< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Le cose, passano?
  • Accumuli
  • Da fuori, standoci dentro
  • Grazie
  • Compagni
  • L’Italia fuori dalla mischia
  • Oval Office
  • Tennis, tv, trigonometria, scissione
  • Vincere le battaglie e perdere le guerre
  • Il potere di una virgola
  • June 2017
    M T W T F S S
    « May    
     1234
    567891011
    12131415161718
    19202122232425
    2627282930  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    25/06/2017

    Pausa pranzo

    Filed under: — JE6 @ 18:11

    Qualche sera fa mi sono guardato su YouTube uno speech che Vittorio Munari ha tenuto a una convention aziendale. Munari è stato un grande allenatore di rugby e oltre a fare il commentatore televisivo rimpingua il conto in banca girando per aziende a spiegare cos’è una squadra, come ci si sta dentro, cosa significa vincere e cosa vuol dire perdere, cose così. Uno dei perni dei suoi discorsi è l’automotivazione: la spinta che uno ha dentro per dare il massimo di sé e dare il massimo che può agli altri. Tutto bello e tutto giusto, se non fosse che non ti spiega dove dovresti fissare la tua asticella, quale dovrebbe essere il tuo punto di equilibrio, ché non è facile dare il famoso centodiecipercento e poi avere ancora tempo e energie e testa per ciò che sta fuori dalle mura dell’ufficio; e se quell’asticella sbagli a metterla, se quel punto di equilibrio è invece sbilanciato hai voglia a riempirti la testa di belle teorie e messaggi motivazionali, intanto sei solo diventato un altro soldatino dell’immenso esercito dei burnt-out. E niente, pensavo a quel discorso che Munari faceva a venditori e amministrativi e capiarea e direttori di business unit, ci pensavo mentre all’una e mezza di un giovedì pomeriggio percorrevo la via che a Pesaro taglia il centro storico passando per chiese e musei e piazze in attesa di presentarmi al secondo appuntamento della giornata, e guardandomi intorno, riconoscendo posti che ormai conosco come un indigeno – la via che porta alla sinagoga, le centinaia di piccole fotografie in bianco e nero del monumento ai caduti, il palazzo delle poste, il piccolo arco che porta a un panettiere e un macellaio – non riuscivo a togliermi di dosso il sorpreso e malcelato fastidio del trovare nove negozi su dieci chiusi per la pausa pranzo, ci pensavo cercando di capire se è il problema del vivere e lavorare a Milano, se sono io, se siamo noi, se sono loro, ci pensavo e mi veniva da dire beh Vittorio, mi stai simpatico e sono contento se ti pagano bene per non dire niente che non mi avessero già spiegato i miei genitori quando avevo dodici anni, ma le cose sono più complicate di così, lo so io e lo sai tu, e chissà, forse trovare il modo per restare in superficie, per girare intorno a un ostacolo senza scavalcarlo, per far credere di aver dato una risposta a una domanda che tutti si fanno senza riuscire a darsi una soluzione, forse trovare quel modo è quello che serve. O forse no, ma non sono io quello che fa gli speech alle convention, qualunque cosa questo voglia dire una volta tradotto in italiano.

    08/06/2017

    Le cose, passano?

