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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    08/01/2019

    Hanno comprato anche

    Filed under: — JE6 @ 14:10

    C’è una frase che mi sembra di sentire e leggere sempre più spesso: ho dato un’occhiata fuori dalla mia bolla, mi ha fatto paura (ribrezzo, orrore: è questione di misura, diciamo) e sono rientrato, adesso mi sento meglio. Lo dico e lo penso anch’io, intendiamoci. Soprattutto lo faccio. Frequento gente come me, parlo con gente come me, leggo gente come me. Oddio, capiamoci: cerco di frequentare e parlare con e leggere anche e a volte soprattutto gente migliore di me, ma il punto è che si tratta quasi sempre di persone che abitano quel pezzo di mondo nel quale mi sento più o meno a casa: una bolla, insomma; bella grossa (se non mi suonasse ridicolo per motivi estetici, direi che il concetto lo aveva già espresso Jovanotti, da Madre Teresa a Che Guevara: un pout pourri scalcagnato, ma i monetaristi di Chicago, i sovranisti di mezzo mondo e Houllebecq ne stavano fuori) ma pur sempre bolla. La vita è troppo breve e incasinata per avvelenarsi e perdere tempo dietro agli idioti dell’orrore mi dico, ma so che non mi faccio un favore; o meglio, lo faccio a me stesso ma non alla società, a quell’insieme di singoli come il sottoscritto che giorno dopo giorno rappezzano e rinforzano la loro bolla, a volte consapevolmente e a volte no.

    E a proposito di “a volte no”: qualche mese fa quelli dell’Economist si sono messi di buzzo buono e hanno analizzato gli acquisti di libri di stampo politico-sociale fatti su Amazon sulla base dei suggerimenti dati dalla stessa Amazon con il giochino del “i clienti che hanno comprato questo che stai considerando tu hanno comprato anche”. Beh, tu guarda la sorpresa: chi compra libri “di sinistra” continua a comprare libri “di sinistra” acquistati da altri, e chi compra libri “di destra” fa altrettanto da parte sua. Nessun cedimento, nessuna crepa: una bolla non più di sapone ma di cemento e poi di acciaio alimentata inconsapevolmente da uno strumento che certo ti rende la vita più facile – quelli che hanno comprato questo telefono poi hanno comprato anche questo caricabatterie, significa che è quello giusto, o quello col miglior rapporto qualità/prezzo – ma a lungo andare ti rende anche più sordo e cieco e stupido; è un meccanismo di efficienza spettacolare, lo aveva capito – quando ancora non esisteva – Stewart Brand, quello del “Whole Earth Catalog”, che diceva che era inutile ammazzarsi di fatica per trasformare la testa della gente con i ragionamenti e le idee, bastava cambiare gli strumenti usati giorno dopo giorno e tutto sarebbe venuto da sé. E’ semplice e funziona benissimo, perché la verità è che passiamo la gran parte della nostra vita con il pilota automatico innestato, facendo cose senza pensarci sulla base della comodità e dell’abitudine: gli altri clienti hanno comprato questo, basta un click e lo faccio anch’io e mi sono tolto il pensiero.

    Come se ne esce? Non lo so. Non so nemmeno se ne voglio e ne vogliamo uscire, non so se ho abbastanza fiducia nell’umanità – la stessa che contribuisco a comporre: quindi in me stesso – per pensare che dare un’occhiata e fare almeno quattro passi nel campo avverso non sia solo una possibile interessante esperienza sociologica ma una cosa giusta e buona in sé, una specie di dovere civico fondato sulla consapevolezza che la disponibilità a riconoscere l’altro è un mattone fondamentale della convivenza. C’è quel bottone, i tuoi hanno comprato questo, fallo anche tu. Click.

    04/01/2019

    Non è la fatica, è lo spreco

    Filed under: — JE6 @ 17:50

    Riguardo la foto, ingrandendola sullo schermo del telefono. Sono una decina, tutti poco meno che ventenni. Le loro famiglie sono venute dal Perù, dall’Ecuador, dalle Mauritius (“è un bellissimo posto, ma quello che vedete voi a noi è proibito; la gente come noi non può andare su quelle spiagge, lì ci stanno gli alberghi”), dallo Sri Lanka, e a risalire di un’altra generazione da isole vicine eppure lontane intere ere geologiche. Sono tutti nati qui, studiano altre lingue, a volte possono vedere paesi nei quali un tempo le loro famiglie sarebbero andate a cercare un lavoro, uno qualsiasi pur di riuscire a mangiare almeno una volta al giorno e dove oggi, magari costringendosi a mangiare una volta al giorno, cercano di mandare i loro figli semplicemente perché il mondo va visto.

