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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    14/11/2019

    Libri

    Filed under: — JE6 @ 15:29

    Sono seduto al tavolo della cucina dei miei genitori. Mia mamma mi parla del libro di Paolo Rumiz che sta leggendo, non le viene il titolo ma ho capito qual è perché per un caso della vita è lo stesso che mi sta passando sul Kindle in questi giorni, una cosa di cimiteri di guerra e soldati, e a quegli uomini si aggancia mio papà che mi racconta del libro che sta leggendo lui, una storia incredibile della quale non sapevo nulla, i cosacchi che occuparono la Carnia come truppe regolari della Wehrmacht dalla fine del 1944 a quella della guerra. Gliel’ha comprato mia mamma a una bancarella del mercato del venerdì, quello che frequenta da una vita: mi fermo sempre, mi dice, ci sono questi cestoni con i libri e non riesco a non fermarmi e poi mette lì una frase piccola e a suo modo meravigliosa, dice mi sono mancati così tanto quando ero ragazza che adesso e non finisce di parlare, scuote solo la testa, a me ci vuole una frazione di secondo per vederla nel suo, nel loro paese arrampicato nelle colline di una Sardegna lontanissima da tutto e tutti, dove nessuno faceva la fame ma nessuno aveva i soldi per comprare un vestito e dove una ragazzina di dodici anni poteva sentire la mancanza fisica di un libro, come un dolore per un amore impossibile. Mentre la ascolto senza farle domande mi viene in mente il pomeriggio in cui sono entrato in una scuola di Prypjat, la città fantasma che sta a fianco della centrale di Chernobyl, e rivedo il tappeto di libri che copriva l’intero pavimento di un’aula scolastica e rivivo la sensazione nitida che in quel momento quel posto apparentemente morto fosse invece tanto vivo da poterne sentire il dolore (avete mai camminato sopra centinaia di libri? Provate a farlo. Provate a prendere tutti i libri che avete in casa e gettarli per terra alla rinfusa coprendo le piastrelle che pulite una volta alla settimana, e poi camminateci sopra, e sentite come la carta risponde al vostro peso, come se vi stesse dicendo mi fai male; provate a farlo, e avvertite quella sensazione di colpa e ingiustizia per come state trattando quegli oggetti nei quali la nostra civiltà ha investito tutta se stessa per aiutarsi a vicenda e restare a galla) e guardo mia mamma, che mi ha insegnato a leggere, della quale il primo ricordo che ho è di lei al mio fianco mentre sono chino su un libro o un fumetto, e penso che la vita è quella cosa che adesso sta rendendo a lei ciò che le venne negato da ragazza, ed è quella cosa che chissà dove sono adesso i bambini di quella scuola di Prypjat, se ci sono ancora, se possono leggere ancora.

    24/10/2019

    Broncio

    Filed under: — JE6 @ 12:46

    Credo che ognuno abbia delle frasi che si porta dentro come dei mantra, come delle guide, dei punti fermi che ti ricordano non tanto come dovresti, ma come vorresti stare al mondo. Io ne ho un paio, una qui oggi non c’entra, non ha rilevanza – magari un’altra volta – ma l’altra, quella sì, in questo periodo ci penso spesso.

    L’ha scritta Robert Musil, e dice “non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno“. Ci penso spesso perché altrettanto spesso mi sento borbottare contro questo o quell’aspetto del tempo che vivo, una volta la classe politica e l’altra il calcio e l’altra ancora la pizza o una cosa così, a caso, a seconda dell’umore, di cosa ha appena passato Sky, delle congiunzioni astrali. Allora mi ripeto la frase di Musil, cioè vado a leggermela nelle note del telefono e poi mi ci arrovello un po’ sopra perché se da una parte inorridisco all’idea di fare il ginobartali dall’altra non mi va nemmeno di accettare tutto nel nome del “i tempi sono questi e quindi va bene così” e non trovo mai un punto di equilibrio, non so se questo punto esiste per chi ha passato una certa età, so che ci sono periodi che è tutto un forzarsi a non ridursi a un Michael Douglas di periferia con i capelli scarmigliati e la lente dell’occhiale incrinata e un mitra in mano che non ha nemmeno voglia di dire odio tutti come un qualsiasi sedicenne, lo sa e lo sente e non vorrebbe che fosse così.

