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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    26/1/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – Ssshhh

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:21 pm

    Il primo ricordo che ho di Ljubljana è quello dei suoni che arrivavano nella mia camera d’albergo dall’accademia musicale di Stari trg. E ogni volta che vengo da queste parti, se posso, passo vicino a quel palazzo per risentirli. Oggi invece, che sono sotto le coperte sconciato da un febbrone coe non avevo da tempo tengo gli occhi chiusi e ascolto il silenzio assoluto di questo scorcio del centro storico – non un clacson, un  motore che si accende nel parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina, un ospite di una camera vicina, nulla: che è una cosa che mi sembra impossibile, siamo nella capitale, una città di trecentomila abitanti, con tanti ragazzi e uffici e autobus, eppure niente, per dieci, venti, venticinque minuti non sento niente fino a quando non mi assopisco con la faccia che scotta e il Kindle e il termometro appoggiati vicino alla mano, che pare che Ljubljana alle sette di sera si stia facendo indietro e mi dica riposati che domani sarà un’altra giornata lunga e fredda, e sai che ha ragione lei.

    24/1/2012

    Pensiero orrendo

    Filed under: — Sir Squonk @ 9:41 am

    Al di là di qualche accesso di noia, c’è una cosa che non perdonerò mai a Ivano Fossati: avermi fatto rimpiangere, ieri sera, Patty Pravo.

    23/1/2012

    Mile and a half, from here to the shore

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:00 pm

    Faceva un freddo cane sul traghetto da San Francisco ad Alcatraz, o forse ero semplicemente vestito troppo leggero per l’ottobre della Bay Area. Non ho bisogno di riguardarmi le foto di quel giorno per ricordarmi tutto molto bene – le celle, le chiavi, le vecchie uniformi, le foto in bianco e nero dei most wanted, l’isolamento. La cosa che mi rimase più impressa fu realizzare che nel 1940, e nel 1950, e pure nel 1963 quando The Rock venne chiusa il mondo era molto, molto più silenzioso di oggi, e bastava che il vento tirasse dalla parte giusta perché i suoni che partivano da North Beach, da Fort Mason, da Telegraph Hill, da Market Street, da Fisherman’s Wharf attraversassero il miglio e mezzo di mare che divide la città dall’isola per arrivare dritti come proiettili nelle orecchie dei detenuti, e quella era la parte peggiore della prigionia, strizzare gli occhi per vedere la cable car partire da Ghirardelli Square e sentirla arrancare su fino a Chestnut e Lombard e Greenwich in mezzo alle grida dei venditori di clam chowder. Così, ecco, se vi capita di mettere gli occhi su questa serie iniziata da poco, guardatevela -  non per la serie in sé (che è un’idea abbastanza stiracchiata buona per un po’ di sano bang bang: ma d’altra parte mica guardavamo Sulle strade di San Francisco per la storia, quel che ci interessava era ammirare la città e il naso di Karl Malden), ma per mettervi nei panni di quelli che stavano dietro le sbarre, e guardavano una delle città più belle del mondo, e la sentivano, e non potevano toccarla.

    19/1/2012

    Ti presento i miei

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:00 pm

    Che poi lo sai no? Che le aziende sono come le persone – e d’altra parte sono fatte da, quindi tout se tient. Si prendono, si lasciano, si annusano, si danno gli appuntamenti, vanno in vacanza con gli amici ma poi rialzano il telefono, ci vediamo per un aperitivo, va bene dai, poi alla fine qualche volta si mettono insieme. Allora per un po’ tengono le cose segrete, forse perché non sono ancora mica tanto sicuri di quel che stanno facendo, e quando escono a mangiare si raccontano tutte le loro cose “di prima” tra un morso di kebab e l’altro, spiegami bene il tuo lavoro e viene fuori che spiegare un lavoro è come tradurre un menù, è impossibile, ci si prova ma non ci si riesce mai per davvero, lo vedono dalla faccia dell’altro e si rendi conto che negli ultimi venti minuti hanno usato otto acronimi che l’altro ha fatto finta di capire cercando di costruirsi mentalmente un contesto che ha la stessa credibilità di Spazio 1999, allora chiedono scusa e dicono ti sto annoiando, no ma figurati, mi interessa davvero, solo che non capisco bene e in quel momento, un momento di silenzio nel quale entrambi passano l’indice sul bordo del bicchiere studiando con attenzione quel paio di sorsi di birra che sono rimasti sul fondo, in quel momento tutti e due prendono in mano il telefono e scorrono la rubrica, controllando di avere ancora in memoria il numero di quell’avvocato, quello tanto bravo, che in fondo non si sa mai.

