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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    13/04/2006

    Scusi, non ho capito

    Filed under: — JE6 @ 12:50

    D’accordo, il centrosinistra non ha capito il Nord. Poniamo che sia vero*. Ma allora, il centrodestra non ha capito il Centro? E il Sud, è stato capito da qualcuno? Ma quante fesserie di questo genere toccherà sentire, ancora?

    *: Per intenderci: in Lombardia 1 il centrosinistra ha preso il 46,3%, in Lombardia 2 il 38,9%, in Lombardia 3 il 46,2%, in Piemonte 1 il 55,4%, in Piemonte 2 il 44,1%, in Veneto 1 il 38,9%, in Veneto 2 il 42,2%. Non è maggioranza, ma da qui a dire che “non ha capito” ce ne corre. O no?

    Guardarci per quello che siamo

    Filed under: — JE6 @ 11:13

    Facciamo finta per un momento che il PresDelCons non esista, lui, i brogli (denunciati mezza giornata dopo aver ricevuto il due-di-picche sulla Grosse Koalition, tu guarda il caso) e i cosacchi che sono già in Piazza San Pietro. Lo so, non è facile data l’ubiquità del soggetto, ma proviamoci.
    Ora, sarà il sole, o la Pasqua del Signore che si avvicina, ma sento e leggo il diffondersi di questa idea: ci siamo scornati all’inverosimile, ci siamo detti le peggio cose, abbiamo reciprocamente dubitato della moralità nostra e pure di quella della mamma; adesso “Basta. Fate tutti un bel respiro. E’ finita. Siamo sempre i soliti. Quella è la solita giornalaia. Che vi sorride e vi lascia il giornale anche se vota il contrario di voi. Lasciatela stare, sorridetele di rimando e tornate alle vostre occupazioni“.
    Sembra sensato, vero? Eppure.
    Eppure questo è solamente il frutto della stanchezza. Il soldato che sta otto mesi nella trincea del Carso, con l’austriaco di fronte, alla fine è talmente stanco di quella vita che con l’austriaco andrebbe a bersi due birre e gli farebbe persino da testimone di nozze per partecipare a una bella festa sull’aia pur di andarsene dal fango e dalle pallottole. Ma finita la guerra, passato un anno o due, allo stesso soldato si rizzeranno i peli ogni volta che sentirà due parole di tedesco, fossero anche solo “danke schoen”.
    Voglio dire, gli appelli a guardarci per quelli che siamo andrebbero fatti prima, non dopo. Pare banale, ma è meglio – molto meglio – evitare gli strappi piuttosto che mettere le pezze. Abbiamo un’elezione ogni sei mesi, anche meno: qui a Milano adesso siamo già in ballo per il sindaco, per dire. Cambierà qualcosa? No. I rossi continueranno a bollire i bambini, e gli azzurri continueranno a falsificare i bilanci. E lo faranno anche per le prossime regionali, per le prossime europee, per il prossimo referendum sulla salvaguardia delle cave di marmo delle Alpi Apuane, per le prossime politiche.
    Questa constatazione mi porta a fare anche un altro ragionamento: gli appelli a guardarci per quello che siamo sono armi a doppio taglio, perchè ci fanno realizzare che noi, cazzo, siamo proprio così. A me piacerebbe, giuro, provare a discutere pacatamente di politica (e quindi di società, di economia, di scuola) con uno che pensa che Calderoli sia stato un buon ministro e abbia fatto la cosa giusta con la sua magliettina della salute davanti alle telecamere di Vespa. Ma non ci riesco, abitiamo due mondi diversi e – temo – non comunicanti. Sto facendo un esempio estremo, certo: con Marco Beccaria sono convinto di poter fare quella discussione; ma sono abbastanza sicuro di terminarla in preda allo smarrimento più assoluto, roteando gli occhi e borbottando “non è possibile, è troppo intelligente per credere alle cose che dice”. Ci sono almeno due Italie, è vero. Che hanno smesso molto tempo fa di comunicare tra loro, e quando lo fanno si mandano, nemmeno tanto allegramente, affanculo. Io credo di far parte di una di quelle Italie.
    Amica N e Amica B, Farfintadiesseresani