano Centrale

    Filed under: — Sir Squonk @ 21:05

    Tu che puoi, che stai lì, facci un salto – dice un amico che ha pure lui questa passione, quella dei treni e delle stazioni e del mondo che gli gira intorno, e gli viaggia sopra e dentro. E io che posso, che sto lì, ci faccio un salto alla vecchia Officina Veicoli di Milano Centrale, dove si metteva mano a tutto ciò che faceva un treno, i freni, i sedili, le tappezzerie, i lavandini, le viti, i tergicristalli, tutto. Amo i treni da quando salivo con mia mamma sul diesel che attraversava la Sardegna andando da Porto Torres verso Cagliari, e mi facevo venire un mal di testa da ubriaco assecondando gli scossoni della littorina che da Nuoro andava a Macomer; e poi c’è stata l’estate più bella della mia vita, quella dell’InterRail. Amo l’odore della ferrovia, che è fatto di cose alle quali non so dare nome, e amo i finestrini grandi che mi fanno guardare fuori, e amo il ferro e l’elettricità e i suoni e il microcosmo che si crea in un vagone. Quando sono uscito e ho rimesso piede sul marciapiede di viale Monza mi è tornato in mente un piccolo pezzo che mandai al defunto “Diario della settimana”, pubblicato all’inizio del 1999 in uno speciale dedicato alle stazioni ferroviarie. Sono andato a cercarlo, e lo metto qui mentre penso a un viaggio che prima o poi farò, zaino in spalla e jeans, a cercare il ragazzo che dormiva sull’asfalto del piazzale della stazione di Copenhagen.

    Andavamo alla stazione di Malles Venosta durante alcune domeniche di libera uscita, quando non avevamo né tempo né soldi per tornare a Milano. Funzionava solo un paio di mesi all’anno; per il resto, passava la sua vita nella totale inattività, aspettando i treni dell’anno successivo e accogliendo gente che, come noi, amava i luoghi desolati e abbandonati. Era tutto come nei film: porte che sbattevano, finestre rotte, sterpaglia tra i binari, e tutto intorno una sensazione di morte sonnolenta. Noi entravamo, ci sedevamo sotto il porticato, e dimenticavamo il rumore dei sergenti maggiori, degli alzabandiera e dei carri armati. Leggevamo lo scarno orario delle partenze e degli arrivi, tiravamo qualche sasso, disegnavamo la faccia del telegrafista e del capostazione. Era bello. Almeno per noi. Ci tornammo alla vigilia del congedo; su un foglio a quadretti, una mano teutonica avvisava che l’indomani due treni avrebbero ripreso a funzionare. C’era chi arrivava, c’era chi partiva. Noi, quei treni, li avremmo solo immaginati.

    19/3/2014

    In fondo alla navata

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:30

    Ha il fisico tozzo dei vecchi contadini lombardi, stretto nella divisa di custode di quella grande chiesa che si va riempiendo velocemente. Avrà poco più di sessant’anni, le guance piene e cadenti di uno che da quando ne ha avuto la possibilità non ha mai smesso di compensare la fame atavica dei suoi nonni, e ancora di più la sete. Smista le persone che avanzano lungo la navata con gesti secchi e uno sguardo duro, quello che probabilmente indossa quando entra in casa, quando si fa passare la bottiglia, o il sale. Continua così per molti minuti perché i ritardatari non mancano mai, per ciascuno un libretto ben stampato e la mano che indica una panca. Poi arriva un momento nel quale tutti sembrano essere al loro posto, le voci bianche portano una musica antichissima fino in cima alle colonne di marmo, quelle delle quali non si vede nemmeno la fine persa nel buio gotico, e c’è un’atmosfera che nessuno sa definire, e in quel momento, quando non deve più guardare nessuno e nessuno deve guardare lui appoggia le spalle al marmo, e poi la nuca, e punta gli occhi verso l’alto, verso un punto indefinito, e muove le labbra come se stesse parlando a qualcuno, le muove appena appena come le donne anziane che recitano una preghiera, come un bambino che sillaba le parole che legge, in quel momento sembra debole, stanco e indifeso come nessuno lo vede mai, come non si fa vedere mai da nessuno. E’ un momento talmente breve da sfuggire a quasi tutti, così breve che lui stesso lo nasconde e dimentica passandosi una mano sul viso come a togliere una pellicola, o ad alzare una serranda.

    15/3/2014

    Un’altra vita, una vita fa

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:31

    Stamattina ho fatto un giro nella Chinatown milanese. Sono andato per un motivo specifico – cose di telefoni -, ho fatto quel che dovevo fare e poi mi sono perso a guardare i cartelli con gli ideogrammi, le foto della Grande Muraglia, i cibi, le facce, e mi sono reso conto che esattamente un anno fa vivevo a Shanghai, ero lì da un mese, giravo per un parco di West Beijing Road andando verso lo Huangpu River e un po’ mi è parso di essere ancora lì, e un po’ mi è parsa un’altra vita, una vita fa.

