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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    25/6/2015

    Prova a spiegarmelo

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:55

    Ora prova a spiegarmelo come se fossi un bambino di sei anni, con calma e parole semplici così che io ti possa seguire. Spiegami perché quando hai letto quel nome, Sofri Adriano (si fa così con i galeotti, no? Cognome-nome così l’ordine alfabetico funziona bene) ti sei riempito di bolle e la pressione ti è schizzata a trecento. Spiegamelo bene, lentamente: perché vedi, io credo che ci siano solo due possibilità. La prima è che tu pensi che uno che è stato condannato non possa più esprimere un’opinione: nemmeno su qualcosa che conosce meglio di chiunque altro, come la prigione, e a proposito di quella storia che la pena non serve solo a punire ma a rieducare le persone e rimetterle nelle condizioni di partenza, uguali a noi che al gabbio non ci siamo mai andati, non ci avrete davvero creduto. La seconda è che tu pensi che il signor Sofri Adriano non possa e non debba esprimere un’opinione, nemmeno su una cosa che conosce molto bene come la prigione, perché è lui, perché si chiama Sofri Adriano ed è stato per decenni uno che ti ha fatto uscire di matto, anche quando diceva e scriveva cose che tu sapevi benissimo essere vere e giuste. Ma questa seconda cosa non potevi farla, i bravi democratici non fanno ostracismo ad personam. E allora ti sei fregato con le tue stesse mani, senza accorgertene hai fatto l’equazione Sofri=condannato; cioè, anche Dell’Utri che pure è una testa fina non potrebbe e non dovrebbe dare un’opinione sulle carceri italiane, no? Non è così, dici? E allora dai, prova a spiegarmelo come se fossi un bambino di sei anni, io sono qui, mi metto comodo.

    14/6/2015

    Destinazione paradiso

    Filed under: — Sir Squonk @ 20:37

    Non riesco nemmeno a ricordare da quanto lavoriamo insieme, noi quattro. Saranno dieci anni, ormai. Quante bare abbiamo portato in chiesa, quante ne abbiamo fatte uscire. All’inizio non è stato facile abituarsi, i funerali non piacciono a nessuno. Poi è diventato un lavoro, una cosa da fare bene quel tanto che basta per continuare a tenere il posto, portare a casa uno stipendio alla fine del mese e tirare su qualche mancia, un quarto a me, un quarto a Paolo, uno a Franco e uno a Roberto. Non ci hanno più divisi, il caso ha voluto che fossimo alti uguale, robusti uguale, due biondicci e due mori, sembriamo fatti apposta per stare insieme, per fare gruppo. A volte, una volta iniziata la funzione, se conosciamo la zona o se arrivando con il carro funebre abbiamo visto un bar che ci sembra decente usciamo dalla chiesa e andiamo a berci un caffè e mentre camminiamo sul marciapiede c’è sempre una macchina che rallenta e una ragazza che ci guarda perché fino a quando non ci arrivi proprio vicino vicino non capisci che le nostre sono divise di un’agenzia di pompe funebri, non di qualche corpo militare o di una compagnia aerea, e sembra che ci siano poche cose capaci di colpire una donna come una camicia bianca e un nodo della cravatta stretto al punto giusto. A volte però portiamo la bara in chiesa, percorriamo la navata centrale, ci fermiamo davanti all’altare, sbrighiamo le cose che dobbiamo fare con la sincronia di un corpo di ballo e poi invece di andarcene per mezz’ora ci fermiamo e aspettiamo. C’è qualcosa che ce lo fa capire e non abbiamo mai bisogno di consultarci, sarà che in tutto questo tempo passato insieme siamo diventati amici e ci conosciamo e capiamo senza bisogno di parole. A volte la chiesa è così piena che si capisce che il morto era uno che contava: non perché fosse uno importante, uno che finiva sui giornali, ma perché contava per quella gente lì, per quel quartiere, quel gruppo di case, e allora ci piace provare a capire chi era, cosa faceva, perché la gente gli voleva bene o perché lo temeva o perché lo rispettava. A volte invece la chiesa è così vuota che restare, anche se in ultima fila, sembra proprio quella che mia nonna chiamava un’opera buona che non si nega a nessuno. Io non sono molto credente, così quando sto lì in quell’ultima fila la testa mi va un po’ di qua e un po’ di là, spesso penso a Giovanna, a dov’è, a cosa fa, a come sta, a quando otto anni fa ci siamo lasciati senza mai essere stati insieme e da quel momento non c’è stato un solo giorno che non l’abbia pensata, altre volte mi vengono delle immagini di posti dove sono stato in vacanza, arrivano così, di sorpresa, che è come se fossi lì su quella spiaggia o in quella piazza e potessi sentire i rumori e i profumi e ogni volta mi pare uno scherzo cattivo, una trappola un po’ crudele. Poi la messa finisce, noi ci alziamo, ci prepariamo, io e Franco davanti, Paolo e Roberto dietro, attraversiamo la navata fino all’altare e tutti ci guardano per un secondo, rifacciamo i nostri movimenti da ballerini, ci mettiamo la bara in spalla e ci dirigiamo verso l’uscita e a volte capita che dalle porte aperte della chiesa arrivi una luce bella, che si veda il sole e il cielo azzurro e in quel momento lì vorremmo tutti essere da un’altra parte e al tempo stesso vorremmo tutti che esistesse un qualcosa che non conosciamo e ci aspetta, un posto bello dove andare a passare tutto il tempo che ci resta, come se quel grosso barcone Mercedes che ci aspetta sul sagrato fosse la macchina col serbatoio pieno che ci porta in vacanza, destinazione paradiso.

