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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    21/08/2017

    Il giorno dopo Ferragosto

    Filed under: — JE6 @ 16:16

    Il giorno dopo Ferragosto il parco ha la stessa aria sonnolenta della città, sfiancata da settimane infinite di caldo umido. Ma qualcuno arriva, chi a piedi e chi in bicicletta, qualcuno si stende sotto un albero e qualcun altro apre una piccola sdraio. Due ragazzi si passano il pallone senza nemmeno guardare i pali della porta. Di quei pochi che sono usciti di casa e ora stanno qui tra la pista di galoppo e il cimitero di guerra la gran parte hanno gli occhi socchiusi e l’espressione di chi si sta godendo il momento senza pensare a chi sta in spiaggia, senza invidia per chi cammina verso un rifugio di montagna, senza tristezza per non essere a New York o in un’altra metropoli di cui poter parlare in ufficio, e forse, chissà, è vero che basta poco per stare bene, forse, chissà, aveva ragione il vecchio Kurt che diceva “quando siete felici, fateci caso”.

    28/07/2017

    Tuta blu

    Filed under: — JE6 @ 14:54

    Una delle cose belle del nuovo lavoro è che c’è una produzione. Duemila metri quadri di capannone, muletti, macchinari, TIR, pallet. E persone, che non solo sanno programmare i computer che poi regolano le macchine ma che sanno usare le mani. L’altra sera abbiamo tirato tardi, dovevamo preparare una campionatura che il giorno dopo avrei portato in Svizzera. Stavo lì a guardare, camminando lungo le decine di metri di sviluppo della macchina con il suo nastro trasportatore, i sensori, le cinghie. Stavo soprattutto a guardare questo donnino che peserà quaranta chili e sembra un fil di ferro, la guardavo muoversi da una parte all’altra, le mani prima su una tastiera e poi a regolare i microscopici spostamenti degli ugelli di una stampante e poi a raccogliere i primi campioni e controllarli e scuotere la testa e ripartire da capo senza perdere la calma, senza farsi schiacciare dall’idea che tre millimetri di differenza sarebbero costati al cliente e quindi a noi tutti qualche centinaio di migliaia di euro in più. Mentre la osservavo per un momento ho pensato al mio biglietto da visita, quello che mi fa sedere nelle sale riunioni e dire senza zucchero grazie e firmare contratti e ho pensato a lei, al nome del suo lavoro che poi diventa il suo nome: operaia: specializzata, specializzatissima ma pur sempre operaia e niente, a noi ci han tirato su dicendoci che quello era un mestiere nobile ma non ce lo volevano far fare, ci volevano affrancare dalla tuta blu e dalle scarpe con la punta grossa. Ci sono riusciti: i nostri genitori, i nostri professori, ci sono riusciti abbastanza bene da farci arrivare a guardare un operaio come guardiamo un alce, con lo stesso stupore che sottintende ma allora esiste. Poi un giorno riusciamo ad arrivarci vicini e possiamo guardare come muovono le mani, come collegano punti che noi non vediamo, possiamo ammirare una sapienza a noi sconosciuta e chiederci per qualche minuto, se per caso qualcuno non ha truccato le carte, almeno fino a quando non usciamo, ci sediamo in macchina e partiamo con l’aria condizionata regolata giusta per non farci sudare.

    12/07/2017

    Telefonami tra vent’anni

    Filed under: — JE6 @ 13:57

    Qualche settimana fa ho cambiato lavoro. Per uno degli scherzi della vita sono tornato in un’azienda nella quale avevo già passato sette anni di vita e dalla quale ero andato via otto anni fa. Con l’età può succedere: si cammina per un sacco di tempo, gira qui, gira lì, gira ancora e a volte finisce che ti ritrovi in un posto dove eri già stato, un posto dove le cose sono uguali e diverse. Un po’ come te. Una delle cose che sono cambiate è la tua rubrica, che non ti ha abbandonato mai, è passata di telefono in telefono, di azienda in azienda, di account in account, di trasloco in trasloco.

    Ci sono momenti, come questo, nei quali la riprendi in mano (cioè ti metti davanti a uno schermo scrollando in su e in giù) e fai il punto. Colleghi nomi a facce, facce a ragioni sociali o classi di liceo. Da quanti anni non vedo A, da quanti non sento B, C sono sicuro che non sta più lì, è andata a Londra, devo aggiornare il record, questo D non mi dice niente, che strano. Così per duemila volte, incluse un paio di pause per amici che non ci sono più e non hai avuto cuore di cancellare da quell’elenco, come se quella riga fosse una microscopica lapide del tuo personale cimitero. Arrivato alla fine ti fermi un attimo per pensare e adesso da dove comincio, e come Marta Algor Gacho ti rispondi da dove bisogna sempre cominciare, dall’inizio. Così riprendi da lì, dalla rubrica: ciao come stai, hope this finds you well, sono tornato in X, sentiamoci, vediamoci, best regards. Poi vai avanti, con gli indirizzi che non esistono più e i che bello risentirti, ed è in quel momento che senti che l’unico patrimonio vero sul quale puoi contare non è quello delle cose che sai fare ma è quello delle persone nelle quali hai lasciato un buon ricordo di te, quelle che quando suona il telefono racchiudono una vita in un istante densissimo dicendo oh ma è lei, dai sei tu, quanto tempo, che piacere.

