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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    04/06/2018

    Manifestazioni molto pacifiche

    Filed under: — JE6 @ 14:26

    (…) Insomma, vuoi per la comodità, vuoi perché oggi non voti Pd se non hai almeno una seconda casa a Varigotti, la piazza era piena di cloni di Nanni Moretti, faceva solo troppo caldo per la giacca di velluto a coste con le toppe sui gomiti. Come dire: non vinceremo mai con elettori di questo tipo. Che poi, cara Left Wing: piena. Piazza della Scala non è esattamente il Circo Massimo e se è vero come ci hanno detto dal palco che erano arrivati compagni (no, aspetta, come si chiamano adesso? Amici? Semplici conoscenti come quelli delle Sturmtruppen?) dal Veneto e dal Piemonte, dalle valli lombarde e dall’Emilia Romagna ecco, allora proprio tanti non eravamo. Ma non importa: pochi ma buoni, santocielo.
    E poi.

    Il resto qui, su Left Wing.

    14/05/2018

    La moneta di Prizren

    Filed under: — JE6 @ 11:41

    (…) Mi ero fermato in un locale per chiedere una birra, meritata dopo tre ore di guida lungo le strade e in mezzo alle montagne albanesi; avevo deciso di andare in Kosovo all’ultimo momento, per un buco del programma di lavoro che mi portava a Tirana, Durrës e Berat: per quanto ne sapevo, nella mia placida ignoranza, quella era una specie di ulteriore provincia albanese dotata di uno status giuridico non chiarissimo, né più ne meno che una dependance albanese. Invece il cameriere mi ha detto a brutto muso che non avrebbe accettato i Lek con i quali volevo pagare e che avrei fatto meglio a farmi cambiare quei pezzi di carta che lì, a una ventina di chilometri dal confine, non avevano alcun valore. Rapidamente ho capito che quella era la regola locale, che valeva senza eccezioni per i bar e i venditori di souvenir e i ristoranti e le decine di chioschi che si mantengono vendendo il servizio di fotocopiatura – apparentemente uno dei più richiesti dalla popolazione locale. Gli esercenti kosovari non volevano nemmeno usare la cortesia solita in Canton Ticino, quella di accettare il pagamento in euro a patto di poter dare il resto in franchi svizzeri. Così ho chiesto indicazioni, mi sono fatto dire dove stava il cambiavalute locale, ho costeggiato la riva destra della Bistrica, ho aperto il portafogli, ho tirato fuori il biglietto da 1000 Lek e ho aspettato l’equivalente in valuta locale. Che ho scoperto essere l’euro.

    Il resto qui, su Left Wing.

    08/05/2018

    Un pomeriggio al cinema

    Filed under: — JE6 @ 08:19

    Un giorno il buon Nando Dalla Chiesa, all’epoca nostro professore di sociologia, decise di farci vedere “L’albero degli zoccoli” nella versione originale, quella non doppiata, e di farci scrivere una specie di tesina al riguardo. Io ero tra quelli meno smarriti, perché quel dialetto – per quanto diverso dal milanese con il quale mi era toccato crescere – lo capivo: se non tutto, in buona parte, vuoi per vocabolario vuoi per contesto. Ma tutti coloro che venivano da sud del Po, ecco, le bestemmie di quel giorno sono indimenticabili. E’ che poi, alla fine, la gran parte di noi non sapeva bene cosa dire di quel film: figurati, l’aveva girato che c’era in giro Johnny Rotten e noi lo guardavamo mentre sparavano a Tarantelli, altro che civiltà contadina. E niente, finì che per non lasciare in bianco mi risolsi a scrivere non del film ma degli spettatori, di quel centinaio di non ancora ventenni messi di fronte a cascine e polenta e, appunto, zoccoli. “Bella idea” disse NDC. Forse dovrei riguardarlo, non so.