    10/6/2015

    Cos’abbiamo da guardare

    Filed under: — Sir Squonk @ 12:55

    C’è questa grande vetrata, a Roma Tiburtina. Sta al secondo piano (o è il primo? mai che riesca a ricordarlo), vicino a un bar che vende i panini da stazione. Ci arrivi passando in mezzo a una specie di area di sosta con i tavolini e le sedie abbastanza larghi da non sentirsi in imbarazzo. C’è sempre qualcuno a quella vetrata, qualcuno che gira la sedia e passa dei quarti d’ora a guardare fuori. Cosa, non lo so: se lo chiedessero a me, che lo faccio ogni volta che posso se non arrivo trafelato, non saprei cosa rispondere. Perché il panorama è quello che è: brutto, fatto di palazzi che erano brutti anche da nuovi e figuriamoci oggi dopo decenni di gas di scarico e manutenzioni approssimative, di un cavalcavia grigio anche quando il cielo ha il colore dell’ottobrata romana, e là sotto i binari con i treni dell’alta velocità. Potrebbe essere uno scorcio di Bucarest o di una qualsiasi delle città che usiamo come paradigma della bruttezza (a mostrare la nostra ignoranza: Bucarest è tutto tranne che brutta, per dire), una cartolina di certa periferia milanese o della banlieue parigina (perché la città-più-bella-del-mondo è fatta di tante enormi isole di puro squallore), eppure a quella vetrata, davvero: c’è sempre qualcuno. Che sta lì, e guarda, una mano appoggiata sul trolley e le gambe stese, e quando deve alzarsi per cercare il suo binario pare che gli dispiaccia.

    4/6/2015

    Fonzie reloaded

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:57

    A volte – raramente, ormai: a invecchiare ci si irrita e ci si imbarazza più facilmente – guardo qualche decina di minuti di una qualche trasmissione nella quale c’è un qualche politico che risponde alle domande di un qualche giornalista. E se questo fa il minimo sindacale del suo lavoro, c’è quasi sempre un momento nel quale il politico di turno ha una manciata di secondi di debolezza: glielo leggi negli occhi, mentre sta recitando il suo copione fatto di sicurezza, assertività, indignazione, compostezza, empatia, affidabilità, è come se sopra la testa gli si disegnasse un fumetto in corsivo e a linea tratteggiata che dice “non farmi questo, non chiedermi queste cose, lo so che hai ragione, lo so che abbiamo fatto una cazzata, lo so che mi sto arrampicando sui vetri ma non lo posso dire, le regole sono queste, non lo posso dire e non lo dirò anche se ne avrei tanta voglia, anche se penso che ci guadagneremmo tutti, se non in voti in buona coscienza”. In quei momenti sembra di vedere Fonzie che prova a dire “ho sbagliato” e non ci riesce: però quelli erano degli happy days e noi ridevamo felici; e questi, invece, no.

