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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    17/06/2019

    Dentro Chernobyl

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    C’è un istante, brevissimo, nella seconda puntata di Chernobyl, la serie attualmente in onda su Sky, in cui una donna, richiamata dal rumore dei colpi all’ingresso dei soldati che stanno iniziando l’evacuazione forzata di una intera città, va ad aprire la porta dell’appartamento del grande palazzo brutalista di Pryp’jat’ nel quale vive. Io e i miei amici quella porta l’abbiamo vista.

    Il resto sta qui, su Left Wing.

    22/05/2019

    Le cose importanti

    Filed under: — JE6 @ 15:36

    Ogni tanto penso alle cose che DFW scriveva sull’ironia, al nostro averne fatto il quasi unico veicolo di interpretazione e racconto e confronto di quel che ci succede, così pervasivo da farci dimenticare come si può parlare seriamente di qualcosa senza necessariamente prenderci troppo sul serio (insomma, la sto proprio tagliando con l’accetta, lo so: forse lui diceva e voleva dire cose diverse ma a me questo è rimasto).

    Comunque, sta di fatto che a volte uno si ferma. Si ferma proprio, trova una piazzola, mette la freccia a destra, esce dal flusso e si ferma; perché gli pare di averne abbastanza, persino di se stesso, e ci vuole una pausa per rifiatare. Per dire, tutta l’ironia e il sarcasmo e il non-prendiamo-sul-serio-niente-mai-perché-altrimenti-ci-tocca-fare-i-conti-con-la-vita, quella roba lì può venire a noia, ti può portare a un punto di saturazione, ad una stanchezza che ti fa pensare che tutto sommato sia molto meglio fermarsi in quella piazzola, in silenzio.

    Ogni tanto penso a queste cose qui. L’ultima volta mi è capitato stamattina, leggendo le poche righe con le quali una signora che non conosco di persona e che forse potrei chiamare amica (nel modo che ci è diventato comune usare, perché altrimenti dovremmo ricorrere alle Sturmtruppen: “Amici o nemici?” – “Semplici conoscenti”) spiega perché se ne è stata zitta per tanto tempo:

    Sulle cose importanti, invecchiando, ho preso a stare sempre più zitta, prima per scaramanzia, poi per dolore, e poi per abitudine, fino a non dire quasi più niente. Non mi piace.

    E niente, pensavo che al netto dei dolori che sono cose intime e infinitamente personali, c’è quella cosa dell’invecchiare e zittirsi sulle cose importanti che mi pare di conoscere, e non piace molto nemmeno a me, e forse dovrei rileggermi quelle pagine di DFW, quella specie di fratello maggiore morto troppo presto e che aveva le parole giuste per quasi tutto, quelle che quasi tutti noi avevamo sulla punta della lingua ma non sapevamo dire.

    25/04/2019

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito (venticinque aprile)

    Filed under: — JE6 @ 13:31

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito. Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d’idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo e cosa fanno gli altri.

    Primo Levi, “Zinco”, da “Il sistema periodico”

    15/04/2019

    L’arco

    Filed under: — JE6 @ 14:57

    C’è questo arco, nella parte alta di Zagabria, vicino al castello. Sta a due minuti dal Museo delle Relazioni Interrotte, che è una piccola meraviglia necessaria dove sono voluto tornare a dispetto della pioggia. Stavo tornando verso il centro e sotto l’arco c’era un gruppo di persone, una ventina, che recitavano delle preghiere. L’arco custodisce una piccola cappella dedicata alla Madonna, sui muri centinaia di ex voto scolpiti nella pietra. Nei momenti di silenzio lo scroscio dell’acqua, persone che passavano, alcune che si segnavano mentre proseguivano verso casa. Ho riconosciuto l’Ave Maria: non serve sapere “sveta Marija”, è proprio il suono, il ritmo, così come quello del Gloria. La signora che ha guidato la prima decina del rosario ha guardato il telefono, ha fatto il segno della croce, ha riaperto l’ombrello ed è andata. Un’altra donna le ha dato il cambio.