    11/10/2019

    Kefiah

    Filed under: — JE6 @ 10:59

    Ieri sera parlavo con un amico che diceva mi vergogno di essere occidentale, guarda cosa succede ai curdi e nessuno che dice, che fa niente e mentre gli rispondevo fai mente locale e conta quanta gente conosci che potrebbe dirti almeno dove sta il Kurdistan mi sono venuti in mente i tempi delle superiori quando almeno una volta al mese c’era una manifestazione per la Palestina e tanti ragazzi portavano la kefiah e tutti sapevano chi era Arafat – non che questo abbia impedito tragedie e massacri a volontà, non che quei ragazzi fossero degli esperti di politica mediorientale e sapessero elencare e confrontare in modo ragionato e possibilmente obiettivo le ragioni degli uni e degli altri ma almeno c’era una sorta di consapevolezza basata su una sorta di conoscenza o almeno così mi pare di ricordare adesso che sono passati tanti anni da quei cortei e da quelle ore davanti al telegiornale e a volte penso che sì, davvero è tutta una questione di marketing, di comunicazione, che è un pensiero che mi imbarazza per la sua pochezza e superficialità al punto da darmi fastidio da solo, e però.

    04/09/2019

    Trattato di pace

    Filed under: — JE6 @ 17:52

    E così, a quanto pare, siamo stati autorizzati a fare il governo, e il governo faremo. Chi vivrà vedrà, avrebbe detto mia nonna, e vivremo e vedremo se la nuova coalizione – che per il momento ha il non indifferente merito di toglierci di torno almeno la faccia di Matteo Salvini, con un sicuro effetto positivo sull’umore di molti – sarà meno abborracciata della precedente. Detto questo, apprendendo che otto su dieci tra coloro che fino all’altroieri alternavano un piddioti a un eallorabibbiano oggi sono rubricabili come compagni che sbagliavano ho pensato alle lezioni di storia del professor Barbero con le quali ho passato qualche centinaio di chilometri in queste settimane, in particolare quelle sulle due guerre mondiali; ascoltandolo mi sono fatto l’idea che chi non vuole la guerra e soprattutto chi ne ha paura confida e si autoconvince che quella non sia voluta nemmeno dagli altri, e così firma con il sorriso sulle labbra trattati di pace e accordi che sono carta straccia ancor prima che le penne si stacchino dal foglio. Io non credo che la storia vada studiata per usarla come sfera di cristallo grazie alla quale predirre il futuro: è un’idea bislacca e infondata: però per conoscere e capire il passato e grazie a quello farsi una mezza idea del presente, ecco, quello sì. Chissà se i dirigenti del PD avevano almeno un sussidiario da consultare, prima di trattare con Di Maio.

    30/07/2019

    La benda

    Filed under: — JE6 @ 09:34

    [Cose scritte altrove]

    Io, da figlio di carabiniere, sulla cosa della foto della benda non ho sentimenti contrastanti: è una porcata. La benda, non la foto. Fatta questa necessaria premessa, poi va detta un’altra cosa: le forze dell’ordine vanno educate, vanno formate a fare il loro lavoro, soprattutto quello lì, quello brutto sporco e cattivo. Vale la stessa cosa per i professori/insegnanti/maestri, vale la stessa cosa per i medici e gli infermieri, vale la stessa cosa per una serie di altri lavori particolari nei quali c’è una componente che non so bene come definire perché il mio vocabolario è quello che è ma sento che ha a che fare non con la tecnica, con gli strumenti, ma con il modo di stare al mondo. Avere a che fare con la gente, con le persone, con i singoli esseri umani è tutto tranne che facile: in generale, diciamo; praticamente sempre. Quando però tocca farlo sotto la pressione di circostanze nelle quali una persona cosiddetta “normale” – un impiegato del terziario più o meno avanzato, giusto per fare un esempio dettato dal guardarsi nello specchio – viene per sua fortuna a trovarsi molto raramente per non dire mai (tipo avere tra le mani il probabile/possibile/presunto assassino di un collega, o dover spiegare Platone a un quindicenne di un quartiere a forte densità delinquenziale), allora c’è bisogno di ricorrere a qualcosa che non è detto sia stato donato da madre natura. Ed è nell’interesse di tutti che quel qualcosa venga dato.

