< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Rette
  • Nino non aver paura
  • Foto di gruppo
  • Land of The Free
  • Ragazzo fortunato
  • Cose rimaste, dopo
  • Quello che non c’è
  • Occhio non vede
  • Un microscopico cambiamento dietro l’altro
  • Non è lui, sono io
  • July 2016
    M T W T F S S
    « Jun    
     123
    45678910
    11121314151617
    18192021222324
    25262728293031

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    20/07/2016

    Coazione a ripetere

    Filed under: — JE6 @ 15:41

    Questo blog era aperto da meno di sei mesi quando cadde il secondo anniversario dei fatti di Genova. Il G8, Bolzaneto, la Diaz, Carlo Giuliani. Scrissi una cosa che, nell’infinitamente piccolo e vano di quel che ho buttato qui dentro, è quella che in tanti anni più mi è costata fatica. Oggi inevitabilmente ho letto delle cose su quei giorni, ho riletto pure le mie righe sgangherate, e ho avuto la sensazione che di passi (avanti, indietro, anche di lato) ne siano stati fatti pochini. Siamo ancora lì, quasi tutti a ripetere quasi tutte le stesse cose che dicevamo e scrivevamo quindici e tredici e dieci e cinque anni fa. Se non fosse da prendersene paura, ci sarebbe da provare noia in primis per noi stessi: ma forse anche un lunghissimo giorno della marmotta, alla lunga, può servire a qualcosa.

    08/07/2016

    Rette

    Filed under: — JE6 @ 16:26

    Forse hanno ragione a dire che qui corriamo sempre. O forse no, non è vero. Corriamo, sì. Ma non sempre. Adesso sono le otto del mattino e ci sono solo due persone che si muovono con il passo veloce e determinato da milanese in servizio permanente effettivo. Però non c’è nessuno che non sia un turista che si muove nella piazza seguendo le curve di chi non ha fretta, o tempo da perdere. Rallento un po’ (e no, non sono io una di quelle due persone, quelle galoppavano proprio) e seguo le traiettorie dei passanti, quelli che escono dalla metropolitana, quelli che entrano in Galleria, quelli che vanno da via Torino in piazza Fontana o dal parcheggio dei taxi verso piazza Diaz – tutte rette, righe dritte, la distanza minima da un punto a un altro. Chissà com’è guardarci da sopra, dalle guglie del Duomo, cosa sembriamo, che effetto facciamo, chissà se stasera all’ora dell’aperitivo si vedrà qualche scarto di stanchezza o di rilassamento, un giro largo, un movimento senza scopo, oggi che è venerdì, che fa caldo ma non troppo, che è estate ma non ancora.

    03/07/2016

    Nino non aver paura

    Filed under: — JE6 @ 08:58

    Il fatto è che invece è anche da quei particolari che si giudica un giocatore. Come arrivi al dischetto, come appoggi il pallone, se e come guardi il portiere avversario, se sorridi nervosamente, se tossisci, se fai lo sbruffone e una decina o un centinaio di altre cose ancora – perché le metafore sono una cosa seria.