    [Poi ci sono quelli che quella manciata di secondi di debolezza non ce l’hanno proprio: e sono quelli che non fanno né pena né rabbia, ma solo paura. Di solito sono quelli che fanno la carriera vera]

    27/5/2015

    E invece

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:16

    Ci sono posti che non riesci a immaginarti diversi da come li hai visti, nemmeno se ti sforzi. Ho perso il conto di quante volte sono stato nella Grand Place di Bruxelles ed è sempre stato un luogo bello, pieno di una strana calma anche quando era pieno di turisti o quando cadeva una pioggia feroce. E pure lo stadio della città, quello che una volta era l’Heysel e adesso porta il nome di un re, visto in un giorno di novembre, anche quello: sta al limitare di un parco, grande verde e tranquillo come può essere un parco belga, e fai fatica a vederci i morti, il sangue, i poliziotti a cavallo che non sanno cosa fare, gli ubriachi e tutto il resto. Non sembra possibile, semplicemente. E invece.

    19/5/2015

    Il lusso degli altri

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:03

    Ieri mi hanno fatto fare un giro nelle suites di un albergo che verrà. Un albergo con tante stelle, che sta in un posto molto, molto bello. Almeno per me, si intende: de gustibus eccetera. E’ strano avere a che fare con il lusso degli altri, perché a pensarci bene il punto non è il lusso – cioè quell’insieme di cose che tu non puoi permetterti – ma sono gli altri. Non so chi spenderà qualche migliaio di euro a notte per quei letti, quegli schermi, quelle poltrone, quelle docce, quei colori: posso immaginarlo, parlando di categorie sociali, ma non li conoscerò. E questo me li renderà sostanzialmente accettabili, perché indifferenti nella loro lontananza. E’ il lusso di chi conosci, quello che ti mette davvero alla prova: ieri passavo tra queste camere provando quasi null’altro che ammirazione, la stessa che avrei provato davanti, non so, a un magnifico quadro del Seicento olandese; ma non sono così sicuro della nobiltà delle mie sensazioni se una di quelle porte mi fosse stata aperta da qualcuno di conosciuto, di più o meno vicino alla mia vita. Il fatto è che tutti vogliono viaggiare in prima, ma i posti si esauriscono in fretta.

    Poi, tornando a casa in metropolitana, mi chiedevo se quello che avevo visto era davvero “bello”: in che senso, secondo quali parametri, e se questi sono abbastanza corrotti da farmi dire ooohhh davanti a qualcosa di cui non sono più capace di riconoscere la eventuale pacchianeria. Ma nessuno è buon giudice di se stesso, e ho lasciato perdere – faceva fin troppo caldo per certi pensieri.

    10/5/2015

    E però, il leggere

    Filed under: — Sir Squonk @ 22:16

    Ieri ho passato buona parte della giornata con i miei: succede, quando pezzi di famiglia si riuniscono per i funerali. Tornando dalla Toscana mia mamma ha tirato fuori il Kindle cercando qualcosa di nuovo da leggere – i nostri viaggi, da buoni nuragici, non sono esattamente all’insegna della conversazione torrenziale. E però, il leggere. Non ho moltissimi ricordi di quando ero piccolo, diciamo il minimo sindacale. Ma il primo, e nitidissimo, ha proprio a che fare con lei, con mia mamma, e con delle pagine da sfogliare. Lei sta lì, seduta vicino a me che avrò quattro anni, e mi sfoglia e mi legge un Topolino. Ne posso quasi sentire la voce. Mi piace pensare che un po’ di cose mia madre me le abbia insegnate, ma mi piace quasi di più credere che una cosa l’abbia seminata – il piacere di leggere, appunto – e poi l’abbia innaffiata e coltivata ogni giorno che abbiamo passato insieme, senza forzarla, accompagnandola silenziosamente come si fa girando una pagina dopo l’altra: che è quello che le ho visto fare sempre, tutti i giorni, l’ho sempre vista leggere, quasi qualunque cosa, i libri in milanese di Carlo Porta – lei che veniva dalla Sardegna più profonda e lì riusciva a capire l’anima e la cultura dei vicini di casa che l’avevano accolta come una figlia e che erano i prototipi degli ambrosiani veri, quelli col cuore in mano come nel più trito dei cliché – e romanzi e il quotidiano e non so cos’altro ancora. Ci siamo scambiati un po’ di titoli mentre salivamo sulla Cisa, hai letto questo, sì, e quest’altro, sì, chissà cosa ci trova la gente in quello lì che era da Fazio l’altra sera, prova Soriano, va bene, poi ci siamo fermati per un caffè e poi siamo arrivati a casa e poi mi sono seduto sul divano a riposare un po’, in compagnia di un Primo Levi che chissà, senza mia mamma e la sua quinta elementare non sarebbe mai stato così importante per me.