    Filed under: — JE6 @ 16:55

    Un paio di giorni fa ho finito di leggere “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli. E’ un libro di fisica che parla, appunto, del tempo. Quello che noi consideriamo essere il tempo, quello che oggi la fisica sa essere il tempo. Aristotele, Newton, Einstein. La relatività, la teoria dei quanti. Per l’ennesima volta non ci ho capito molto, arrivo a un punto e lì mi perdo, mi cade la mandibola, mi viene la faccia a punto esclamativo – o a tre puntini, che è un po’ lo stesso. Però una cosa mi è sembrata di averla capita, e cioè che in realtà – una realtà che non vedo, che faccio persino fatica a immaginare – non c’è un tempo ma ce ne sono un’infinità, e non c’è un presente né un futuro o meglio: quello che sembra passato potrebbe essere futuro e viceversa, è tutto relativo, dipende da dove mi metto a osservare, il mio passato potrebbe essere il futuro di qualcun altro e viceversa. Così guardo tutte le carabattole che ho tirato fuori dalle scatole di cartone e che ho messo sulla nuova scrivania, una bottiglia da Cannes, una statuetta da Shanghai, una bambola da New Orleans, un bicchiere da Boston, una bandierina da Sofia, cose che mi porto dietro da viaggio a viaggio, da ufficio a ufficio così da poter raccontare una piccola storia per ciascuno e adesso penso che boh, magari non sto guardando pezzi di quando avevo cinque o dieci anni di meno, forse sono cose che devono ancora venire, vai a sapere.

    19/05/2017

    Accumuli

    Filed under: — JE6 @ 15:24

    Alla fine l’età è in gran parte una questione di accumulo. Non solo, ma in gran parte. E così arrivi a un punto nel quale tante cose si ripetono, ma soprattutto tante cose si riprendono, si congiungono. Lì per lì sembra un caso e invece no. Quella cosa lì l’ha scritta Carver. Però, aspetta, un po’ diversa ma al tempo stesso molto simile l’ha scritta Foster Wallace. E pure Pascoli, e anche Garcìa Marquez. Uhm, non è che mi sto confondendo? No, è proprio così. Ma se avessi vent’anni non lo saprei. Non avrei letto abbastanza, viaggiato abbastanza, ascoltato abbastanza. Eccetera. Poi certo, serve un po’ di memoria per collegare le cose tra loro, ma avere la memoria e non avere i ricordi, ecco, ci siamo capiti.

    03/05/2017

    Da fuori, standoci dentro

    Filed under: — JE6 @ 15:32

    Teniamo in casa per una decina di giorni una sedicenne di Francoforte. Programmi di scambio, quelle cose lì. Ovviamente ti prepari: il letto, un pezzo di armadio, il bagno, i biglietti giornalieri, l’adeguamento degli orari delle sveglie e tutto il resto. Fai la vita normale, che è uno degli obiettivi di questi periodi in casa altrui (una cosa tipo a day in the life), sapendo che non può esserlo davvero, che è tutto un po’ fuori sincrono, che è tutto un po’ meno vero, che è tutto plasmato come un pezzo di Das perché una ragazza torni a casa sua e abbia un buon ricordo di quella gente che l’ha ospitata. E poi guardi la tua vita con altri occhi, che non sono né i tuoi né i suoi. Dove la tua vita sta per un sacco di piccoli insignificanti dettagli – come tagli il pane, la luce dei lampioni della tua strada di periferia, quella piccola ragnatela in un angolo del pianerottolo che la signora peruviana non ha mai tolto e tu non hai mai trovato un motivo sufficiente per farlo a tua volta, il modo in cui ti metti sul divano a guardare la televisione, la temperatura che tieni in casa, la chincaglieria che sta sulla scrivania, l’accappatoio appeso in bagno. E’ come vederla da fuori standoci dentro, con un’attenzione a dettagli che ogni giorno stanno nascosti in bella vista sotto gli occhi, e che a un certo punto ti auguri che tornino al loro posto, così evidenti da non farci caso, come ogni giorno normale.

