< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Fortza Paris
  • One World

  • Download

    Greetings from (pdf)
    My Own Private Milano (pdf)
    On The Blog (pdf)
    Cinque birilli (pdf)

    Post sotto l'Albero
    ---------------------------
    2003
    2004
    2005
    2006
    2007
    2008
    2009
    2009 (ePub)
    2009 (mobi)
    2010
    2010 (iPad)
    2010 (ePub)
    2010 (mobi)
    2010 (mobi indexed)

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Domani
  • Alla romana
  • Ventuno biglie reloaded
  • Bene, mi racconti di lei
  • L’importanza del trattino
  • Muri rossi
  • V.M.
  • I compiti
  • Devo portare i ragazzi a scuola
  • Ripescaggi
  • I quattrocento ostacoli (avevo torto)
  • La libertà è partecipazione
  • Daccapo
  • Valigie
  • Stories of the Bund – Xie xie
  • Stories of the Bund – Que sera
  • Stories of the Bund – All’ombra dei ciliegi in fiore
  • Stories of the Bund – Raccolta differenziata
  • Stories of the Bund – Bambini
  • Stories of the Bund – Concorrenza perfetta
  • Stories of the Bund – Qingming Jie
  • Stories of the Bund – Come lama
  • Stories of the Bund – Il mercato del falso
  • Stories of the Bund – Camicia bianca
  • Greetings from Beijing – Fiori
  • Stories of the Bund – Come a casa
  • Greetings from Mutianyu – La Grande Muraglia
  • Greetings from Beijing – Suprema Armonia
  • Greetings from Beijing – Un altro paese
  • Greetings from Beijing – In treno
  • Stories of the Bund – Fengxian Lu
  • Stories of the Bund – Come puoi pensare tu di difendermi da me
  • Stories of the Bund – Quattro mura, un tetto
  • Stories of the Bund – Tacchi
  • Stories of the Bund – Con le cuffie
  • Stories of the Bund – Non è la fatica, è lo spreco
  • Stories of the Bund – Casa, o quasi (fake it till you make it)
  • Stories of the Bund – Dal bouquet
  • Stories of the Bund – La targa di Shanghai
  • Stories of the Bund – Verde
  • May 2013
    M T W T F S S
    « Apr    
     12345
    6789101112
    13141516171819
    20212223242526
    2728293031  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    13/5/2013

    La scrivania

    Filed under: — Sir Squonk @ 3:27 pm

    Prima di partire per la Cina mi sono preso un paio d’ore e un grosso scatolone di cartone, e ho svuotato scrivania e cassetti. Durante la mia assenza era previsto un trasloco, lo spostamento degli uffici da una palazzina ad un’altra, e così prendevo le mie precauzioni. Poi si sa come vanno le cose con i traslochi, non c’è mai una data che venga rispettata, il momento del trasferimento è slittato, io sono rientrato e sono andato a sedermi al vecchio posto, dove le uniche cose rimaste erano una lampada da tavolo e un pupazzo di non so quale protagonista di un cartone animato per seienni. E’ passato un mese, le notizie sulla data effettiva di trasferimento cambiano restando fumose quanto un programma di governo, lo scatolone resta nel bagagliaio della macchina: sulla scrivania ci sono solo una cartelletta, una ventina di fogli e un’agenda che si muove da lì alla borsa che mi porto in giro. Ah, sì: c’è anche una penna. Ogni tanto la guardo, da una parte mi dico con soddisfazione che vedi, alla fine è vero che si può fare a meno di quasi tutto; e dall’altra mi pare che quel vuoto sia un segno brutto, anche se non saprei dire bene di cosa, se non di un tempo che passa, ma male.

    10/5/2013

    Domani

    Filed under: — Sir Squonk @ 8:47 am

    Domani ascolterò i Daft Punk e l’ultimo di Elio.
    Domani mi ricorderò di mettere un ombrellino in borsa.
    Domani inizierò a guardare Game of Thrones e Gazebo e The Voice. E Gruber e Santoro e Floris e Gabanelli e Formigli, e se ho tempo Vespa.
    Domani imparerò a sovraesporre una fotografia.
    Domani prenderò a leggere Makkox.
    Domani apprenderò chi ha vinto gli ultimi Oscar.
    Domani saprò fare un root di Android e togliere i DRM di un e-book.
    Domani fonderò una digital start-up.
    Domani andrò a guardare Iron Man 3.
    Domani.