    4/5/2015

    Pulizie di primavera (le cose, a volte, sono semplici)

    Filed under: — Sir Squonk @ 17:12

    Ieri ho fatto una cosa che ha sorpreso anche me (e soprattutto la mia schiena con relativa ernia: durante l’ultimo paio d’anni abbiamo avuto un rapporto complicato, per così dire): ho preso la metro, sono andato in Piazzale Cadorna, mi sono fatto dare un paio di guanti, una tuta, un raschietto, poi ho seguito il corteo che guidato dal sindaco è arrivato fino alla Darsena, all’altezza di via De Amicis sono tornato indietro e mi sono unito a un gruppo di ragazzi che si era messo – come centinaia di altri – a pulire un pezzo di muro riempito di scritte No Expo e per un’ora ho sudato sopra quindici centimetri quadrati di marmo. Di manifestazioni in vita mia ne ho fatte pochissime, e paradossalmente in età matura: ai tempi in cui entravamo a scuola passando fra sei celerini armati di tutto punto i cortei per piazza Fontana o per Fausto e Iaio me li saltavo senza grandi rimpianti: non mi ci trovavo: non nelle idee, ma nel modo di fare, di esprimerle. Camminando lungo via Carducci mi era ben chiaro che stavo facendo una serie di cose discutibili: stavo partecipando a uno spot del sindaco, con la sola consolazione che a oggi quest’ultimo risulta dimissionario e quindi lo spot stesso va a costruirne la fama imperitura ma non la rielezione, stavo camminando insieme ai radical chic alla Vecchioni, stavo contribuendo a rafforzare il primato del centro sulle periferie, mi stavo unendo al coro della devastazione sapendo che le devastazioni vere hanno altra intensità, e cose del genere. E allora perché stavo lì? Perché le cose, a volte, sono semplici: perché c’è qualcosa che, con tutti i suoi difetti, è e senti come casa tua. E per casa tua fai tante cose: tra queste, la pulisci quando è sporca; a maggior ragione quando qualcuno viene da fuori e la sporca e la rompe senza ragione (ma anche se una qualsiasi ragione la avesse). E’ un gesto piccolo, al quale non dai nessun altro significato se non quello più evidente: un po’ di cura per qualcosa a cui tieni. Un gesto che non cancella gli altri problemi di quella casa, gli infissi scrostati, le file al “Pane Quotidiano”, le grondaie bucate, i campi nomadi: non li cancella e non li risolve. Ma un gesto buono in più per me è sempre meglio di un gesto buono in meno, anche quando farlo vuol dire correre il rischio di sembrare (e, chissà, essere) l’utile idiota: perché c’è qualcosa di buono “dentro” quel gesto, che ogni tanto conta almeno quanto il suo risultato concreto: non sono sicuro che ieri non abbiamo fatto dei danni, non c’era nessuno che ci diceva se quel pezzo di muro sul quale ci accanivamo lo stavamo danneggiando più dei Black Bloc. Ma sono sicuro che abbiamo fatto qualcosa di buono per la città nella quale viviamo e abbiamo fatto qualcosa di buono per noi stessi, qualcosa che ci ha fatto ricordare che certi gesti dovremmo farli più spesso e no, ovviamente non parlo delle pulizie di primavera. Alla fine c’è il rischio di rendersi conto che il benaltrismo serve a ricordare l’esistenza di tanti altri grandi problemi ma anche a darci una comoda scusa per fermarci un passo prima, c’è il rischio di rendersi conto che non è così difficile fare una piccola cosa buona, c’è il rischio di vedere con i propri occhi che le cose, a volte, sono semplici.