    11/04/2019

    Verso sud

    Filed under: — JE6 @ 13:57

    Parcheggio la macchina, prendo l’ascensore, entro in casa, abbandono il trolley sul pavimento e per un istante rifiato, sei giorni e quattro paesi – cinque con una breve sosta di ritorno a Milano e aerei automobili frontiere, Slovenia Croazia Albania Macedonia del Nord. C’è questo pezzo di Europa che parte da casa nostra, da quel mezzo chilometro quadrato di Trieste che mette insieme il Caffè Tommaseo e la chiesa greco-ortodossa di San Nicolò e la Sinagoga e la chiesa serba di San Spiridione e arriva in quell’altro mezzo chilometro quadrato a Plovdiv che tiene vicini l’anfiteatro romano e la moschea Dzhumaya, c’è questo pezzo di Europa dove sali su una macchina del tempo e della ricchezza e a ogni cento chilometri verso sud corrisponde un pezzo di PIL in meno e un passo in più dentro una foto virato seppia, c’è questo pezzo di Europa dove una sera ti arriva un messaggio con il link a un articolo che racconta dei profughi accampati nei campi greci che premono per entrare in Macedonia del Nord e tu che dalla Macedonia del Nord, dalla meraviglia della sua natura e dalle sue moschee piazzate in campi fangosi ricoperti di rifiuti e dai suoi cambiavalute che tutto accettano tranne i lek albanesi sei appena venuto via ti ritrovi a pensare a quanto devono essere disperati e al tempo stesso infinitamente pieni di speranza quelli che vogliono andarci e ricordi quel pomeriggio di molti anni prima su un taxi che ti portava all’aeroporto di Bucarest, con l’uomo al volante che ti raccontava che fino a tre mesi prima era un impiegato di British American Tobacco e poi da un giorno all’altro, da una sera a una mattina il lavoro non c’era più, non c’era più l’azienda, l’azienda era stata spostata in Moldavia ed è passato troppo tempo per ricordare se lo disse lui o se lo pensasti tu, ma di certo capisti che ci sono sempre, sempre qualcuno e qualcosa più a sud di te, e faresti bene a tenerlo presente, a ricordare che fra te e quello che sta cento chilometri più in là non c’è nessuna differenza, solo una frontiera che non resta mai ferma.

    27/03/2019

    Voci

    Filed under: — JE6 @ 17:36

    Non so se siete mai stati in un carcere. Io sì, due o tre volte (tre, per la precisione): non da recluso, ma sì, ci sono stato. E’ una cosa che mi è rimasta dentro. Sarà per quello che da quando me l’hanno consigliato sono andato in fissa con un podcast che viene prodotto nel carcere di San Quentin in California. Si chiama Ear Hustle, che nello slang delle prigioni americane significa qualcosa come origliare, ascoltare di nascosto. Le storie sono incredibilmente semplici, perché la vita dentro il carcere è (o sembra) una specie di versione base, senza optional, di quella che si fa fuori: dove vai a sederti la prima volta che entri nel refettorio, cosa significa sentire il trillo di un uccello, l’attesa della prossima visita di tua moglie o tuo fratello e il senso di vuoto al suo termine, cose così. Sono semplici: e potentissime, un po’ per questo andare al nocciolo di qualcosa che è comune a chiunque stia al mondo, un po’ per le voci.

