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    16/4/2015

    Giungla

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:45

    Leggo il titolo, dice “La giungla delle fondazioni politiche”, poi vedo che questa giungla è fatta da nientemeno che sessanta liane e penso va’ che vita d’inferno faceva Tarzan.

    14/4/2015

    Sulla piccola vetrina

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:58

    E’ un piccolo negozio, fa riparazioni, mette a posto cerniere lampo, cose così. A guardarlo ti chiedi come faccia a resistere, a tirare la fine del mese mettendo in linea i denti di una zip. Poi pensi che forse aiuta stare in mezzo alle due fermate della metropolitana più trafficate del centro di Milano, e forse aiutano quei cartelli che si prendono metà della piccola vetrina, uno che riporta un pezzo del discorso di Pericle agli Ateniesi, l’altro un brano della Repubblica di Platone, forse in un giorno dieci persone si fermano a leggere e di queste dieci forse una pensa che sì, dai, quella borsa posso ancora farla rimettere a posto, poi hai un attimo di lucidità e in quell’attimo realizzi che quei rettangoli di carta non hanno l’aria di richiami, di specchietti per le allodole, stanno vicini a ritagli di giornale che raccontano dei casi di corruzione per l’Expo e d’altra parte, seriamente, tu ti faresti riparare una cerniera perché uno ti legge un pezzo di Tucidide su cos’è la democrazia – ed è in quel momento, nel momento in cui stai per seguire l’onda stabile e sicura del disincanto quotidiano che ti fermi per una frazione di secondo e immagini, anzi speri che quell’uomo che vedi là dietro il banco del piccolo negozio che fa riparazioni e che si vede passare di fronte decine di migliaia di persone ogni giorno senza che una sola si fermi abbia attaccato quei cartelli senza alcun fine che non sia quello di rendere un po’ migliore il posto dove vive, e in quel momento vorresti avere una cerniera rotta, una borsa da non scartare, e entrare.

    10/4/2015

    Così perfetta da non sentirla

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:39

    Chissà dov’ero, e cosa stavo facendo. Perché è primavera e fa caldo, di quel caldo un po’ malato da città, che è quasi sempre troppo – sarà la giacca, la borsa con il portatile, l’asfalto, non so. Però fa un po’ troppo caldo e questo significa che probabilmente è già passato quel momento che è il momento migliore di tutta la primavera, e forse dell’anno, l’istante preciso in cui sei all’aperto e hai le maniche rimboccate e ti rendi conto che la temperatura è perfetta, così perfetta da non sentirla. E’ un istante che dura niente, e nel mentre di quel niente stai facendo altro, stai parlando, stai guardando il telefono, stai bevendo una birra; ma a volte, raramente, te ne accorgi, ed è una cosa che vorresti dire agli altri, madonna senti che bello, oppure no, vorresti stare in silenzio e sentirlo tutto quell’istante, fino a quando qualcuno ti chiama, il pane lo affetti tu, ricordati la riunione di lunedì, fino al prossimo istante, l’anno che verrà.

    31/3/2015

    (Brother) Where art thou

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:17

    Fa’ la cosa giusta, dice, come se io lo sapessi, come se io potessi saperlo cos’è la cosa giusta, come se non avessi il dubbio che la cosa giusta non sia altro che la cosa che vorrei, come se non temessi che la cosa che vorrei resti bella per i primi cinque minuti e poi puff, come se non pensassi, almeno ogni tanto, che le cose vanno come devono andare e le persone pure, come se non cercassi di non sentire l’ansia della clessidra, tutto il tempo che passa da una parte all’altra e tutto il tempo che sparisce fino a quando non ce n’è più, fa’ la cosa giusta, dice, ma a me basterebbe tornare un po’ indietro, un anno, cinque, non lo so, tornare a sentirti parlare, a sapere come stai e a non chiedermi se è la cosa giusta, perché è la sola cosa possibile.

    23/3/2015

    Opera Buffa

    Filed under: — Sir Squonk @ 14:02

    Anni fa mi resi conto, leggendo uno studio, che facevo parte di quel cinquanta per cento di soggetti che se prende in mano una rivista o un quotidiano inizia a sfogliarla dal fondo; penso che a questa mia abitudine non fosse estraneo il posizionamento delle pagine sportive e degli spettacoli, che sono le prime che leggo a meno di undicisettembri. Perché per leggere Crosetti uno debba arrivare ancora oggi a pagina quarantasette è una cosa che sfugge alla mia comprensione: e non perché Crosetti sia imperdibile sempre e comunque, ma perché scrive (lui e molti altri che fanno il suo mestiere) di cose e persone che quasi sempre dicono di un paese e di un tempo almeno quanto viene fatto da politici e megamanager. Un giorno si capirà che Madonna e Michael Jordan sono storia e cultura e identità allo stesso modo di Hopper e Nixon, che Puskas nella storia dell’Ungheria non è secondo a Liszt e in quella della Spagna a Goya, un giorno si riscriveranno i sussidiari e Crosetti andrà in pagina due, e sarà sempre troppo tardi.

