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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    13/02/2021

    Dove troviamo binari

    Filed under: — JE6 @ 11:19

    Se dovessi dire che mi ricordo perché ho aperto questo blog mentirei, ed è abbastanza probabile che se anche andassi a recuperare il primo dei quattromilaquattrocentoottantotto che ho scritto prima di questa non capirei cosa volevo dire e cosa avevo in testa.

    Comunque. Oggi sono diciotto anni, che in qualunque modo si voglia guardare la faccenda sono tanti, se non addirittura troppi. E’ veramente passata una vita; anzi: più di una, e ogni tanto quegli anni li sento, a volte solo un po’ e altre un po’ di più. Però è giusto che sia così, ed è pure un bene, perché se li senti significa che ci sono stati come i chilometri nei muscoli delle gambe o nelle gomme della macchina. Che cosa viene dopo, vai a saperlo: perché alla fine aveva ragione il macchinista russo che, fermo nel mezzo di una delle sterminate pianure ucraine, rispose a Primo Levi che gli chiedeva dove diavolo stavano andando con quel treno arrancante e carico di ogni tipo di umanità: “Dove andiamo domani? Non lo so, carissimi, non lo so. Andiamo dalla parte dove troviamo binari”.

    27/01/2021

    Quando sei fuori

    Filed under: — JE6 @ 10:33

    Era più o meno l’una del pomeriggio, quella che noi per tradizione, benessere e fortuna chiamiamo “l’ora di pranzo” quando, nel gelo e sotto il sole limpido che solo l’inverno polacco può regalare, aspettando l’autobus che ci avrebbe portato dal piazzale di Auschwitz all’ingresso di Birkenau, chiesi all’uomo che ci aveva portato per fili spinati e crematori e montagne di scarpe di ogni foggia e dimensione e muri di esecuzione e celle di tortura da quanto faceva quel lavoro, il mestiere di provare a dare forma e sostanza alla parola sterminio e metterla in mano a gente come me. “Otto anni” rispose, con un tono neutro ma vivo. “E com’è?”, chiesi ancora, senza saper articolare meglio la mia curiosità. “Non è il dentro, sono le domande che ti fai quando sei fuori”, mi disse, e quelle parole sono la cosa che mi è rimasta davvero dentro di quella mattina d’inverno a Auschwitz-Birkenau.

    21/01/2021

    Il mio verso libero

    Filed under: — JE6 @ 18:49

    Ho un rapporto difficile con la poesia. Ci sono cose peggiori nella vita, intendiamoci: è che a volte mi spiace perché mi ritrovo a pensare che forse lì dentro c’è qualcosa che potrebbe piacermi se solo mi trovassi su una lunghezza d’onda meno distante da quella sulla quale sembra muoversi tanta poesia moderna. Poi penso anche che spesso – non voglio dire sempre: sarebbe arrogante farlo – questa poesia sembra davvero un esercizio di “a capo per darsi un tono”. Sono certo (non è vero: voglio essere certo) che non è così, ma prendete il pezzo di Amanda Gorman per il quale si è sdilinquita mezza America, cioè il cento per cento di quella bideniana, insieme a un altro mezzo mondo dall’orecchio più fino del mio:

    A country that is bruised but whole,
    benevolent but bold,
    fierce and free
    We will not be turned around
    or interrupted by intimidation
    because we know our inaction and inertia
    will be the inheritance of the next generation

    E adesso togliete le pause e i trattenimenti di respiro e l’high pitch alla fine di ogni riga; continua a non essere un capolavoro, ma arriva dritto al punto senza nascondersi nella forma:

    A country that is bruised but whole, benevolent but bold, fierce and free: we will not be turned around or interrupted by intimidation, because we know our inaction and inertia will be the inheritance of the next generation.

    Sembro mio nonno, eh? Probabilmente lo sono già diventato: ho letto un libro di poesie di una scrittrice che amo di amore puro, Kapka Kassabova, e quei versi non erano altro che la sua prosa spezzata qui e là. Stavo lì, chiedendomi perché, perché mi fai questo Kapka, non è tanto più bello il cristallo lucente delle tue pagine di Border e To the Lake quando racconti del tuo bisnonno fuggito di notte pagaiando in mezzo al lago di Ohrid di questi pezzetti ai quali l’a capo toglie respiro, grazia e capacità di pungere? E niente, è così. Ci riprovo, ogni tanto: e tutte le volte finisco per dire “non sei tu, sono io”, ma senza crederci fino in fondo.

