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    10/11/2007

    Noi, ragazzi dello zoo del marketing

    Filed under: — JE6 @ 17:15

    [Questo post è una lunga difesa corporativa. Posso? Sì, dai. Grazie.]
    Qualcuno di voi sa che di lavoro faccio il marketer. Per la precisione, il direct marketer.
    Nel personalissimo tabellino di molta gente di mia conoscenza, la mia professione non gode di grande stima. Siamo quelli della persuasione occulta, siamo quelli che cercano di farti comprare cose di cui non hai bisogno, siamo quelli che amano ridurre la complessità del mondo alle categorie della Sinottica Eurisko, quelli che mettono una parola di inglese ogni due pronunciate (ed in genere sono parole come brainstorming, cross-selling, upgrade, brunch), quelli che se ne fottono della privacy.
    Quelli del marketing, in tante aziende, è un insulto sanguinoso, lo dico per esperienza. E voi lo sapete, chissà quante volte lo avete detto, scuotendo la testa.
    Ma non siamo così cattivi, sapete?
    La persuasione occulta, se mai è esistita, è cosa di cinquant’anni fa. Sì, certo, facciamo ancora largo uso delle emozioni per farvi prendere una decisione, ma non lo fate per caso anche voi, così spesso da non rendervene neanche conto? Provate a rimorchiare una ragazza dicendole sai che hai un gran paio di tette? se me le fai usare come cuffie, giuro che non te ne pentirai; quante probabilità di successo avete? Hm. Buttatela sul bello e maledetto (se potete), o sullo sfigato ma tenero (più probabile, vero?). Le probabilità sono aumentate, vero? Ecco. Avete usato le sue emozioni, bastardi.
    E poi, la complessità del mondo. Certo, amici, lo so anch’io che ognuno di noi è storia a sè. Ma dite, non usate anche voi categorie di pensiero e di classificazione? Sapete, cose del tipo le donne son tutte puttane ad eccezione della mamma e della sorella, oppure gli americani? quegli zoticoni incolti e guerrafondai?, vicentini magnagati, o, chessò, noi siamo antropologicamente diversi. Perchè, vedete: da un lato il mondo è troppo complesso, e le categorie, gli schemi ci aiutano a sopravvivere credendo di capirlo; e dall’altro, scava e scava, ti rendi conto che in fondo, sì, è vero che con certe persone hai più cose in comune che con altre, e scava e scava, la Sinottica Eurisko disegna il mondo con l’accetta, ma l’immagine che ne risulta non è molto lontana dal vero.
    E le parole che usiamo. Ossignur. No, dite, voi non avete un vostro gergo, uno slang che accomuna voi e quelli come voi, che usate in un certo ambiente? Massì che ce l’avete. Ognuno di noi ce l’ha. Ce n’è uno per la caserma ed uno per la scuola, uno per i fidanzatini di Peynet ed uno per gli sposi attempati, uno per le compagnie di Quarto Oggiaro ed uno per gli oratori, uno per i venditori ed uno per i filosofi. Ora, noi per lavoro facciamo quello che voi fate per vivere: parliamo con la gggente. E siccome abbiamo come missione quella di farci capire, se entriamo al Bar Mario useremo quelle due parole di milanese che ci ha insegnato il suocero, ordineremo rumorosamente una birra, la berremo, rutteremo e ne ordineremo un’altra, ed intorteremo il cliente facendolo parlare di gnocca e calcio. Ma, da bravi camaleonti, quando verremo invitati (senza un valido motivo, certo) ad unirci ad un consesso di scienziati, scaveremo nella memoria, recupereremo un paio di puntate di Quark, e saremo capaci di usare quelle quattro parole che abbiamo imparato (non da Piero Angela: da Paco Lanciano, che è un fisico alla Stephen Hawking, mica cotica. A proposito, abbiamo anche letto la quarta di copertina e l’introduzione del libro di Hawking, quello sui buchi neri. Poi siam tornati a Blek Macigno).
    E va bene, mi sono spiegato? Nella nostra vita facciamo marketing mille volte al giorno, per mille motivi diversi, alcuni nobili, altri meno: di questo, lamentatevi con Nostro Signore, se la cosa non v’aggrada.
    Per quanto mi riguarda, è un lavoro che mi piace da matti. Sono contento di quello che mi ritrovo scritto sul biglietto da visita. Perchè sapete cos’ha di bello il marketing? Sedetevi, forza.
    Ha di bello che, per farlo bene, devi ascoltare, e guardare. Il mio lavoro lo fate voi: vi guardo, vi ascolto, vi leggo. A volte mi piacete, a volte no. Ma in generale, credetemi, è una bella cosa. Bella davvero, è proprio una gran fortuna.
    Vi vedo che scuotete la testa. Non so che farci. O forse sì.
    Ve la ricordate Jessica Rabbit? Io non sono cattiva, mi disegnano così. Ecco.
    [First published: 13 gennaio 2004. Continuo a pensarla così, sarà che sono pigro]

