< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Fiscal Chernobyl
  • I cimiteri di Trieste
  • Dentro Chernobyl
  • Le cose importanti
  • Poi si mette lo zinco nell’acido diluito (venticinque aprile)
  • L’arco
  • Verso sud
  • Voci
  • Supereroi
  • A vent’anni si è stupidi davvero
  • August 2019
    M T W T F S S
    « Jul    
     1234
    567891011
    12131415161718
    19202122232425
    262728293031  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    30/07/2019

    La benda

    Filed under: — JE6 @ 09:34

    [Cose scritte altrove]

    Io, da figlio di carabiniere, sulla cosa della foto della benda non ho sentimenti contrastanti: è una porcata. La benda, non la foto. Fatta questa necessaria premessa, poi va detta un’altra cosa: le forze dell’ordine vanno educate, vanno formate a fare il loro lavoro, soprattutto quello lì, quello brutto sporco e cattivo. Vale la stessa cosa per i professori/insegnanti/maestri, vale la stessa cosa per i medici e gli infermieri, vale la stessa cosa per una serie di altri lavori particolari nei quali c’è una componente che non so bene come definire perché il mio vocabolario è quello che è ma sento che ha a che fare non con la tecnica, con gli strumenti, ma con il modo di stare al mondo. Avere a che fare con la gente, con le persone, con i singoli esseri umani è tutto tranne che facile: in generale, diciamo; praticamente sempre. Quando però tocca farlo sotto la pressione di circostanze nelle quali una persona cosiddetta “normale” – un impiegato del terziario più o meno avanzato, giusto per fare un esempio dettato dal guardarsi nello specchio – viene per sua fortuna a trovarsi molto raramente per non dire mai (tipo avere tra le mani il probabile/possibile/presunto assassino di un collega, o dover spiegare Platone a un quindicenne di un quartiere a forte densità delinquenziale), allora c’è bisogno di ricorrere a qualcosa che non è detto sia stato donato da madre natura. Ed è nell’interesse di tutti che quel qualcosa venga dato.

    [Una piccola aggiunta: è una porcata anche la foto, ma temo che non siano i tempi giusti per argomentare pure questa cosa]

    15/07/2019

    Fiscal Chernobyl

    Filed under: — JE6 @ 10:12

    (…) È stato in quel momento, fermo a un semaforo nell’intermittente forno dell’estate milanese, che mi è tornata in mente una scena che mi sta accompagnando da poco meno di due anni. Eravamo tutti e nove, quelli del gruppo bizzarramente assortito che aveva investito qualche giorno della sua vita e qualche centinaio di euro dei suoi risparmi per andare a vedere i resti di una catastrofe nucleare; stavamo all’interno di una torre di raffreddamento, un prodigio incompiuto ed enorme, messi in semicerchio davanti a Igor, il ragazzo di Kiev che ci faceva da guida. Qualcuno gli aveva appena chiesto quale sarebbe stato il destino, cosa ne avrebbero fatto di quel posto che ha la stessa indefinibile maestosità di una cattedrale medievale e l’identica mancanza di futuro di un giocattolo rotto, e per una frazione di secondo, prima di rispondere, vedemmo passargli sul volto l’espressione di chi si chiedeva se eravamo veramente così cretini da aver fatto sul serio quella domanda.

    Il resto lo trovate qui, su Left Wing.

    01/07/2019

    I cimiteri di Trieste

    Filed under: — JE6 @ 09:53

    Avevo un’oretta libera prima di pranzare nella microscopica trattoria dove vado di solito, tenuta da una profuga dalmata sposata con un ex camionista del Testaccio, e l’ho passata, appunto, per cimiteri. Plurale, perché quella città meravigliosa ne ha sette, tutti raccolti in forse meno di mezzo chilometro.

    Sono tornato a Trieste, e ho scritto una cosa che sta su Leftwing.

    17/06/2019

    Dentro Chernobyl

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    C’è un istante, brevissimo, nella seconda puntata di Chernobyl, la serie attualmente in onda su Sky, in cui una donna, richiamata dal rumore dei colpi all’ingresso dei soldati che stanno iniziando l’evacuazione forzata di una intera città, va ad aprire la porta dell’appartamento del grande palazzo brutalista di Pryp’jat’ nel quale vive. Io e i miei amici quella porta l’abbiamo vista.

    Il resto sta qui, su Left Wing.

    22/05/2019

    Le cose importanti

    Filed under: — JE6 @ 15:36

    Ogni tanto penso alle cose che DFW scriveva sull’ironia, al nostro averne fatto il quasi unico veicolo di interpretazione e racconto e confronto di quel che ci succede, così pervasivo da farci dimenticare come si può parlare seriamente di qualcosa senza necessariamente prenderci troppo sul serio (insomma, la sto proprio tagliando con l’accetta, lo so: forse lui diceva e voleva dire cose diverse ma a me questo è rimasto).

