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9/3/2010
Sono le due di notte quando, avendo rinunciato a prendere sonno, mi alzo, apro le tende e guardo fuori dalla finestra. La via, strangolata dal traffico dall’alba a sera inoltrata, è vuota e muta. Giusto una macchina e uno scooter parcheggiati. In un angolo del lungo portico che costeggia la stazione un corpo si gira sotto una grossa coperta rosa. In un altro anfratto, tre persone spostano cartoni e stracci e scatole. Qualche ora fa faceva freddo, provo a immaginare quanto possa esserlo adesso. Finalmente trovano un accordo sulla sistemazione comune. Torno a letto, scrivo una decina di righe; penso che qui dentro dovrebbero regolare meglio il termostato.
7/3/2010
Leggendo l’intervista a Gustavo Zagrebelsky mi chiedevo se chi sta massacrando a puntino le basi della democrazia – quella che abbiamo conosciuto, quella che ci hanno fatto studiare – lo stia facendo seguendo un piano preciso, un pensiero articolato, una linea teorica che si trasforma in coerente azione pratica; oppure se lo stia facendo seguendo l’istinto, una specie di idea primordiale di come debbano andare le cose della vita sociale. Un’opinione precisa non ce l’ho, ma temo che la seconda opzione sia quella più probabile – e in fondo quella più terrificante.
Repubblica
“Non disturbi mai”, ti dice. E sai che non è una frase fatta: lo senti dalla voce, dalla sua semplice, serena e normale contentezza nel sentirti, dall’assenza di sforzo nel trovare le cose giuste da dirti – che a volte sono semplicemente il tempo che fa, o il film che daranno stasera. Ci puoi contare sempre, non importa quale sia la distanza che vi sta in mezzo, sa di te senza che tu dica nulla, e nel tuo “grazie” trova tutto ciò che tu hai provato a metterci dentro sperando che ne venisse fuori almeno un po’. Ognuno nella vita dovrebbe avere almeno una persona così, e se ne dovrebbe prendere cura, perché le fortune vanno meritate, e custodite.
Mi piace pensare che un giorno non lontano potrò passare due ore con una persona senza che questa invii sms, risponda a mail, aggiorni status e commenti thread. Mi piace pensare che un giorno non lontano sarò capace di fare altrettanto.
6/3/2010
A me pare che uno degli aspetti più devastanti di quest’ultima piroetta imposta alla vita sociale del disastrato paese che abitiamo sempre più distrattamente sia il far passare l’idea che la cosiddetta forma non sia una parte – fondamentale – della cosiddetta sostanza. Che la forma non sia essa stessa sostanza.
5/3/2010
Pierluigi Bersani compra cravatte di seta e spermaceti, altrimenti non si spiega perché abbia sempre – sempre – il nodo molle.
Diceva il vecchio Ray che le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è bene che siano quelle giuste. La cosa strana è che a volte noi eruditi del terzo millennio, quelli che leggono il New Yorker e guardano le serie americane e sanno usare i congiuntivi e hanno un vocabolario fatto del doppio delle parole ci ritroviamo a usare quelle che vengono dette e pensate e scritte dalle casalinghe di Voghera, da quelli che leggono “Di più” e guardano Ballando con le stelle e il futuro anteriore non sanno cosa sia – semplicemente perché sono le uniche che ci stanno, che hanno senso: perché le cose banali sembrano forse povere, ma non per questo sono false.
4/3/2010
Ogni giorno che Dio manda in terra passo davanti alla vecchia casa, quella che abbiamo venduto tre anni fa, quella dove abbiamo passato dodici anni e spiccioli della nostra vita. Se non esco posso vederla affacciandomi alle finestre della sala, perché ci siamo spostati giusto di qualche centinaio di metri, a portata di occhio. Ha le tapparelle sempre abbassate, come se fosse disabitata; abbiamo chiesto agli amici che ancora abitano in quel palazzo se è davvero vuota, e ci hanno detto di sì, ci hanno detto che non ci abita nessuno. “Mi piaceva la nostra casa, un po’ mi manca”, mi ha detto questa mattina mia figlia mentre la accompagnavo a scuola. “Era la nostra casa”, le ho risposto. Era una cosa viva, piccola e labirintica, ma viva. Immettendomi nel vialone, quello lungo il quale stanno edificando nuovi palazzi, quello dove i Testimoni di Geova hanno costruito la loro Casa, pensavo a questi giorni dove il mio corpo ha ripreso a parlarmi – e quel che mi dice non è bello – pensavo al nostro vecchio appartamento come, appunto, a un corpo parlante, e ci pensavo con affetto e nostalgia; poi ho riascoltato il mio stomaco, il mio petto, e mi son detto che il silenzio può essere una gran bella cosa.
