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    19/5/2015

    Il lusso degli altri

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:03

    Ieri mi hanno fatto fare un giro nelle suites di un albergo che verrà. Un albergo con tante stelle, che sta in un posto molto, molto bello. Almeno per me, si intende: de gustibus eccetera. E’ strano avere a che fare con il lusso degli altri, perché a pensarci bene il punto non è il lusso – cioè quell’insieme di cose che tu non puoi permetterti – ma sono gli altri. Non so chi spenderà qualche migliaio di euro a notte per quei letti, quegli schermi, quelle poltrone, quelle docce, quei colori: posso immaginarlo, parlando di categorie sociali, ma non li conoscerò. E questo me li renderà sostanzialmente accettabili, perché indifferenti nella loro lontananza. E’ il lusso di chi conosci, quello che ti mette davvero alla prova: ieri passavo tra queste camere provando quasi null’altro che ammirazione, la stessa che avrei provato davanti, non so, a un magnifico quadro del Seicento olandese; ma non sono così sicuro della nobiltà delle mie sensazioni se una di quelle porte mi fosse stata aperta da qualcuno di conosciuto, di più o meno vicino alla mia vita. Il fatto è che tutti vogliono viaggiare in prima, ma i posti si esauriscono in fretta.

    Poi, tornando a casa in metropolitana, mi chiedevo se quello che avevo visto era davvero “bello”: in che senso, secondo quali parametri, e se questi sono abbastanza corrotti da farmi dire ooohhh davanti a qualcosa di cui non sono più capace di riconoscere la eventuale pacchianeria. Ma nessuno è buon giudice di se stesso, e ho lasciato perdere – faceva fin troppo caldo per certi pensieri.

    10/5/2015

    E però, il leggere

    Filed under: — Sir Squonk @ 22:16

    Ieri ho passato buona parte della giornata con i miei: succede, quando pezzi di famiglia si riuniscono per i funerali. Tornando dalla Toscana mia mamma ha tirato fuori il Kindle cercando qualcosa di nuovo da leggere – i nostri viaggi, da buoni nuragici, non sono esattamente all’insegna della conversazione torrenziale. E però, il leggere. Non ho moltissimi ricordi di quando ero piccolo, diciamo il minimo sindacale. Ma il primo, e nitidissimo, ha proprio a che fare con lei, con mia mamma, e con delle pagine da sfogliare. Lei sta lì, seduta vicino a me che avrò quattro anni, e mi sfoglia e mi legge un Topolino. Ne posso quasi sentire la voce. Mi piace pensare che un po’ di cose mia madre me le abbia insegnate, ma mi piace quasi di più credere che una cosa l’abbia seminata – il piacere di leggere, appunto – e poi l’abbia innaffiata e coltivata ogni giorno che abbiamo passato insieme, senza forzarla, accompagnandola silenziosamente come si fa girando una pagina dopo l’altra: che è quello che le ho visto fare sempre, tutti i giorni, l’ho sempre vista leggere, quasi qualunque cosa, i libri in milanese di Carlo Porta – lei che veniva dalla Sardegna più profonda e lì riusciva a capire l’anima e la cultura dei vicini di casa che l’avevano accolta come una figlia e che erano i prototipi degli ambrosiani veri, quelli col cuore in mano come nel più trito dei cliché – e romanzi e il quotidiano e non so cos’altro ancora. Ci siamo scambiati un po’ di titoli mentre salivamo sulla Cisa, hai letto questo, sì, e quest’altro, sì, chissà cosa ci trova la gente in quello lì che era da Fazio l’altra sera, prova Soriano, va bene, poi ci siamo fermati per un caffè e poi siamo arrivati a casa e poi mi sono seduto sul divano a riposare un po’, in compagnia di un Primo Levi che chissà, senza mia mamma e la sua quinta elementare non sarebbe mai stato così importante per me.

