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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    16/03/2020

    Nella bolla

    Filed under: — JE6 @ 16:47

    C’è poi un’altra cosa di questi giorni, che immagino siano un po’ così per tutti, giorni nei quali sei costretto a fare o non fare cose e in condizioni che mai avresti immaginato: è il ridefinire comportamenti e sensazioni nel nuovo perimetro di una bolla che potrebbe tranquillamente essere quella dei sedici anni o del villaggio vacanze o della sera della finale dei mondiali; perché altrimenti non si spiegano applausi, striscioni, fratelliditalia e financo cose piccole e private come una birra via Skype che finisce a stornelli d’osteria, tutte fatte in un principio di imbarazzo che vira facilmente nell’oh beh, sai che c’è, ma almeno per oggi chissenefrega. E’ per questo che sospetto di quella specie di ottimismo della volontà che dice quando tutto questo sarà finito avremo imparato questo e quell’altro e saremo migliori, più organizzati, più empatici, più consapevoli, più più più (o meno meno meno a seconda dei punti di vista e dei riferimenti): nella bolla è tutto diverso, noi stessi per primi. Solo pochissimi riescono veramente a imparare nell’eccezionalità, a trovare e tenere buono e far tesoro di quel che sembra valere solo per una settimana in una vita, e ancora meno sono quelli che riescono a trasmettere quella conoscenza che hanno avuto l’abilità e la volontà e la fortuna di trovare nel setaccio dei giorni dentro la bolla: un Primo Levi non nasce tutti i giorni, per intenderci, e pure quando nasce non è detto che venga riconosciuto. Quanto agli altri, che dire: gli altri siamo noi, e basta guardarci allo specchio.

    05/03/2020

    L’altra zona

    Filed under: — JE6 @ 13:40

    Da qualche giorno penso spesso a Chernobyl, alla Zona di alienazione che ho visto con i miei occhi un po’ meno di tre anni fa. Successe quel che successe, e li fecero andar via tutti. Qualcuno fece resistenza, qualcuno si ingegnò per tornare a dispetto di tutti i divieti e lo fece con tanta tigna che alla fine l’esercito messo a guardia dei nuovi confini si arrese e disse beh, se volete ammazzarvi con le vostre mani fate pure ma almeno non contate su di noi per darvi una mano. Molti fecero fatica a farsi una ragione, soprattutto gli anziani dei villaggi evacuati dall’esercito, quelli che erano scampati ai nazisti e all’Armata Rossa e non riuscivano a comprendere dove stava e come era fatto il nemico che li trascinava fuori dalle loro case: in guerra è tutto più semplice, dicevano, ci sono i carri armati e i fucili e gli eserciti, ma qui cosa c’è che ci obbliga ad andarcene? Si guardavano intorno e non capivano. Se non altro, però, potevano contare su una qualche forma di comunità: la propria famiglia e gli amici e la gente di quella manciata di case sparse nel bosco che spesso da quelle parti viene chiamata villaggio o paese. Con loro potevano parlare e mangiare un pezzo di pane insieme quando le imperscrutabili decisioni delle autorità non li avevano separati nei cervellotici processi di redistribuzione degli sfollati, potevano lamentarsi della sorte, prendersela col governo e ricordare i bei tempi andati: potevano, in ultima analisi, stare insieme e farsi forza a vicenda. O almeno provarci.

    Penso spesso a Chernobyl e a quella gente che si guardava intorno senza riuscire a individuare il nemico perché noi, qui, oggi, più o meno vicini alle zone rosse – che sono delle zone di alienazione al contrario, nelle quali la gente viene tenuta dentro, in alcuni casi anche a forza – non solo sappiamo, per quanto confusamente, qual è e come si chiama l’avversario, ma siamo anche consapevoli di quello che sembra essere l’unico modo di batterlo: che è, in sostanza, non fidarci degli altri, siano questi persino i nostri familiari stretti. Lontani, a un metro, a due, meglio stare a casa, non uscire, non incontrare persone, non parlarci per non rientrare nell’arco di quelle invisibili goccioline di saliva delle quali ci hanno insegnato ad aver paura. Non c’è paragone tra le due situazioni, certo: da una parte c’è una delle più grandi tragedie della storia, i cui effetti dureranno per migliaia di anni e dall’altra un blob dai confini incerti che vanno dall’influenza alla peste. E però nell’affiancamento degli opposti c’è qualcosa che fa pensare alle nostre vite, siano quelle vissute in remoti angoli di Ucraina e Bielorussia o quelle trascorse nelle pianure in eterno movimento della Lombardia e del Veneto, e quel qualcosa è che gli altri sono preziosi, e vanno curati per il solo e semplice fatto di esserci, di esistere. Lo dimentichiamo in fretta e altrettanto velocemente li facciamo diventare il nemico, ed è così che uccidiamo, senza accorgercene, noi stessi.