    Perché un podcast è fatto di quello: suoni, e soprattutto voci. Niente immagini, pochissime musiche. Voci, persone che parlano. Una, soprattutto: quella di Earlonne Woods, che è il co-autore e co-host del podcast. Earlonne è* un inmate, un carcerato, condannato a un minimo di 31 anni di carcere che possono tranquillamente trasformarsi in ergastolo (come se non fossero più o meno la stessa cosa). All’inizio di ogni puntata si presenta, dice mi chiamo così, questa è la mia pena, mi è stata data perché ho fatto questo e quest’altro, e adesso iniziamo. Non c’è una voce di Ear Hustle che non valga la pena ascoltare: quelle limpide, quelle roche, quelle strascicate, quelle che hanno eliminato le consonanti, e per ognuna ti puoi immaginare l’uomo che gli dà corpo – il nero, il latino, il giovane, il marito, il bianco, il calvo, il magro, quello che è entrato così tanto tempo fa da poter dire di aver passato la vita intera in prigione senza mentire. Ma la voce di Earlonne è un’altra cosa. E’ piena, calda, ironica e autoironica, piena di compassione e senza un briciolo di autocompatimento, e quando ride – e lo fa spesso, molto più spesso di quanto uno si potrebbe aspettare da un recluso a (quasi) vita – ti sembra di averlo lì seduto sul sedile a fianco che guarda fuori dal finestrino: vivo, e pieno, e consapevole. Dopo qualche giorno e qualche puntata mi sono fatto forza e sono andato a cercare le sue foto, volevo vedere che faccia aveva quest’uomo che mi stava facendo compagnia dall’altra parte del mondo. E niente, come dire: ho visto la sua voce.

    *Era: ma questa è un’altra storia.

    26/03/2019

    Supereroi

    Filed under: — JE6 @ 12:43

    E così abbiamo capito cosa dovranno fare i ragazzini, nati nel nostro paese ma figli di immigrati, per avere la possibilità di ricevere la cittadinanza alla quale avrebbero diritto per il solo e semplice fatto di stare al mondo ed esserci arrivati per caso in quei trecentomila chilometri quadrati che vanno dalle Alpi a Lampedusa: i supereroi. In fondo è semplice: basterà salvare cinquanta compagni di scuola da un pazzo furioso che li vuole ardere vivi in uno scuolabus, o in alternativa – chessò – sventare senza armi un sequestro di persona, far evacuare disciplinatamente un edificio lesionato in procinto di crollare, scavare a mani nude fra le macerie e salvare un’ottuagenaria bergamasca sepolta dopo un terremoto, il tutto avendo nove anni e la merendina ancora incartata nella cartella. E’ affascinante questa immagine di uno Stato che dispensa favori invece di garantire diritti: per coerenza ci sarebbe ora da aspettarsi che uno nato a Milano come il sottoscritto venga nominato PresDelCons in virtù di un qualsiasi atto tanto eroico quanto casuale abbia modo di compiere, in fondo essere la persona giusta al momento giusto è una dote da premiare.

    (Vogliamo poi commentare il “togliamo la cittadinanza al pazzo attentatore”, una cosa che per evitare il ridicolo basterebbe non dico un bigino ma almeno il non essere cascati da bambini in un calderone di ignoranza, un po’ come Obelix con la pozione magica del druido? Che poi, quasi quasi: ad applicarla con metodo e tigna sarebbe una misura che svuoterebbe il nostro paese al punto da rendere l’immigrazione indiscriminata una manna che persino il ministro degli interni implorerebbe al suo cielo con ogni stilla di forza residua)

