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Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    30/9/2014

    Nel preciso istante

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:10

    C’è questo libro, molto bello, che mi è capitato di leggere qualche mese fa. Racconta di un periodo, quello del passaggio della Spagna dalla dittatura franchista alla democrazia, e nel farlo parte da, e poi torna a, un momento preciso, quello nel quale i militari impegnati in un tentativo di colpo di stato e guidati da un colonnello con la faccia da caratterista di telefilm di serie B entrano nell’aula delle Cortes e sparano, e tre soli uomini restano in piedi a sfidare quelle pallottole. Il libro si intitola “Anatomia di un istante”, e tra i molti motivi per cui vale la pena leggerlo c’è il titolo, e quel che il titolo si porta dentro. Perché il fatto è questo, ed è una cosa alla quale penso spesso, il fatto è che non è una storia di sliding doors, di poteva andare così e invece è caduto un vaso dal balcone spinto da un colpo di vento e allora è andata in un altro modo, il fatto è che tante volte le cose sembrano concentrarsi tutte in un istante preciso, una specie di distillato densissimo, una goccia microscopica e inscindibile che racchiude tutto, dentro la quale tutto ha senso. Mi affascina questa cosa, mi affascina vederla da fuori – perché i propri istanti nessuno è capace di riconoscerli davvero – come se stessi a fissare le foto di un buco nero, e mi affascina pensare che in fondo i giorni spesso sono esattamente questa cosa, il transito quasi sempre incosciente da un istante a quello successivo, e mai che ci sia una volta che questo non ti arriva alle spalle sfilandoti il portafogli e tu te ne accorgi solo molte ore dopo e ti guardi in giro e riesci solo a dire “occazzo, è stato in quel momento lì, adesso ho capito”.

    23/9/2014

    In serie

    Filed under: — Sir Squonk @ 15:02

    Io ho un problema con la serialità, nel senso che per noia, incostanza, sbadatezza e hoaltrodafarismo ho visto due sole serie intere in tutta la mia vita (The West Wing e Studio 60), ed entrambe sottoponendomi a insensate full immersion a parecchi anni di distanza dalla loro conclusione. Non so com’è finito Friends, ho mollato E.R. dopo sette-otto stagioni a spizzichi e bocconi, sono arrivato in fondo a quel capolavoro dei Soprano con la certezza di aver lasciato per strada una dozzina di puntate, ho guardato la prima stagione di Homeland e mi sono fermato a venti minuti dalla fine dell’ultima puntata perché sono andato a bere qualcosa e non sono più tornato, sto cercando di ricordarmi a che punto della prima stagione di House of Cards mi sono fermato qualora mi girasse di riprenderla, mi pare di aver intuito che la squadra di CSI Vegas non la dirige più Gil Grissom: vanto un discreto curriculum di tempo perso, insomma. Quindi, se qualcuno fosse così gentile da farmi un bigino di quel che è successo e sta succedendo nel PD, ecco, perché ho mollato da un pezzo anche lì e l’ultima volta che ho cercato di riportarmi in pari i personaggi erano più o meno gli stessi ma mi si erano tutti mischiati di schieramento e sono andato in confusione.

    19/9/2014

    Così, per dire

    Filed under: — Sir Squonk @ 15:20

    Io lavoro da ormai un sacco di tempo, ho girato mezza dozzina abbondante di aziende, sono entrato in contatto con qualche centinaio di altre, ho decine di amici nelle mie stesse (fortunate, per il momento) condizioni e non ho mai – ripeto: mai – sentito qualcuno che fosse stato toccato dall’articolo 18. Così, per dire.