    05/02/2020

    Questa era l’acqua

    Filed under: — JE6 @ 16:06

    Ho letto – l’avrete letta anche voi – la notizia di quel vigile urbano che si è suicidato dopo essere stato subissato di insulti online per aver parcheggiato nello spazio riservato ai disabili. Si era scusato, si era automultato, non è stato sufficiente. Non lo è stato per gli altri, quelli che appunto lo insultavano; non lo è stato per lui, che non ha retto. Come già altri hanno scritto, aveva già detto tutto Foster Wallace in “Questa è l’acqua”

    Il fatto è che ovviamente ci sono modi diversi di pensare a situazioni di questo tipo. In questo traffico, tutti questi veicoli fermi e ozianti sulla mia strada: non è impossibile che alcune delle persone in questi SUV abbiano subito in passato qualche orribile incidente d’auto, e per loro adesso guidare è così traumatico che i loro psicoterapeuti hanno praticamente ordinato loro di prendersi un grande e grosso SUV, in modo che si sentano abbastanza sicuri da poter guidare; o che l’Hummer che mi ha appena tagliato la strada potrebbe essere guidato da un padre il cui figlioletto giace ferito o malato nel sedile di fianco a lui, e che cerca di raggiungere in fretta l’ospedale, e la sua fretta è assai superiore e più giustificata rispetto alla mia – sono io, in realtà, a stargli tra i piedi.

    Di nuovo, vi prego di non pensare che io vi stia dando qualche consiglio morale, o che stia dicendo che “dovreste” pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta che lo facciate automaticamente, perché è difficile, richiede volontà e sforzo mentale, e se siete come me in alcuni giorni non sarete in grado di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia. Ma la maggior parte dei giorni, se siete abbastanza consapevoli da poter scegliere, potete scegliere di guardare diversamente questa signora grassa, vitrea e ipertruccata che ha appena urlato in faccia al figlioletto mentre siete in coda alla cassa – forse non è sempre così; forse è stata sveglia per tre notti di fila a reggere la mano del marito che sta morendo di cancro alle ossa, o forse questa stessa donna è l’impiegata di basso livello della motorizzazione che non più tardi di ieri ha aiutato il vostro coniuge a risolvere un angosciante problema di protocollo tramite un qualche atto di cortesia burocratica. Chiaramente, nessuna di queste cose è probabile, ma al tempo stesso non è impossibile – dipende soltanto da ciò che volete prendere in considerazione.

    Quindi non ci sarebbe molto da aggiungere se non, forse, una piccola ma non irrilevante cosa: ci chiediamo spesso quando siamo diventati così (intendendo naturalmente quando voi siete, quando quegli altri sono diventati così: figurati se io), ma questo, davvero, non importa. Importa che è successo, e importa che si può evitare di continuare a farlo succedere; non voi, non quegli altri: io.

    30/12/2019

    Di pietre e fiducia

    Filed under: — JE6 @ 20:34

    Qualche settimana fa ero a Londra e avendo un paio d’ore a disposizione prima di andare a prendere l’aereo di ritorno ho pensato di fare una puntata al British Museum dove, in tanti anni di viaggi da quelle parti, non ero mai stato.

    (Lo so, due ore non sono nulla, ma da qualche parte ho letto che si tratta della durata media della visita al Louvre: non ne vado orgoglioso, ma so di essere in vasta anche se non così buona compagnia)
    Non starò a dire della meraviglia dei bassorilievi di Ninive o della Stele di Rosetta o dei marmi del Partenonen né delle giravolte morali che portano il sincero democratico a pensare che tutto sommato il colonialismo non morbido dell’Impero inglese non è forse stato solo foriero di indebite appropriazioni materiali e culturali e vada in qualche silenzioso modo ringraziato.