    18/03/2019

    A vent’anni si è stupidi davvero

    Filed under: — JE6 @ 17:29

    Figurati se non ho nostalgia dei miei sedici e diciotto e vent’anni; non che me li ricordi benissimo o, per essere più preciso, non che mi fidi moltissimo né dei miei ricordi né di quelli dei miei coetanei. Ma se non altro c’era una vita davanti e la legittima illusione che con un po’ di culo le sorti potevano essere davvero magnifiche e progressive, o qualcosa di simile. E quindi figurati se non invidio Greta e Miriam e tutti gli altri che sono andati in piazza almeno per quel motivo lì e per la fiducia e la rabbia e l’energia. Ma va detto che, grazie a Dio, non si diventa adulti e poi anziani per nulla: e se è vero che ci si imbolsisce e si diventa più cinici ed egoisti è anche vero che, se non si è buttato via il tempo che si è vissuto, si arriva a una certa età sapendone di più di quando ci si preparava per la maturità. Ed è per questo che se da una parte è giusto dargli una mano, sostenerli e aiutarli (o almeno non mettersi di traverso) come i genitori fanno con i figli dall’altra è ancora più giusto fare quel che siamo e dobbiamo essere: adulti che, volenti o nolenti, spesso ne sanno di più dei ragazzi, per quanto questo sia seccante; gente che, usando onestamente intelligenza ed esperienza, sa far notare a Greta e Miriam e tutti gli altri che sono andati in piazza i punti deboli delle loro posizioni: non per dire “io sono meglio”, ma per aiutarli a essere migliori. Di noi, ma anche – e soprattutto – di loro stessi.

    22/02/2019

    Qualche cosa che ho imparato scrivendo un libr(ett)o

    Filed under: — JE6 @ 16:00

    E quindi ho scritto un libro. Un libretto, diciamo: sono ottantasette pagine, due o tre sere con un occhio al Kindle e uno alla Champions. Scrivendolo e autopubblicandolo ho imparato alcune cose, che mi appunto qui come assicurazione sulla perdita di memoria.

    Non si rilegge mai abbastanza. La consapevolezza della cosa potrebbe indurre a decidere che rileggere è inutile ma ovviamente non è così; diciamo che più si rilegge e più pezze si mettono e meno buchi rimangono.

    Il risultato finale non sarà mai quello che volevi, e quello che volevi – anche se non lo vuoi ammettere – è quello che aspettavi di trovarti fra le mani. Anche qui, tutto sta a far pace con se stessi: era il meglio che potevi fare? Ovviamente no, quanto meno potevi rileggere una volta di più; hai fatto del tuo meglio nel mettere in ordine le idee e scriverle? Se sì, allora va bene così. Per il nuovo Infinite Jest, ritenta e (forse) sarai più fortunato.

    Con un numero spettacolarmente basso di copie vendute si raggiungono posizioni spettacolarmente alte nelle classifiche categoriche di Amazon, almeno per qualche giorno. Se si è il giusto tipo umano, è una cosa della quale ci si può bullare con gli amici al bar (posto che i vostri amici abbiano consuetudine con ebook, annessi e connessi: altrimenti lasciate perdere) (anzi, lasciate perdere e basta).

    E’ una cosa divertente che forse farai ancora, ma più probabilmente no.

    Anche se sei uno di quelli che scrivono con facilità, di quelli che al liceo facevano il tema subito in bella, scrivere bene è una roba per pochi. Ma pochi davvero. E tu non sei di quelli, con ogni probabilità.

    Ci sono pochi modi così efficienti ed efficaci per mostrare al mondo che sei dotato di un ego piuttosto sviluppato come autopubblicare un libro: perché mai uno dovrebbe mettersi a nudo in pubblico se non, essenzialmente, per esibizionismo? E’ meglio ammetterlo subito, partendo mettendosi davanti allo specchio.

    Il libro vero è quello che non hai scritto.

    12/02/2019

    Chernobyl, una mattina d’estate

    Filed under: — JE6 @ 09:04

    Lo avrete sentito anche voi, che un libro ormai non si nega a nessuno. Così una sera, tornato da Chernobyl, ho passato un paio d’ore tra Wikipedia e Google, rendendomi conto di quante somiglianze ci fossero tra i fatti dell’Ucraina e quelli di un pezzetto di Brianza a venticinque chilometri dal mio divano. Allora ho pensato di scrivere qualcosa, il racconto di un viaggio e un pezzo di storia di famiglia. Questo.

    PS – Nessun albero è stato maltrattato per la realizzazione di questo libro. Così, ci tenevo a dirlo.