    4/5/2015

    Pulizie di primavera (le cose, a volte, sono semplici)

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:12

    Ieri ho fatto una cosa che ha sorpreso anche me (e soprattutto la mia schiena con relativa ernia: durante l’ultimo paio d’anni abbiamo avuto un rapporto complicato, per così dire): ho preso la metro, sono andato in Piazzale Cadorna, mi sono fatto dare un paio di guanti, una tuta, un raschietto, poi ho seguito il corteo che guidato dal sindaco è arrivato fino alla Darsena, all’altezza di via De Amicis sono tornato indietro e mi sono unito a un gruppo di ragazzi che si era messo – come centinaia di altri – a pulire un pezzo di muro riempito di scritte No Expo e per un’ora ho sudato sopra quindici centimetri quadrati di marmo. Di manifestazioni in vita mia ne ho fatte pochissime, e paradossalmente in età matura: ai tempi in cui entravamo a scuola passando fra sei celerini armati di tutto punto i cortei per piazza Fontana o per Fausto e Iaio me li saltavo senza grandi rimpianti: non mi ci trovavo: non nelle idee, ma nel modo di fare, di esprimerle. Camminando lungo via Carducci mi era ben chiaro che stavo facendo una serie di cose discutibili: stavo partecipando a uno spot del sindaco, con la sola consolazione che a oggi quest’ultimo risulta dimissionario e quindi lo spot stesso va a costruirne la fama imperitura ma non la rielezione, stavo camminando insieme ai radical chic alla Vecchioni, stavo contribuendo a rafforzare il primato del centro sulle periferie, mi stavo unendo al coro della devastazione sapendo che le devastazioni vere hanno altra intensità, e cose del genere. E allora perché stavo lì? Perché le cose, a volte, sono semplici: perché c’è qualcosa che, con tutti i suoi difetti, è e senti come casa tua. E per casa tua fai tante cose: tra queste, la pulisci quando è sporca; a maggior ragione quando qualcuno viene da fuori e la sporca e la rompe senza ragione (ma anche se una qualsiasi ragione la avesse). E’ un gesto piccolo, al quale non dai nessun altro significato se non quello più evidente: un po’ di cura per qualcosa a cui tieni. Un gesto che non cancella gli altri problemi di quella casa, gli infissi scrostati, le file al “Pane Quotidiano”, le grondaie bucate, i campi nomadi: non li cancella e non li risolve. Ma un gesto buono in più per me è sempre meglio di un gesto buono in meno, anche quando farlo vuol dire correre il rischio di sembrare (e, chissà, essere) l’utile idiota: perché c’è qualcosa di buono “dentro” quel gesto, che ogni tanto conta almeno quanto il suo risultato concreto: non sono sicuro che ieri non abbiamo fatto dei danni, non c’era nessuno che ci diceva se quel pezzo di muro sul quale ci accanivamo lo stavamo danneggiando più dei Black Bloc. Ma sono sicuro che abbiamo fatto qualcosa di buono per la città nella quale viviamo e abbiamo fatto qualcosa di buono per noi stessi, qualcosa che ci ha fatto ricordare che certi gesti dovremmo farli più spesso e no, ovviamente non parlo delle pulizie di primavera. Alla fine c’è il rischio di rendersi conto che il benaltrismo serve a ricordare l’esistenza di tanti altri grandi problemi ma anche a darci una comoda scusa per fermarci un passo prima, c’è il rischio di rendersi conto che non è così difficile fare una piccola cosa buona, c’è il rischio di vedere con i propri occhi che le cose, a volte, sono semplici.