    10/04/2018

    Le finte della storia

    Filed under: — JE6 @ 11:00

    (…) È il momento in cui le sedici migliori squadre (su trenta che fanno parte della lega: una selezione talmente lasca da far pensare a un cedimento proporzionalista) si preparano alla parte più difficile della stagione, sfruttando gli ultimi possibili giorni di riposo e affinando gli schemi. A proposito di questi ultimi, ce n’è uno affascinante anche per i profani: si chiama backdoor e sostanzialmente consiste nella finta che il giocatore che dovrebbe ricevere la palla fa rispetto al difensore che lo ha anticipato bloccandogli il primo passaggio, per sgusciargli alle spalle e raccogliere la palla in vicinanza del canestro con una sorta di marameo. La reazione tipica dei difensori è un mix di irritazione e sconcerto, una cosa tipo ma come abbiamo fatto a farci uccellare come dei fessi in questo modo; negli spettatori, anche tra quelli che tifano per la squadra che ha segnato, si diffonde una sorta di compassione affettuosa nei confronti di chi se ne stava con gli occhi da lince fissi sul playmaker avversario, concentrato fino allo spasimo e sicuro di avercela fatta a bloccare l’azione d’attacco, che si gira e si ritrova gabbato senza aver capito come, e quando, e perché: ci siamo passati tutti nella vita, in fondo.

    Il resto qui, su Left Wing.

    09/03/2018

    Zia

    Filed under: — JE6 @ 10:23

    Abitava due piani sopra il nostro, aveva l’età di mio padre e perso una bambina che si chiamava col nome che molti anni dopo avrei dato a mia figlia. Ho passato non so più quante ore a casa sua, ascoltando il suo milanese rotondo e l’accento beneventano di suo marito. La chiamavo zia, come si fa con gli adulti che per i casi della vita diventano parte della esistenza di un bambino a dispetto dei legami di sangue; e come una zia mi seguiva, chiedeva notizie a mia mamma, si inorgogliva dei miei risultati scolastici. Non ha mai cambiato casa, così mi capitava di incontrarla, una volta adulto, quando andavo a trovare i miei, e mi sorrideva, e mi chiedeva con quel più di affetto e interesse che si ha per un pezzo di famiglia e per qualcuno che senza volerlo forse ti ricorda ciò che sarebbe potuto essere e non è stato: facevo giri di parole, mi sembrava strano e incongruo chiamarla ancora zia ma quello era e sarebbe sempre stata. E’ morta ieri, e poco prima ha chiesto di me e della mia famiglia a mia madre, che l’ha visitata tutti i giorni di questi ultimi mesi: stanno bene, stanno tutti bene, F è brava a scuola, ha detto mia madre, e lei ha sorriso e ha risposto orgogliosa “come suo papà, era bravo anche lui”. Dì una preghiera per lei, mi ha detto mamma ieri sera al telefono, ti ha voluto bene per tutta la vita, e io lo so, e spero che le sia lieve la terra.

    04/03/2018

    Il sol dell’avvenire

    Filed under: — JE6 @ 18:44

    C’era tanta gente oggi ai seggi, almeno quella mezza dozzina che ho visto io. E’ bello, ho pensato, è bello che nonostante tutto – o forse proprio a causa di questo tutto – siano ancora in tanti a pensare che votare sia una cosa utile e importante. Poi ho realizzato che di cinque persone che vedevo quattro votavano – beh ci siamo capiti. E’ che non si può avere proprio tutto dalla vita.