    18/06/2016

    Foto di gruppo

    Filed under: — JE6 @ 11:20

    Vivo a Milano, e domani voterò Sala. Non per lui: non credo ai superuomini, a coloro che, se vogliono, tutto possono: non esistono nelle dittature, figuriamoci nelle democrazie (togli Eichmann a Hitler e vedi cosa rimane, per intenderci). Non credo nemmeno che, tranne in rarissimi casi – e forse nemmeno in quelli – la storia delle amministrazioni sia fatta di blocchi discontinui: ognuno lavora, volente o nolente, su ciò che eredita, cercando poi di metterci del proprio. Voterò Sala in parte per le cose che dice che lui e la sua amministrazione faranno e in parte, sicuramente maggiore, per la sensazione che quella città che lui oggi mi racconta sia più vicina, o meno lontana, da un modo di stare al mondo che, se non è esattamente il mio – illusione che ho lasciato cadere insieme a quella di Babbo Natale -, sembra essere non troppo lontano da questo, e comunque più vicino rispetto a quello incarnato dal suo avversario: o, per essere più precisi, dal coacervo che lo sostiene. Perché si ha un bel dire che tutto sta nel “fare le cose”. No, non sta tutto lì: non sta tutto nel fare piste ciclabili, terminare linee metropolitane, allargare parchi; quello è un pezzo, importante ma pur sempre un pezzo. Poi c’è il modo in cui le vivi quelle cose. Negli ultimi anni io a Milano ho vissuto meglio. Ho vissuto oggettivamente meglio, per quanto l’avverbio debba per forza essere riferito al microscopico reame costituito dal mio cranio. Ho vissuto meglio perché sono state fatte cose, il cui merito della realizzazione va condiviso tra chi ha governato durante questi cinque anni e chi lo ha fatto prima e su su per i rami delle amministrazioni locali e nazionali, e ho vissuto meglio perché avevo la sensazione di stare in un posto migliore, che era tale a prescindere dalla torre Unicredit. Guardo le foto di gruppo di Sala e di Parisi: fisso prima il centro e sì, probabilmente è vero che quel che vedo in mezzo alle due foto è qualcosa che si assomiglia molto, e che Parisi potrebbe essere un buon sindaco tanto quanto Sala; poi sposto gli occhi prima da una parte e poi dall’altra, guardo il gruppo, i gruppi, ed è in quel momento che divento sicuro che con un gruppo non mi sentirei mai a mio agio; con l’altro forse sì, e allora vale la pena scommettere su quello.

    14/06/2016

    Land of The Free

    Filed under: — JE6 @ 17:25

    Se ci spariamo addosso con tanta facilità è perché siamo in tanti a essere sciroccati per un motivo o per l’altro. E poi perché siamo liberi. Pure di comprare un aggeggio che fa secca la gente come nemmeno nei cartoni animati. Quindi se fossimo un po’ meno liberi saremmo, forse, un po’ più vivi. Beh, sai che tutto sommato.

    31/05/2016

    Ragazzo fortunato

    Filed under: — JE6 @ 09:13

    Khalid si alza dalla sua poltrona, fa una decina di passi, guarda quelle centinaia di persone che per i prossimi due o tre minuti lo ascolteranno parlare. Tira fuori dalla tasca della giacca due fogli piegati a metà, chiede scusa per il suo italiano e poi racconta. Racconta le cose che sappiamo, la guerra civile, l’analfabetismo, la morte, le fughe. Poi a un certo punto si ferma, fa una pausa, alza la testa dai fogli, mette i suoi due occhi dentro i seicento che lo stanno guardando, fa un sorriso timido e dice “io penso di essere fortunato a essere qui”.

    04/05/2016

    Cose rimaste, dopo

    Filed under: — JE6 @ 17:20

    Cose rimaste dopo essermi asciugato le copiose lacrime di commozione per la vittoria del Leicester (dev’essere l’età, ormai mi sciolgo per quasi qualsiasi cosa; quasi, eh):

    Se si chiamano eccezioni, un motivo ci sarà;

    Tutto sommato, avere alle spalle un multimiliardario una mano te la dà: i soldi devi saperli spendere bene, s’intende, ma averli, ecco, come dire;

    O sei un fan senza speranza o sei un campione di understatement british fino al midollo; se però il destino ti rende entrambe le cose allora ti chiami Mark Selby, vinci il mondiale di snooker nello stesso momento in cui la squadra della tua città conquista l’unico titolo dei suoi 132 anni di vita nonché uno dei meno pronosticati della storia e le foto che rimarranno della tua festa ti ritrarranno mentre nascondi la coppa del tuo trionfo con la bandiera di quella squadra lì;

    Vinci e tutto ti sarà perdonato, anche il fare la cosa più stereotipicatamente (?) italiana che si possa immaginare come mollare baracca e burattini per andare a trovare la mamma (“che tenerezza”, “che gentiluomo”, “che superiore distacco dalle umane cose”);

    Pure se si chiamano favole, un motivo ci sarà.