    [Mi sono sdilinquito pure io per la Gorman, eh: per la capacità di tenere il palco a ventidue anni, mica per altro. Mi sarei sdilinquito anche se là sopra ci fosse stato Achille Lauro, per lo stesso motivo. Ma è un’altra storia]

    20/01/2021

    Due gradi, forse

    Filed under: — JE6 @ 15:43

    La più bella, profonda, intima, politica, umana intervista di Barack Obama di cui io sono a conoscenza (e ne ho ascoltate tante: ho una passione per quell’uomo sulla quale negli ultimi anni si è innestata una sensazione di mancanza a volte imbarazzante) è stata registrata in un garage nel giugno del 2015. L’intervistatore, che per lunghi tratti suona più come una specie di amico ritrovato o di uomo che ha ritrovato un amico, è Marc Maron, un comedian all’epoca cinquantaduenne, in pratica un coetaneo del presidente, famoso forse più per il suo podcast WTF che per le sue performance comiche (peraltro piuttosto buone, ma questo è un giudizio mio).

    Ci sono mille cose notevoli in quell’ora di chiacchierata, a partire dal fatto che il Presidente degli Stati Uniti d’America prende e va a in un sobborgo californiano per farsi intervistare in un modo tanto divertente quanto interessante da quello che noi chiameremmo un comico (ma comedian è, in generale, ben altro: le parole sono importanti, si sa) nel garage di casa sua dando il sigillo di nobiltà assoluta a un programma dal nome molto diretto ma poco istituzionale di What The Fuck, dichiarandosi tra l’altro fan della trasmissione; se state facendo lo sforzo di immaginare se una cosa del genere sarebbe possibile in Italia smettete pure di perdere tempo: non succederà, almeno fino a quando noi saremo vivi (cosa che ci auguriamo continui ancora a lungo), e le comparsate di questo o quel politico al Bagaglino non contano se non per peggiorare gravemente i termini del confronto. Fra tutte, comunque, la cosa che più mi è rimasta impressa è la frase con cui Obama spiega a Maron che anche se l’epoca sembra chiedere altro, i cambiamenti politici come quelli sociali hanno bisogno di tempo e vanno giudicati nel lungo periodo: “le democrazie non virano di cinquanta gradi: se va bene lo fanno di due”. A pensarci bene, non è la frase in sé che mi è rimasta scolpita, ma il tono con cui è stata pronunciata: un tono non di fastidio o delusione, per lamentarsi dei formalismi e delle inefficienze della democrazia, ma di consapevolezza che questa non è fatta di salti e scalini ma è un processo di milioni di aggiustamenti continui, che siamo tanti e diversi, che metterci d’accordo è tutto tranne che facile ma è la cosa giusta da fare o almeno da perseguire, che nel lungo periodo è vero che saremo tutti morti ma almeno lo faremo andando nella direzione giusta. Il tono di uno che crede nei fatti e nella scienza e al tempo stesso nella necessità di sentire qualcosa insieme ai suoi concittadini e connazionali, di uno che non ha vergogna nel definirsi un ottimista. Non so se l’ho già scritto, ma quell’uomo – e comunque uno così, uno fatto in quel modo – mi manca. Tanto.