    04/02/2018

    Nessuno

    Filed under: — JE6 @ 13:40

    E’ agosto, e stiamo tornando da Chernobyl. Guardo fuori dal finestrino. Sono sfinito, e al tempo stesso vorrei tornare indietro, subito, a vedere ciò che non abbiamo visto e rivedere tutto il resto. Mentre fuori passano girasoli e case col tetto di paglia e autobus precari cerco di capire quello che ho visto e cosa mi ha lasciato dentro, ma so che non è questo il momento, è troppo presto, è troppo vicino, mi devo fidare della formidabile capacità della memoria di distillare ciò che veramente conta: come diceva Marquéz, la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda; poi lui aggiungeva: e come la si ricorda, per raccontarla; ma questa è un’altra storia. Mi volto verso Ermanno, con il quale ho condiviso per due giorni la camera di Chernobyl e questa ultima fila dello Sprinter, e lo vedo perso nel torpore della stanchezza e della batteria del telefono ormai scarica. Allora chiudo gli occhi anch’io ed è in quel momento che ritorna a galla una scena che, anche se non lo so ancora, mi accompagnerà per un sacco di tempo. Ci siamo tutti e nove, messi a semicerchio davanti a Igor, dentro la torre di raffreddamento. Qualcuno gli ha chiesto quale sarà il destino, cosa ne faranno di questo posto che ha la stessa indefinibile maestosità di una cattedrale medievale e la stessa mancanza di futuro di un giocattolo rotto, e per una frazione di secondo, prima di rispondere, abbiamo potuto vedere che gli è passata sul volto l’espressione di quello che si chiede se sei veramente così cretino da aver fatto sul serio quella domanda. Ma è stato un lampo, un soffio: poi Igor ha risposto con una sola parola, ha detto “nulla”. Come nulla, Igor, cosa vuol dire nulla? Vuol dire, ci spiega tranquillo e serio e rassegnato, che non possiamo fare nulla, perché l’Ucraina ha le casse vuote ed è in guerra anche se non dichiarata e si tiene a galla solo con i fondi che arrivano in qualche modo dall’estero e insomma non abbiamo né soldi né persone né tecnologie, e anche se li avessimo guardatevi intorno, vedete quanto è grosso questo posto, sapete che qui siamo a due soli chilometri dalla Centrale e se facessimo implodere tutto quanto produrremmo un microterremoto che farebbe venir giù ancora la Centrale con tutto il suo arco splendente, pensate che sia possibile? Allora ha parlato uno per tutti, gli ha detto con un misto di incredulità e timore scusa Igor, ma non potrà rimanere tutto così per sempre, abbiamo visto i palazzi di Pryp’jat’ che vengono giù da soli, succederà la stessa cosa anche qui, cosa farete?
    Igor ha fatto passare lo sguardo oltre la barriera dei nostri corpi guardando verso l’esterno della torre di raffreddamento, dove c’è il sentiero che attraversa il sottobosco fino ai binari che portano al ponte sopra il canale dove nuotano i pesci gatto, dove c’è lo Sprinter parcheggiato con il muso in direzione di Kiev, bastava seguire i suoi occhi per vedere la strada verso casa srotolarsi come il filo che si deve usare per non perdersi nei labirinti, ha messo le mani nella tasca dei pantaloni della tuta e si è incamminato facendoci capire che era l’ora di andare, che dovevamo seguirlo, e ha detto “Non lo so. Non lo sa nessuno, cosa faremo”.

    (Non so se capita anche a voi di avere delle immagini che vi si stampano dentro, sul momento non ci fate tanto caso ma poi, mesi dopo, vengono fuori e poi lo fanno ancora, e ancora, quando avete la testa da un’altra parte e loro arrivano senza avviso né richiesta e non vi resta che accoglierle.)

    16/01/2018

    Rinnovi

    Filed under: — JE6 @ 13:01

    Qualche anno fa, per una serie di congiunzioni astrali sfavorevoli e buchi di memoria dimenticai di rinnovare questo dominio. Quando me ne accorsi passai una mezza giornata di panico, una cosa da oddio e adesso come faccio e sudorazione e contatto ansioso e compulsivo del customer care di Aruba (ok ok, Aruba, lo so). Ma era un altro mondo, questi accrocchi di post avevano un senso e forse addirittura un ruolo, ed esserci per tanta gente come me era importante, significava stare dentro un flusso che univa un sacco di persone diverse che altrimenti non si sarebbero mai incontrate nella vita (qualcuno pensava anche di farci soldi e/o di diventarci celebre, ma non starei a perdere tempo a sbertucciarli retroattivamente: diciamo che io e quelli come me non erano sfiorati da questa idea). Oggi, invece, quando per ironia della sorte non corro più il rischio di dimenticarmi i pezzi per strada perché ho un amico preciso ed efficiente che a tempo debito mi manda una mail (che normalmente si autopresenta come l’equivalente delle tasse e di quell’altra cosa lì che non si può proprio evitare) e mi mette al riparo dai danni del passare del tempo, sono abbastanza certo che non mi preoccuperei più di tanto se mancassi l’appuntamento: scrivo molto meno e spesso scrivo altrove, anche cose che semplicemente rimangono nell’hard disk e questo non è più il posto dove mettersi dentro e discutere e ritrarsi in modo più o meno fedele, dove esprimersi (mioddio). E’ la seconda casa, quella in campagna, ma una campagna anche un po’ sfigata, fuori mano, polverosa. E però ci hai passato così tanto tempo, quel tavolo con una gamba più corta l’hai comprato tu nel paese vicino, i quadri alle pareti li hai attaccati quando qui ci venivi così spesso da pensare che forse era questa la prima casa, la mattonella sbreccata e il lampadario e quei fogli rinsecchiti che stanno nei cassetti sono tutte cose tue che hanno valore anche se non valgono più niente, come l’aratro di Tom Joad la sera prima di partire per la California. Forse da fuori sembra insensato, ma in fondo non spendiamo forse dei soldi per tenere un piccolo loculo dove riposano i nostri cari, e una volta ogni tanto andiamo, portiamo i fiori freschi, diamo una passata al marmo e sfioriamo la fotografia con un dito? Ecco, e quindi.