    12/9/2014

    La pelle dell’orso

    Filed under: — Sir Squonk @ 08:14

    Io ogni tanto penso che altro che settimana corta, altro che trentacinque e trentadue ore, forse – dico forse, si sa che siam maestri nell’arte di arrangiarci – una settimana lavorativa da ottanta, ottantacinque ore spalmata preferibilmente su sette giorni impedirebbe a un buon numero di persone di avere il tempo sufficiente per rendersi ridicole nello scrivere e sottoscrivere indignati appelli e richieste di dimissioni di qualunque carica istituzionale conosciuta causa orso morto nell’espletamento delle sue funzioni.

    4/9/2014

    Che bello

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:54

    Non l’ho vista salire, forse avevo già gli occhi sul Kindle, o forse guardavo fuori, la linea dell’ala e i bagagli che venivano caricati. Non so che faccia ha, me la immagino sugli otto, nove anni, ancora un pochino paffuta, castana, gli occhi chiari. E’ seduta proprio dietro di me, i genitori e il fratello maggiore le hanno regalato il posto vicino al finestrino, ed è il suo primo volo. E’ nervosa ed eccitata ma senza isterismi, chiede perché si muovono i flap, chiede cosa succederà adesso, nel momento in cui l’aereo curva io e lei e tutti quelli che stanno nella nostra posizione possiamo vedere la pista stendersi dritta con la striscia bianca di mezzeria che segna la direzione e in quel momento posso avvertire il suo respiro che si sospende per un attimo lunghissimo che durerà fino allo stacco, al puntare verso l’alto. E’ fantastico quanto possa stare dentro una voce, quando realizza per la prima volta nella sua vita, in un istante indimenticabile nel quale si concentra tutto il più puro stupore di una bambina, com’è il mondo visto dall’alto dice solo che bello e pare che quelle siano le sole parole giuste, le sole che abbiano un senso. Per la prima mezz’ora del volo, del suo primo volo, smetto di leggere e non faccio altro che guardare fuori, e farlo con i suoi occhi ascoltando le sue parole, che non sono molte, ripeterà altre cento volte che bello, lo dirà entrando nelle nuvole, e poco dopo uscendone, lo dirà vedendo la carta crespa delle Alpi, lo dirà vedendo le case di paesi e città là sotto, lo dirà vedendo in lontananza la sagoma di un altro aereo che va chissà dove, chiama il fratello e gli dice Samu hai visto che bello e lui, incredibilmente, non se la tira, non fa il superiore e le dice solo sì. Penso che come tutti i ragazzini della sua età Martina ha davanti una vita nella quale finirà per perdere il conto dei suoi voli e forse, come me, un giorno si troverà, sconcertata, a frugare nella memoria senza riuscire a ricordare il giorno in cui per la prima volta vide come splende il sole sopra le nuvole e per questo un po’ mi dispiace per lei, e per me, vorrei quasi alzarmi e girarmi e dirglielo come se fossi un vecchio zio, ricordati tutto Martina, ricordati tutto di oggi, di questa mezz’ora nella quale sei la bambina più felice e fortunata del mondo, ma in fondo sarà quel che sarà e magari lei avrà una memoria migliore della mia o forse semplicemente non importa e conterà solo che in quell’istante, quel decimo di secondo nel quale ha capito di essere in cielo fosse tutto così bello e forte e indicibile da poter solo mormorare che bello.

