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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    09/05/2007

    Questo blog non tifa Basso – ed ecco perchè

    Filed under: — JE6 @ 15:59

    Marco Pastonesi, su QuasiRete. Se volete commentare, fatelo pure lì, giusto segno di riconoscimento nei confronti di Pastonesi e di Carlo Annese. Ma mi fa piacere riportare il pezzo per intero.

    Potevano anche scegliere una sala più grande, nell’Hotel Michelangelo, Stazione Centrale, Milano. Michelangelo. Allo stesso Michelangelo sarebbe mancato il fiato, lì dentro, stretto, compresso, sudato, fra giornalisti e fotografi e operatori, mitragliate di flash e fuochi di riprese, sparatorie di inviti e insulti, fino al momento in cui Ivan Basso ha cominciato a parlare.

    Blue jeans, camicia bianca e blu a strisce fuori dai jeans, capelli corti, guance rasate, occhi grandi, ciglia lunghe, viso pallido, lui alto, diritto, apparentemente tranquillo, comunque fermo. Ha raccontato, detto, spiegato, ripetuto, confermato che quelle sacche di sangue appartenevano a lui, ma che non le ha mai usate. “Mai fatto uso di doping né di autoemotrasfusione”. “Ho sempre gareggiato e vinto solo con le mie forze”. “Si è trattato di un momento di debolezza”. “Accetto la sanzione che mi sarà data, qualunque sia, sarà quella giusta”. “Vorrei tornare a fare la professione che amo”. “Adesso non faccio programmi”. “Andrò a prendere mia figlia all’asilo”. “Non sono stato messo sotto torchio, non sono crollato dopo quattro ore di interrogatorio. Sono stato io a parlare”. “Questa è la verità”. “I miei tifosi mi perdoneranno”. “Ho voluto mettere la parola ’fine’”. “Spero che d’ora in poi, quando si parlerà di me, non si rivangherà questa storia”. Mezz’ora. Per scordare il passato.

    Ma dopo un anno di Birillo e Tarello, di telefonate mai fatte, di sms mai inviati, di conoscenze mai conosciute, di coscienze pulite, di non-ho-niente-da-nascondere, di sono-pronto-a-dare-il-mio-dna, di non-so-perché-qualcuno-mi-vuole-tirare-in-mezzo, di viaggi smentiti, di prelievi negati, dopo un anno di bugie, chi ci potrà mai dire che queste non siano altre bugie, semibugie, bugiette, bugie parziali o temporanee? Perché ti dovremmo credere, adesso, Ivan Basso? Per il tuo passato pulito, per la tua faccia pulita, per il tuo amore verso il ciclismo, per la tua crescita costante, gara dopo gara, sconfitta dopo sconfitta fino alla prime timide vittorie, anno dopo anno, i Tour de France e i Giri d’Italia?

    E noi, che abbiamo creduto, ci siamo fidati, abbiamo visto e scritto, scritto quello che avevamo visto, ma poi c’era tutto un mondo che non sapevamo e che non vedevamo ma abbiamo continuato a scrivere, ingannando? Noi che ti abbiamo guardato negli occhi, che ti abbiamo stretto la mano, che ci siamo lasciati scappare un bravo sincero, una smorfia complice, una nostra debolezza, possiamo crederti adesso sulla parola, sulla fiducia, sulla speranza, oppure su un compromesso, su una via di uscita?

    Pensavo a questo mentre Basso usciva e voltava le spalle all’Hotel Michelangelo e a quella sala dove si moriva soffocati di respiri e dubbi. Pensavo a questo mentre slegavo la mia bici dal palo, e ci salivo su, e pedalavo nel caldo, e sudavo nel traffico, e pensavo che questo è un mondo dopato, i titoli dei giornali sono dopati, i Suv sono macchine dopate, perfino i sogni sono dopati, le esigenze sono false e dopate, e chi dopa e si dopa nella finanza ha sempre un posto in tribuna d’onore.
    Quasirete

    Dirty dancing

    Filed under: — JE6 @ 15:38

    Questo blog si unisce alla accorta e velata critica che il titolare di Wittgenstein muove alle ballerine.
    Wittgenstein

    Qui, invece, per critiche meno velate ed accorte. Anyone else?
    Pare di .
    Noantri, Cips

    La cattiveria non paga

    Filed under: — JE6 @ 12:31

    Sarà la crisi dei giornali-di-carta, ma pare che il rampantissimo Giornale di Belpietro abbia perso il 22% dei suoi lettori durante i cinque anni di governo Berlusconi, e che l’editore abbia già preparato il piano di ristrutturazione.
    Italia Oggi (per abbonati, sorry)

    L’Uomo Nero

    Filed under: — JE6 @ 11:11

    Noi di sinistra siamo strani, ammettiamolo.
    Lo Stato, quello con la S maiuscola, non ci fa schifo, anzi. Lo riteniamo buono in sè, espressione del Popolo, di quella superiore entità che è qualcosa di più e di meglio rispetto al Noi. E lo riteniamo anche il soggetto capace di guidare i singoli individui a realizzare il bene comune e il bene dei singoli, o della maggior parte di essi. Pensiamo che, seppure con un certo numero di non irrilevanti eccezioni, sia un bene (o non sia un male) avere un intervento concreto dello Stato nelle vicende grandi e piccole della nostra vita quotidiana: scegliere e poter disporre di un medico, andare da un punto all’altro della città con un autobus, tenere a bada i capitalisti rapaci, cose così. Noi siamo quelli che amano lo Stato, simbolo e prodotto della comunione degli sforzi di milioni di cittadini, e lo difendiamo dai profeti dell’Io, del laissez faire.
    Ma.
    Ma c’è l’Uomo Nero. Quello che veste la divisa. Carabiniere, poliziotto, finanziere, forestale, fante, marinaio, aviere, vigile urbano. E’ difficile trovare un soggetto che sia più rappresentativo dello Stato – quello che nei manuali viene definito come “potere centrale sovrano, organizzato in possibili differenti modi, che detiene il monopolio della forza, e impone il rispetto di determinate norme nell’ambito di un territorio ben definito“. Un tempo l’Uomo Nero ci faceva paura; perchè lo Stato non era quello che volevamo noi, non era democratico, e l’Uomo Nero non era il braccio armato della legge, bensì dell’arbitrio. E’ passato tanto tempo, e l’Uomo Nero non ci fa più paura: ma continua a starci antipatico. Non lo possiamo proprio vedere, perchè lui è l’Autorità, e a noi l’Autorità non piace. A noi di sinistra piace il dialogo, ci piace sederci intorno a un tavolo e parlare e parlare e parlare, fino a che uno cede per sfinimento e dice “sì, va bene, sono d’accordo” – per poi risvegliarsi la mattina dopo, rendersi conto, prendere cappello e uscire sbattendo la porta. A noi di sinistra piace la Democrazia, e l’Uomo Nero non è democratico: è uno che se ti dice di fare una cosa tu la devi fare, e se non la fai allora sono guai. Noi di sinistra vogliamo lo Stato, amiamo lo Stato, difendiamo lo Stato. Ma senza l’Uomo Nero.
    Noi di sinistra siamo Pinocchio, e non ci piacciono i gendarmi.
    Sarà per quello che viviamo nel Paese dei Balocchi.

    [Questo non è uno scherzo. Io sono di sinistra, giuro. Forse]