    1/5/2015

    Giorni come oggi

    Filed under: — Sir Squonk @ 21:40

    Vivo a due passi da Expo; e che i suoi lavori, ciò che li ha guidati, in alcuni casi ciò che li ha motivati in origine non fossero di gradimento di molta gente, per usare un eufemismo, è una cosa che so bene. Per dire, io e tutti quelli che vivono nella manciata di vie che costruisce il mio quartiere abbiamo visto per nove mesi dodici poliziotti comandati a presidiare ventiquattro ore su ventiquattro i cantieri delle vie d’acqua proprio perché quello era un lavoro preso a simbolo di tutto ciò che di questa manifestazione non andava a genio a tanta gente. Ci sta, non si può essere tutti d’accordo: ci hanno insegnato – con ragione – che il 100% di consensi non esiste in natura, e che è un bene che sia così. Ci hanno anche insegnato che uno dei valori del nostro modo di stare al mondo è quello di dare voce a tutti, ed è quello che, talvolta turandoci il naso, cerchiamo di fare tutti i giorni. In modo imperfetto, ci mancherebbe. Ma ci proviamo. Oggi a Milano c’è stata una manifestazione – si dice che fossero ventimila persone: tante? poche? in fondo non importa – di protesta contro Expo. Una manifestazione come molte altre che sono state fatte in questi anni e in questi mesi: un diritto, che come tale è stato garantito, autorizzando spazi e mettendo in strada centinaia di poliziotti e carabinieri che controllandola la proteggessero e viceversa. E’ stato per garantire questa manifestazione di protesta che si è permesso ai Black Bloc di fare quello che hanno fatto e che abbiamo visto e sentito: non poteva essere diversamente. Succede sempre così, ed è giusto che succeda. E’ giusto che si continui a rischiare pezzi di sicurezza e di incolumità per non perdere qualcosa di più importante: una certa idea di libertà, della quale siamo spesso inconsapevoli, e il rispetto per noi stessi come società. Dove stia il limite, fino a che punto ci si debba spingere per consentire l’espressione di tutti questo non lo sa davvero nessuno. Non è definito, anche se questo non vuol dire che non esiste. Ogni giorno proviamo a definirlo, e pure questo fa parte del gioco, ne è parte integrante. Cambiando idea ogni giorno, va detto. E pure questo, eccetera. C’è un valore in questo, proprio in questo decidere e tornare indietro sulle nostre decisioni. Così guardiamo alle macchine incendiate con la rabbia sconsolata di chi sa che quello è un prezzo che non possiamo evitare di pagare; se il prezzo sia troppo alto non si può dire, perché appunto non sappiamo dove fermare l’asticella. Ognuno ha la sua opinione in merito, e ha il diritto di esprimerla. Anche quando dice ah ma se fosse per te allora oggi si potrebbe rifare la Diaz, mostrandosi in tutta la propria ineffabile disonesta pochezza. Funziona così, funziona che forse è proprio in giorni come oggi che dovremmo essere più orgogliosi di ciò che siamo.

    27/4/2015

    Le cose e i ricordi

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:09

    Non avevo in programma di andarci, e infatti non ci sono andato per davvero. Nella manifestazione di Milano per il 25 aprile mi ci sono trovato dentro per caso, e ne ho approfittato per risalirmi tutto il corteo, dalla coda al capo, camminando mentre questo restava fermo in attesa dell’ordine di partenza. Non ho visto le violenze di cui ho letto, ma ho visto le bandiere dei sindacati con i cartelli “[nome fabbrica] non si tocca”, i furgoncini con gli striscioni “Antifascisti anticapitalisti”, le bandiere con le stelle di David e i cartelli “Sionismo=nazismo”, le bandiere siriane, quelle del PD, le falci, i martelli, tutta la rappresentazione familiare di un pezzo di società alla quale mi pare in qualche modo di appartenere anche se non saprei dire né come né perché né, soprattutto, se ci appartengo veramente. Ho visto moltissima gente della quale non starò a dire se sembrava felice perché il punto non è quello, quella che mi è parso di vedere era una grande folla fatta di tanti gruppi diversi, parecchi dei quali avrebbero gradito che altri gruppi non fossero lì ma mille miglia lontani: e certo, la gran parte di quei gruppi, la gran parte di quelle persone – anch’io, che stavo lì in fondo per caso – erano in strada grazie all’evento che si commemorava ma non più per commemorarlo. Che forse è il destino delle cose umane quando passa tanto tempo, la consunzione delle cose e quella dei ricordi e chissà cosa viene per prima, se quelli o quelle altre, come le uova e le galline, e chissà se tutto questo serve ancora fatto così, come lo stiamo facendo ancora adesso, senza avere idea di come farlo diversamente.

    16/4/2015

    Giungla

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:45

    Leggo il titolo, dice “La giungla delle fondazioni politiche”, poi vedo che questa giungla è fatta da nientemeno che sessanta liane e penso va’ che vita d’inferno faceva Tarzan.