    [Una piccola aggiunta: è una porcata anche la foto, ma temo che non siano i tempi giusti per argomentare pure questa cosa]

    15/07/2019

    Fiscal Chernobyl

    Filed under: — JE6 @ 10:12

    (…) È stato in quel momento, fermo a un semaforo nell’intermittente forno dell’estate milanese, che mi è tornata in mente una scena che mi sta accompagnando da poco meno di due anni. Eravamo tutti e nove, quelli del gruppo bizzarramente assortito che aveva investito qualche giorno della sua vita e qualche centinaio di euro dei suoi risparmi per andare a vedere i resti di una catastrofe nucleare; stavamo all’interno di una torre di raffreddamento, un prodigio incompiuto ed enorme, messi in semicerchio davanti a Igor, il ragazzo di Kiev che ci faceva da guida. Qualcuno gli aveva appena chiesto quale sarebbe stato il destino, cosa ne avrebbero fatto di quel posto che ha la stessa indefinibile maestosità di una cattedrale medievale e l’identica mancanza di futuro di un giocattolo rotto, e per una frazione di secondo, prima di rispondere, vedemmo passargli sul volto l’espressione di chi si chiedeva se eravamo veramente così cretini da aver fatto sul serio quella domanda.

    Il resto lo trovate qui, su Left Wing.

    01/07/2019

    I cimiteri di Trieste

    Filed under: — JE6 @ 09:53

    Avevo un’oretta libera prima di pranzare nella microscopica trattoria dove vado di solito, tenuta da una profuga dalmata sposata con un ex camionista del Testaccio, e l’ho passata, appunto, per cimiteri. Plurale, perché quella città meravigliosa ne ha sette, tutti raccolti in forse meno di mezzo chilometro.

    Sono tornato a Trieste, e ho scritto una cosa che sta su Leftwing.

    17/06/2019

    Dentro Chernobyl

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    C’è un istante, brevissimo, nella seconda puntata di Chernobyl, la serie attualmente in onda su Sky, in cui una donna, richiamata dal rumore dei colpi all’ingresso dei soldati che stanno iniziando l’evacuazione forzata di una intera città, va ad aprire la porta dell’appartamento del grande palazzo brutalista di Pryp’jat’ nel quale vive. Io e i miei amici quella porta l’abbiamo vista.

    Il resto sta qui, su Left Wing.

    22/05/2019

    Le cose importanti

    Filed under: — JE6 @ 15:36

    Ogni tanto penso alle cose che DFW scriveva sull’ironia, al nostro averne fatto il quasi unico veicolo di interpretazione e racconto e confronto di quel che ci succede, così pervasivo da farci dimenticare come si può parlare seriamente di qualcosa senza necessariamente prenderci troppo sul serio (insomma, la sto proprio tagliando con l’accetta, lo so: forse lui diceva e voleva dire cose diverse ma a me questo è rimasto).

    Comunque, sta di fatto che a volte uno si ferma. Si ferma proprio, trova una piazzola, mette la freccia a destra, esce dal flusso e si ferma; perché gli pare di averne abbastanza, persino di se stesso, e ci vuole una pausa per rifiatare. Per dire, tutta l’ironia e il sarcasmo e il non-prendiamo-sul-serio-niente-mai-perché-altrimenti-ci-tocca-fare-i-conti-con-la-vita, quella roba lì può venire a noia, ti può portare a un punto di saturazione, ad una stanchezza che ti fa pensare che tutto sommato sia molto meglio fermarsi in quella piazzola, in silenzio.

    Ogni tanto penso a queste cose qui. L’ultima volta mi è capitato stamattina, leggendo le poche righe con le quali una signora che non conosco di persona e che forse potrei chiamare amica (nel modo che ci è diventato comune usare, perché altrimenti dovremmo ricorrere alle Sturmtruppen: “Amici o nemici?” – “Semplici conoscenti”) spiega perché se ne è stata zitta per tanto tempo:

    Sulle cose importanti, invecchiando, ho preso a stare sempre più zitta, prima per scaramanzia, poi per dolore, e poi per abitudine, fino a non dire quasi più niente. Non mi piace.

    E niente, pensavo che al netto dei dolori che sono cose intime e infinitamente personali, c’è quella cosa dell’invecchiare e zittirsi sulle cose importanti che mi pare di conoscere, e non piace molto nemmeno a me, e forse dovrei rileggermi quelle pagine di DFW, quella specie di fratello maggiore morto troppo presto e che aveva le parole giuste per quasi tutto, quelle che quasi tutti noi avevamo sulla punta della lingua ma non sapevamo dire.

    25/04/2019

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito (venticinque aprile)

    Filed under: — JE6 @ 13:31

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito. Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d’idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo e cosa fanno gli altri.

    Primo Levi, “Zinco”, da “Il sistema periodico”