    1/5/2015

    Giorni come oggi

    Filed under: — Sir Squonk @ 21:40

    Vivo a due passi da Expo; e che i suoi lavori, ciò che li ha guidati, in alcuni casi ciò che li ha motivati in origine non fossero di gradimento di molta gente, per usare un eufemismo, è una cosa che so bene. Per dire, io e tutti quelli che vivono nella manciata di vie che costruisce il mio quartiere abbiamo visto per nove mesi dodici poliziotti comandati a presidiare ventiquattro ore su ventiquattro i cantieri delle vie d’acqua proprio perché quello era un lavoro preso a simbolo di tutto ciò che di questa manifestazione non andava a genio a tanta gente. Ci sta, non si può essere tutti d’accordo: ci hanno insegnato – con ragione – che il 100% di consensi non esiste in natura, e che è un bene che sia così. Ci hanno anche insegnato che uno dei valori del nostro modo di stare al mondo è quello di dare voce a tutti, ed è quello che, talvolta turandoci il naso, cerchiamo di fare tutti i giorni. In modo imperfetto, ci mancherebbe. Ma ci proviamo. Oggi a Milano c’è stata una manifestazione – si dice che fossero ventimila persone: tante? poche? in fondo non importa – di protesta contro Expo. Una manifestazione come molte altre che sono state fatte in questi anni e in questi mesi: un diritto, che come tale è stato garantito, autorizzando spazi e mettendo in strada centinaia di poliziotti e carabinieri che controllandola la proteggessero e viceversa. E’ stato per garantire questa manifestazione di protesta che si è permesso ai Black Bloc di fare quello che hanno fatto e che abbiamo visto e sentito: non poteva essere diversamente. Succede sempre così, ed è giusto che succeda. E’ giusto che si continui a rischiare pezzi di sicurezza e di incolumità per non perdere qualcosa di più importante: una certa idea di libertà, della quale siamo spesso inconsapevoli, e il rispetto per noi stessi come società. Dove stia il limite, fino a che punto ci si debba spingere per consentire l’espressione di tutti questo non lo sa davvero nessuno. Non è definito, anche se questo non vuol dire che non esiste. Ogni giorno proviamo a definirlo, e pure questo fa parte del gioco, ne è parte integrante. Cambiando idea ogni giorno, va detto. E pure questo, eccetera. C’è un valore in questo, proprio in questo decidere e tornare indietro sulle nostre decisioni. Così guardiamo alle macchine incendiate con la rabbia sconsolata di chi sa che quello è un prezzo che non possiamo evitare di pagare; se il prezzo sia troppo alto non si può dire, perché appunto non sappiamo dove fermare l’asticella. Ognuno ha la sua opinione in merito, e ha il diritto di esprimerla. Anche quando dice ah ma se fosse per te allora oggi si potrebbe rifare la Diaz, mostrandosi in tutta la propria ineffabile disonesta pochezza. Funziona così, funziona che forse è proprio in giorni come oggi che dovremmo essere più orgogliosi di ciò che siamo.

    27/4/2015

    Le cose e i ricordi

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:09

    Non avevo in programma di andarci, e infatti non ci sono andato per davvero. Nella manifestazione di Milano per il 25 aprile mi ci sono trovato dentro per caso, e ne ho approfittato per risalirmi tutto il corteo, dalla coda al capo, camminando mentre questo restava fermo in attesa dell’ordine di partenza. Non ho visto le violenze di cui ho letto, ma ho visto le bandiere dei sindacati con i cartelli “[nome fabbrica] non si tocca”, i furgoncini con gli striscioni “Antifascisti anticapitalisti”, le bandiere con le stelle di David e i cartelli “Sionismo=nazismo”, le bandiere siriane, quelle del PD, le falci, i martelli, tutta la rappresentazione familiare di un pezzo di società alla quale mi pare in qualche modo di appartenere anche se non saprei dire né come né perché né, soprattutto, se ci appartengo veramente. Ho visto moltissima gente della quale non starò a dire se sembrava felice perché il punto non è quello, quella che mi è parso di vedere era una grande folla fatta di tanti gruppi diversi, parecchi dei quali avrebbero gradito che altri gruppi non fossero lì ma mille miglia lontani: e certo, la gran parte di quei gruppi, la gran parte di quelle persone – anch’io, che stavo lì in fondo per caso – erano in strada grazie all’evento che si commemorava ma non più per commemorarlo. Che forse è il destino delle cose umane quando passa tanto tempo, la consunzione delle cose e quella dei ricordi e chissà cosa viene per prima, se quelli o quelle altre, come le uova e le galline, e chissà se tutto questo serve ancora fatto così, come lo stiamo facendo ancora adesso, senza avere idea di come farlo diversamente.

    16/4/2015

    Giungla

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:45

    Leggo il titolo, dice “La giungla delle fondazioni politiche”, poi vedo che questa giungla è fatta da nientemeno che sessanta liane e penso va’ che vita d’inferno faceva Tarzan.