3/3/2010
Tutto quello che voleva fare era spegnere il cervello. Non pensare più, non sentire più nulla. Prese un libro dalla pila che teneva sul pavimento, vicino al letto. Prese anche un dvd, una serie inglese della quale gli avevano parlato bene. Preparò tutto, il libro il dvd e la birra fredda. Si sedette sul divano, schiacciò il tasto Play e si concentrò. Diede un’occhiata allo schermo del palmare: nessun messaggio, nessuna mail. Tornò a concentrarsi, sforzandosi un po’ di più. Diede un’altra occhiata allo schermo del palmare: nessun messaggio, nessuna mail. Schiacciò il tasto Stop. Spense il telefono, che per quella sera sarebbe stato inutile. Si avvicinò alla grande finestra del salone, e si fermò a pensare – ciò che non avrebbe voluto fare, ciò che non avrebbe dovuto fare. Quando sentì il respiro iniziare a venir meno, aprì la finestra. I ragazzi del quarto piano passavano “Comfortably Numb” a tutto volume, e lui guardò verso il basso.
A un MinistrodellaRepubblica che dice “non risponderemo delle nostre azioni” verrebbe voglia di rispondere “nemmeno noi“. Poi vediamo, eh.
2/3/2010
I muri sono coperti di disegni che riproducono i grandi classici Disney. Il corridoio è immerso in un silenzio rotto ogni tanto da uno scoppio di pianto dirotto e disperato; dalle camere escono madri sicure con il volto indurito di chi sa di avere un lavoro da fare, qualunque esso sia e qualsiasi sia il prezzo da pagare per farlo. Ogni tanto si muove qualche uomo che va alla macchinetta del caffè, o all’edicola, o al supermercato dell’ospedale – i posti dove non si vedono siringhe e tubicini e provette e cartelle cliniche. Nella sala giochi una volontaria dai capelli bianchi e ordinati sorride alla bambina bionda, le chiede il nome, da dove viene e se vuole giocare con quella specie di pongo profumato: la donna è il ritratto della buona, vecchia, solida borghesia milanese, il dovere fatto col cuore, ha gli occhi azzurri e sereni, che contrastano con quelli scuri e spenti dell’uomo che le siede accanto, una copia di Repubblica appoggiata sulle ginocchia e la solida sensazione di essere la persona sbagliata nel posto giusto. L’uomo guarda la bambina, accenna un sorriso, allunga la mano per accarezzarle la testa; lei restituisce in fretta il sorriso e si mette a giocare con la signora dai capelli bianchi. Una dottoressa si ferma sulla soglia della sala giochi e chiama un nome.
1/3/2010
“La gente ha troppo tempo libero”.
[Sue, da qualche parte su FF]
28/2/2010
La cosa fantastica dei social network è l’immane quantità di conversazioni private che ospitano.
27/2/2010
La coppia cammina sul marciapiede, con il passo ansioso dei milanesi durante la pausa pranzo. E’ una giornata di sole, fa caldo, lui ha un mezzo sorriso dietro gli occhiali da sole, lei canticchia una canzone ascoltata pochi minuti prima in macchina. Mentre attraversano l’incrocio, lei estrae dalla tasca il palmare, lo guarda, per qualche secondo scrive veloce senza mai cambiare espressione. Continuano a camminare guardando distrattamente le vetrine dei negozi che separano l’ufficio dal bar dove tutti i giorni vanno a mangiare. Mentre lui sta per dire qualcosa – una frase qualsiasi – lei riprende il palmare, legge, sorride, scrive veloce, rimette il telefono in tasca, guarda lui e gli regala un sorriso. Lui non dice nulla, le cede il passo all’entrata del bar, vanno a sedersi, ordinano. Scambiano quattro chiacchiere, un po’ di lavoro e un po’ personali; il cameriere mette sul tavolo le due insalate e le due bottigliette di acqua minerale naturale. Lei dà un’occhiata al palmare che ha appoggiato sul tavolo, vicino al bicchiere; distoglie gli occhi, le passa un’ombra sullo sguardo. Lui sospira, mangia in silenzio. Lei riguarda il palmare. Lui, senza averne bisogno, tira fuori il suo – guarda il display, controlla la posta, lascia un commento che avrebbe potuto scrivere mezz’ora dopo. Finiscono di mangiare, lei lo guarda, sorride e gli chiede se, dato che hanno una decina di minuti ancora a disposizione, ha voglia di fare quattro passi per andare a bere un caffè più buono di quello che fanno in quel bar. Lui ringrazia, e le risponde che ha un documento da consegnare assolutamente entro le quattro del pomeriggio.
La vita è strana, davvero. Perché capita che le strade di persone che non si sono mai incontrate fisicamente finiscano per dividersi – o almeno per allontanarsi – quando queste decidono di seguire social network diversi. Reti diverse, relazioni diverse. Vite diverse, alla fine.
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