    Dirò invece di un piccolo episodio accaduto durante quelle due ore. Cercando la sala con il Moai dell’Isola di Pasqua (la 24) sono finito in quella della World Archaeology (la 2: pensavo fosse amore e invece eccetera). Mentre mi guardo intorno realizzando che non c’è in vista nessun faccione di pietra passo davanti a un tavolino senza pretese, dietro al quale sta una signora di mezza età dai vaghi lineamenti di erede di sudditi coloniali (appunto) e sopra il quale sono appoggiati una chiave USB e un sasso. La signora mi chiede se sto cercando la Room 2A e quando le rispondo che no, ecco, a dire il vero no perché in effetti stavo cercando altro ma, lei con un sorriso mi dice non importa, se ha qualche minuto ho comunque una cosa molto bella da farle vedere. Sarà stato il sorriso affabile, sarà stata la mia scarsa frequentazione di musei e soprattutto di loro dipendenti con apparenti funzioni di buttadentro, insomma ho deciso di fermarmi ad ascoltarla. Lasciamo stare la chiave USB, per la quale servirebbe un altro post: sta di fatto che la signora mi mette in mano il sasso e mi chiede come lo sento e cosa penso che sia. Cercando di emergere dall’imbarazzante abisso della mia ignoranza le rispondo che sicuramente non è un semplice sasso altrimenti non starebbe qui nel museo, che riesco a stringerlo bene nella mano e che potrebbe essere, forse, chissà, la punta di una lancia. Quasi materna, la signora mi rinnova il sorriso, mi invita a portare mano e sasso ben sopra il tavolino e mi dice no, non proprio, è sostanzialmente un utensile da cucina preistorico: secondo lei quanti anni ha questo oggetto? Dopo aver vinto l’orribile immagine di un pleistocenico giudice di Masterchef rispondo balbettando che non ho idea, forse sei-settemila anni. Il sorriso si trasforma in una soddisfatta risata, dopo la quale vengo informato che il sasso che ho in mano è il progenitore di un coltello da cucina, modellato nella selce con sapiente sforzo da un homo habilis la bellezza di quattrocentomila anni fa. Deglutisco, appoggio impaurito il sasso sul tavolino e ascolto il meraviglioso racconto del suo ritrovamento nella valle della Somme fra ossa di soldati e residuati bellici della prima guerra mondiale, delle inaspettate capacità manuali del suo costruttore e della vita che faceva, dei tentativi della signora di riprodurne uno dotato della stessa stupefacente ergonomicità (tentativo coronato da successo, testimoniato dalle foto scattate nel suo tinello in occasione dell’utilizzo per scarnificare un coniglio destinato alla cena).

    Quando la signora ha finito di parlare le ho prima chiesto se avevo capito bene, se davvero quel sasso che avevo tenuto in mano aveva quattrocentomila anni di servizio e quando me lo ha confermato le ho poi detto, suonando temo meno incredulo di quanto veramente fossi, che lei e tutto il museo si stavano davvero fidando dei visitatori, di me e della coppia che mi stava a fianco e della ragazza che si sarebbe fermata di lì a poco e della famiglia madre-padre-figlia-figlio che avrebbe fatto altrettanto una mezz’ora dopo (sì, ci sono tornato tre volte in un pomeriggio, le mummie egiziane tanto da lì non si muovono). E lei, dopo avermi assicurato che non avevo tenuto in mano l’unico esemplare in loro possesso (“ne abbiamo parecchi altri: in quella sala ce n’é uno dentro una teca che ha un milione e ottocentomila anni di età, quindi questo è quasi nuovo”) mi ha detto con la serenità dei giusti: vede, sì, ci fidiamo, ci fidiamo della gente; il museo vuole che voi abbiate la possibilità di toccare un oggetto così, di tenerlo in mano purché restiate sopra il tavolino per evitare che si frantumi se mai vi dovesse sfuggire, perché è una cosa che non dimenticherete mai più.

    Perché racconto questa piccola cosa? Perché il British Museum è un ente pubblico, che non chiede un soldo a chi entra per passare cinque minuti o un giorno dentro una serie di meraviglie da far girare la testa e si limita a chiederti una donazione di cinque sterline e se non gliele lasci non fa niente, non è lì per fare soldi ma per darti bellezza e storia e ricchezza e la sensazione di essere migliore di quello che pensi, al punto da valere la fiducia che ti mette in mano il coltello con cui un essere umano tagliava la carne in una sera di primavera di quattrocentomila anni fa. Perché alla fine di un anno costellato di un sacco di cose brutte e spiacevoli un gesto di stima gratuita e di gentilezza disinteressata è una piccola mano santa che sarebbe bello sperimentare più spesso e altrettanto spesso poter ricambiare nel faticoso rapporto con lo stato: in fondo quella signora ero io che davo fiducia a me stesso; per quello le ho voluto bene, per quello avrei fatto per lei molte cose belle e buone per ricambiare, facendo un piccolo e prezioso favore senza il cartellino del prezzo a lei, a me, a noi tutti: che è il modo in cui mi piacerebbe stare nella comunità in cui sto, che troppo spesso mi dimentico di mettere in pratica e altrettanto spesso mi viene negato.