    14/4/2015

    Sulla piccola vetrina

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:58

    E’ un piccolo negozio, fa riparazioni, mette a posto cerniere lampo, cose così. A guardarlo ti chiedi come faccia a resistere, a tirare la fine del mese mettendo in linea i denti di una zip. Poi pensi che forse aiuta stare in mezzo alle due fermate della metropolitana più trafficate del centro di Milano, e forse aiutano quei cartelli che si prendono metà della piccola vetrina, uno che riporta un pezzo del discorso di Pericle agli Ateniesi, l’altro un brano della Repubblica di Platone, forse in un giorno dieci persone si fermano a leggere e di queste dieci forse una pensa che sì, dai, quella borsa posso ancora farla rimettere a posto, poi hai un attimo di lucidità e in quell’attimo realizzi che quei rettangoli di carta non hanno l’aria di richiami, di specchietti per le allodole, stanno vicini a ritagli di giornale che raccontano dei casi di corruzione per l’Expo e d’altra parte, seriamente, tu ti faresti riparare una cerniera perché uno ti legge un pezzo di Tucidide su cos’è la democrazia – ed è in quel momento, nel momento in cui stai per seguire l’onda stabile e sicura del disincanto quotidiano che ti fermi per una frazione di secondo e immagini, anzi speri che quell’uomo che vedi là dietro il banco del piccolo negozio che fa riparazioni e che si vede passare di fronte decine di migliaia di persone ogni giorno senza che una sola si fermi abbia attaccato quei cartelli senza alcun fine che non sia quello di rendere un po’ migliore il posto dove vive, e in quel momento vorresti avere una cerniera rotta, una borsa da non scartare, e entrare.

    10/4/2015

    Così perfetta da non sentirla

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:39

    Chissà dov’ero, e cosa stavo facendo. Perché è primavera e fa caldo, di quel caldo un po’ malato da città, che è quasi sempre troppo – sarà la giacca, la borsa con il portatile, l’asfalto, non so. Però fa un po’ troppo caldo e questo significa che probabilmente è già passato quel momento che è il momento migliore di tutta la primavera, e forse dell’anno, l’istante preciso in cui sei all’aperto e hai le maniche rimboccate e ti rendi conto che la temperatura è perfetta, così perfetta da non sentirla. E’ un istante che dura niente, e nel mentre di quel niente stai facendo altro, stai parlando, stai guardando il telefono, stai bevendo una birra; ma a volte, raramente, te ne accorgi, ed è una cosa che vorresti dire agli altri, madonna senti che bello, oppure no, vorresti stare in silenzio e sentirlo tutto quell’istante, fino a quando qualcuno ti chiama, il pane lo affetti tu, ricordati la riunione di lunedì, fino al prossimo istante, l’anno che verrà.

    31/3/2015

    (Brother) Where art thou

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:17

    Fa’ la cosa giusta, dice, come se io lo sapessi, come se io potessi saperlo cos’è la cosa giusta, come se non avessi il dubbio che la cosa giusta non sia altro che la cosa che vorrei, come se non temessi che la cosa che vorrei resti bella per i primi cinque minuti e poi puff, come se non pensassi, almeno ogni tanto, che le cose vanno come devono andare e le persone pure, come se non cercassi di non sentire l’ansia della clessidra, tutto il tempo che passa da una parte all’altra e tutto il tempo che sparisce fino a quando non ce n’è più, fa’ la cosa giusta, dice, ma a me basterebbe tornare un po’ indietro, un anno, cinque, non lo so, tornare a sentirti parlare, a sapere come stai e a non chiedermi se è la cosa giusta, perché è la sola cosa possibile.

    23/3/2015

    Opera Buffa

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:02

    Anni fa mi resi conto, leggendo uno studio, che facevo parte di quel cinquanta per cento di soggetti che se prende in mano una rivista o un quotidiano inizia a sfogliarla dal fondo; penso che a questa mia abitudine non fosse estraneo il posizionamento delle pagine sportive e degli spettacoli, che sono le prime che leggo a meno di undicisettembri. Perché per leggere Crosetti uno debba arrivare ancora oggi a pagina quarantasette è una cosa che sfugge alla mia comprensione: e non perché Crosetti sia imperdibile sempre e comunque, ma perché scrive (lui e molti altri che fanno il suo mestiere) di cose e persone che quasi sempre dicono di un paese e di un tempo almeno quanto viene fatto da politici e megamanager. Un giorno si capirà che Madonna e Michael Jordan sono storia e cultura e identità allo stesso modo di Hopper e Nixon, che Puskas nella storia dell’Ungheria non è secondo a Liszt e in quella della Spagna a Goya, un giorno si riscriveranno i sussidiari e Crosetti andrà in pagina due, e sarà sempre troppo tardi.