    21/3/2015

    Le previsioni danno pioggia

    Filed under: — Sir Squonk @ 19:07

    Siamo lì che costeggiamo una sopraelevata, gli aerei che atterrano e decollano sembrano vicini da poterli toccare, abbiamo finito gli incontri della giornata ma parliamo ancora delle cose da fare, di lunedì, non ti preoccupare che l’offerta la chiudo in treno tanto abbiamo tre ore da passare, siamo lì con mezzo piede nel weekend e tutto il resto ancora nella settimana lavorativa quando uno dice ma la primavera inizia oggi o domani e in quel paio di secondi che servono a elaborare la risposta mi viene in mente la festa della fioritura dei ciliegi a Shanghai, Gucun Park e le sue migliaia di alberi fioriti e la folla che camminava sull’erba col naso all’insù a guardare i colori nel primo giorno in cui si poteva stare in maniche corte e non avere freddo e non avere caldo, godendo quell’istante perfetto, fragilissimo e altrettanto breve in cui è tutto al suo posto, in quel paio di secondi la rivedo quella domenica a Gucun Park, mi volto e dico “domani, ma le previsioni danno pioggia”.

    11/3/2015

    La mamma, i sapienti, la sineddoche e il metodo Report

    Filed under: — Sir Squonk @ 09:03

    Mia mamma, come tutte le mamme, mi ha dato una discreta quantità di consigli. Molti, come tutti i figli, non li ho seguiti, ma uno sicuramente sì: stai attento alle compagnie. Naturalmente nei limiti del possibile, perché è bastato poco per capire che l’idea di essere l’unico artefice della mia vita era bacata come Windows Vista, e quindi c’erano parecchie cosette fuori dal mio controllo. Per dire, i colleghi mica te li scegli: arrivi in un’azienda, ti danno una scrivania, e chi c’è c’è, non è che puoi dire questa sì e quello no come ti pare. E però, sempre i colleghi, un po’ te li scegli: quelli con i quali ti fermi due minuti in più alla macchina del caffè, quelli che dopo un annetto allora ci fermiamo al bar qui sotto e beviamo qualcosa. Per dire, appunto. Gli ambienti, i microcosmi non sono quasi mai completamente imposti: al loro interno ti ci scavi la tua nicchia, e la riempi; o entri nelle nicchie altrui. A me, che non ho un Q.I. sopra la media, questa è sempre stata una cosa piuttosto chiara fin da quando avevo otto anni (no, in effetti non mi posso definire un bimbetto precoce), ed è rimasta tale da allora in poi. Evidentemente però non è così per tutti. Non lo è per una serie di sapienti che ho letto qui e là in questi giorni, quelli che parlando e scrivendo di un certo ambiente sociale non hanno trovato di meglio che ricorrere alla sineddoche e far diventare la loro esperienza quella di tutti considerandola l’unica e sola possibile: nicchie? microcosmi? Ma va là, ma ti pare, troppo complicato; come se nessuno, a partire dalle loro mamme, gli avesse mai detto di stare attenti alle compagnie che si sceglievano; come se nessuno li avesse avvisati che se la loro nicchia era rissosa, rumorosa, prepotente, tronfia il problema non era dell’universo mondo ma del fatto che si erano scelti male i compagni di viaggio, i colleghi con cui fermarsi due minuti in più alla macchina del caffè, che la risposta stava dentro di loro – e infatti era quella sbagliata. La cosa fantastica di tutto questo è che molti di questi sapienti nel tempo sono diventati persone importanti: insegnano all’università, hanno un biglietto da visita con su scritto Social Media Something, scrivono libri, disegnano articolate e talvolta retribuite strategie di conversazione sociale – che è un po’ come pagare per seguire un corso di public speaking tenuto da Rain Man, a ben pensarci – e quindi, che dire, in virtù del loro status bisogna pensare che hanno ragione loro. A me rimane il dubbio del metodo Report, cioè di quella cosa che ti sembra tutto ragionevole finché non senti la Gabanelli e i suoi parlare di qualcosa che tu conosci bene, e allora capisci un paio di cose: la prima è che fai meglio a cambiare canale, e in fretta; e la seconda è che, come sempre, aveva ragione la mamma.