    8/5/2013

    Alla romana

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:23 am

    Se il diavolo sta nei dettagli, allora lo smottamento generale lo si vede da piccoli segni. Come questo riunirsi del governo volendo e dovendo specificare che “ognuno pagherà per sé”. Se la mia azienda organizza un team building meeting come quello messo in piedi da Letta, mi paga viaggio, albergo e ristorante: non chiede a me di pagare. Se ho nello stipendio o comunque nelle mie disponibilità di spesa aziendali una quota a copertura di attività di questo tipo, attingo a quella: ed è sempre l’azienda a pagare. E non è un trattamento di favore, un fringe benefit: nessuno di noi lo considererebbe mai tale perché non si parla di una gita di amici che vogliono farsi un weekend insieme. Invece siamo arrivati a questo, al maniavantismo costante per “dare un segno”, per allinearsi ai tempi; o meglio, per piegarsi ai tempi, anche quando questo è sbagliato e indecoroso. Si potrebbe dire “contenti loro”, ma il fatto è che in democrazia “loro” sono anche “noi”, e l’umiliazione del governo è anche nostra, non importa se ce ne accorgiamo o meno.

    7/5/2013

    Ventuno biglie reloaded

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:15 pm

    Ieri sera è finito il mondiale di snooker al Crucible di Sheffield. Ha vinto un giocatore straordinario, ed è consolante vedere che ogni tanto la pura grazia prende forma umana. Un paio d’anni fa scrissi questa cosa qui, so che usare lo sport – come molte altre cose e attività – come una metafora della vita è spesso una sciocchezza ma il fatto è che oggi quel post lo riscriverei uguale, e così lo rimetto qui sotto. E intanto, grazie Ronnie.

    C’è questo gioco, questo tipo di biliardo. Si chiama snooker, se tra i mille canali che il vostro decoder vi mette a disposizione c’è anche Eurosport allora sapete cos’è. Io passo delle ore a guardarlo – d’altra parte c’è chi si stende sul divano a vedere Glee e chi lo fa per guardare Santoro e Travaglio, quindi c’è chi sta messo peggio. Mi piace, tanto. Non è solo l’estetica di questa enorme prateria verde sopra la quale vedi quindici punti rossi e altri sei di altrettanti colori diversi, e la mano che si appoggia sul tappeto e si piega e si adatta fino a quando la stecca non scorre liscia e dritta nell’incavo tra il pollice e l’indice e le altre tre dita disegnano un ventaglio come quelli che ti vendono sulla scalinata dei giardini del palazzo reale di Madrid. No, non è solo quello. Mi piace la filosofia del gioco, la lenta e paziente e noiosa edificazione del finale – imbucare una biglia rossa e poi una colorata, una rossa e una colorata, per quindici volte, fino a quando ti rimangono le sei colorate che vanno imbucate secondo una rigida regola di successione dei colori, mi piace questa metafora della costruzione delle fondamenta, lunga e faticosa e ogni tanto premiata dalla soddisfazione di un’imbucata particolarmente difficile – come se fosse, chessò, la laurea. Se sbagli, se manchi una buca, ti devi fermare; vai a sederti, e aspetti, come quando a Monopoli devi andare in prigione, e guardando il tavolo sembra di vedere quelle case di certi paesi del Sud, lasciate a metà perché sono finiti i soldi e chissà se verranno mai completate. Lo snooker funziona che fino a quando un giocatore imbuca senza errori, l’altro sta a guardare, e può persino capitare che uno non giochi proprio se l’altro infila una serie perfetta: anche questo mi piace, mi piace questa metafora della vita, quest’alternanza di ciò che fai tu e ciò che fanno gli altri in una specie di celebrazione dell’impotenza, o quantomeno dei limiti di ciascuno. Ed è vero che molto sta a come tu sai giocare le occasioni che ti si propongono, e che molto sta a come tu vivi e accetti le cose che succedono; però le telecamere indugiano sui volti di quelli che in quel momento sono i perdenti, costretti all’immobilità sulla loro sedia d’angolo, con il bicchiere di acqua ghiacciata sul tavolino dal quale bevono anche se non hanno sete: non importa cosa traspare da quei volti, alcuni sono sereni, altri impassibili, altri furenti, altri tristi, altri increduli – loro semplicemente non possono fare nulla, quel che succede sul tavolo, la loro stessa sorte non dipende da loro ma da un’altra persona, e quante volte questo succede nella vita lontana da quel tavolo, aspetti e aspetti e ti prepari alla tua occasione, per poi capire che i risultati non dipendono da te. In questi giorni si sta disputando il campionato del mondo,  lo giocano al Crucible di Sheffield e anche quella sarebbe una gran storia da raccontare, ma per fortuna ci ha pensato Richler e vi basta spendere una decina di Euro per leggerla; volevo dirvelo, se avete Eurosport fermatevi quando vedete quel rettangolo verde con ventuno biglie appoggiate sopra, e due uomini che ci girano intorno – che quei due lì siete voi, siamo noi.