    Comunque, sta di fatto che a volte uno si ferma. Si ferma proprio, trova una piazzola, mette la freccia a destra, esce dal flusso e si ferma; perché gli pare di averne abbastanza, persino di se stesso, e ci vuole una pausa per rifiatare. Per dire, tutta l’ironia e il sarcasmo e il non-prendiamo-sul-serio-niente-mai-perché-altrimenti-ci-tocca-fare-i-conti-con-la-vita, quella roba lì può venire a noia, ti può portare a un punto di saturazione, ad una stanchezza che ti fa pensare che tutto sommato sia molto meglio fermarsi in quella piazzola, in silenzio.

    Ogni tanto penso a queste cose qui. L’ultima volta mi è capitato stamattina, leggendo le poche righe con le quali una signora che non conosco di persona e che forse potrei chiamare amica (nel modo che ci è diventato comune usare, perché altrimenti dovremmo ricorrere alle Sturmtruppen: “Amici o nemici?” – “Semplici conoscenti”) spiega perché se ne è stata zitta per tanto tempo:

    Sulle cose importanti, invecchiando, ho preso a stare sempre più zitta, prima per scaramanzia, poi per dolore, e poi per abitudine, fino a non dire quasi più niente. Non mi piace.

    E niente, pensavo che al netto dei dolori che sono cose intime e infinitamente personali, c’è quella cosa dell’invecchiare e zittirsi sulle cose importanti che mi pare di conoscere, e non piace molto nemmeno a me, e forse dovrei rileggermi quelle pagine di DFW, quella specie di fratello maggiore morto troppo presto e che aveva le parole giuste per quasi tutto, quelle che quasi tutti noi avevamo sulla punta della lingua ma non sapevamo dire.

    25/04/2019

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito (venticinque aprile)

    Filed under: — JE6 @ 13:31

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito. Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d’idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo e cosa fanno gli altri.

    Primo Levi, “Zinco”, da “Il sistema periodico”

    15/04/2019

    L’arco

    Filed under: — JE6 @ 14:57

    C’è questo arco, nella parte alta di Zagabria, vicino al castello. Sta a due minuti dal Museo delle Relazioni Interrotte, che è una piccola meraviglia necessaria dove sono voluto tornare a dispetto della pioggia. Stavo tornando verso il centro e sotto l’arco c’era un gruppo di persone, una ventina, che recitavano delle preghiere. L’arco custodisce una piccola cappella dedicata alla Madonna, sui muri centinaia di ex voto scolpiti nella pietra. Nei momenti di silenzio lo scroscio dell’acqua, persone che passavano, alcune che si segnavano mentre proseguivano verso casa. Ho riconosciuto l’Ave Maria: non serve sapere “sveta Marija”, è proprio il suono, il ritmo, così come quello del Gloria. La signora che ha guidato la prima decina del rosario ha guardato il telefono, ha fatto il segno della croce, ha riaperto l’ombrello ed è andata. Un’altra donna le ha dato il cambio.

    11/04/2019

    Verso sud

    Filed under: — JE6 @ 13:57

    Parcheggio la macchina, prendo l’ascensore, entro in casa, abbandono il trolley sul pavimento e per un istante rifiato, sei giorni e quattro paesi – cinque con una breve sosta di ritorno a Milano e aerei automobili frontiere, Slovenia Croazia Albania Macedonia del Nord. C’è questo pezzo di Europa che parte da casa nostra, da quel mezzo chilometro quadrato di Trieste che mette insieme il Caffè Tommaseo e la chiesa greco-ortodossa di San Nicolò e la Sinagoga e la chiesa serba di San Spiridione e arriva in quell’altro mezzo chilometro quadrato a Plovdiv che tiene vicini l’anfiteatro romano e la moschea Dzhumaya, c’è questo pezzo di Europa dove sali su una macchina del tempo e della ricchezza e a ogni cento chilometri verso sud corrisponde un pezzo di PIL in meno e un passo in più dentro una foto virato seppia, c’è questo pezzo di Europa dove una sera ti arriva un messaggio con il link a un articolo che racconta dei profughi accampati nei campi greci che premono per entrare in Macedonia del Nord e tu che dalla Macedonia del Nord, dalla meraviglia della sua natura e dalle sue moschee piazzate in campi fangosi ricoperti di rifiuti e dai suoi cambiavalute che tutto accettano tranne i lek albanesi sei appena venuto via ti ritrovi a pensare a quanto devono essere disperati e al tempo stesso infinitamente pieni di speranza quelli che vogliono andarci e ricordi quel pomeriggio di molti anni prima su un taxi che ti portava all’aeroporto di Bucarest, con l’uomo al volante che ti raccontava che fino a tre mesi prima era un impiegato di British American Tobacco e poi da un giorno all’altro, da una sera a una mattina il lavoro non c’era più, non c’era più l’azienda, l’azienda era stata spostata in Moldavia ed è passato troppo tempo per ricordare se lo disse lui o se lo pensasti tu, ma di certo capisti che ci sono sempre, sempre qualcuno e qualcosa più a sud di te, e faresti bene a tenerlo presente, a ricordare che fra te e quello che sta cento chilometri più in là non c’è nessuna differenza, solo una frontiera che non resta mai ferma.