    9/3/2015

    Elettori, tesserati, militanti (ma amici mai)

    Filed under: — Sir Squonk @ 18:04

    Avevo appena firmato il foglio con il quale chiedevo di essere ammesso all’ennesimo club degli eletti quando ho alzato gli occhi e invece della dolce e gentile Francesca che mi aveva assistito spiegandomi i vantaggi dei quali avrei goduto già nell’immediato futuro mi sono visto, in un’allucinazione stile 1984, il sorridente faccione del segretario del Partito democratico, quello eletto a furor di popolo nel nome del partito liquido e che un paio di giorni fa si è dato una pacca sulla fronte e ha detto: “Oh raga, secondo me qui dobbiamo far tornare ‘sto partito una roba per iscritti che abbiano la tessera in tasca”.

    Il resto è su Left Wing, quella di bit.

    2/3/2015

    Nel lungo periodo

    Filed under: — Sir Squonk @ 13:55

    Forse ha ragione Chuck Klosterman quando dice che nel lungo periodo quelli che rimangono – quelli che lasciano davvero un segno, quelli che si scolpiscono nella memoria – sono i progressisti perché gli umani sono fatti per cambiare, e quindi in qualche modo è solo o almeno principalmente una questione di pazienza. Però ecco, è come l’orologio biologico, il tempo passa: e lo passiamo in un’epoca nella quale chiunque, pure Al Baghdadi, può definirsi e trovare qualcuno che lo definisce un progressista, non c’è un partito conservatore che non sia un paladino del cambiamento perché dai, lo sanno tutti che omen nomen è una cazzata; lo passiamo così il nostro tempo, navigando verso il lungo periodo, quello nel quale – diceva quel progressista – saremo tutti morti.

    24/2/2015

    Dove troviamo binari

    Filed under: — Sir Squonk @ 08:55

    Un paio di settimane fa mi sono ritagliato qualche ora di un weekend e mi sono riletto “La tregua” di Primo Levi. In questo caso mi serviva, dovevo recuperare alcune pagine (e quindi, già che c’ero, perché non rileggerlo per la quarta volta), ma a volte Levi lo riprendo per un semplice bisogno di pulizia, di serietà non triste, di guardare un uomo che sa essere per bene senza essere bigotto. A un certo punto sono cascato dentro una frase che ancora non mi capacito di non aver notato prima – c’è questo treno russo che si porta in giro migliaia di persone che non sai nemmeno come definire, non sono più prigionieri, tranne alcuni non sono soldati, sono dei profughi che la guerra ha mollato in un  buco della Russia bianca dove poco alla volta sono tornati a rendersi conto di essere vivi e quindi a sentire ancora più forte la mancanza della vita vera, quella che avrebbero voluto decidere di vivere senza sottostare a costrizioni e violenze; c’è questo treno che va, e si ferma, e riparte, va a sud e poi a nord, a ovest e poi torna a est senza una logica apparente, decine di vagoni pieni di uomini e donne e bambini spostati da un ubriaco sulla cartina geografica a dispetto di ciò che tutti vogliono, riattraversare l’Europa, ripassare il Brennero e tornare a casa; c’è questo treno fermo in una stazioncina in Moldavia o in Romania, da qualche parte che ora non ricordo, e loro, i profughi, vanno dal macchinista e gli chiedono dove sono diretti, quale sarà la prossima fermata, ed ecco quella frase, questo russo gigantesco e nero di carbone li guarda, sorride, allarga le braccia e dice “Dove andiamo domani? Non lo so, carissimi, non lo so. Andiamo dalla parte dove troviamo binari” che a me sembra la migliore descrizione possibile della vita, e di certo la più onesta; poi sì, forse pure una delle più desolanti se non hai abbastanza fiducia e pazienza, quella che serve a lavorare ogni giorno che Dio manda in terra per fare bene quello che devi fare, anche solo aspettare, per riattraversare l’Europa, passare il Brennero in senso inverso, e tornare a casa.

    23/2/2015

    (Grosso e) Rosso

    Filed under: — Sir Squonk @ 11:53

    Sì, va bene, Scarlett e quell’altro poveretto che gira vestito da uccello e l’SS del jazz, ma gli unici Oscar per i quali valga veramente investire più dei tre minuti del servizio di Sky TG 24 sono quelli – non importa quanto datati – di DFW.

