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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    19/02/2017

    Tennis, tv, trigonometria, scissione

    Filed under: — JE6 @ 18:23

    «Sembrava che chiunque stavo seguendo iniziasse a giocare meglio. La maggior parte di loro erano già piuttosto bravi, io li portavo a un altro livello. Mi faceva sentire bene vederli avere successo e vederli felici».

    La storia di Michael Joyce e qualche pensiero sulla bellezza dell’insegnare e del passare le cose buone che abbiamo imparato, su Left Wing.

    14/02/2017

    Vincere le battaglie e perdere le guerre

    Filed under: — JE6 @ 18:15

    I Melii non risposero, gli Ateniesi se ne tornarono sulle loro navi e poi attaccarono l’isola di Melo. Le cose furono meno semplici di quanto si aspettavano, gli ci volle un annetto per fare tabula rasa, uccidere tutti gli uomini e deportare donne e bambini, ma alla fine ottennero quel che volevano. Poi passarono ancora una quindicina d’anni e Atene, che aveva vinto la battaglia di Melo, perse la guerra contro Sparta. Immagino che ci sia una morale in tutto questo, ma quale sia non lo so. D’altra parte mica ho fatto il liceo.

    Se anche a voi è capitato di leggere qualche pezzo di storia greca e pensare che non sono loro a essere moderni, siamo noi a essere vecchissimi, il resto sta qui su LeftWing.

    10/02/2017

    Il potere di una virgola

    Filed under: — JE6 @ 18:27

    (…) a un certo punto i team legali delle quattro nazioni giudicanti (Usa, Gran Bretagna, Francia e Russia) si scornano su un punto e virgola che sta in mezzo al paragrafo 6c dei capi di imputazione (stiamo parlando del processo di Norimberga, non proprio Vallettopoli). Un punto e virgola che prima c’è e poi non c’è più, sostituito da una virgola. Non erano dei grammar nazi, quegli avvocati (i nazi, peraltro, c’erano: prima e dopo quel punto e virgola); era, piuttosto, gente che dava alle parole e ai segni l’importanza dovuta. 

    La storia di come un punto e virgola cambiò il processo di Norimberga, più qualche pensierino sparso su quanto si parla e quanto lo si fa a sproposito. Su LeftWing.

    06/02/2017

    Partiti

    Filed under: — JE6 @ 13:22

    E’ un periodo così, che se non mi obbligano non scrivo (quindi quelli di LeftWing dovrei ringraziarli; o forse no). Comunque, ho buttato giù quattro righe sul perdersi la gente per strada:

    E niente, cara Left Wing, se la tua domanda a questo punto è perché ti sto raccontando questa storia, la prima risposta che ti do è che al momento non ne ho una migliore.

    Il finale, e quello che sta prima, lo trovate qui.

    02/02/2017

    Che libri legge Donald Trump?

    Filed under: — JE6 @ 16:04

    Era un po’ che non, ma il Direttore ha insistito che gli scrivessi una letterina e mi è venuta questa cosa qui.

    Cara Left Wing,
    ma secondo te che libri legge Donald Trump? Perché leggerà qualcosa, no (oltre ai tweet, voglio dire)?

    Il resto lo trovate qui, se avete voglia.

    13/01/2017

    Come diventare buoni

    Filed under: — JE6 @ 12:20

    Ho letto un articolo qualche giorno fa. Parlava di Obama, dei suoi ultimi giorni da presidente, della sua legacy – quello che lascerà. Fra le molte diceva una cosa che mi ha fatto pensare parecchio. Diceva che Obama ha una fiducia incrollabile e vera nella bontà del suo paese: senza essere cieco e ingenuo, senza dimenticare il Vietnam e il KKK e Columbine e Trump, ma crede che l’America sia buona (uso quest’aggettivo andando a memoria, forse era un’altra cosa ma il senso era proprio questo). Una bontà fatta di molti aspetti – la generosità, lo spirito di sacrificio, una certa forma di allegria, la fiducia in sé come paese – che a sua volta è uno dei molti componenti che hanno reso grande quel paese. Diceva, quell’articolo, una cosa più o meno come “Obama crede negli americani, e quindi nell’America, e ci crede davvero”. E poi diceva un’altra cosa, che a sua volta suonava più o meno come “e infatti hanno votato Trump, che è l’incarnazione di tutto o quasi tutto il contrario di quel buono che Obama vede e sente intorno a sé”. E li ho pensato a quel pezzo famoso di Roth, di “Pastorale americana”, quello che dice che vivere è capire male la gente, e poi capirla male ancora e ancora. Ho pensato che Roth ha probabilmente ragione, che capire male la gente è quello che ci succede ogni giorno; e ho pensato che se il giorno dopo la capiamo male ancora non è perché siamo stupidi: è perché è uno dei modi che ci siamo scelti per vivere meglio, o meno peggio; è scommettere che siamo meglio di quello che praticamente sempre diamo prova di essere, scommettere e perdere, scommettere e perdere, fino al giorno in cui non troviamo un esempio contrario, uno qualsiasi, e allora vinciamo, e come un elastico accumuliamo abbastanza energia da andare avanti. Succede nella vita privata, ma succede anche nella vita sociale (ogni tanto penso alla sera in cui ci trovammo a migliaia in piazza Duomo quando venne eletto sindaco Pisapia: negli anni a venire avremmo alternato tutti delusioni a soddisfazioni, ma quella sera ci sentimmo contenti, ci sentimmo buoni). Succede, ogni tanto, che si perde questa fiducia; e ogni tanto, anche se più raramente di quanto vorremmo, succede che proviamo la sensazione di non essere così male, e che in fondo sì, possiamo diventare buoni, un po’ più buoni.