    21/12/2017

    Farsene un’idea

    Filed under: — JE6 @ 12:15

    Ho letto tanto quest’anno. E’ andata così, non ho fatto altre cose – guardare film, fare bricolage, parlare un po’ di più con la famiglia – ma ho fatto questa, ogni giorno. Quando leggi tanto trovi anche tante frasi memorabili; naturalmente non me le ricordo, ma le tengo segnate. Mi è rimasta in testa l’ultima: in quanto ultima, ma anche perché mi sembra che riassuma bene il perché leggo tanto. L’ha scritta Annie Dillard in un libro del 1982 che vale il tempo investito già per il titolo: “Teaching a Stone to Talk: Expeditions and Encounters“. La frase è questa, nella traduzione de “Il Post”: «Lo scopo di andare in un posto come il rio Napo in Ecuador non è vedere uno spettacolo straordinario. È semplicemente vedere che cosa c’è. Siamo su questo pianeta una volta sola, e tanto vale farsene un’idea». Credo che fosse Pavese a dire che alla fine il motivo fondamentale di leggere e scrivere e parlare con la gente è quello di capire come stiamo al mondo. E al mondo ci stiamo in tanti modi, ci stiamo bene e male, con dignità, con paura, con boria, in silenzio, urlando, andate avanti come credete, ci siamo capiti. Alla fine lo scopo è quello di vedere cosa c’è, di farsene un’idea; alla fine serve tutto, una figlia di Elizabeth Strout e un broker di Michael Lewis e un principe di William Shakespeare e un fisico di Carlo Rovelli; alla fine siamo su questo pianeta una volta sola, e tanto vale farsene un’idea.

    24/11/2017

    Progresso

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    C’è una cosa che mi capita spesso di pensare alla fine di certi libri – “La guerra del Peloponneso” di Tucidide, “Furore” di Steinbeck, cose così: mi capita di pensare che li leggiamo e la prima reazione che abbiamo è “guarda che modernità, sembra scritto adesso, questi ateniesi sembrano gli americani e questi Joad sembrano i migranti siriani”; ma il fatto è che non sono loro – Tucidide, Steinbeck, i loro libri – a essere moderni, siamo noi a essere rimasti fermi. Se dopo un secolo o due millenni e mezzo parliamo e pensiamo e agiamo ancora come quei contadini dell’Oklahoma (e i bravi cittadini californiani che gli danno fuoco alle baracche) o come quegli ambasciatori ateniesi nell’isola di Melo, siamo noi a essere “vecchi”. E la nostra idea di progresso, di una linea non necessariamente retta ma comunque continua che ci porta da A a B dove B è un posto migliore, che sta più in alto, dal quale si gode di una vista più bella. E invece spesso no, spesso siamo tali e quali ai nostri trisnonni, nel nostro nocciolo siamo come loro, passati dalla penna d’oca allo smartphone con scrittura vocale, gli inconsapevoli protagonisti di uno sfinente e gigantesco giorno della marmotta.