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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    31/07/2003

    Filed under: — JE6 @ 14:28

    Rumore, rumore
    Di là c’è gente che fa casino.

    Filed under: — JE6 @ 09:25

    Bollettino meteo
    Fischia il vento, urla la bufera.
    Update: fischiava il vento, urlava la bufera.

    Filed under: — JE6 @ 08:41

    Onde
    A volte, uno si legge e si rilegge, e si gratta la testa cercando di capire che cosa ha detto.
    Perchè è facile, in genere, sapere che cosa si è voluto dire: ha a che fare con se stessi, con le cose (idee, emozioni, ricordi) che girano fra testa e stomaco. Altro, invece, è capire, anche solo provare ad indovinare che cosa gli altri hanno letto, e trovato, e capito in ciò che si è scritto.
    Negli ultimi giorni, ho messo su Squonk alcuni ricordi di famiglia. Niente di straordinario, e lo dico senza alcuna falsa modestia. I personaggi sono quanto di più comune si possa immaginare. Lo stesso si può dire per i fatti che quei personaggi hanno vissuto (con l’unica eccezione di una bomba in piazza, ammetto). E le loro sensazioni, il loro modo di agire, di far fronte ai fatti della vita, il loro essere querce e bambù, beh, tutto già visto, sentito, conosciuto.
    Allora, mi chiedo, a cosa devo i commenti, i messaggi personali, l’essere citato ed apprezzato su questo e quel blog?
    Non venite a parlarmi di forma: di gente che scrive come il sottoscritto ne trovate almeno a decine, se non a centinaia o a migliaia. Giuro, vi basta scorrere la lista di “One World” qui a sinistra.
    Quindi, ci deve essere qualcosa che ha a che fare con il contenuto. Ma se questo non è altro che il racconto di una vita comune (e che rimane ed intende rimanere tale: ecco uno dei grandi vantaggi dell’anonimato; dubito che avrei mai scritto qualcosa di simile se su questo blog comparissero i dati della mia carta d’identità: non tanto per me, quanto per le persone che cito), che cosa ci si trova di speciale?
    Immedesimazione? Forse. Shangri-La ha avuto la tenerezza di scrivere del “fratello invisibile”, so di avere raccontato una piccola storia uguale a quella vissuta da altre persone. Ma no, non è quello, non è solo quello.
    Forse, e sottolineo il dubbio – chè non ho certezze, e come potrei averle? – forse è la sottile, sfuggente consapevolezza che il mare è fatto di migliaia di miliardi di piccole onde, che accompagnano e creano i cavalloni che vediamo infrangersi sulla spiaggia. Senza le piccole onde, i cavalloni non esistono, non possono esistere. Le piccole e le grandi storie vanno insieme, sui blog, nei libri, come nella vita. Togliete ad un re i suoi sudditi, e vedete che cosa rimane (peraltro, togliete ai sudditi il loro re: anche in quel caso rimarrà poco, credo).