    28/04/2016

    Quello che non c’è

    Filed under: — JE6 @ 17:13

    L’ho vista per mesi, ogni volta che passavo in piazza Duomo. Stava sempre nello stesso posto, lo stesso quadrato di marmo, un metro per un metro e lei in mezzo come un albero in un’aiuola qualunque tempo facesse, con un cappotto viola e i capelli grigi e sporchi, in piedi, lo sguardo fisso verso chissà dove – il monumento equestre, la fila dei taxi, non so. Non parlava con nessuno, non chiedeva la carità, non faceva niente che non fosse stare ferma in un angolo di una piazza enorme affollata in ogni minuto della giornata da migliaia di persone come se fosse vuota. Dopo un po’ ci ho fatto l’abitudine, come tutti. Come se fosse un pezzo dell’arredo urbano, per quanto orribile sia anche il solo pensare una cosa del genere. Poi è sparita, per giorni e settimane e mesi, il primo giorno ci ho fatto caso (è incredibile quanto sia più facile notare ciò che non c’è), il secondo pure, il terzo un po’ meno, poi basta; non credo di essermi fatto molte domande. Poi è tornata. Per un giorno solo, con gli stessi capelli e vestiti diversi ma ugualmente stazzonati – d’altra parte se sei una senza casa cosa pretendi. Aveva anche lo stesso sguardo fisso, perso ma concentrato al tempo stesso. Era lei, in tutto e per tutto, solo che questa volta stava là sotto, nella fermata della metropolitana, in quell’angolo che porta ai tornelli arrivando dall’ingresso che sta sulla sinistra guardando il Duomo di fronte, ferma come un albero in un’aiuola e chissà cosa stava guardando, forse la luce in cima alle scale o un cartellone pubblicitario di una fiera o un tour operator. Le sono passato davanti senza fermarmi, provando per un secondo l’ipocrita sollievo di saperla viva, poi ho fatto la seconda rampa di scale, Bisceglie-Rho Fiera da una parte, Sesto F.S. dall’altra. Il giorno dopo non c’era più, l’ho notato, il giorno dopo quell’angolo era ancora vuoto, l’ho notato, il giorno dopo ancora sono passato senza farci più attenzione: io c’ero.

    12/04/2016

    Occhio non vede

    Filed under: — JE6 @ 13:57

    Se Doina Matei non avesse aperto un profilo Facebook e non avesse postato le sue foto, molto probabilmente nessuno avrebbe saputo della sua semilibertà e quindi del suo diritto ad andare al mare come chiunque altro, e lì di farsi e farsi fare foto che la ritraggono sorridente e abbronzata, come chiunque altro che può farsi qualche giorno o qualche ora di vacanza. Perché abbia aperto quel profilo e abbia postato le sue fotografie, è una cosa che a me sfugge: se non lo avesse fatto, la sua vita non sarebbe cambiata di una virgola, la sua semilibertà, il suo obbligo di rientro a una certa ora, la sua possibilità di andare al mare e abbronzarsi. Mi chiedo se lo ha sventatamente deciso da sola o se è stata consigliata, se non ha pensato che avere un diritto (Gad Lerner dice il diritto al sorriso; forse più in generale si potrebbe dire il diritto di avere una vita nei limiti che ti sono consentiti) non significa essere obbligati al suo esercizio completo (che include mostrarla, quella vita) o se qualcuno l’ha spinta per una qualche forma di sfida. Io non so se i nove anni che Doina Matei ha passato in carcere sono tanti o pochi: non so né come li ha passati né come è lei oggi dopo tutto quel tempo. So che ha un diritto, che lo ha esercitato e che è giusto e persino doveroso sostenere questo suo diritto. Non riesco a togliermi dalla testa che questo: mostrarsi, ecco, questo se lo poteva risparmiare (e no, non penso ai familiari della donna che ha ucciso). Non lo ha fatto e non facendolo non ha commesso nessun reato, non ha mostrato nessuna mancanza della legge, non ha fatto da testimonial di alcuna forma di lassismo o di sfregio verso la società civile. Ha solo fatto, sventatamente, una cosa che per puro e semplice egoismo le sarebbe convenuto non fare, mostrando che in fondo il problema non è suo, ma nostro.