    3/5/2013

    Bene, mi racconti di lei

    Filed under: — Sir Squonk @ 4:02 pm

    Il lavoro è anche questo, partire lavorando in un’azienda con certe persone e tornare lavorando per un’altra – stessa ragione sociale ma gente diversa. Succede: cambia un azionista, un presidente, un amministratore delegato e oplà, la tua scrivania è ancora lì ma quello che gli sta intorno è altro da prima. Passi qualche giorno a capire l’aria che tira, a parlare con quel paio di colleghi rimasti delle cui opinioni ti fidi, a sentirti in qualche modo straniero in patria. Poi inizi un viaggio che non capisci dove ti porta, fatto di uffici e scrivanie che conosci ma occupati da persone nuove, e devi iniziare tutto da capo. Presentarti, farti conoscere, dire chi sei e cosa fai. Non è la prima volta che mi succede, anni fa entrai in uno spin-off e mi trovai nella kafkiana situazione di dover rimandare il curriculum, e presentarlo, e discuterlo con persone con le quali lavoravo da quasi tre anni (è la stessa azienda che poi licenziò me e parecchie altre decine di persone in tutta Europa con una videoconferenza, forse avrei dovuto insospettirmi per tempo); la cosa che fa sorridere non è quella di riprendere a fare colloqui non per trovare un nuovo lavoro ma per confermare le ragioni di quello attuale cercando al tempo stesso di capire quali sono i piani altrui che ti riguardano, ma come cambia la gente che in qualche modo conoscevi e che ha cambiato ruolo e posizione, come si modifica il modo di porsi, di parlare, di sottintendere, di esigere, di chiedere, di fare battute – forse l’abito non fa il monaco, ma il biglietto da visita, ecco, quello sì.

    2/5/2013

    L’importanza del trattino

    Filed under: — Sir Squonk @ 8:04 am

    Qualche giorno fa mi è arrivata una busta a casa. Del contenuto si parla qui, su Left Wing.