    Non riesco a capire cosa sta dietro quei sorrisi su una spiaggia a gennaio, che cosa pensano, che cosa sperano. A volte le immagini ti dicono solo di quell’istante preciso quando in testa non hai nulla, nulla che non sia il piacere primordiale di stare con gli amici. Riguardo la foto e mi torna in mente un pezzo di ormai tanti anni fa, loro che dicono sarebbe bello ridere di noi, di tutto il tempo rubato al nostro tempo a venire e io, noi, quelli come me, quelli della mia età, quelli che li hanno messi al mondo e gli stanno bruciando la terra sotto i piedi e davanti agli occhi che ci guardiamo in faccia dicendo non è la fatica, è lo spreco che mi fa imbestialire, non è la fatica, è lo spreco.

    01/01/2019

    Cose

    Filed under: — JE6 @ 18:30

    Ho un sacco di cose in casa. Non da accumulatore seriale, ma ne ho tante. Come (quasi) tutti gli occidentali moderatamente benestanti. Cose, oggetti. Libri, soprammobili, divani, poster, fotografie, lampade, penne, giacche, borse, cd, telefoni. Cose, di ogni tipo. Piccole, grandi, nuove, vecchie, in buono stato, sbreccate. Mi piace averle: non per il possesso in sé, chissenefrega; ma perché quelle cose – non tutte, certo: non provo nulla di particolare nei confronti degli spazzolini da denti e del calzanetto – sono me. Le cose che siamo. Le cose che sono. Io non sono solo quelle cose, ma certamente sono anche quelle cose. E mi piace averle perché restano con me, e dicono quello che sono, e mi ricordano quello che ero: la memoria è un giocattolo che si rompe facilmente, più degli oggetti. La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda, e queste cose sono ricordi: e vita.

    26/12/2018

    Always on

    Filed under: — JE6 @ 17:54

    E’ la mattina di Natale. Controllo il telefono, scorro gli auguri, rispondo. Rimane una notifica. Guardo la preview: consigli su come usare al meglio un tool di fatturazione elettronica. Ora, sono abituato da fin troppo tempo all’always on, non più tardi di ieri mattina ho passato due ore quadrangolando con una inglese in Sudafrica, il suo capo portoghese a Londra e un partner a Bergamo – e forse me lo potevo risparmiare, almeno per non far suonare più ridicolo del dovuto il mio out of office; da una vita ho a che fare con clienti che – essendo, appunto, clienti – pensano che pagare una fattura giustifichi e consenta qualsiasi richiesta in qualsiasi momento e sempre durante la stessa vita ho capito che se hai a che fare con svedesi e tedeschi e inglesi e sloveni e cinesi dovrai imparare a ricordarti la Pentecoste e l’inizio dell’anno del cavallo e l’anniversario dell’incoronazione della regina e rassegnarti all’irrilevanza del Ferragosto. Ma Natale è Natale circa dappertutto, no? Natale è almeno una tregua, anche nella mangiatoia si son fermati un attimo a guardarsi in faccia e prendere respiro. E invece, i consigli per la fatturazione elettronica. Dice: era un invio programmato per un martedì, un normale giorno feriale, lavorativo, imposta la ricorrenza e via; lo so, succede, non è la fine del mondo, non ho aperto la mail, ho rimandato la mia edificazione professionale a un altro giorno, nessuno si è fatto male – poi guardo tutti quelli che hanno sentito la necessità di farci sapere che l’anno prossimo lavoreranno insieme e sicuramente raggiungeranno nuovi e scintillanti traguardi, che fra due settimane inizierà un imperdibile corso, che è stata pubblicata un’imprescindibile intervista sulle prospettive del distretto industriale, e non sono più così sicuro che nessuno si sia fatto male per davvero.