    27/03/2019

    Voci

    Filed under: — JE6 @ 17:36

    Non so se siete mai stati in un carcere. Io sì, due o tre volte (tre, per la precisione): non da recluso, ma sì, ci sono stato. E’ una cosa che mi è rimasta dentro. Sarà per quello che da quando me l’hanno consigliato sono andato in fissa con un podcast che viene prodotto nel carcere di San Quentin in California. Si chiama Ear Hustle, che nello slang delle prigioni americane significa qualcosa come origliare, ascoltare di nascosto. Le storie sono incredibilmente semplici, perché la vita dentro il carcere è (o sembra) una specie di versione base, senza optional, di quella che si fa fuori: dove vai a sederti la prima volta che entri nel refettorio, cosa significa sentire il trillo di un uccello, l’attesa della prossima visita di tua moglie o tuo fratello e il senso di vuoto al suo termine, cose così. Sono semplici: e potentissime, un po’ per questo andare al nocciolo di qualcosa che è comune a chiunque stia al mondo, un po’ per le voci.

    Perché un podcast è fatto di quello: suoni, e soprattutto voci. Niente immagini, pochissime musiche. Voci, persone che parlano. Una, soprattutto: quella di Earlonne Woods, che è il co-autore e co-host del podcast. Earlonne è* un inmate, un carcerato, condannato a un minimo di 31 anni di carcere che possono tranquillamente trasformarsi in ergastolo (come se non fossero più o meno la stessa cosa). All’inizio di ogni puntata si presenta, dice mi chiamo così, questa è la mia pena, mi è stata data perché ho fatto questo e quest’altro, e adesso iniziamo. Non c’è una voce di Ear Hustle che non valga la pena ascoltare: quelle limpide, quelle roche, quelle strascicate, quelle che hanno eliminato le consonanti, e per ognuna ti puoi immaginare l’uomo che gli dà corpo – il nero, il latino, il giovane, il marito, il bianco, il calvo, il magro, quello che è entrato così tanto tempo fa da poter dire di aver passato la vita intera in prigione senza mentire. Ma la voce di Earlonne è un’altra cosa. E’ piena, calda, ironica e autoironica, piena di compassione e senza un briciolo di autocompatimento, e quando ride – e lo fa spesso, molto più spesso di quanto uno si potrebbe aspettare da un recluso a (quasi) vita – ti sembra di averlo lì seduto sul sedile a fianco che guarda fuori dal finestrino: vivo, e pieno, e consapevole. Dopo qualche giorno e qualche puntata mi sono fatto forza e sono andato a cercare le sue foto, volevo vedere che faccia aveva quest’uomo che mi stava facendo compagnia dall’altra parte del mondo. E niente, come dire: ho visto la sua voce.

    *Era: ma questa è un’altra storia.

    26/03/2019

    Supereroi

    Filed under: — JE6 @ 12:43

    E così abbiamo capito cosa dovranno fare i ragazzini, nati nel nostro paese ma figli di immigrati, per avere la possibilità di ricevere la cittadinanza alla quale avrebbero diritto per il solo e semplice fatto di stare al mondo ed esserci arrivati per caso in quei trecentomila chilometri quadrati che vanno dalle Alpi a Lampedusa: i supereroi. In fondo è semplice: basterà salvare cinquanta compagni di scuola da un pazzo furioso che li vuole ardere vivi in uno scuolabus, o in alternativa – chessò – sventare senza armi un sequestro di persona, far evacuare disciplinatamente un edificio lesionato in procinto di crollare, scavare a mani nude fra le macerie e salvare un’ottuagenaria bergamasca sepolta dopo un terremoto, il tutto avendo nove anni e la merendina ancora incartata nella cartella. E’ affascinante questa immagine di uno Stato che dispensa favori invece di garantire diritti: per coerenza ci sarebbe ora da aspettarsi che uno nato a Milano come il sottoscritto venga nominato PresDelCons in virtù di un qualsiasi atto tanto eroico quanto casuale abbia modo di compiere, in fondo essere la persona giusta al momento giusto è una dote da premiare.

    (Vogliamo poi commentare il “togliamo la cittadinanza al pazzo attentatore”, una cosa che per evitare il ridicolo basterebbe non dico un bigino ma almeno il non essere cascati da bambini in un calderone di ignoranza, un po’ come Obelix con la pozione magica del druido? Che poi, quasi quasi: ad applicarla con metodo e tigna sarebbe una misura che svuoterebbe il nostro paese al punto da rendere l’immigrazione indiscriminata una manna che persino il ministro degli interni implorerebbe al suo cielo con ogni stilla di forza residua)