    21/3/2015

    Le previsioni danno pioggia

    Filed under: — Sir Squonk @ 19:07

    Siamo lì che costeggiamo una sopraelevata, gli aerei che atterrano e decollano sembrano vicini da poterli toccare, abbiamo finito gli incontri della giornata ma parliamo ancora delle cose da fare, di lunedì, non ti preoccupare che l’offerta la chiudo in treno tanto abbiamo tre ore da passare, siamo lì con mezzo piede nel weekend e tutto il resto ancora nella settimana lavorativa quando uno dice ma la primavera inizia oggi o domani e in quel paio di secondi che servono a elaborare la risposta mi viene in mente la festa della fioritura dei ciliegi a Shanghai, Gucun Park e le sue migliaia di alberi fioriti e la folla che camminava sull’erba col naso all’insù a guardare i colori nel primo giorno in cui si poteva stare in maniche corte e non avere freddo e non avere caldo, godendo quell’istante perfetto, fragilissimo e altrettanto breve in cui è tutto al suo posto, in quel paio di secondi la rivedo quella domenica a Gucun Park, mi volto e dico “domani, ma le previsioni danno pioggia”.

    11/3/2015

    La mamma, i sapienti, la sineddoche e il metodo Report

    Filed under: — Sir Squonk @ 09:03

    Mia mamma, come tutte le mamme, mi ha dato una discreta quantità di consigli. Molti, come tutti i figli, non li ho seguiti, ma uno sicuramente sì: stai attento alle compagnie. Naturalmente nei limiti del possibile, perché è bastato poco per capire che l’idea di essere l’unico artefice della mia vita era bacata come Windows Vista, e quindi c’erano parecchie cosette fuori dal mio controllo. Per dire, i colleghi mica te li scegli: arrivi in un’azienda, ti danno una scrivania, e chi c’è c’è, non è che puoi dire questa sì e quello no come ti pare. E però, sempre i colleghi, un po’ te li scegli: quelli con i quali ti fermi due minuti in più alla macchina del caffè, quelli che dopo un annetto allora ci fermiamo al bar qui sotto e beviamo qualcosa. Per dire, appunto. Gli ambienti, i microcosmi non sono quasi mai completamente imposti: al loro interno ti ci scavi la tua nicchia, e la riempi; o entri nelle nicchie altrui. A me, che non ho un Q.I. sopra la media, questa è sempre stata una cosa piuttosto chiara fin da quando avevo otto anni (no, in effetti non mi posso definire un bimbetto precoce), ed è rimasta tale da allora in poi. Evidentemente però non è così per tutti. Non lo è per una serie di sapienti che ho letto qui e là in questi giorni, quelli che parlando e scrivendo di un certo ambiente sociale non hanno trovato di meglio che ricorrere alla sineddoche e far diventare la loro esperienza quella di tutti considerandola l’unica e sola possibile: nicchie? microcosmi? Ma va là, ma ti pare, troppo complicato; come se nessuno, a partire dalle loro mamme, gli avesse mai detto di stare attenti alle compagnie che si sceglievano; come se nessuno li avesse avvisati che se la loro nicchia era rissosa, rumorosa, prepotente, tronfia il problema non era dell’universo mondo ma del fatto che si erano scelti male i compagni di viaggio, i colleghi con cui fermarsi due minuti in più alla macchina del caffè, che la risposta stava dentro di loro – e infatti era quella sbagliata. La cosa fantastica di tutto questo è che molti di questi sapienti nel tempo sono diventati persone importanti: insegnano all’università, hanno un biglietto da visita con su scritto Social Media Something, scrivono libri, disegnano articolate e talvolta retribuite strategie di conversazione sociale – che è un po’ come pagare per seguire un corso di public speaking tenuto da Rain Man, a ben pensarci – e quindi, che dire, in virtù del loro status bisogna pensare che hanno ragione loro. A me rimane il dubbio del metodo Report, cioè di quella cosa che ti sembra tutto ragionevole finché non senti la Gabanelli e i suoi parlare di qualcosa che tu conosci bene, e allora capisci un paio di cose: la prima è che fai meglio a cambiare canale, e in fretta; e la seconda è che, come sempre, aveva ragione la mamma.