    25/06/2017

    Pausa pranzo

    Filed under: — JE6 @ 18:11

    Qualche sera fa mi sono guardato su YouTube uno speech che Vittorio Munari ha tenuto a una convention aziendale. Munari è stato un grande allenatore di rugby e oltre a fare il commentatore televisivo rimpingua il conto in banca girando per aziende a spiegare cos’è una squadra, come ci si sta dentro, cosa significa vincere e cosa vuol dire perdere, cose così. Uno dei perni dei suoi discorsi è l’automotivazione: la spinta che uno ha dentro per dare il massimo di sé e dare il massimo che può agli altri. Tutto bello e tutto giusto, se non fosse che non ti spiega dove dovresti fissare la tua asticella, quale dovrebbe essere il tuo punto di equilibrio, ché non è facile dare il famoso centodiecipercento e poi avere ancora tempo e energie e testa per ciò che sta fuori dalle mura dell’ufficio; e se quell’asticella sbagli a metterla, se quel punto di equilibrio è invece sbilanciato hai voglia a riempirti la testa di belle teorie e messaggi motivazionali, intanto sei solo diventato un altro soldatino dell’immenso esercito dei burnt-out. E niente, pensavo a quel discorso che Munari faceva a venditori e amministrativi e capiarea e direttori di business unit, ci pensavo mentre all’una e mezza di un giovedì pomeriggio percorrevo la via che a Pesaro taglia il centro storico passando per chiese e musei e piazze in attesa di presentarmi al secondo appuntamento della giornata, e guardandomi intorno, riconoscendo posti che ormai conosco come un indigeno – la via che porta alla sinagoga, le centinaia di piccole fotografie in bianco e nero del monumento ai caduti, il palazzo delle poste, il piccolo arco che porta a un panettiere e un macellaio – non riuscivo a togliermi di dosso il sorpreso e malcelato fastidio del trovare nove negozi su dieci chiusi per la pausa pranzo, ci pensavo cercando di capire se è il problema del vivere e lavorare a Milano, se sono io, se siamo noi, se sono loro, ci pensavo e mi veniva da dire beh Vittorio, mi stai simpatico e sono contento se ti pagano bene per non dire niente che non mi avessero già spiegato i miei genitori quando avevo dodici anni, ma le cose sono più complicate di così, lo so io e lo sai tu, e chissà, forse trovare il modo per restare in superficie, per girare intorno a un ostacolo senza scavalcarlo, per far credere di aver dato una risposta a una domanda che tutti si fanno senza riuscire a darsi una soluzione, forse trovare quel modo è quello che serve. O forse no, ma non sono io quello che fa gli speech alle convention, qualunque cosa questo voglia dire una volta tradotto in italiano.

    08/06/2017

    Le cose, passano?

    Filed under: — JE6 @ 16:55

    Un paio di giorni fa ho finito di leggere “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli. E’ un libro di fisica che parla, appunto, del tempo. Quello che noi consideriamo essere il tempo, quello che oggi la fisica sa essere il tempo. Aristotele, Newton, Einstein. La relatività, la teoria dei quanti. Per l’ennesima volta non ci ho capito molto, arrivo a un punto e lì mi perdo, mi cade la mandibola, mi viene la faccia a punto esclamativo – o a tre puntini, che è un po’ lo stesso. Però una cosa mi è sembrata di averla capita, e cioè che in realtà – una realtà che non vedo, che faccio persino fatica a immaginare – non c’è un tempo ma ce ne sono un’infinità, e non c’è un presente né un futuro o meglio: quello che sembra passato potrebbe essere futuro e viceversa, è tutto relativo, dipende da dove mi metto a osservare, il mio passato potrebbe essere il futuro di qualcun altro e viceversa. Così guardo tutte le carabattole che ho tirato fuori dalle scatole di cartone e che ho messo sulla nuova scrivania, una bottiglia da Cannes, una statuetta da Shanghai, una bambola da New Orleans, un bicchiere da Boston, una bandierina da Sofia, cose che mi porto dietro da viaggio a viaggio, da ufficio a ufficio così da poter raccontare una piccola storia per ciascuno e adesso penso che boh, magari non sto guardando pezzi di quando avevo cinque o dieci anni di meno, forse sono cose che devono ancora venire, vai a sapere.