    1/9/2014

    Ma ti ricordi

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:50

    Io sono uno che si è messo come dichiarazione d’intenti la frase di Marquez sulla vita che è quella che si ricorda, mica quella che si è vissuta, e allora figurati se non mi affascinano queste storie sulla memoria, prima quella degli scienziati che lavorano sul cervello per cancellare i brutti ricordi (lo so, niente di nuovo sotto il cielo: centinaia di vittime di eventi traumatici vengono trattati in questo modo per contenere i danni ed evitare che il resto della loro vita venga totalmente rovinato dai ricordi di quei momenti e dal modo subdolo in cui possono condizionare aspetti della vita apparentemente del tutto scollegati), e poi quella fantastica di Christoph Kramer, che gioca la finale dei mondiali, prende una botta in testa e non si ricorda di un solo secondo di quei trentuno minuti passati in campo (che poi se vogliamo la cosa ancora più fantastica è che Kramer quella partita mica doveva giocarla, l’hanno mandato in campo all’ultimo minuto perché Kedira si è infortunato, a guardarla bene non si ricorda una cosa che non doveva fare). Leggo, ci penso, prima mi viene da dire eh ma mica è giusto, la vita è tutto, tutto insieme, e passi per quello che non sai che è successo, ma addirittura metterci le mani e passarci sopra la gomma, quella con un pezzo rosso per la matita e uno blu per la penna così andiamo sul sicuro, mi viene da dire che c’è qualcosa di sbagliato, no no no non si fa così, epperò poi mi dico che in fondo uno le malattie le cura, quantomeno ci prova, se hai la febbre ti prendi la tachipirina, se un certo episodio ti si è incistato da qualche parte e marcisce rovinandoti dei pezzi di vita e qualcuno è capace di passarti un mociovileda nella testa e fare pulizia e non farti stare più male non c’è nulla di sbagliato no? e insomma alla fine non sono sicuro, c’è una certa bellezza anche nel casino che queste storie ti mettono in testa, in fondo pensa come sarebbe bello, come sarebbe giusto se qualcuno potesse ridare a Kramer quello che era suo, non fargli perdere per sempre la cosa più bella che ha vissuto, non costringerlo a guardarsi in televisione per convincersi che sì cazzo, ho giocato la finale dei mondiali, c’ero anch’io, epperò questo vuol dire riscrivere la storia, quella con la minuscola, quella personale di un ragazzo di ventitre anni, che è il primo passo del poterla riscrivere del tutto, pure quella con la maiuscola – non so, magari voi un’idea chiara al riguardo ce l’avete, io no, e non so nemmeno se voglio averla.

    27/8/2014

    Ciao come stai

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:50

    Sposto per caso lo sguardo verso di lei nel momento in cui si assesta sulla poltroncina e tira fuori il telefono da una borsetta. Ha il fisico pieno di una matrona giovanile e ipercinetica, l’accento che vaga tra Orvieto e Viterbo, sta a metà fra i cinquanta e i sessanta e viverle insieme dev’essere una versione dell’inferno girato da Verdone. Per la mezz’ora successiva attacca con metodo militare la rubrica: sono telefonate tutte uguali, ciao tesoro come stai, come state, qui c’è il sole, lì da voi com’è, si ricorda tutti i nomi senza sbagliarne uno con un misto di tigna e piacere, si capisce è contenta di sentire la sorella e il cugino e la nipote e l’amica che è come se fosse una parente di sangue, e si capisce che sente il dovere di quelle telefonate – se avesse qualche anno in meno e le dita meno grasse e grosse starebbe facendo lo stesso via mail o WhatsApp. Riesco a vedermi le facce di quelli che le telefonate le ricevono, le sopracciglia che si inarcano, il marito a fianco che in playback dice chi è, zia Nerina, ommadonna siamo a posto; e riesco a vedermi le stesse facce in un altro momento, quello nel quale dicono epperò se non ci fosse lei a tenere insieme la baracca, a ricordarsi di tutti, a rabberciarci, a mantenerci legati – perché è così, perché la gente non sta insieme se non fa lo sforzo di stare insieme, se non chiede come stai e come va anche se non ne ha voglia, anche se ha la testa da un’altra parte, anche se fra tre giorni si rientra a casa, anche se ma che cazzo ma perché devo essere sempre io. Quando finisce la lista rimette il telefono nella borsetta, e ha uno sguardo come di chi  ha finito un lavoro, e di chi si sente in pace con la coscienza, e di chi ha fatto una cosa giusta, o buona. E sembra che stia meglio di tutti noi, meglio “dentro”, dove conta.

