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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    11/05/2004

    Crescere

    Filed under: — JE6 @ 14:03

    Luca, forse la verità – se ce n’è una – sta nel mezzo. Da un lato, il clima della gita scolastica, la goliardia recitata vengono usati (in dosi troppo massicce? Forse, o forse no) come antidoti nei confronti del trombonismo di cui è così facile cadere vittime in questa terra di retori. In questo senso, non mi dispiacciono, ed anzi le ritengo utili: come un vaccino, appunto. Mi tengo il mio Sir come se fosse un Er Patata, il soprannome che si usa al bar o tra compagni di scuola, che poi – quando c’è da andare su faccende serie – lo so che mi chiamano per nome.
    Ma comunque io (e sottolineo: io) sento la necessità di qualcosa in più. Vorrei che questa “cosa” (il bloggare) che faccio tutti i giorni riuscisse a crescere. Riuscisse, non so come dirlo e anzi sono sicuro di dirlo male, ad andare “oltre” le persone, gli amici. Vorrei che diventasse adulto mantenendo la capacità di giocare. Vorrei che riuscisse a mettere insieme gli aperitivi al Movida e le passeggiate Via Larga – Piazza Conciliazione. Vorrei – mi ripeto – che diventasse capace di prendersi sul serio senza credersi il centro del mondo.
    Qualche buon esempio, in giro, io credo di vederlo. Quale sia, questo non importa.

    Contare

    Filed under: — JE6 @ 09:55

    Sabato scorso ero al Salone del Libro, insieme ad un gruppo di blogger milanesi (e non solo). La scusa per la gita scolastica era un convegno pomeridiano, del cui titolo ricordo solo le prime due parole “Post-blog”.
    Alle quattro del pomeriggio eravamo lì, certo non animati dalle migliori intenzioni, ma neppure refrattari ad ascoltare ed eventualmente discutere parole sensate su questa esperienza che ormai accomuna diverse decine di migliaia di persone in Italia.
    Sarà stato il brasato dell’Osteria FIAT, sarà stato il passaggio di fronte all’opera omnia di Carver, sarà stata l’acustica infelice, sarà stato il guardare chi stava dietro il banco dei relatori e avere l’impressioni di vedersi riflessi, non so.
    So che dopo pochi minuti, il profluvio di parole ha portato un gruppo di adulti normalmente posati e ragionevoli ad inscenare – a mo’ di protesta e sberleffo – il trenino dell’amore che vedete qui ritratto.
    Lì per lì, intendiamoci, il sottoscritto si è divertito tanto quanto si è vergognato. Dopo di che, finita la gita, ho iniziato a chiedermi che cosa avevamo davvero fatto. Una bonaria presa in giro di quel mare scuro di retorica che si sommuove e non si ferma mai? Un’affermazione, presuntuosa o anche no, di superiorità della parola scritta rispetto al chiacchericcio così tipico dei nostri tempi? La definitiva conferma della nostra peterpanizzazione?
    Non lo so. Forse tutto questo insieme, perchè i vagoni di quel trenino erano persone tra loro molto diverse, con idee, esperienze, prospettive altrettanto diverse.
    Ho però avuto l’impressione netta che non saremo certo noi a cambiare le sorti del mondo, ad incidere seriamente – grazie alla forza dei numeri ed alla compattezza delle intenzioni – sulle cose che ci stanno intorno. Perchè, alla fine, non ci prendiamo e nemmeno ci vogliamo prendere sul serio – il che non significa credersi il centro del mondo.
    Chissà, magari mi sbaglio, magari noi blogger di complemento stiamo invece già facendo molto più di quanto non ci sembra. Eppure, io ho provato questa sensazione di essere e voler fare il Peter Pan, e – lo dico con la massima sincerità – la cosa non mi è piaciuta molto. Questa sera Wendy lascerà la stanza di Gianni e Michele, e domani io sarò scomparso.