    23/03/2016

    Un microscopico cambiamento dietro l’altro

    Filed under: — JE6 @ 13:33

    Avrà una quarantina d’anni, bionda, vestita bene, ha in mano una cosa che assomiglia a un quaderno Moleskine e faccio in tempo a vederlo aperto su una scrittura grossa e ordinata, si direbbe pennarello nero punta medio-fine. Avete preso la metropolitana normalmente stamattina, chiede a me e alla ragazza che mi sta uno scalino avanti, sulle scale che quando sei a metà vedi il Duomo di fronte e ogni volta pensi guarda che roba. Noi (non ci conosciamo, siamo due passeggeri qualunque, scesi alla stessa fermata) non rallentiamo nemmeno per risponderle, sì assolutamente, lei, dirigendosi verso via Torino, aggiunge anche un siamo fatalisti che allora sì mi verrebbe da fermarmi e dire ma fatalisti de che, parla per te.

    Comunque.

    Comunque io mi ricordo che quando avevo undici e quattordici e diciotto anni succedeva qualcosa di brutto ogni giorno. Una bomba, un omicidio, un rapimento, una gambizzazione. Passai la seconda superiore con sei celerini armati che ogni giorno presidiavano la scuola dove andavo, perché ogni mattina che Dio mandava in terra c’erano decine di ragazzi che si sprangavano a sangue e chi passava nei dintorni ci finiva dentro, volente o nolente. Una sera stavo seduto sul divano con mia madre a fianco, e senza guardarla in faccia avvertii che le si era fermato il respiro, e quando alzai gli occhi vidi sullo schermo la fototessera di un uomo che poco prima era saltato (per fortuna senza morire) su una bomba a Brescia, e poi mi spiegarono che era un parente, un cugino carabiniere che io non avevo mai conosciuto. Per dire le piccole cose che erano realmente divenute quotidiane. E perciò ci avevamo fatto l’abitudine. Ci si abitua a tutto, è questo il fatto. E se ci pensi, l’abitudine non è esattamente fare sempre la stessa cosa: è piuttosto mettere un microscopico cambiamento dietro l’altro, a volte anticipando a volte seguendo il grande flusso nel quale ti sei trovato dentro, che tu l’avessi deciso o meno. Così siamo tutti passati dallo studiare per l’interrogazione di geografia al posto più o meno incerto nel terzario avanzato senza quasi rendercene conto, e a un certo punto ci siamo guardati intorno e le bombe nelle stazioni non scoppiavano più; in mezzo c’erano state alcune persone che avevano fatto una vita d’inferno, lasciandoci a volte la pelle, perché questo accadesse (o, appunto, non accadesse più), e moltissime altre che, semplicemente, si erano adattate per vivere, giraffe che un giorno dopo l’altro avevano allungato il collo per raggiungere la fogliolina verde messa là in cima all’albero – ed erano queste le persone che un giorno, molti anni dopo, avrebbero guardato quasi con stupore un grafico che metteva in fila le morti causate da attentati terroristici degli ultimi quarantacinque anni rendendosi conto che forse avevano vissuto un passato peggiore di quanto volevano o riuscivano a ricordare, un passato peggiore del presente, dal quale erano venute fuori per un misto di impegno, bravura, fortuna, fiducia e poi cos’era quell’altra cosa, ah sì, ecco, fatalismo.