    18/04/2017

    Grazie

    Filed under: — JE6 @ 18:39

    A volte succede che quando ci si prepara per tornare a casa non ci si limita a salutarsi, a dirsi alla prossima, ci vediamo. A volte succede che ci si stringe la mano o ci si abbraccia o ci si dà un bacio per guancia e si aggiunge “grazie”. A volte succede che quella parola è un’eredità dei genitori, forse dei nonni, un’abitudine, un eccesso di forma. A volte succede che invece no, che invece si sta davvero dicendo grazie, grazie per qualcosa di così semplice e banale che ogni altra parola sarebbe di troppo, grazie per qualcosa di così necessario per andare avanti che ogni altra parola sarebbe impossibile da trovare. A volte succede che non si è troppo distratti da altri pensieri e ce ne si rende conto, nel momento preciso in cui quella parola la si dice o la si sente, ce ne si rende conto che è proprio così e c’è una specie di pudore imbarazzato che vaga prima che si finisca con un alla prossima, ci vediamo, e si accendano i motori delle macchine e si torni davvero a casa.

    25/03/2017

    Compagni

    Filed under: — JE6 @ 13:27

    (…) Ho scoperto oggi che «kermesse» viene dalle parole olandesi «kerk» (chiesa) e «mis» (messa) e insomma stava a indicare non un evento ciclistico ma la messa in onore del santo patrono. Mai termine fu più azzeccato, insomma.

    Il resto, qui su Left Wing.

    23/03/2017

    L’Italia fuori dalla mischia

    Filed under: — JE6 @ 13:25

    (…) secondo il più classico dei cliché siamo i maestri dell’arte di arrangiarsi, i prìncipi della deroga, i visconti della variante in corso d’opera. Siamo quelli che hanno avuto come ministro dell’economia il teorico della finanza creativa, quelli che passano metà del loro tempo a cercare di intortare Bruxelles sull’interpretazione delle regole di bilancio facendo schizzare la pressione arteriosa dei tedeschi e degli olandesi.

    Il resto, qui su Left Wing.

    21/03/2017

    Oval Office

    Filed under: — JE6 @ 13:25

    (…) Forse c’è che esistono alcuni momenti speciali nella vita, e sono pochissimi, nei quali provi la sensazione precisa e inspiegabile di fare parte di qualcosa che è molto più grande di te. Succede essenzialmente grazie a due cose, la musica e lo sport (e la politica se abiti a Milano e vince Pisapia). Quei due secondi nei quali Tardelli si passa la palla sul sinistro e tira e tu e tutti gli altri vicino a te vi alzate seguendo la striscia perfetta che entra vicino al palo e gridate e vi abbracciate mentre lui corre impazzito dalla gioia, per dire. O l’istante in cui Jagger grida I can’t get no e tu e tutti gli altri vicini a te rispondete Satisfaction – c’è un bellissimo verso di Lucio Dalla che la dice bene, dice tre milioni e il respiro di un polmone solo.

    Il resto, qui su Left Wing.

    19/02/2017

    Tennis, tv, trigonometria, scissione

    Filed under: — JE6 @ 18:23

    «Sembrava che chiunque stavo seguendo iniziasse a giocare meglio. La maggior parte di loro erano già piuttosto bravi, io li portavo a un altro livello. Mi faceva sentire bene vederli avere successo e vederli felici».

    La storia di Michael Joyce e qualche pensiero sulla bellezza dell’insegnare e del passare le cose buone che abbiamo imparato, su Left Wing.

    14/02/2017

    Vincere le battaglie e perdere le guerre

    Filed under: — JE6 @ 18:15

    I Melii non risposero, gli Ateniesi se ne tornarono sulle loro navi e poi attaccarono l’isola di Melo. Le cose furono meno semplici di quanto si aspettavano, gli ci volle un annetto per fare tabula rasa, uccidere tutti gli uomini e deportare donne e bambini, ma alla fine ottennero quel che volevano. Poi passarono ancora una quindicina d’anni e Atene, che aveva vinto la battaglia di Melo, perse la guerra contro Sparta. Immagino che ci sia una morale in tutto questo, ma quale sia non lo so. D’altra parte mica ho fatto il liceo.

    Se anche a voi è capitato di leggere qualche pezzo di storia greca e pensare che non sono loro a essere moderni, siamo noi a essere vecchissimi, il resto sta qui su LeftWing.