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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    08/03/2007

    Dachau, una mattina di marzo

    Filed under: — JE6 @ 16:46

    F.,
    penso a te mentre attraverso il pesante cancello di ferro sul quale c’è la scritta Arbeit macht frei. E’ tedesco, che può essere una lingua magnifica come l’inglese che tu stai imparando, ma che in questo posto suonava spaventoso come il ringhio di un cane inferocito.
    Penso a te per un motivo che tu capirai tra molto tempo: il Male, quello con la maiuscola, è come i bambini. Nasce e cresce circondato da bellezza, da dolcezza, da tranquillità. E’ questo che lo rende più spaventoso e incomprensibile. E’ per questo che ogni tanto ti guardo, e ho paura.
    Hai ragione, non ti ho ancora detto dove sono. Scusami.
    Dachau. Si legge come si scrive, più o meno, con l’accento sulla prima a.
    E’ un paese non lontano da Monaco. Un paese come tanti, sai? Le case basse, i campi, i cavalli, le ditte di trasporti, Burger King. Ho visto le foto di settant’anni fa, e non era molto diverso: c’erano meno case, e Burger King non esisteva nemmeno in America. Ma, per il resto, non sembra essere cambiato molto.
    E’ un posto nel quale io e te e la mamma, nati e cresciuti in città, forse non ameremmo vivere: però ci piacerebbe passarci, fare una passeggiata, ammirare il colore dei prati e la pulizia delle facciate delle abitazioni. Perchè potremmo venire qui. E andarcene.
    Invece, tanti anni fa, qui arrivarono più di duecentomila persone (sono tante, molte più di quelle che tu riesci a immaginare), e tantissime di loro morirono qui; e quelle che ebbero la discutibile fortuna di poter tornare a casa, in fondo furono costrette a restare a Dachau per il resto della loro vita. Non avevano nessuna colpa, quelle persone. Eppure finirono qui, in questo posto che si chiama campo di concentramento, e che negli ultimi mesi della sua “vita” divenne un campo di sterminio.
    Oggi sono tornato a Dachau, F., perchè ogni tanto bisogna ricordarsi di cosa ognuno di noi è capace di fare. Sono tornato a vedere il cancello, quello di cui ti parlavo prima, e gli stracci con cui i prigionieri si dovevano vestire (oggi c’erano cinque o sei gradi, io stavo nel mio piumino e ogni tanto pensavo che faceva freschino perchè c’era un venticello tagliente che portava via le nubi), e i giacigli di legno dove questi uomini e queste donne dovevano dormire ammassati gli uni sugli altri, e i frustini e le torrette e il filo spinato. E i forni crematori, che sono una cosa che oggi non ti voglio spiegare, ma un giorno verremo qui insieme, io te e la mamma, e tu guarderai il camino, e le montagnette erbose che coprono le ceneri in cui sono state trasformate decine di migliaia di persone come noi, e poi guarderai i forni e ti verrà da piangere per l’incredulità e l’orrore. Forse ti capiterà quello che è successo a me questa mattina, e mentre starai in piedi di fronte ai quattro forni del Grande Crematorio vedrai il sole passare dalla porta alle tue spalle, e sentirai anche uno o due uccellini trillare nella primavera che arriva. Ti sembrerà tutto assurdo, e sentirai un grande vuoto. Sarà allora, forse, che avrai la possibilità di diventare grande, F., grande davvero: se riuscirai a riempire quel vuoto, allora ce l’avrai fatta. Io sono tuo papà, e oggi, per te, mi auguro solo questo.