    04/12/2019

    Mustafa e mia mamma

    Filed under: — JE6 @ 17:40

    Ero ancora minorenne, mi racconta Mustafa mentre attraversiamo Sarajevo, quando sono entrato nell’esercito e così ho continuato a studiare durante la guerra, mi sono diplomato e nel 1993 ho iniziato la facoltà di odontoiatria. Gli chiedo come facevano a studiare, dove andavano a lezione e mi spiega che erano scuole di fortuna, organizzate nelle cantine e in quei pochi posti che venivano ritenuti più o meno al sicuro dai bombardamenti. Andavo a lezione ogni volta che ero libero dagli impegni della mia unità, mi dice; e lo fa senza calcare una sola parola, come se fosse naturale, hai vent’anni, stai combattendo una guerra contro quelli che erano i tuoi vicini di casa e compagni di scuola e amici del cortile e se hai mezza giornata libera vai a studiare e la cosa non ti pesa, è proprio quello che vuoi: lo dice così, e non so se essere più ammirato dall’azione in sé o dalla mancanza di enfasi del racconto.

    Quell’azione mi sembrerà di poterla capire davvero, di sentirla reale e, in qualche inspiegabile modo, viva qualche mese dopo grazie a mia mamma, la donna che mi ha insegnato a leggere e della quale il primo ricordo che ho è di lei che mi sta vicina, chinata sulla mia spalla destra che mi osserva mentre io, che di lì a non molto inizierò le elementari, sono immerso nelle pagine di Topolino e provo a mettere una lettera dopo l’altra a formare parole e frasi. Quella sera, mentre sono sul pianerottolo aspettando l’ascensore dopo averle fatto visita, mi racconterà che un’oretta prima il sacerdote durante l’omelia aveva invitato anche gli anziani come lei a onorare il padre e la madre con l’unico strumento che gli restava alla loro età: il ricordo e l’affetto, l’amore che questo si portava dentro. “Sai cos’è la prima cosa che mi è tornata in mente?” mi dice, e senza attendere il “no, dimmi” di cortesia va avanti, “hanno fatto tanti sacrifici, proprio tanti, i tempi erano quelli che erano” e scuote appena le spalle come si fa quando non ci si può che limitare a prendere atto di ciò che è stato e di ciò di cui ci si è fatta una ragione, “ma non ci hanno mai fatto perdere un giorno di scuola. Mai, la scuola era sacra.” e intanto arriva l’ascensore e con il pollice spingo quel che basta a socchiuderne la porta e tenerlo occupato e dare modo a lei di finire la frase e a me di vedere i miei nonni, nonna Marianna nel suo lutto eterno e nonno Antonio nel suo fustagno nuragico, imporre a se stessi la rinuncia all’aiuto che i tre figli, due femmine e un maschio, avrebbero potuto dar loro nei campi in nome della scuola, dell’idea stessa di scuola, loro che di don Milani non avrebbero mai sentito parlare e che di quel prete borghese e rivoluzionario condividevano senza saperlo e senza saperlo esprimere la convinzione nucleare che i bambini dovessero studiare per quanto possibile e anche di più, che i libri e i quaderni e un maestro fossero ricchezze che valevano più del raccolto delle olive. In quei pochi secondi durante i quali mia mamma inizia e finisce il suo racconto vedo lei da bambina e vedo lei da ottantenne che non riesce a non fermarsi davanti a una bancarella o a uno scaffale di libri, non importa quali, “sarà che da ragazzina mi sono mancati così tanto”, e vedo Mustafa che appoggia la sua arma da qualche parte e si siede su uno sgabello traballante mentre fuori cadono le granate serbe o magari c’è una mezza giornata di pausa dei combattimenti e si gode le sue lezioni di odontoiatria, se le gode come quando svieni dalla fame e anche un pezzo di pane secco sembra un pranzo stellato Michelin e mi pare, in quel momento, di avvicinarmi a capire un ragazzo bosniaco grazie a un’anziana donna sarda, e dovrei lasciare la porta dell’ascensore, liberarlo e andare a dare una carezza a quella donna ma non siamo tanto i tipi, non lo siamo mai stati nel bene e nel male e le dico “sì, è un bel ricordo, e i nonni sono stati bravi, soprattutto con voi femmine” e la saluto, e vado, e ripenso a Mustafa.