    9/3/2015

    Elettori, tesserati, militanti (ma amici mai)

    Filed under: — Sir Squonk @ 18:04

    Avevo appena firmato il foglio con il quale chiedevo di essere ammesso all’ennesimo club degli eletti quando ho alzato gli occhi e invece della dolce e gentile Francesca che mi aveva assistito spiegandomi i vantaggi dei quali avrei goduto già nell’immediato futuro mi sono visto, in un’allucinazione stile 1984, il sorridente faccione del segretario del Partito democratico, quello eletto a furor di popolo nel nome del partito liquido e che un paio di giorni fa si è dato una pacca sulla fronte e ha detto: “Oh raga, secondo me qui dobbiamo far tornare ‘sto partito una roba per iscritti che abbiano la tessera in tasca”.

    Il resto è su Left Wing, quella di bit.

    2/3/2015

    Nel lungo periodo

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:55

    Forse ha ragione Chuck Klosterman quando dice che nel lungo periodo quelli che rimangono – quelli che lasciano davvero un segno, quelli che si scolpiscono nella memoria – sono i progressisti perché gli umani sono fatti per cambiare, e quindi in qualche modo è solo o almeno principalmente una questione di pazienza. Però ecco, è come l’orologio biologico, il tempo passa: e lo passiamo in un’epoca nella quale chiunque, pure Al Baghdadi, può definirsi e trovare qualcuno che lo definisce un progressista, non c’è un partito conservatore che non sia un paladino del cambiamento perché dai, lo sanno tutti che omen nomen è una cazzata; lo passiamo così il nostro tempo, navigando verso il lungo periodo, quello nel quale – diceva quel progressista – saremo tutti morti.

    24/2/2015

    Dove troviamo binari

    Filed under: — Sir Squonk @ 08:55

    Un paio di settimane fa mi sono ritagliato qualche ora di un weekend e mi sono riletto “La tregua” di Primo Levi. In questo caso mi serviva, dovevo recuperare alcune pagine (e quindi, già che c’ero, perché non rileggerlo per la quarta volta), ma a volte Levi lo riprendo per un semplice bisogno di pulizia, di serietà non triste, di guardare un uomo che sa essere per bene senza essere bigotto. A un certo punto sono cascato dentro una frase che ancora non mi capacito di non aver notato prima – c’è questo treno russo che si porta in giro migliaia di persone che non sai nemmeno come definire, non sono più prigionieri, tranne alcuni non sono soldati, sono dei profughi che la guerra ha mollato in un  buco della Russia bianca dove poco alla volta sono tornati a rendersi conto di essere vivi e quindi a sentire ancora più forte la mancanza della vita vera, quella che avrebbero voluto decidere di vivere senza sottostare a costrizioni e violenze; c’è questo treno che va, e si ferma, e riparte, va a sud e poi a nord, a ovest e poi torna a est senza una logica apparente, decine di vagoni pieni di uomini e donne e bambini spostati da un ubriaco sulla cartina geografica a dispetto di ciò che tutti vogliono, riattraversare l’Europa, ripassare il Brennero e tornare a casa; c’è questo treno fermo in una stazioncina in Moldavia o in Romania, da qualche parte che ora non ricordo, e loro, i profughi, vanno dal macchinista e gli chiedono dove sono diretti, quale sarà la prossima fermata, ed ecco quella frase, questo russo gigantesco e nero di carbone li guarda, sorride, allarga le braccia e dice “Dove andiamo domani? Non lo so, carissimi, non lo so. Andiamo dalla parte dove troviamo binari” che a me sembra la migliore descrizione possibile della vita, e di certo la più onesta; poi sì, forse pure una delle più desolanti se non hai abbastanza fiducia e pazienza, quella che serve a lavorare ogni giorno che Dio manda in terra per fare bene quello che devi fare, anche solo aspettare, per riattraversare l’Europa, passare il Brennero in senso inverso, e tornare a casa.