    01/01/2021

    Sulla strada

    Filed under: — JE6 @ 17:17

    Ho un solo rito per l’inizio dell’anno. Nessun cibo particolare, nessun colore speciale di biancheria intima (usa ancora? non so): quando vado a letto, non importa l’ora, inizio un libro. Pagina 1. Deve essere un libro che significa qualcosa: per me, intendo. Quindi è sempre una rilettura, perchè non voglio sorprese; è come mettere su The Blues Brothers o The Dark Side of the Moon: chiamalo usato garantito, se vuoi. Dev’essere, insomma, un libro che conta, che segna una strada sapendo che poi da quella scarterò cento volte. Alla fine quindi non sono molti quelli fra i quali scelgo, preparandomi un paio di giorni prima. Oggi ho ripreso “La chiave a stella” di Primo Levi, perché sono uno di quelli che ha avuto la fortuna di non avere veri problemi di lavoro nell’anno della pandemia, delle chiusure, delle casse integrazioni. E’ il libro che ha come protagonista Tino Faussone, di professione montatore, l’uomo per il quale la chiave a stella del titolo è la naturale prosecuzione della mano, al quale io, che ho un’abilità manuale da bimbo di tre anni, voglio bene come a uno zio buono e per il quale provo un’invidia buona e infinita. E’ l’uomo che dice, ricordando suo padre, “A lui un lavoro come il mio gli sarebbe piaciuto, anche se l’impresa ci guadagna sopra, perché almeno non ti porta via il risultato: quello resta lì, è tuo, non te lo può togliere nessuno, e lui queste cose le capiva, si vedeva dalla maniera come stava lì a guardare i suoi lambicchi dopo che li aveva finiti e lucidati”. E’ anche il libro dove, grazie a Faussone, Levi scrive alcune delle sue righe più belle – e ne ha scritte tante meravigliose -, come, ad esempio “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”. A volte le verità stanno lì, nascoste in bella vista sotto gli occhi: e ci vuole qualcuno che te le mostri, nella notte del primo giorno dell’anno, per iniziare la strada sulla quale tornare, prima o poi.

    28/12/2020

    Di foreste e città

    Filed under: — JE6 @ 14:27

    Maximiliano Bianchi, in arte Strelnik, è un amico da tanto tempo e quindi probabilmente un po’ di parte nel giudicare i contenuti di queste pagine che fra qualche mese arriveranno a compiere la maggiore età.

    Strel’ si è messo in testa di ri-raccontare la blogosfera, quella che era e quella che è oggi (quando, va detto grazie a Dio, il termine è diventato spettacolarmente desueto e quindi evitato nella sua infinita bruttezza). Uno dei pezzi del racconto riguarda il sottoscritto e lo trovate qui, dove sentite un pisano e un milanese discutere di scrittura, città fantasma, viaggi e rate di affitto. Come dicono da altre parti, ascoltate responsabilmente (sì, è un podcast: ci piace stare al passo con i tempi, e subito dopo perderlo).

    27/12/2020

    Sotto la radio

    Filed under: — JE6 @ 16:25

    Quella che trovate qui a sinistra è la colonna dei ricordi. Ci trovate il blogroll – se siete abbastanza anziani non avete bisogno di spiegazioni; se non lo siete, fate conto che era il listone dei vostri preferiti, quelli ai quali volevate far sapere che li seguivate (e con questo che, sì, in effetti sarebbe stato bello se quell’interesse si fosse rivelato reciproco) – e la lista di un po’ di cose scritte negli anni, in quegli anni lì, quei sette-otto anni della blogosfera vera. Alcune le ho scritte da solo, la maggior parte sono raccolte. Fatte quasi tutte senza una logica vera e propria che non fosse quella del “dai, facciamo qualcosa insieme”. Il Post sotto l’Albero, per gli amici PslA, era esattamente questo, nato per scherzo nell’inverno del 2003 e finito nel 2010 nella gloria di un’orgia di quasi duecento pagine messe insieme in sei o sette settimane dementi, divertentissime e gratuite. Finì come devono finire le cose belle, prima di marcire: e forse è quello il motivo per cui tanti ne conservano un bel ricordo. Se volete capire di cosa parlo, basta cliccare uno dei link che vi manderanno a dei pdf principiati da un’icona di WordArt, divenuta simbolo cialtrone e pertanto nobile della scalcagnata iniziativa.

    Quest’anno cadeva il decennale di quell’ultima raccolta da campioni e a qualcuno è venuta l’idea di festeggiarlo mettendo in piedi una cosa divertente che non faremo più: qui, a casa del Many, trovate la storia e qui, su Radio Sverso, trovate il podcast del Post sotto la Radio, per gli amici PslR, una raccolta di pensieri e racconti presi dai PslA del passato e letti dagli stessi autori, intervallati da del gran bel rock’n’roll natalizio (più, se arrivate in fondo, il teaser di qualcosa di meno nostalgico che andrà in onda, speriamo, fra un mesetto o poco più. Stay tuned, dicono quelli del mestiere).