    14/11/2019

    Libri

    Filed under: — JE6 @ 15:29

    Sono seduto al tavolo della cucina dei miei genitori. Mia mamma mi parla del libro di Paolo Rumiz che sta leggendo, non le viene il titolo ma ho capito qual è perché per un caso della vita è lo stesso che mi sta passando sul Kindle in questi giorni, una cosa di cimiteri di guerra e soldati, e a quegli uomini si aggancia mio papà che mi racconta del libro che sta leggendo lui, una storia incredibile della quale non sapevo nulla, i cosacchi che occuparono la Carnia come truppe regolari della Wehrmacht dalla fine del 1944 a quella della guerra. Gliel’ha comprato mia mamma a una bancarella del mercato del venerdì, quello che frequenta da una vita: mi fermo sempre, mi dice, ci sono questi cestoni con i libri e non riesco a non fermarmi e poi mette lì una frase piccola e a suo modo meravigliosa, dice mi sono mancati così tanto quando ero ragazza che adesso e non finisce di parlare, scuote solo la testa, a me ci vuole una frazione di secondo per vederla nel suo, nel loro paese arrampicato nelle colline di una Sardegna lontanissima da tutto e tutti, dove nessuno faceva la fame ma nessuno aveva i soldi per comprare un vestito e dove una ragazzina di dodici anni poteva sentire la mancanza fisica di un libro, come un dolore per un amore impossibile. Mentre la ascolto senza farle domande mi viene in mente il pomeriggio in cui sono entrato in una scuola di Prypjat, la città fantasma che sta a fianco della centrale di Chernobyl, e rivedo il tappeto di libri che copriva l’intero pavimento di un’aula scolastica e rivivo la sensazione nitida che in quel momento quel posto apparentemente morto fosse invece tanto vivo da poterne sentire il dolore (avete mai camminato sopra centinaia di libri? Provate a farlo. Provate a prendere tutti i libri che avete in casa e gettarli per terra alla rinfusa coprendo le piastrelle che pulite una volta alla settimana, e poi camminateci sopra, e sentite come la carta risponde al vostro peso, come se vi stesse dicendo mi fai male; provate a farlo, e avvertite quella sensazione di colpa e ingiustizia per come state trattando quegli oggetti nei quali la nostra civiltà ha investito tutta se stessa per aiutarsi a vicenda e restare a galla) e guardo mia mamma, che mi ha insegnato a leggere, della quale il primo ricordo che ho è di lei al mio fianco mentre sono chino su un libro o un fumetto, e penso che la vita è quella cosa che adesso sta rendendo a lei ciò che le venne negato da ragazza, ed è quella cosa che chissà dove sono adesso i bambini di quella scuola di Prypjat, se ci sono ancora, se possono leggere ancora.

    24/10/2019

    Broncio

    Filed under: — JE6 @ 12:46

    Credo che ognuno abbia delle frasi che si porta dentro come dei mantra, come delle guide, dei punti fermi che ti ricordano non tanto come dovresti, ma come vorresti stare al mondo. Io ne ho un paio, una qui oggi non c’entra, non ha rilevanza – magari un’altra volta – ma l’altra, quella sì, in questo periodo ci penso spesso.

    L’ha scritta Robert Musil, e dice “non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno“. Ci penso spesso perché altrettanto spesso mi sento borbottare contro questo o quell’aspetto del tempo che vivo, una volta la classe politica e l’altra il calcio e l’altra ancora la pizza o una cosa così, a caso, a seconda dell’umore, di cosa ha appena passato Sky, delle congiunzioni astrali. Allora mi ripeto la frase di Musil, cioè vado a leggermela nelle note del telefono e poi mi ci arrovello un po’ sopra perché se da una parte inorridisco all’idea di fare il ginobartali dall’altra non mi va nemmeno di accettare tutto nel nome del “i tempi sono questi e quindi va bene così” e non trovo mai un punto di equilibrio, non so se questo punto esiste per chi ha passato una certa età, so che ci sono periodi che è tutto un forzarsi a non ridursi a un Michael Douglas di periferia con i capelli scarmigliati e la lente dell’occhiale incrinata e un mitra in mano che non ha nemmeno voglia di dire odio tutti come un qualsiasi sedicenne, lo sa e lo sente e non vorrebbe che fosse così.