    19/12/2018

    In famiglia

    Filed under: — JE6 @ 09:36

    E così finisce che, per un caso del destino, in due giorni ti trovi a passare del tempo – tanto, poco: non conta così tanto – prima in una casa famiglia che ospita bambini che il Tribunale dei minori ha temporaneamente tolto alle loro famiglie e poi in un centro Sprar, uno di quelli che ospita e cerca di introdurre nella cosiddetta vita normale ragazzi in attesa dell’asilo politico. Non hanno molto in comune – età, provenienza, lingua, colore della pelle – se non una cosa, e però fondamentale: sono lontani, per chissà quanto, così tanto che nessuno vuole pensarci davvero, dalla loro casa e dalla loro famiglia. I bambini da quella casa e da quella famiglia sono stati tolti, nella speranza di toglierli da violenze e abusi e trovargli un futuro migliore di quello che sembrava disegnato. I ragazzi da quella casa e quella famiglia se ne sono andati, nella speranza di togliersi da povertà, guerre, persecuzioni e trovarsi un futuro migliore di quello che sembrava disegnato. E ora sono lì, a dieci o diecimila chilometri da dove sono nati e cresciuti, a cercare per quanto possono di fare una vita normale. Normale: né lavori da biglietti da visita pieni di parole inglesi né viaggi scintillanti né telefoni che sfamerebbero un intero villaggio, solo una casa con l’albero e le sue palline, una coperta colorata, un divano magari un po’ sfondato ma comodo, e qualcuno che ti sta vicino per davvero, che sei contento di vedere e salutare quando rientri dopo la scuola o il lavoro o la ricerca dello stesso, qualcuno che ti vuole bene, fosse anche per lavoro. Quello che vogliamo tutti, quello che dovremmo volere tutti non solo per noi stessi. Quello che abbiamo nascosto in bella vista sotto gli occhi e buttiamo via in nome di quanto è bello essere brutte persone che devono sopportare famiglie disfunzionali e falsi amici. Sono lì, e tu per un caso del destino (anche se poi i casi te li devi un po’ andare a cercare, te li devi costruire, te li devi forgiare) stai in mezzo a loro, loro che ti ringraziano per esserci e tu che non trovi le parole per dire che no, guarda, davvero, grazie a te, grazie a voi.

    07/11/2018

    Sotto le stelle del Messico a emigrar

    Filed under: — JE6 @ 14:13

    Avevo un giorno libero, prima di rientrare in Italia. Scesi nella hall e chiesi alla signora che stava dietro il banco della reception di confermarmi che a un paio di isolati avrei trovato la fermata del tram che portava da downtown San Diego al confine con il Messico e da lì, in cinque minuti a piedi, a Tijuana. Quella sbiancò in faccia, guardi che è pericoloso, non ha letto il giornale di oggi (l’avevo letto, sì: da qualche parte, non lontano, avevano ritrovato i corpi di 16 persone uccise nella millesima sparatoria tra bande di narcos: beh, ma io mica vado a cacciarmi in mezzo alle colline, mi ero detto). Io feci sì con la testa, le offrii il mio miglior sorriso e puntai di nuovo il dito sulla mappa della città che stava appoggiata sul bancone: è questa qui, giusto?, le dissi e lei ci mancò poco che mi tirasse uno schiaffo come una madre a un ragazzino disobbediente, prima di rispondere che sì, era quella lì. Non sono mai stato bravo a sorridere.

    Comunque arrivai al confine, scesi dal tram e passai quasi senza fiatare davanti a una pattuglia di marines messicani – li chiamano così anche loro, sarà per comodità – prima di avere l’impressione che in duecento metri tutti i colori sembravano essere diventati di colpo più forti e brillanti e saturi. A Tijuana passai mezza giornata, giusto il tempo sufficiente per poter dire oh, sono stato in Messico, mezza giornata che ricordo tutta con la stessa nitidezza di quei colori che poi tornavano a sbiadire una volta rimesso piede in California. Ai tempi quello era il confine più trafficato del mondo, almeno per i passaggi ufficialmente registrati – lo scrivevano pure sui cartelli in città come motivo di vanto. E’ che non c’era molto da vantarsi perché di quei cinquantaquattro milioni di movimenti in un anno ce ne saranno stati cinquantatrè in un senso e uno nell’altro, e indovina in che direzione andava il flusso vero, quello che a qualsiasi ora ricordava la carovana che da giorni si sta muovendo dal Messico verso gli Stati Uniti, quella che fa tanta paura a Trump. Ti mettevi lì, a cavallo della striscia di mezzeria, e guardavi. Di qua una macchina e due pedoni ogni tanto, di là una cosa riassunta in una frase fatta di cui avrei capito meglio il senso qualche anno dopo cercando di uscire vivo dalla fermata della metro di Shanghai di People’s Square, il fiume di persone. E, stando in mezzo, a cavallo di quella striscia di mezzeria, la chiara sensazione, la certezza che non puoi lottare (posto che tu pensi di doverlo fare: e no, in questo e in quel caso io non lo credevo) contro un popolo intero. Non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno, diceva Musil, e oggi, ripensando a quel giorno sulla linea di confine di Tijuana, non solo penso che avesse ragione: lo spero.

    12/10/2018

    The Game

    Filed under: — JE6 @ 08:56

    Non vi sarà sfuggito che qualche giorno fa è uscito il nuovo libro di Alessandro Baricco: che facciate parte del vasto gruppo di eternamente infastiditi dalla sua sola e semplice esistenza in vita o siate perdutamente innamorati della più bella coppia di avambracci della letteratura italiana (per quel che conta: io faccio parte della seconda categoria, arrivando alla perversione di non perdermi nemmeno una delle sue lectures e di apprezzare tutta la sua produzione, in particolare quella saggistica) difficilmente non vi siete imbattuti in una qualche forma di promozione di The Game – un banner, una manchette, un’intervista a Vanity Fair, un passaggio radiofonico da Massimo Giannini.