    (No, il titolo non è una citazione della campagna di tesseramento del PD, cioè potrebbe anche esserlo diventando così una metacitazione – insomma fate un po’ voi)

    17/1/2012

    “Il problema è un altro”

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:54 pm

    Avete presente quando, dopo aver passato settimane a dire “lo spread che sale, lo spread che sale” ci siamo tutti battuti la mano sulla fronte e abbiamo realizzato che “i tassi che salgono, i tassi che salgono”? Ecco, tempo un paio di giorni e qui a Milano ci renderemo conto che cento macchine in meno nel centro di Milano non significano necessariamente cento macchine in meno a Milano, e che le polveri sottili – screanzate – non si fermano ai varchi, e se da Viale Gian Galeazzo vogliono andare in Molino delle Armi o viceversa, beh: lo fanno. E non pagano nemmeno i cinque Euro dell’Area C.

    16/1/2012

    As seen on TV

    Filed under: — Sir Squonk @ 9:14 am

    In questi mesi, mentre io guardavo il football americano, dev’essere successo qualcosa – qualcosa che permettesse ai carabinieri di far filmare in diretta le loro perquisizioni con tanto di zoom dentro i cassetti della biancheria dei presunti ‘ndranghetisti visitati nottetempo, qualcosa che permettesse a Riccardo Iacona e Presa Diretta di mandare in onda quelle riprese grazie alla presunzione di colpevolezza e senza oscurare facce e manette. Magari voi ne sapete qualcosa.

    12/1/2012

    Santi, poeti, eccetera

    Filed under: — Sir Squonk @ 1:54 pm

    Io, per quanto l’argomento mi annoi a morte, sono dispostissimo ad ascoltare seriamente gente che si ritiene in grado di mettere in campo una squadra di calcio facendola vincere, visto che il calcio è in fondo una questione di ventidue persone che si contendono o spartiscono un pallone nella speranza di buttarlo in fondo alla rete (altrui), cioè una questione molto più semplice di quanto non vogliano farv(c)i credere i commentatori di professione, e quindi davvero alla portata di comuni mortali che si guadagnano il pane (se e quando ci riescono) giustificando quell’impiegato che si ritrovano sulla carta d’identità alla voce professione. Non so perché, sarà che ho un brutto carattere, sono molto meno disposto a perder tempo la stessa gente che si picca di conoscere per filo e per segno dettagli e ricadute di sistemi elettorali di un bizantinismo quasi artistico, prendendosi tanto sul serio da sembrare un qualunque ospite di Ballarò.

    10/1/2012

    Greetings from Colmar – E la luna è una palla ed il cielo un biliardo

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:26 pm

    Ci sono posti dove torni in un’altra stagione, e pare tutto diverso – sarà che il freddo, anche quello finto di questo inverno tropicale, pulisce e rischiara e la luna sembra una palla ed il cielo un biliardo, e ci sono tante stelle come nei flipper di quando eravamo ragazzini, saranno più di un miliardo -, fatto sta che Colmar in una sera di gennaio ha le forme nitide e pulite di questa stagione, e dopo aver passato una giornata a parlare delle cose di cui si parla tra colleghi anche se da poco acquisiti, clienti e viaggi e sistemi gestionali e vacanze e il-progetto-per-cui-abbiamo-fatto-Pollein-Monte Bianco-Chamonix-Montreux-Basilea-Colmar-tre-lingue-quattro-paesi-in-tredici-ore e domani c’è la seconda razione, dopo aver passato una giornata così tutti si godono il silenzio dei ristoranti semivuoti e della città che riposa, giusto lo scorrere dell’acqua nei canali e una mezza dozzina di macchine che ripartono da un semaforo fuori dalla zona pedonale e due ragazze mezze ubriache che ridono appoggiandosi a un muro di una delle mille case di graticcio di questo posto che potrebbe sembrare preso da una favola per bambini, o da un film di Tim Burton, perché in fondo la luna piena è quella cosa che illumina i fidanzatini di Peynet, e gli zombie di Thriller.