    26/8/2014

    Em(mah)

    Filed under: — Sir Squonk @ 07:14

    Ci sono giorni, quelli nei quali la home è infest monopolizzata da decine di ooohhhh e whoa e tappeti rossi, ci sono giorni che ti sembra di essere più vicino al mondo, e quindi di riuscire a capire meglio i ragazzi delle curve sud, o i PapaBoys – sono anche i giorni nei quali senti un rinnovato interesse a saperne di più della politica interna francese, vedi che non tutto il male viene per nuocere.

    21/8/2014

    Esser morti da sempre anche se possono respirare

    Filed under: — Sir Squonk @ 18:21

    Amore mio, t’assicuro che da noi er mare e ‘na latrina, nun so se Ostia te disce quarcosa, ma armeno a ogni lido se bballa fino alle cinque der mattino, qui sarà pure ‘n paradiso ma bello mio è proprio ‘n mortorio

    18/8/2014

    Santificare le feste

    Filed under: — Sir Squonk @ 15:37

    Ogni tanto penso ai miei nonni, che hanno passato una vita a fare i contadini, che hanno passato una vita a santificare le feste e a non perdere una sola ora di un solo giorno che servisse a fare quello che c’era da fare – falciare, seminare, potare – ogni tanto penso a loro, e a cosa direbbero ascoltando me e i miei colleghi e noi del terziario che è avanzato quando parliamo di questa ora al giorno che dobbiamo sottrarre al nostro totem delle vacanze per dedicarla al lavoro, e a cosa direbbero ascoltando quelli che ci disprezzano perché lo facciamo senza sapere se dobbiamo farlo o se abbiamo voglia di farlo. Forse non direbbero nulla, i miei nonni erano tutti di poche parole. Forse non avrebbero capito, forse avrebbero capito fin troppo bene.

    14/8/2014

    Unisci i puntini (da San Patrignano a Slane Castle, via Madre Teresa)

    Filed under: — Sir Squonk @ 09:27

    [I casi della vita] Ieri, nella stessa sera, ho prima ascoltato un intero disco di Cherubini Lorenzo in arte Jovanotti – ascoltato proprio, con tanto di testi – e poi letto la letterina inviata al PresDelCons da Hewson Paul in arte Vox Bono. E mi è parso di intravvedere un pattern, diciamo, quello del pischello-che-sa-costruire-una-rima-baciata-e-quando-cresce-si-crede-e-gli-fanno-credere-di-essere-un-pensatore-nonché-una-guida-sociale-e-politica – d’altra parte anche Gesù Cristo va a “American Popstar”, no?

    13/8/2014

    La sottile linea rossa

    Filed under: — Sir Squonk @ 08:38

    Qui e ora, dice. Non pensare ad altro, qui e ora su questa sottile linea di asfalto, rossa della polvere fine che viene dai campi tagliati in due dalla strada, l’ondulazione ubriaca del caldo feroce, gli alberi di un’altra vita con altre persone. Qui e ora, togliendo e tagliando persone e cose e viaggi e messaggi fino a far rimanere l’unica cosa importante, quella che sta qui, la sottile linea rossa che porta chissà dove, che viene da chissà dove, nascondendoti fino al rientro, quando si parlerà di altro, e non farai domande, né le vorrai ricevere.