    14/4/2015

    Sulla piccola vetrina

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:58

    E’ un piccolo negozio, fa riparazioni, mette a posto cerniere lampo, cose così. A guardarlo ti chiedi come faccia a resistere, a tirare la fine del mese mettendo in linea i denti di una zip. Poi pensi che forse aiuta stare in mezzo alle due fermate della metropolitana più trafficate del centro di Milano, e forse aiutano quei cartelli che si prendono metà della piccola vetrina, uno che riporta un pezzo del discorso di Pericle agli Ateniesi, l’altro un brano della Repubblica di Platone, forse in un giorno dieci persone si fermano a leggere e di queste dieci forse una pensa che sì, dai, quella borsa posso ancora farla rimettere a posto, poi hai un attimo di lucidità e in quell’attimo realizzi che quei rettangoli di carta non hanno l’aria di richiami, di specchietti per le allodole, stanno vicini a ritagli di giornale che raccontano dei casi di corruzione per l’Expo e d’altra parte, seriamente, tu ti faresti riparare una cerniera perché uno ti legge un pezzo di Tucidide su cos’è la democrazia – ed è in quel momento, nel momento in cui stai per seguire l’onda stabile e sicura del disincanto quotidiano che ti fermi per una frazione di secondo e immagini, anzi speri che quell’uomo che vedi là dietro il banco del piccolo negozio che fa riparazioni e che si vede passare di fronte decine di migliaia di persone ogni giorno senza che una sola si fermi abbia attaccato quei cartelli senza alcun fine che non sia quello di rendere un po’ migliore il posto dove vive, e in quel momento vorresti avere una cerniera rotta, una borsa da non scartare, e entrare.

    10/4/2015

    Così perfetta da non sentirla

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:39

    Chissà dov’ero, e cosa stavo facendo. Perché è primavera e fa caldo, di quel caldo un po’ malato da città, che è quasi sempre troppo – sarà la giacca, la borsa con il portatile, l’asfalto, non so. Però fa un po’ troppo caldo e questo significa che probabilmente è già passato quel momento che è il momento migliore di tutta la primavera, e forse dell’anno, l’istante preciso in cui sei all’aperto e hai le maniche rimboccate e ti rendi conto che la temperatura è perfetta, così perfetta da non sentirla. E’ un istante che dura niente, e nel mentre di quel niente stai facendo altro, stai parlando, stai guardando il telefono, stai bevendo una birra; ma a volte, raramente, te ne accorgi, ed è una cosa che vorresti dire agli altri, madonna senti che bello, oppure no, vorresti stare in silenzio e sentirlo tutto quell’istante, fino a quando qualcuno ti chiama, il pane lo affetti tu, ricordati la riunione di lunedì, fino al prossimo istante, l’anno che verrà.

    31/3/2015

    (Brother) Where art thou

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:17

    Fa’ la cosa giusta, dice, come se io lo sapessi, come se io potessi saperlo cos’è la cosa giusta, come se non avessi il dubbio che la cosa giusta non sia altro che la cosa che vorrei, come se non temessi che la cosa che vorrei resti bella per i primi cinque minuti e poi puff, come se non pensassi, almeno ogni tanto, che le cose vanno come devono andare e le persone pure, come se non cercassi di non sentire l’ansia della clessidra, tutto il tempo che passa da una parte all’altra e tutto il tempo che sparisce fino a quando non ce n’è più, fa’ la cosa giusta, dice, ma a me basterebbe tornare un po’ indietro, un anno, cinque, non lo so, tornare a sentirti parlare, a sapere come stai e a non chiedermi se è la cosa giusta, perché è la sola cosa possibile.

    23/3/2015

    Opera Buffa

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:02

    Anni fa mi resi conto, leggendo uno studio, che facevo parte di quel cinquanta per cento di soggetti che se prende in mano una rivista o un quotidiano inizia a sfogliarla dal fondo; penso che a questa mia abitudine non fosse estraneo il posizionamento delle pagine sportive e degli spettacoli, che sono le prime che leggo a meno di undicisettembri. Perché per leggere Crosetti uno debba arrivare ancora oggi a pagina quarantasette è una cosa che sfugge alla mia comprensione: e non perché Crosetti sia imperdibile sempre e comunque, ma perché scrive (lui e molti altri che fanno il suo mestiere) di cose e persone che quasi sempre dicono di un paese e di un tempo almeno quanto viene fatto da politici e megamanager. Un giorno si capirà che Madonna e Michael Jordan sono storia e cultura e identità allo stesso modo di Hopper e Nixon, che Puskas nella storia dell’Ungheria non è secondo a Liszt e in quella della Spagna a Goya, un giorno si riscriveranno i sussidiari e Crosetti andrà in pagina due, e sarà sempre troppo tardi.