    03/01/2017

    Primo quadrimestre

    Filed under: — JE6 @ 09:52

    Che poi lo sappiamo tutti che l’anno nuovo inizia a settembre, o magari a fine agosto quando ritorni in ufficio o rialzi la serranda (se hai ancora un lavoro, si intende). Perché tra Santo Stefano e Capodanno hai ancora tanto da fare, le fatture da emettere, le commesse da chiudere, i programmi da ritoccare – programmi che non riguardano un futuro lontano e indistinto, sono programmi per la prossima settimana, quando ti rimetterai sotto mentre starai ancora smaltendo gli ultimi bicchieri di brut millesimato. Capodanno è un venerdì sera sotto steroidi; adesso servono un paio di pastiglie per far passare il mal di testa: e in fretta, ché domani ricominciano le interrogazioni.

    12/12/2016

    Ufficio reclami

    Filed under: — JE6 @ 16:19

    Ho passato otto giorni sui treni e pullman di sei paesi diversi, quattromila chilometri, settantaquattro ore di viaggio sale di attesa escluse. Sono passato in mezzo a tre religioni e una manciata di lingue diverse, forse uno di questi giorni cerco di trovare il tempo e la voglia di scrivere com’è un InterRail a cinquant’anni (faticoso, diciamo). Naturalmente, essendo tornato a casa da meno di due giorni, ho ancora parecchia roba negli occhi. Tra le cose che mi tornano più spesso in mente ci sono due episodi tra loro collegati; nel secondo giorno di viaggio a un certo punto il treno si ferma nel mezzo della campagna croata. Fermo proprio. Nessun avviso, nessuna informazione, solo dopo una mezz’ora un’affannata controllora passa per i vagoni a dire qualcosa che immagino sia “abbiamo un guasto, stiamo cercando di mettere le cose a posto in fretta”. Durante l’ora abbondante in cui rimaniamo a guardare l’erba affaticata della campagna in inverno non c’è una sola protesta, in un vagone con una trentina di persone a bordo. Apro la porta, guardo fuori, vedo un paio di dozzine di passeggeri che si sgranchiscono le gambe passeggiando a fianco dei binari, fumando una sigaretta. Ancora niente, un urlo, un insulto, uno sbuffo, un vaffanculo. Poi si sente un colpo secco, è arrivata una nuova motrice, ci rispingono verso la stazione più vicina e da lì, probabilmente sbrigata qualche scartoffia, ripartiamo verso Belgrado. Mugugni: zero. Sei giorni dopo salgo su un regionale veloce a Trieste. Il treno parte con otto minuti di ritardo (ne recupererà tre arrivando a Mestre) e sono otto minuti interi di è una vergogna, stanno cercando il macchinista, pago sessanta euro al mese per questo schifo, la gente ha degli impegni; quando il treno si muove non si sente un sospiro di sollievo, ma una specie di sbuffo di delusione.

    (Non ho morali da trarre, non so nulla del rapporto dei croati con le loro linee ferroviarie, non so quale sia lo standard dei ritardi nella Venezia Giulia italiana, l’erba del vicino non è sempre più verde eccetera. Però è difficile girare in Italia di questi tempi e non avvertire un astio costante contro tutto e tutti che gorgoglia come una solfatara)

    02/12/2016

    Tenere il punto

    Filed under: — JE6 @ 15:19

    Non so voi: io per un po’ ho creduto che la gente (cioè quel microcosmo del quale faccio parte composto da amici, colleghi, conoscenti, vicini di casa, persone che ascolto mentre parlano in metropolitana: quella storia dei sei gradi di separazione, per intenderci) avrebbe provato ad arrivare a domenica prossima in modo, non so: ragionato? Ecco, forse il termine è quello: ragionato. Per un po’ ci ho creduto, mi è anche capitato di partecipare a incontri pubblici dove veramente la sensazione era quella, quella che si potesse ascoltare, fare domande, ricevere risposte, ragionare e poi scegliere. Per un po’; poi mi sono svegliato, e ho ritrovato la gente (cioè quel microcosmo del quale faccio parte) che iniziava un discorso anche sinceramente ben disposta per poi, in soli cinque minuti e senza passare dal via, proseguire per pura tigna, nascondendo soprattutto a se stessa le mille inevitabili magagne della propria posizione. Tenere il punto, ecco cosa conta. Tenere il punto fino alla fine. Forse è così che si vince, spesso è così che si vince. Cosa, non so.

    22/11/2016

    Alla fermata

    Filed under: — JE6 @ 17:22

    Alzo gli occhi dal Kindle mentre scende il primo scalino del tram, la mano dentro quella di una donna che gli ha appena detto dai è la nostra. Lo vedo di spalle, uno zaino grosso quanto lui, le gambe magre e i capelli corti, in tre o quattro secondi sparisce tra universitari e semafori. Riporto gli occhi verso i finestrini del mio lato, faccio un rapido conto di quanti minuti mancano alla mia fermata e alla prima telefonata della giornata, e allora faccio caso a quei segni lasciati sul vetro approfittando della condensa di una mattina di pioggia, prima un cuore e poi la parola mamma, scritti con un dito proprio all’altezza del sedile davanti al mio, che per una decina di secondi rimane vuoto finché non si siede una ragazza che ha in mano un libro di medicina.