    28/4/2013

    Muri rossi

    Filed under: — Sir Squonk @ 11:00 am

    Sono ore che l’uomo sta seduto su quella panchina. Ogni tanto fa un piccolo movimento, come per sgranchirsi, accavalla una gamba, poi l’altra, a volte si passa la mano tra i capelli corti in un gesto più meccanico che necessario. Guarda in avanti, tenendo di fronte a sè la piccola piazza semicircolare, nella quale ogni tanto passa una macchina, o uno scooter. La donna lo ha visto per la prima volta quando è uscita di casa per andare a fare la spesa della settimana, in un sabato pigro e di sole. Lo ha notato perché non ha l’età di chi non ha di meglio da fare che stare seduto su una panchina, e nemmeno quella di chi su una panchina aspetta qualcuno. Era ancora lì quando è rientrata, con due sacchetti e il sapore del cappuccino sulle labbra. Nel primo pomeriggio la donna si è affacciata alla finestra e lo ha trovato al suo posto, così come i tre alberi della piazza, la panchina, il portone di legno della casa costruita da una banca in tempi lontani e chissà se felici. E’ scesa, la donna, ed è andata a sedersi su un’altra panchina, non quella più vicina a quella sulla quale l’uomo sta passando la giornata. Tiene in mano un quaderno e una matita, fissa l’uomo che guarda i muri della piazza e disegna. Dopo un tempo che nessuno dei due sa quantificare l’uomo parla, senza spostare lo sguardo. Venga qui, dice. E la donna si alza, si avvicina, si siede vicino all’uomo, senza guardarlo in faccia. Una volta facevo il fotografo, dice l’uomo. Fino a quando non è iniziata la malattia e sa, le foto mosse non piacciono a tutti; così vado nei posti che mi piacciono e mi fermo a guardare, perché sta tutto lì sa, nel guardare le cose e vederci dentro. Non posso fare altro, guardo. Poi torno a casa, mi siedo sul divano, chiudo gli occhi e rivedo tutto, anche quello che non sapevo di aver visto, tutte le fotografie che ho scattato anche se non avevo la macchina. E’ quello che succederà anche a lei tra un po’, quando riguarderà il disegno che ha fatto oggi; non credo di essere un soggetto tanto interessante, continua l’uomo, ma sono convinto che troverà delle sorprese su quella pagina. La donna non dice nulla per un po’, imbarazzata. Posso farle una domanda, si decide infine a chiedere. L’uomo fa un cenno con la testa. Cosa ha fissato per tutto il giorno, io vedo solo dei muri. L’uomo fa un mezzo sorriso, e accavalla per la centesima volta la gamba destra. Proprio quelli, risponde. I muri. Le pieghe delle scrostature dell’intonaco, il rosso di quei muri che non si trova in nessun altro posto del mondo. Ho guardato quelli. La donna chiude il quaderno. Muri, mormora. Muri rossi, risponde l’uomo, di un rosso che si trova solo qui, a casa sua. Vuole che l’accompagni a casa, chiede la donna alzandosi. Non c’è bisogno, la ringrazio. Tornerà? Forse sì, mi piace questo posto, adesso ho il tempo per fermarmi, magari la prossima volta le chiederò di offrirmi un caffè, e di farmi vedere il ritratto che mi ha fatto oggi. Arrivederci, dice la donna. Arrivederci, buona sera.

    25/4/2013

    V.M.

    Filed under: — Sir Squonk @ 8:28 pm

    Giorgio!
    Ah, oh, Clio, ciao…
    Cosa stai facendo?!
    Niente, Clio, niente, davvero.
    Guarda che ti ho visto.
    Sì.
    Stavi guardando quella robaccia.
    Clio, è per lavoro.
    Lavoro?! Guardare Letta che parla con quei due lo chiami lavoro? Dio mio. Sei un pervertito.
    Clio! Sei impazzita?
    No, guarda, io non ne posso più. Dovremmo essere a Capri seduti a un tavolino a bere un caffè, e invece siamo qui, io in cucina e tu a guardare i politici dal buco della serratura, neanche fossi un ragazzino.

    Io esco e vado al cinema, sono stufa. Tu resta pure qui a sbavare sulla Lombardi.

    Neanche fosse la Boldrini, che almeno potrei capire. Che schifo.
    Clio, per piacere.
    Ciao Giorgio, ci vediamo stasera. Non aspettarmi alzato, farò tardi.

    23/4/2013

    I compiti

    Filed under: — Sir Squonk @ 6:42 pm

    Giorgio.
    Dimmi.
    “Dimmi” un corno. Quante volte ne dobbiamo parlare ancora?
    Clio, per cortesia. Davvero, non è il momento. Noi qui ne avremo ancora per un po’, non moltissimo ma nemmeno poco. Fatti portare la cena, poi mettiti sul divano e guardati un po’ di televisione. Appena abbiamo finito arrivo.
    Non è educativo.
    Cosa, tesoro?
    Non fare il finto tonto. Lo sai benissimo. Non è educativo che tu ti metta a fare i compiti dei ragazzi.
    Clio, ascolta. Abbiamo perso il conto di quante volte sono stati bocciati. Mi sono stancato. Mi ci metto io, faccio quasi tutto poi gli metto la testa davanti al foglio, gli faccio seguire col dito per filo e per segno dalla prima riga e poi gli faccio completare gli esercizi.
    Ma così non impareranno mai.
    Perché, secondo te sono capaci di imparare qualcosa?
    Non è giusto.
    Sarà, e sarà pure colpa nostra e di come li abbiamo tirati su, ma questi senza aiuto non passano nemmeno gli esami della Scuola Radio Elettra.
    Esiste ancora?
    La Scuola Radio Elettra? Credo di sì, dovrei chiederlo a Bossi.
    Io non so cosa ti è preso, davvero.
    Clio, semplicemente mi sono rotto i coglioni. Succede.
    Non ti azzardare a farti sentire parlare così. Vergognati.
    Io mi devo vergognare? Io? Sei sicura?
    Questa storia deve finire, Giorgio.
    Finirà presto, Clio. Spero. Adesso vai e fa’ quel che ti ho detto. Ci vediamo dopo.
    Cerca di non far tardi.
    Va bene.
    Ciao.
    Ciao.

