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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    23/10/2006

    In attesa

    Filed under: — JE6 @ 17:26

    In quasi ogni puntata di ER c’è un personaggio che si lamenta con Carter (o chi per esso) perchè sta aspettando da due ore e non è ancora stato degnato di attenzione – al che Carter indossa una delle due-tre maschere facciali che si è costruito nel corso del tempo, indica l’universo mondo contenuto nella Emergency Room e cerca di far capire al reclamante che venti minuti prima si è verificata una delle n calamità che la fantasia degli sceneggiatori è stata in grado di partorire, e quindi “sarò da lei appena possibile – Abby, morfina in Emergenza Uno”.
    Ieri, al pronto soccorso dell’Oftalmico, avrei voluto mettermi nei panni di quel personaggio, ma non avevo nè un Carter nè una Lewis con cui sfogarmi. Così, muto e rassegnato, mi sono messo a fare quello che so fare in queste occasioni: stare zitto, e guardare e ascoltare.
    Stavo lì, con il mio numerino in mano (già, al pronto soccorso, il numerino come quello del salumiere della Despar), a guardare lo schermo del Triage, che forniva dati di particolare incongruità: ad esempio, l’unico codice rosso menzionato (Emergenza con pericolo di vita) era stato registrato il 17 alle 22.40, e risultava ancora “in attesa”.
    Ascoltavo la consueta gara a chi disponeva della più ampia e variegata collezione di malattie e disfunzioni: “sa, io sono invalido, mi sono fatto nove operazioni da qui a qui” [indica prima le caviglie e poi le ginocchia], “io sto ancora pagando gli sbagli del primario di XXX, che poi l’hanno cacciato via”, “oh, se è per quello mia moglie ne ha passate di tutti i colori”, “per fortuna ho sempre avuto un carattere forte”, “ah, mia moglie è una leonessa” [la moglie in questione assiste ma non partecipa, palesemente avvezza alla celebrazione delle sue sfortune e delle sue doti].
    Assistevo in diretta al blocco dei sistemi informativi, che causava impossibilità di accettazione elettronica dei pazienti, e il blocco degli esami dato che di questi non sarebbe rimasta traccia magnetica negli archivi del Policlinico.
    Percorrevo il corridoio di Radiologia con metodo e passione: 97 piastrelle da 30 centimetri, per un totale di 29 metri. Una decina di piastrelle sbrecciate, una dondolante. Tre colori diversi, più un notevole inserto di micropiastrelline da bagno turco all’ingresso della sala TAC. 17 scatole di DryView Laser Imaging Film.
    E poi, i muri. Dipinti con uno smalto di un azzurrino pallido, sotto il quale si intravvedevano i ricordi di un beige malato almeno quanto i pazienti che si erano avvicendati da quelle parti per anni. I segni lasciati nei muri dalle lettighe, dalle sedie a rotelle, dai macchinari portati e apparentemente abbandonati. Mi chiedevo se dipingere i muri di, chessò, giallo comporta un costo maggiore, mi chiedevo che cosa impedisce rendere un ospedale un posto almeno esteticamente un po’ più gradevole, quale virus porta l’intera struttura ad affogare in uno squallore cupo che non può non riflettersi sugli umori di chi vi passa dentro una vita intera.
    Risalivo al piano del pronto soccorso, e dopo un’emorragia subcongiuntivale, tre lastre e quattro ore di peregrinazioni e attese mi facevo dire che cornea e retina erano a posto, otto giorni di disinfettante e sarei tornato come prima (mai che si riesca a migliorare, ma questo è un altro discorso).
    Il tabellone del Triage non indicava nemmeno più quell’unica e malinconica emergenza di quasi una settimana prima – “il provider di dati non è in grado di stabilire una connessione”, o qualcosa del genere. Mio padre era fuori, ad aspettarmi.