    7/1/2012

    Shopping e cascine

    Filed under: — Sir Squonk @ 5:53 pm

    In fondo, sai la sorpresa – avere le cose sotto gli occhi e non dico guardarle, ma nemmeno vederle mai proprio perché ci passi davanti tutti i giorni. Eppure a volte succede, senza un motivo, succede che stai correndo nel parco e ti fermi per qualche secondo a rifiatare e bere alla vedovella, a due passi dal cimitero di guerra inglese, guardi a destra e ti trovi nel mezzo di un corridoio che ti basta allungare la mano e tocchi le montagne della Val d’Aosta – sono lì, nitide, vicine, con la neve in cima e i riflessi e la sagoma aguzza come se fosse stata disegnata da un bambino di cinque anni -, guardi a sinistra e vedi le cascine, il bosco e i campi coltivati e se il vento tira dalla parte giusta ne senti anche gli odori e sì, sei a Milano, a casa tua, where do you come from, Milano, oh wow I’d like so much to go there, it’s such a great place for shopping isn’t it, well yes, I imagine it is, but there is something more you know.

    6/1/2012

    L’albero di Natale

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:00 pm

    Stacchi la spina dalla presa, riavvolgi le lucine, prendi gli addobbi e li rimetti nella scatola uno a uno, magari insieme alla letterina se non l’hai buttata, pieghi i rami e in un quarto d’ora hai fatto tutto, poi ti fermi per qualche secondo a guardare e non capisci se adesso quell’angolo è vuoto o se hai tolto un inutile ingombro. Prepari un caffè.

    30/12/2011

    L’anno che sta arrivando

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:47 pm

    E poi, questa cosa di far programmi, di dire l’anno prossimo succederà così e l’anno prossimo faremo cosà e l’anno prossimo sarò un aggettivo a piacere, questa cosa di farlo e dirlo come se l’anno prossimo non fosse dopodomani, come se fra due giorni e mezzo non fosse lunedì, come se oggi, insomma, non fosse un qualsiasi venerdì di aprile.

    28/12/2011

    Rivoluzioni

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:49 pm

    Poi magari è solo una mia impressione, o un mio pregiudizio, però a me sembra che da un po’ di tempo si metta un particolare impegno nella costante celebrazione dell’avvenuta rivoluzione – nonché di quella prossima ventura: quest’anno (l’anno prossimo) il nostro modo di [inserire verbo a piacere] è cambiato (cambierà) radicalmente grazie a [inserire nome di strumento 2.0 o gingillo tecnologico a piacimento, o a caso] - così che su ogni anno si possa piantare la bandierina di un presunto cambiamento epocale; poi non fa nulla che metà di queste celebrazioni siano basate sull’approfondita analisi del proprio microcosmo e l’altra metà sulla prodigiosa ipervalutazione dei propri interessi e/o delle proprie competenze: l’anno prossimo ci diletteremo con nuovi oggetti di hype, mentre le dittature continueranno a essere rovesciate come ai tempi di John Reed perché poi in fondo le rivoluzioni, se son complete, riportano al punto di partenza.

    26/12/2011

    Pezzi unici

    Filed under: — Sir Squonk @ 4:30 pm

    Non è solo il tuo microcosmo che perde un pezzo quando una persona anziana muore, è proprio il mondo che perde un pezzo di sé e non lo troverà  più perché non ci sono ricambi, sono tutti pezzi unici, non puoi rimpiazzare e tenere in vita quel mondo fatto di capelli cotonati, gonne lunghe e larghe, cappotti passati dai padri ai fratelli maggiori ai fratelli minori, aborti e scomuniche, bombardamenti, dialetti, messe in latino, lampade a petrolio, animali, piante con un nome, profumi, odori, banchi per le donne e banchi per gli uomini, elastici per le maniche della camicia, stupori, fame e tutto il resto, non puoi, semplicemente non puoi ed è per questo che senti una lontana tristezza, che è quella della perdita di una persona, e di tutto ciò che quella persona era e voleva dire col suo semplice stare al mondo.