    Il resto qui, su Left Wing.

    04/10/2018

    La casa vuota della sinistra

    Filed under: — JE6 @ 15:46

    (…) sarà che quando si ha la sensazione di vivere tempi grami si cede più facilmente alla tentazione di saperne di più delle disgrazie altrui, sta di fatto che sono diventato un fan del genere letterario “instant book dalla Casa Bianca” – Michael Wolff prima e Bob Woodward poi, in attesa di qualcuno che attenda almeno il termine del primo (ma temo non ultimo) mandato di Trump per scrivere qualcosa che esca dal perimetro “rivista da sala di aspetto del dentista – libro di Travaglio scritto un po’ meglio di quanto farebbe Travaglio stesso”, magari inserendolo in un contesto storico più approfondito. Non voglio però darti l’idea che queste letture siano state tempo perso: qualcosa di buono si trova sempre (e d’altra parte, a essere sinceri fino in fondo, ci sono poche cose più interessanti di un buon pettegolezzo ben raccontato).

    Il resto qui, su Left Wing.

    31/08/2018

    Ci serve comunque un motivo

    Filed under: — JE6 @ 09:27

    I blog sono morti, ok, ma le loro tombe vengono ancora visitate e così ieri una signora è passata qui per caso e ha lasciato un commento su un post del 2013, una cosa su Giò Giò (che i milanesi della mia età dovrebbero ricordare bene) (non quello che ho scritto io, eh: Giò Giò) (era quel negozio in via Broletto, di fronte al murale di Armani, quello che noleggiava i cd) e ha scritto che lei è la sorella e la figlia di quelli lì, di quelli di Giò Giò e grazie per il ricordo e farà leggere il post a suo fratello che sarà sicuramente contento e niente, non scrivo più ma mi serviva un motivo per rinnovare il dominio.

    20/07/2018

    I’ll see you on the dark side of the moon

    Filed under: — JE6 @ 09:28

    Non so se vi è mai capitato di pensare a cosa avreste provato il giorno in cui un vostro piccolo sogno si sarebbe avverato. Sì, di sicuro lo avete fatto. Come sarà, cosa sentirò il giorno in cui mi troverò di fronte alla Statua della Libertà? Vai a sapere. E’ un lampo, un flash, ti trovi la foto davanti agli occhi e dici che bello, quanto vorrei essere lì e ogni tanto vieni come trafitto da quel pensiero – un giorno magari riuscirò a essere lì, a toccare con mano.

    E niente, erano passate poco più di due ore dall’inizio del concerto e io avevo già versato la mia buona quota di sudore e emozione e stupore – io e gli altri quarantacinquemila pigiati dentro il Circo Massimo in una sera d’estate. Tutto da copione, proprio come volevamo: la silhouette del palco stampata sul sole al tramonto, le enormi immagini in movimento su quel muro verticale da 50 metri di lunghezza, i pezzi famosi. Ma come sempre una folla così grande si crea per tanti motivi diversi – io sono qui per questo e tu per quello e lei per quell’altro. Non ricordo quanti anni avevo la prima volta che sentii “The Dark Side of the Moon”, probabilmente dodici o tredici. Non ho più smesso di ascoltarlo, ancora oggi ci sono dei periodi che arrivano così, senza motivo, nei quali si incolla allo stereo della macchina e non si stacca più, gira, gira, gira, a volte anche solo tre pezzi e solo quelli. E sono arrivati, senza preavviso nonostante sapessi la scaletta a memoria, Brain Damage e Eclipse, che per me sono qualcosa di prezioso, sono pure un segno di un modo di stare al mondo, un modo che è quello di prendere il tempo che serve, di scavare, di pensare in lungo e non saltare sulla spuma di cento esperienze al minuto cercando di metterle insieme senza riuscirci mai per davvero, sono arrivati e per qualche minuto, mentre là in fondo i laser disegnavano il prisma con la luce che entra bianca ed esce spezzata nei colori dell’iride, intorno non c’è stato più nessuno, nessuno a parte me e quella manciata di versi – I’ll see you on the dark side of the moon – e non era come me l’ero immaginato, non era né meglio né peggio, era quella cosa lì e basta, quella piccola cosa fra tante che aspettavi da una vita o poco meno e che per fortuna era arrivata senza preavviso, perché altrimenti che gusto c’è.