    22/4/2013

    Devo portare i ragazzi a scuola

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:59 am

    Giorgio.

    Giorgio.
    Clio, è presto. Non sono ancora le sette, torna a dormire.
    Alla nostra età ci si sveglia presto. Dove stai andando?
    Come se non lo sapessi.
    Giorgio, tu non ti rendi conto.
    Clio, mi rendo conto benissimo. Ma quando hai famiglia funziona così.
    Così come, vorrei sapere.
    Così, e basta.
    Giorgio, guardati allo specchio. Hai quasi novant’anni, e ce li ho pure io. I nostri amici, i nostri compagni di scuola sono morti tutti.
    Clio, lo so. Pensi che non mi vedo allo specchio?
    E quindi?
    Clio, torna a dormire. Devo portare i ragazzi a scuola.
    Ma sono grandi, dovrebbero saperlo fare da soli.
    Clio.
    Giorgio.
    Torna a dormire, ci vediamo stasera.

    20/4/2013

    Ripescaggi

    Filed under: — Sir Squonk @ 10:10 pm

    C’è una cosa che capita almeno una volta nella vita a chiunque tifa una squadra: vederla andare male, così male che a un certo punto inizi a irriderla e le auguri che vada peggio ancora, dopo la quinta sconfitta invochi la sesta, e dopo la sesta speri nella settima e poi nella retrocessione, nella caduta rovinosa e dolorosa. Lo sai che l’anno successivo soffrirai come una bestia, molto più di quanto tu non lo stia facendo ora, ma non importa: qui e ora deve succedere il peggio, e ti diverti persino a guardare il crollo: è un piacere perverso, ma pur sempre un piacere. Non credo di essere il solo tra gli elettori del PD ad averlo provato, questo piacere, durante gli ultimi due mesi e in particolare durante gli ultimi due giorni (ogni piacere ha un suo acme, no?): la fantastica serie di sciocchezze che hanno portato prima a perdere elezioni già vinte e poi a cercare con una disperazione via via più confusa il modo per fare un proprio governo (o meglio: un governo guidato da un proprio esponente, che in effetti è cosa parecchio diversa) assomigliando terribilmente al bambino di cinque anni che prova a giocare ai quattro cantoni con dei dodicenni; la spettacolare inadeguatezza di tutti i suoi rappresentanti, nessuno escluso, giovani, vecchi, bersaniani dalemiani lettiani renziani veltroniani prodiani tutti, tutti, tutti dotati di una rilucente incapacità di dire qualcosa che non fosse l’esausta ripetizione di formule imparate a memoria, dobbiamo impostare un ragionamento, la situazione richiede un’assunzione di responsabilità, trovo singolare che, mi adopererò con tutte le mie forze per, non possiamo spacciare per buone le ricette di vent’anni fa, tutti mancanti di quel minimo sindacale di senso della rappresentazione che gli facesse capire che c’è ancora tanta gente – quorum ego, cazzo – disposta a credere a una loro balla purché detta con sicurezza e proprietà, tradiscimi ma fallo con eleganza, per una sintassi superiore potrei anche perdonarti la tua impossibilità di essere leader o il tuo esserlo troppo. Poi arriva il momento in cui il piacere svanisce, ti siedi sul divano tenendo in sottofondo il borbottio di Mentana che ormai fa parte del tuo arredo di imperfezioni casalinghe, come un rubinetto che sgocciola per guasto e pigrizia, ed è quello il momento nel quale vieni assalito dal timore – il timore che tutto questo sia destinato a non servire perché una commissione disciplinare d’appello tanto benevola quanto atterrita cancelli la retrocessione, provveda a un ripescaggio dell’ultimo minuto e riporti la squadra là dove sai che non deve, che non merita di stare, il timore che qualcuno, con una voce falsa come una moneta fuori corso, imposti un ragionamento, richieda un’assunzione di responsabilità, trovi singolare che.