    (In memoria di Silvia, che è andata via poco prima di Natale, che le sia lieve la terra)

    23/12/2011

    Rane a Rubiera blues

    Filed under: — Sir Squonk @ 11:43 am

    Alle nove di sera Piazza 24 maggio è uno stadio vuoto, luminoso e gelido. La temperatura è finalmente scesa sotto zero, e sembra di stare in una città tedesca, con gli alberi decorati, le luminarie non pacchiane e quell’aria di ghiaccio che ti prende appena scendi dalla macchina e ti entra negli occhi fino a farli lacrimare – e allora ti pare di vedere più lontano, più nitido. Ci fermiamo per un secondo, con i cappotti infilati a metà e i nodi delle cravatte ancora ben stretti, e prendiamo freddo e fiato perché è stata la solita giornata di centinaia di chilometri e mail e telefonate e messaggi senza risposta e clienti da coccolare e colleghi da calmare e tutto il resto, e in quel secondo penso a quel vecchio pezzo, Rane a Rubiera blues, penso che non è stagione, penso chissà dove sono le rane adesso qui a Rubiera provincia di Reggio Emilia – poi lui mi fa cenno con la testa, entriamo, ho fame, e dietro il vetro della porta di ingresso vedo questa signora che potrebbe essere una mondina di Novi, fasciata nel suo abito nero con un grande fiore rosso al petto, buonasera avete prenotato?

    19/12/2011

    Chiese, cattedrali

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:00 pm

    Ho passato in Sardegna le prime diciassette estati della mia vita. Ci stavo uno o due mesi – più due che uno -, e di quel periodo un paio di settimane erano dedicate al mare della costa ovest; il resto invece lo trascorrevo tenendo come base il paese dei miei genitori, un borgo di mille anime e sette bar, nel quale entravi a cinquecentocinquanta metri di altezza e ne uscivi a settecento dopo esserti arrampicato come uno stambecco lungo “sa carrela majore”, quella che univa le case dei miei quattro nonni. Era un posto di un’altra epoca, anche se non avrei saputo e potuto dire quale: forse, se avessi conosciuto il Neolitico, avrei avuto un metro di paragone – e solo chi conosce la Sardegna centrale, quella che i turisti sfiorano per sbaglio, quella del silenzio assoluto e delle spine del fico d’india, sa morisca, che si staccano dalla pianta colpite dal vento per ridurti a un San Sebastiano venuto dal Continente, solo chi conosce quella Sardegna sa cosa voglio dire. Prendevamo la macchina e salivamo ancora, lungo l’unica strada – quella ancor meno battuta di una provinciale del North Nebraska – che scollinati i quasi mille metri di boschi e cinghiali e felci e piccoli torrenti portava, andando verso nord, alla Carlo Felice. Era un paradiso, ma me ne sarei reso conto soltanto dopo, o forse soltanto dopo avrei trovato modo di razionalizzarlo. A volte ci capitava di puntare verso sud, per andare a trovare un paio di famiglie alle quali ci univa un legame di parentela che mi è tuttora oscuro, inclusa una zia dal glaciale nome di Urania che mi faceva entrare in una stanza buia e fresca dove troneggiava un telaio di quelli usati per tessere tappeti e arazzi, e lungo quel tragitto vedevamo le enormi ciminiere del petrolchimico di Ottana, e le case in blocchi forati grigi lasciate a metà dagli operai vittime delle prime casse integrazioni. Oggi ho letto questo articolo di Repubblica, che parla di un posto dove io e mio padre andavamo quando lui mi insegnava a guidare fuori dai centri urbani, un posto che sta là nel bel mezzo del paradiso, bello fin dal nome, e ho pensato a quella terra, quella dei miei nonni, dove non si smette mai di costruire cattedrali – e chiese – nel deserto.

       
             


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