    11/10/2019

    Kefiah

    Filed under: — JE6 @ 10:59

    Ieri sera parlavo con un amico che diceva mi vergogno di essere occidentale, guarda cosa succede ai curdi e nessuno che dice, che fa niente e mentre gli rispondevo fai mente locale e conta quanta gente conosci che potrebbe dirti almeno dove sta il Kurdistan mi sono venuti in mente i tempi delle superiori quando almeno una volta al mese c’era una manifestazione per la Palestina e tanti ragazzi portavano la kefiah e tutti sapevano chi era Arafat – non che questo abbia impedito tragedie e massacri a volontà, non che quei ragazzi fossero degli esperti di politica mediorientale e sapessero elencare e confrontare in modo ragionato e possibilmente obiettivo le ragioni degli uni e degli altri ma almeno c’era una sorta di consapevolezza basata su una sorta di conoscenza o almeno così mi pare di ricordare adesso che sono passati tanti anni da quei cortei e da quelle ore davanti al telegiornale e a volte penso che sì, davvero è tutta una questione di marketing, di comunicazione, che è un pensiero che mi imbarazza per la sua pochezza e superficialità al punto da darmi fastidio da solo, e però.

    04/09/2019

    Trattato di pace

    Filed under: — JE6 @ 17:52

    E così, a quanto pare, siamo stati autorizzati a fare il governo, e il governo faremo. Chi vivrà vedrà, avrebbe detto mia nonna, e vivremo e vedremo se la nuova coalizione – che per il momento ha il non indifferente merito di toglierci di torno almeno la faccia di Matteo Salvini, con un sicuro effetto positivo sull’umore di molti – sarà meno abborracciata della precedente. Detto questo, apprendendo che otto su dieci tra coloro che fino all’altroieri alternavano un piddioti a un eallorabibbiano oggi sono rubricabili come compagni che sbagliavano ho pensato alle lezioni di storia del professor Barbero con le quali ho passato qualche centinaio di chilometri in queste settimane, in particolare quelle sulle due guerre mondiali; ascoltandolo mi sono fatto l’idea che chi non vuole la guerra e soprattutto chi ne ha paura confida e si autoconvince che quella non sia voluta nemmeno dagli altri, e così firma con il sorriso sulle labbra trattati di pace e accordi che sono carta straccia ancor prima che le penne si stacchino dal foglio. Io non credo che la storia vada studiata per usarla come sfera di cristallo grazie alla quale predirre il futuro: è un’idea bislacca e infondata: però per conoscere e capire il passato e grazie a quello farsi una mezza idea del presente, ecco, quello sì. Chissà se i dirigenti del PD avevano almeno un sussidiario da consultare, prima di trattare con Di Maio.

    30/07/2019

    La benda

    Filed under: — JE6 @ 09:34

    [Cose scritte altrove]

    Io, da figlio di carabiniere, sulla cosa della foto della benda non ho sentimenti contrastanti: è una porcata. La benda, non la foto. Fatta questa necessaria premessa, poi va detta un’altra cosa: le forze dell’ordine vanno educate, vanno formate a fare il loro lavoro, soprattutto quello lì, quello brutto sporco e cattivo. Vale la stessa cosa per i professori/insegnanti/maestri, vale la stessa cosa per i medici e gli infermieri, vale la stessa cosa per una serie di altri lavori particolari nei quali c’è una componente che non so bene come definire perché il mio vocabolario è quello che è ma sento che ha a che fare non con la tecnica, con gli strumenti, ma con il modo di stare al mondo. Avere a che fare con la gente, con le persone, con i singoli esseri umani è tutto tranne che facile: in generale, diciamo; praticamente sempre. Quando però tocca farlo sotto la pressione di circostanze nelle quali una persona cosiddetta “normale” – un impiegato del terziario più o meno avanzato, giusto per fare un esempio dettato dal guardarsi nello specchio – viene per sua fortuna a trovarsi molto raramente per non dire mai (tipo avere tra le mani il probabile/possibile/presunto assassino di un collega, o dover spiegare Platone a un quindicenne di un quartiere a forte densità delinquenziale), allora c’è bisogno di ricorrere a qualcosa che non è detto sia stato donato da madre natura. Ed è nell’interesse di tutti che quel qualcosa venga dato.

    [Una piccola aggiunta: è una porcata anche la foto, ma temo che non siano i tempi giusti per argomentare pure questa cosa]