    22/12/2020

    Parlare da soli

    Filed under: — JE6 @ 12:45

    Questa mattina ho fatto quattro chiacchiere con un vecchio amico, uno di quelli che ho conosciuto nei lontani tempi in cui aveva senso definire qualcuno blogger (nonché impiegato alle poste o imprenditore o pensionato o filosofo prestato al terziario avanzato). Abbiamo parlato, vedi la sorpresa, di blog. Ma anche di libri, di scrittura e lettura. Di cose che abbiamo in comune, insomma. E quando abbiamo finito mi è rimasta addosso la curiosa sensazione che avremmo potuto continuare a lungo: un po’ perché siamo ormai due anziani (io più di lui, va detto) e quindi coltiviamo quel gusto del rimestare nei bei tempi che furono tipico dell’età avanzata, un po’ perché la realtà è che quegli anni lì, i primi anni Duemila, ci hanno lasciato addosso un’impronta sulla quale abbiamo poi lavorato negli anni a venire, a volte anche nelle forme opposte del rifiuto o della dimenticanza. Quando fai chiacchiere così è inevitabile fermarsi a fare il confronto tra oggi e ieri, e non c’è nulla di male fino a quando non diventa un crogiolarsi patologico. Serve a notare differenze e pensarci sopra, che non è mai una cosa cattiva. E quel che ho pensato è che poco meno di vent’anni fa in tanti (tanti si fa per dire: eravamo quattro gatti, ma pure i Police erano in tre eppure riempivano come la Filarmonica di Berlino) abbiamo pensato di usare uno strumento per esprimere noi stessi ma soprattutto per conoscere e confrontarci con altri. Erano i tempi dei manifesti che dicevano che persino i mercati erano delle conversazioni e noi in qualche modo, nel nostro piccolo sentivamo di farne parte: magari non ci fregava nulla di dialogare con Nike, ma ci tenevamo moltissimo a parlare con uno di Pisa o una di Teramo. I blog e le loro propaggini per tanti di noi sono stati quello, in sostanza: uno spazio e una palestra di conversazione; una palestra, sì, perché a parlare con gli altri, anche nella maniera sbilenca e asincrona di un post con i suoi commenti, ci si allena. O si dovrebbe farlo, almeno. E quel che ho pensato dopo è che le cose cambiano: che oggi gli spazi di conversazione sono infiniti, siamo immersi in un’unica infinita chiacchiera fatta di mille chat su Telegram e duemila su Whatsapp e tutti i social possibili e immaginabili, ma quel che spesso ci manca è lo spazio dove parlare con noi stessi. Proprio parlare da soli, che è una cosa che fanno i matti ma anche quelli che invece a una certa salute mentale ci tengono; e forse il blog oggi può tornare a essere utile per questo: a mettere giù un pensiero, articolarlo, e poi discuterlo. Una volta avremmo parlato di lana nell’ombelico e chissà, forse avremmo avuto ragione di farlo; oggi no, credo che sbaglieremmo, così come credo che abbiamo uno strumento bello e potente non per cambiare il mondo come qualcuno si illuse di poter fare, ma per migliorare un po’ noi stessi. Che, tutto sommato, può suonare come un obiettivo modesto, ma anche come un vaste programme che vale la pena affrontare.

    14/12/2020

    Ciò che non è vietato

    Filed under: — JE6 @ 08:40

    I cittadini fanno quello che non è vietato. La gran parte di loro lavora o studia dal lunedì al venerdì. E nel fine settimana, da che esiste la civiltà dei consumi, si riversa nelle strade dei centri cittadini. Quando le norme anti-virus lo hanno imposto, tutti sono rimasti a casa disciplinatamente. Sabato e ieri non c’era alcuna misura restrittiva, e a meno di due settimane da Natale le persone hanno fatto quel che si fa da sempre nel penultimo week end prima delle feste. Era la cosa meno imprevedibile del mondo, e non è stata proibita o disincentivata in alcun modo. E allora chi parla – tra i decisori politici – di insopportabili assembramenti, può individuarne agevolmente i responsabili, guardando lo specchio.