     

    18/4/2013

    I quattrocento ostacoli (avevo torto)

    Filed under: — Sir Squonk @ 9:36 am

    C’è una gara, tra le molte dell’atletica leggera, che si dice essere la più dura in assoluto. I quattrocento ostacoli, un giro di pista fatto alla massima velocità con in mezzo un certo numero di ostacoli da saltare. Dicono che ti ammazzi, quella gara: in senso figurato, certo; dicono che l’ultimo rettilineo, quando hai i muscoli pieni di acido lattico e ci sono ancora due o tre ostacoli alti un metro da affrontare senza rovinarci sopra sia un supplizio inenarrabile. E’ una gara che a guardarla spezza il cuore, vedi questi ragazzi che partono come schegge, che saltano leggeri, puliti, senza un’incertezza o una sbavatura, ogni trentacinque metri non devono nemmeno accorciare il passo, staccano da terra e a terra ritornano senza fare una piega; va avanti così per duecento, duecentocinquanta, a volte trecento metri. Poi il dramma, alla fine dell’ultima curva, all’inizio dell’ultimo rettilineo. Lì c’è sempre qualcuno che si pianta, quello che è partito troppo forte, quello che senza rendersene conto ha fatto un passo più corto di venti centimetri e perde il riferimento, quello che la fatica viene fuori tutta insieme come un ladro che sbuca da un angolo e ti dà una botta sulla nuca; quello che, al penultimo o – peggio ancora – all’ultimo ostacolo, cade.
    Negli ultimi due mesi ho guardato Pierluigi Bersani percorrere quell’ultimo rettilineo. E’ uscito dalla curva con il volto sereno di uno che sa cosa sta facendo, con la sicurezza di avere ancora tutte le energie necessarie a correre i cento metri che restano e pure qualcuna in più. Io ero sicuro che Bersani aveva tutte le capacità per vincere, ero sicuro che avrebbe vinto. Non stravinto, magari. Ma vinto sì, e anche bene. Avevo torto. I quattrocento ostacoli non sono trecentocinquanta o trecento. Sono quattrocento. Li devi correre tutti, li devi correre bene dal primo all’ultimo, e non devi sbagliare nulla. Lui non ne è stato capace, e a me dispiace, e molto: l’ho visto rallentare prima, e poi confondersi, e colpire col piede il penultimo ostacolo, atterrando barcollante per poi franare in pieno sull’ultimo. E’ ancora in piedi, il Bersani sul quale avevo puntato i miei pochi Euro, ma la gara l’ha persa, e l’ha persa male. Avevo torto.

    PS – Avevano ragione gli altri? Quelli che avevano puntato su un altro quattrocentista? Se la metafora atletica fosse sostenibile fino in fondo, la risposta sarebbe sì, certo, avevano ragione gli altri. In realtà io credo di no, continuo a credere che anche loro avessero torto. In fondo, questa è la cosa che mi rattrista di più.

    17/4/2013

    La libertà è partecipazione

    Filed under: — Sir Squonk @ 1:49 pm

    Il bello delle dittature è che puoi dare la colpa a qualcun altro.

    16/4/2013

    Daccapo

    Filed under: — Sir Squonk @ 4:26 pm

    Ogni tanto – non sempre, non c’è una regola: se ci fosse sarebbe una lista infinita di eccezioni – la cosa davvero difficile non è iniziare da zero, anche per costrizione. E’ riprendere, esattamente dallo stesso punto nel quale ci si era fermati.

    12/4/2013

    Valigie

    Filed under: — Sir Squonk @ 7:00 pm

    Parlo al telefono con un’amica che a un certo punto dice “com’è che ho tutti questi amici che vogliono andare o restare all’estero?”. Penso di descriverle la condizione della gestione dei bagagli a Malpensa come esempio definitivo, poi mi limito a un “perché ci si sta bene”, e cambiamo discorso.