    13/2/2015

    Prendi parti e non torni più

    Filed under: — Sir Squonk @ 11:47

    Mi arriva una mail da uno dei cento contatti presi in Cina durante i mesi trascorsi a Shanghai due anni fa. Let the year begin, dice; e mi fa ricordare che questo è il periodo del capodanno cinese. Mi fa ricordare anche altre cose – ad esempio che la sera del primo giorno che arrivai era anche l’ultima di quelle due settimane che un miliardo e mezzo di persone si prende come pausa da (quasi) tutto e tutti e notai un silenzio del tutto inusuale in una via come West Nanjing Lu e sembrava tutto irreale se confrontato con le altre volte che ero stato in quella città; oppure le decine di storie di gente che partiva per passare le feste al paese natio e non tornava più, non un messaggio, una telefonata, niente – “chiudiamo l’azienda per le feste e ogni anno almeno il quindici per cento degli operai non si ripresenta alla riapertura” mi disse il direttore tecnico di un’azienda italiana scuotendo la testa e mormorando una cosa tipo “o tegnij o massaij”. Riguardo la mail prima di cestinarla, e prima vinco la solita fitta di nostalgia feroce e poi penso che c’è qualcosa di affascinante e di profondamente invidiabile in questa capacità di rendere vero quello che per noi è solo un vuoto modo di dire, anno nuovo vita nuova, prendi parti e non torni più, e il prossimo capodanno chissà.

    7/2/2015

    Te lo ricordi Charlie?

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:46

    Hai presente, sì? Charlie Hebdo, quello di jesuischarlie, quello che tre giorni dopo hai scritto un tweet vi prego trovatemene una copia pago anche le spese di spedizione, quello che intanto ci sono stati Matteo e Sergio e Angela e Abdallah e Lindsay, lo sai che dopo quel numero speciale non è più tornato in edicola, ha detto una data e poi non ce l’ha fatta, e forse ci tornerà tra qualche settimana ma chi può dirlo perché i vivi si stanno ancora chiedendo perché noi sì e quegli altri no, perché noi no e quegli altri sì, hai presente Charlie Hebdo, hai presente, sì?

    28/1/2015

    “Sì, capisco”

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:21

    Ieri pensavo che sono stato tre volte a Dachau, ho visto Mauthausen, ho letto e riletto Levi, e la Arendt che racconta il processo di Eichmann, ho visto il museo dell’Olocausto di Budapest e il Binario 21 di Milano, ma alla fine forse quello che più mi ha toccato e segnato del tentativo di sapere e capire di più di quel che successe in quei campi, e perché, è stata la frase di un sopravvissuto di Auschwitz, si chiamava Teo Ducci, che una sera ebbi la fortuna di riaccompagnare a casa, eravamo all’altezza della curva di Piazzale Amendola andando verso Piazza Giulio Cesare, non ricordo bene quale fu la mia domanda ma rispondendo lui abbassò la voce e disse “ci sono delle cose successe lì dentro che nemmeno noi possiamo dire” e non credo di aver mai sentito tanto dolore e vuoto e vergogna e desolazione concentrati in un unico, brevissimo e interminabile sospiro, e poi ricordo solo che mormorai “sì, capisco”, ma non era vero, non potevo capire, e non posso nemmeno adesso, e non può nessuno.

    26/1/2015

    Pane al pane

    Filed under: — Sir Squonk @ 16:09

    Ci dev’essere stato un momento in cui qualcuno ha deciso che dire le cose come stanno, che chiamare la gente col loro nome non era solo giusto, ma consigliabile e doveroso, una specie di obbligo morale, di forma di rispetto e di omaggio della verità. Ci dev’essere stato un momento in cui qualcuno si è messo a pensare che Tucidide avrebbe dovuto far pronunciare agli Ateniesi che scuotono la testa di fronte ai Melii non la sublime battuta “mentre ci rallegriamo per la vostra ingenuità, non vi invidiamo la follia”, ma qualcosa di più terra terra, di più pane al pane, qualcosa come “Dio, quanto siete stronzi”. Ci dev’essere stato un momento così, che avrebbe poi portato un pubblico ministero a definire un imputato, in un’aula di tribunale, un incauto idiota, un momento nel quale avremmo pensato bene di buttare a mare qualche migliaio di anni di diplomazia e educazione e buone maniere, quelle che fanno dire le cose più dure e gli insulti più sanguinosi senza perdere né il rispetto per gli altri né – soprattutto – quello per se stessi, pensando che così saremmo stati più umani, più veri.