    Lo scrive Enrico Mentana, oggi. E a prima vista sembra un’argomentazione difficile da confutare. Eppure c’è qualcosa che non mi torna, e che cerco di razionalizzare.
    Vedo estremamente diffuso il desiderio che qualcuno ci autorizzi, su pergamena e con timbro a ceralacca, a uscire e muoverci nel modo più libero possibile; e dall’altra parte vedo il desiderio di dire “ah noi da lunedì area gialla cascasse il mondo, vedete che siamo bravi e tenerci in arancione (o rossa) è una discriminazione inaccettabile” in un processo di autoalimentazione micidiale. Ne sono stupito? No. Da che ho memoria sento una frase ripetuta in ogni ambito e situazione sociale: “ci vorrebbe una legge”. Noi, il noi generico che si usa in queste condizioni, il noi dell’escluso i presenti, siamo fatti così: vogliamo le leggi, vogliamo che qualcuno decida per noi sempre e comunque (lo ritengo il motivo principale della fantasmagorica produzione legislativa del nostro paese) non per far funzionare meglio le cose, ma per avere la coscienza a posto e dire che la legge è sbagliata o insufficiente. Ed è qui dove entriamo in gioco “noi”: continuano a morire 6-7-800 persone al giorno ma la temperatura emotiva è infinitamente più bassa rispetto ad aprile: con numeri ben inferiori tre quarti d’Italia usciva sui balconi a gridare “ce la faremo”, stringendosi a coorte dietro i vessilli dei medici in prima linea. Vedete oggi panico e disperazione, se non in chi viene colpito in prima persona? Io no. Che questo atteggiamento, che può avere ed ha mille spiegazioni, non giustifichi di per sé le decisioni prese da chi ha le responsabilità politiche ed esecutive mi pare evidente, ma lo trovo un aspetto cruciale dei tempi che viviamo. Ho la sensazione, guardandomi intorno, che raramente come durante questa cosiddetta seconda ondata del virus la grande maggioranza della popolazione (come vogliamo chiamarla? gente? quella) si sia trovata in sintonia con governo centrale e soprattutto regionale e viceversa, al netto delle incazzature di questa o quella singola categoria merceologica che si sente più o meno vessata. Questi governi, uno più venti, sono molto ben rappresentativi dei cittadini. Non so cosa sia più sconsolante, se la nostra o la loro pochezza, ma sul perfetto allineamento tra rappresentanti e rappresentati ho pochi dubbi (e no, la nostra bolla, posto che ne abbiamo una, non conta).
    Ecco cosa non mi torna dell’argomento apparentemente inscalfibile di Mentana: la deresponsabilizzazione dell’individuo, l’accettazione della sua regressione a infante che non solo approfitta dell’adulto imbelle ma quando vede qualche segno di resistenza batte i piedi e si strappa i capelli in un capriccio che ha come unico scopo la soddisfazione del proprio desiderio immediato. Io di natura non ho una grande fiducia nelle collettività, sono tendenzialmente un leninista temperato e quindi a guardare quello che succede quelle rare volte che siamo chiamati a dimostrare la nostra collettiva capacità di autoregolamentazione (e mai come in questi tempi di zone nell’area calda dello spettro ne abbiamo avuto la possibilità) i risultati mi sembrano così sconfortanti da giustificare qualunque autoritarismo. Peccato che quello di cui potremmo eventualmente disporre sia fatto a nostra immagine e somiglianza.

    17/11/2020

    Gone Shootin’

    Filed under: — JE6 @ 16:10

    Ieri sera mi sono messo comodo a leggere un libro. Un libro di carta, non ne compravo da non ricordo nemmeno più quanto tempo: d’altra parte, i libri fotografici sul Kindle non vengono un granché bene, e quindi. Si intitola “Shooting in Sarajevo”, lo hanno curato Roberta Biagiarelli e Luigi Ottani, lei attrice e drammaturga, lui fotografo. Gli è venuta l’idea di tornare (o andare per la prima volta, nel caso di Ottani) a Sarajevo e inquadrare la città dalle postazioni che venivano usate dai cecchini, che erano così tanti da rendere la vita un inferno ancora più atroce di quanto non lo facessero già le granate che piovevano dall’alto delle colline fino a tremila al giorno, e così integralmente parte dei quattro interminabili anni che durò l’assedio da meritarsi l’onore – se così lo si può chiamare: ma non dubito che per molti di essi lo fosse veramente – di vedersi intitolare il lunghissimo viale che porta dall’antico centro ottomano e austroungarico all’aeroporto.