    8/3/2014

    Sometimes

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:01

    Ogni tanto mi passa sotto gli occhi una vecchia foto, scattata sulla Strip di Las Vegas. E’ un locale, un bar sul lato del Bellagio. C’è il sole, come sempre, ci sono i clienti con gli occhiali scuri, come quasi tutti. C’è un cartello – cioè non è proprio un cartello, è una scritta fatta con quei sottili tubi fluorescenti, le lettere tutte collegate l’una all’altra – che dice “Waitress available sometimes”. Una di quelle cose che posti così fanno per risultare simpatici, perché poi figurati se proprio lì una ragazza ti fa aspettare più di dieci secondi per dirti se ci sono tavoli liberi, how are you doing today, cosa vuoi da bere?
    Ogni tanto mi passa sotto gli occhi quella foto, e quelle due parole – available sometimes. Che è una cosa che succede tutti i santi giorni, aspettarsi che questa o quella persona sia disponibile, contare sul fatto che ci sia. Darlo per scontato. E’ solo che non funziona così, perché tutti scompaiono, mancano, si allontanano, tutti hanno il diritto e persino il dovere di farlo, colleghi, amici, chiunque; e il problema non sono loro, il problema è che quel diritto è pure tuo – è un diritto/dovere di tutti -  e così ci sono quei periodi o quegli ambienti che sometimes non ci sei tu e sometimes non ci sono io e sometimes non ci sei tu e sometimes non ci sono io come calendari fuori sincrono, come gente su fusi orari diversi, poi ti fermi a bere un caffè e ti rendi conto che la baracca, semplicemente, non sta in piedi, non può stare in piedi così e che bisogna fare qualcosa, come provare a togliere quel sometimes ma pure quello non funziona, non regge, non è nemmeno giusto. Vieni, accomodati, lo so che il tuo collega è andato in ferie ma va bene, quel tavolo d’angolo è libero, cosa ti porto da bere.

    1/3/2014

    La musica di N.

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:21

    N. ha vent’anni e suona la chitarra da dio. Ha il suo gruppo, va orgoglioso del loro primo disco, cerca i locali dove suonare la sera.E’ bravo, sente la musica “dentro”, ne ascolta tanta, la studia, ci vive per. Ogni tanto mi chiede qual è il mio assolo preferito, o il mio disco del cuore, o se quel certo chitarrista mi piace. Io gli rispondo, lui a volte concorda, più spesso mi dice sì ma, e mi cita sempre qualcun altro, qualcos’altro, mi parla della perfezione della diteggiatura, della tecnica sopraffina. Io che, sarà l’età, sarà che sono tenero di mio ma ormai mi commuovo anche con certi finali dei Maghi di Waverley, gli dico che probabilmente un giorno se ne renderà conto anche lui che la buona musica non ha a che fare con la bravura, che di sicuro di chitarristi migliori di Dave Gilmour ne trovi a decine ma se quando parte il secondo assolo di Comfortably Numb ti senti dentro qualcosa che non sai nemmeno spiegare allora quella è buona musica e se questo succede ogni santa volta che ascolti quella canzone allora quella è grande musica, che se i Clash non erano certo dei virtuosi ma milioni di ragazzi come lui andavano in strada cantando London Calling allora quella era vera musica, gli dico queste cose e lui mi guarda e scuote la testa come tutti quelli che credono di aver visto la luce, ancora pieno di quel sicuro e vagamente fastidioso fanatismo degli adepti, mi ripete le lezioni del suo maestro – che io non conosco di persona, ma del quale ho molto sentito parlare, e so che anche lui sta aspettando il momento in cui N. una sera salirà sul palco e senza nemmeno sapere né come né perché si troverà a suonare non per se stesso nella ricerca dell’assolo perfetto, ma per quelli che gli staranno di fronte, per i loro occhi gonfi, per la loro felicità.

    28/2/2014

    Greetings from London 2014 – Senza foto, vicino allo stadio

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:28

    Vorrei avere più tempo, vorrei potermi fermare davanti a ogni tomba, a ogni lapide. Ma ho solo mezz’ora, incastrata tra due appuntamenti. E’ quella che mi basta per percorrere il lungo viale centrale che taglia il Brompton Cemetery, e guardare le croci, quelle nostre e quelle con due braccia in più con le scritte in cirillico, e sentire l’aria fresca di Londra in un giorno di sole perfetto. E’ un libro di storia questo posto, una pagina per il generale che ha assediato e conquistato Sebastopoli, una per il filantropo della fine dell’Ottocento, una per il mercante delle Indie, una per “la mia carissima amica” – che trovo struggente, penso a una donna senza parenti ma con un’amica così vicina da essere la persona che le ha curato il funerale, e la sepoltura. Il terreno è fatto di avvallamenti, cunette, saliscendi, non c’è una sola tomba in piano al Brompton Cemetery; e non c’è una sola fotografia, nemmeno sulle tombe degli anni Trenta o Quaranta. E’ bello provare a immaginarsi i volti che stavano dietro a nomi che non usano più, i vestiti, ed è strano fermarsi al centro del cimitero guardando verso ovest, stare nel mezzo dell’Ottocento, avere a destra il grattacielo dell’Empress State Building e a sinistra lo stadio di Stamford Bridge, così vicini da poterli toccare, da potersi toccare come la nipote e la bisnonna della gita a mezzanotte di Roddy Doyle, come due vite, di cui una fatta di morti.