    19/05/2017

    Accumuli

    Filed under: — JE6 @ 15:24

    Alla fine l’età è in gran parte una questione di accumulo. Non solo, ma in gran parte. E così arrivi a un punto nel quale tante cose si ripetono, ma soprattutto tante cose si riprendono, si congiungono. Lì per lì sembra un caso e invece no. Quella cosa lì l’ha scritta Carver. Però, aspetta, un po’ diversa ma al tempo stesso molto simile l’ha scritta Foster Wallace. E pure Pascoli, e anche Garcìa Marquez. Uhm, non è che mi sto confondendo? No, è proprio così. Ma se avessi vent’anni non lo saprei. Non avrei letto abbastanza, viaggiato abbastanza, ascoltato abbastanza. Eccetera. Poi certo, serve un po’ di memoria per collegare le cose tra loro, ma avere la memoria e non avere i ricordi, ecco, ci siamo capiti.

    03/05/2017

    Da fuori, standoci dentro

    Filed under: — JE6 @ 15:32

    Teniamo in casa per una decina di giorni una sedicenne di Francoforte. Programmi di scambio, quelle cose lì. Ovviamente ti prepari: il letto, un pezzo di armadio, il bagno, i biglietti giornalieri, l’adeguamento degli orari delle sveglie e tutto il resto. Fai la vita normale, che è uno degli obiettivi di questi periodi in casa altrui (una cosa tipo a day in the life), sapendo che non può esserlo davvero, che è tutto un po’ fuori sincrono, che è tutto un po’ meno vero, che è tutto plasmato come un pezzo di Das perché una ragazza torni a casa sua e abbia un buon ricordo di quella gente che l’ha ospitata. E poi guardi la tua vita con altri occhi, che non sono né i tuoi né i suoi. Dove la tua vita sta per un sacco di piccoli insignificanti dettagli – come tagli il pane, la luce dei lampioni della tua strada di periferia, quella piccola ragnatela in un angolo del pianerottolo che la signora peruviana non ha mai tolto e tu non hai mai trovato un motivo sufficiente per farlo a tua volta, il modo in cui ti metti sul divano a guardare la televisione, la temperatura che tieni in casa, la chincaglieria che sta sulla scrivania, l’accappatoio appeso in bagno. E’ come vederla da fuori standoci dentro, con un’attenzione a dettagli che ogni giorno stanno nascosti in bella vista sotto gli occhi, e che a un certo punto ti auguri che tornino al loro posto, così evidenti da non farci caso, come ogni giorno normale.

    18/04/2017

    Grazie

    Filed under: — JE6 @ 18:39

    A volte succede che quando ci si prepara per tornare a casa non ci si limita a salutarsi, a dirsi alla prossima, ci vediamo. A volte succede che ci si stringe la mano o ci si abbraccia o ci si dà un bacio per guancia e si aggiunge “grazie”. A volte succede che quella parola è un’eredità dei genitori, forse dei nonni, un’abitudine, un eccesso di forma. A volte succede che invece no, che invece si sta davvero dicendo grazie, grazie per qualcosa di così semplice e banale che ogni altra parola sarebbe di troppo, grazie per qualcosa di così necessario per andare avanti che ogni altra parola sarebbe impossibile da trovare. A volte succede che non si è troppo distratti da altri pensieri e ce ne si rende conto, nel momento preciso in cui quella parola la si dice o la si sente, ce ne si rende conto che è proprio così e c’è una specie di pudore imbarazzato che vaga prima che si finisca con un alla prossima, ci vediamo, e si accendano i motori delle macchine e si torni davvero a casa.

    25/03/2017

    Compagni

    Filed under: — JE6 @ 13:27

    (…) Ho scoperto oggi che «kermesse» viene dalle parole olandesi «kerk» (chiesa) e «mis» (messa) e insomma stava a indicare non un evento ciclistico ma la messa in onore del santo patrono. Mai termine fu più azzeccato, insomma.

    Il resto, qui su Left Wing.

    23/03/2017

    L’Italia fuori dalla mischia

    Filed under: — JE6 @ 13:25

    (…) secondo il più classico dei cliché siamo i maestri dell’arte di arrangiarsi, i prìncipi della deroga, i visconti della variante in corso d’opera. Siamo quelli che hanno avuto come ministro dell’economia il teorico della finanza creativa, quelli che passano metà del loro tempo a cercare di intortare Bruxelles sull’interpretazione delle regole di bilancio facendo schizzare la pressione arteriosa dei tedeschi e degli olandesi.

    Il resto, qui su Left Wing.