    Di racconti sulla psicologia e sulle gesta del cecchino se ne trovano a milioni, su quelli di Sarajevo pochi di meno; non so se gli sniper americani in Afghanistan fossero fatti di pasta diversa dai serbobosniaci che sparavano dalle pendici del Trebevic o dalle case di Grbavica, so che questi – forse non tutti, certo la gran parte di loro – metteva in quel che faceva un di più di scientifica crudeltà: per tutti valeva la regola, vedendo un gruppo di persone ferme su un marciapiede in attesa di attraversare un ponte o un incrocio stradale, di sparare una prima volta per ferire, perché questo avrebbe fatto arrivare altre persone in soccorso della vittima e a quel punto c’era solo l’imbarazzo della scelta. Alcuni andavano oltre, come il Dragan Sljivic che di fronte alle telecamere si fece un punto d’orgoglio nello spiegare la sua personale economia della pallottola: se sparo a un padre il figlio rimane vivo, se sparo a un figlio il padre muore con lui, due piccioni con una fava.

    Ma non sono gli aneddoti più o meno spaventosi che mi interessano qui. E’ che non avevo mai fatto veramente caso al fatto che il verbo inglese to shoot significa sia sparare che scattare una fotografia. Fin qui, tutto sommato nulla di straordinario: è uno di quei verbi che ti tirano scemo quando li studi, come il to play che significa giocare e suonare e ascoltare o vedere qualcosa e recitare e mi sa che non me li ricordo tutti. Ma se pensi al cecchino, se te lo raffiguri vedi il mirino del fucile di precisione, quel cerchio all’interno del quale si trovano le due rette che si incrociano e determinano il punto esatto dove piazzare la pallottola. E a quel punto il collegamento con l’obiettivo del fotografo diventa molto più facile: lo racconta lo stesso Ottani, ricordando i brividi che lo attraversavano nel momento in cui si rendeva conto che tutti i gesti del suo mestiere – appostarsi, inquadrare, attendere il momento giusto, tenere il respiro per non muoversi, muovere il dito in quell’istante preciso – erano e sono gli stessi del cecchino. Cambia il risultato finale, uno dà la morte scagliandoti a terra e l’altro rende eterno nel fissarti in un’immagine, ma , come mi ha scritto un amico durante la presentazione online del libro alla quale abbiamo assistito insieme, io a Milano e lui a Roma, in entrambi i casi spii una persona ignara e ti appropri della sua vita, in entrambi i casi è un’azione simile a quella di un dio. E in entrambi i casi, questo lo aggiungo io, c’è un altro elemento che conta, anche se in una delle due situazioni non ci piace ammetterlo: la capacità di fare il proprio mestiere, di farlo bene. Ci ho pensato per tutta la durata della presentazione del libro, ci penso spessissimo dall’agosto dell’anno scorso, da quel pomeriggio nel quale, di ritorno verso la città, l’uomo che mi stava accompagnando – un uomo che aveva trascorso gli anni della sua gioventù combattendo in difesa della sua città – si fermò a farmi vedere lo spuntone calcareo sul quale il cecchino restava sdraiato per ore in attesa della sua vittima. Era una posizione scomoda, ma perfetta per copertura e visuale. L’uomo che mi accompagnava riportò lo sguardo verso il basso, verso la città e il fiume che la attraversa: “erano bravi i serbi”, disse, e mi parve di sentire nella sua voce l’inevitabile e insopprimibile e paradossale ammirazione che una persona buona e onesta prova nei confronti di chi fa bene il suo lavoro anche se questo consiste nello sparare a un innocente che sta andando a comprare il pane. Era un riconoscimento che veniva da lontanissimo, dai nostri avi, dalla scuola, da un modo di stare al mondo che per arrivare a definire l’orrore deve fare una mezza dozzina di passi di razionalizzazione, prima dei quali sta la spontanea ammirazione per la combinazione di capacità e applicazione che rende alcuni soggetti speciali e li fa spiccare nel loro perimetro di competenza, sia questo il campo di calcio per Messi o la creazione e gestione del sistema di trasporto verso i campi di sterminio per Eichmann. “Erano estremamente ben addestrati”, continuò, “non sbagliavano mai”. Ferivano se volevano ferire, uccidevano se volevano uccidere, e noi eravamo lì, a chiederci senza forse voler davvero conoscere la risposta, cosa faceva diventare un uomo così bravo nel suo lavoro.

    “Gone Shootin'” è una vecchia canzone degli AC/DC, quelli dei tempi di Bon Scott. Parla di una ragazza e di droga, to shoot significa anche quello: iniettare, iniettarsi. Quanti mondi in una parola.