    8/8/2014

    Cinque vasi e uno sgabello

    Filed under: — Sir Squonk @ 18:05

    Come si scordano in fretta le cose, l’anno scorso mi cercavo immagini per descrivere Detroit ed erano tutte olocausti nucleari, bombe H, alieni, quando sarebbe bastato ricordare L’Aquila vista un anno dopo il terremoto in una deviazione tra Teramo, Tivoli e una via dalle parti di Castro Pretorio.
    C’è qualche impalcatura in meno oggi, e ci sono un paio di bar aperti in più lungo il corso che porta al Duomo. Su un balcone sono rimasti cinque vasi e uno sgabello, un fermo immagine che ti porta indietro di cinque anni secchi. Non ci sono le divise dell’Esercito, le ricorda una scritta su un telo bianco all’ingresso della Zona Rossa, “mi mancano i militari”, dice. E non c’è più l’atmosfera di tragedia, la sensazione di dolore e compassione, ci sono lo stesso silenzio polveroso, lo stesso tintinnare di ganci che sbattono sui ponteggi, lo stesso clic delle macchine fotografiche e dei telefoni che portano a casa il che-disastro-che-tristezza di foto che nessuno guarda, solo depurato dalla sensazione di imbarazzo e vergogna che si ha nel ritrarre la sventura altrui. Le macerie, quando sono fumanti, hanno ancora dentro abbastanza morte da ricordare la vita; quando si raffreddano diventano museo, e quei dieci uomini con l’elmetto giallo che girano intorno a una delle cento gru messe al posto delle antenne televisive devono esserne i guardiani, o gli uscieri.

    6/8/2014

    You cannot be serious

    Filed under: — Sir Squonk @ 09:48

    Impiego qualche minuto a realizzarlo, quel tanto che basta per allontanarmi e restare solo e chiedere un altro spritz; ma poi ci arrivo, mi rendo conto che in quel domandare come vanno le cose in ufficio in modo del tutto slegato dal simulacro di conversazione che stiamo avendo, in quel piazzare frasi nobili sull’etica e il rancore e il business-is-business c’è lo stesso sguardo allucinato dello stalker che finge di passare casualmente davanti al portone della ex e poi si ferma nel bar di fronte a sfinirsi di caffè per vedere lei con chi esce, la stessa incapacità da dodicenne ferito di stemperare rabbia e delusione fino a dimenticarle almeno per stanchezza, la stessa egocentrata inconsapevolezza del ridicolo, del grottesco. Dopo un po’ saluto, con un misto di sollievo e di inquietudine, ma forse più di quest’ultima perché trovarsi di fronte lo spettacolo del desiderio di dominio, del bisogno di vendetta, della necessità di riappropriazione e avvertire che potrebbe rivoltarsi su di te in qualunque istante, non importa quanti momenti belli o buoni avete vissuto insieme è una cosa che non fa paura, ma tristezza, e stanchezza, quelle sì.

    2/8/2014

    Da fuori

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:57

    Quando sei fuori, nel mezzo della piazza o vicino a una delle vetrine dei negozi che vi si affacciano, non te ne rendi conto. E non lo realizzi nemmeno quando ci entri, nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, quando apri la porta e percorri il corridoio centrale verso l’altare. Lo capisci nel momento in cui ti volti e fai per uscire. Allora vedi che chi ha costruito quella chiesa ha fatto in modo che quel corridoio sia tutt’uno con l’asse della piazza e poi con il Canal Grande e poi con l’uscita del molo, una retta che tira dritta dall’altare fino al mare aperto senza un solo ostacolo in mezzo, vedi che deve averci pensato al fatto che prima tu stai là in piazza in mezzo alla gente a lavorare a parlare a telefonare a comprare a guardare culi sodi a bere a inveire a ridere e poi stai lì, lì nel bel mezzo di quel corridoio, tra i banchi di legno, che guardi il posto dove stavi, lo guardi da fuori e finalmente riesci a vedere, vedere i movimenti, le persone che si allontanano dando le spalle senza una parola e senza un motivo, le persone che si avvicinano con uno sguardo interrogativo, le traiettorie, le barche, le onde, il teatro, il ponte e tutto quanto, ci ha pensato di sicuro che per poter stare in piazza devi poterne uscire e osservarla come una cartolina, per stare dentro le cose devi potertene tirare fuori e guardarle, ché solo così riesci a capire, e a vedere più in là, in mare, oltre quel molo, che se si chiama Audace un motivo ci sarà.

    Piazza Sant’Antonio Nuovo, Trieste