    6 Responses to “Noi, ragazzi dello zoo del marketing”

    1. EmmeBi Says:

      Come mai questo replay? Anzi, questo repost?

    2. Direct Marketing » Noi, ragazzi dello zoo del marketing Says:

      […] Squonk wrote an interesting post today on Noi, ragazzi dello zoo del marketingHere’s a quick excerpt [Questo post è una lunga difesa corporativa. Posso? Sì, dai. Grazie.] Qualcuno di voi sa che di lavoro faccio il marketer. Per la precisione, il direct marketer. Nel personalissimo tabellino di molta gente di mia conoscenza, la mia professione non gode di grande stima. Siamo quelli della persuasione occulta, siamo quelli che cercano di farti comprare cose di cui non hai bisogno, siamo quelli che amano ridurre la complessità del mondo alle categorie della Sinottica Eurisko, quelli che mettono […]

    3. Squonk Says:

      Mah, non so. Per certo, è un periodo nel quale mi sento particolarmente insofferente nei confronti di tutta la fuffa 2.0 condita dalla retorica del “we the people”, nei confronti della retorica della disintermediazione totale, nei confronti della retorica del marketing-sentina-di-tutti-i-mali. Niente di più.

    4. lapiccolacuoca Says:

      Sir io che faccio cucina 0.0 e poi tutto diventa cacca e vorrei che non fosse mai diarrea, le offro un’altra spiega più semplice: lei contempla. La contemplazione definisce la categoria del template della realtà osservata e studiata. Credo che abbia ben capito. Altrimenti Il signor Linneo non avrebbe costruito un affascinante sistema di categorie per la natura. Rispettosamente.

    5. floria Says:

      Mi insegni a fare marketing per la letteratura latina? Insomma, come faccio a convincere i miei alunni che Virgilio è meglio di Dan Brown? Guarda che non scherzo e non sono ironica: sto parlando seriamente.

    6. varasca Says:

      Sir,
      mi hai fatto pensare a quel che ho scritto qualche mese fa, qui: http://varasca.wordpress.com/2007/06/30/tavolata/
      ora mi viene da estenderlo un po’. non metto in discussione il fatto che esistano i promotori, in tutti i campi, né che siamo tutti promotori di noi stessi e delle nostre idee. come studente di pubblicità mi ripetevo continuamente “non voglio fare direct marketing, non voglio fare direct marketing…” e riconosco la punta di snobismo in questo: essendo impermeabile a quella forma di comunicazione, non essendone sedotto, trovandola quasi sempre spudoratamente gentile ed entusiasta nei miei confronti (non so tu, ma io diffiderei della sconosciuta che mi si dovesse rivolgere con tanto calore, per quanto popputa), e giudicandola quasi sempre misera sul piano visivo (non lo sapevo ancora, ma sarei poi divenuto un grafico), beh, non avevo proprio nessuna voglia di trovarmici invischiato. ero ingenuo, e immaginavo che a fare spot, o campagne stampa o affissioni sarei stato libero di produrre le meravigliose idee che mi turbinavano nella testa… ingenuo. poi ho fatto la fame come grafico, incrociando “quelli del marketing” ovunque, ma soprattutto in editoria. in tanti anni non è cambiato, mi spiace: che non siano, in generale, creativi non è neanche grave. questi non sono nemmeno professionali, cioè: quanti casi di ex-segretarie divenute responsabili di prodotti e della loro promozione? ma non perché erano sveglie (non ho nulla contro le segretarie); perché erano lì, perché erano divenute brave a dire sì se guardavano in sù e no se guardavano in giù. nientepiù. credimi, nelle grosse aziende tantissimo (o sono stato particolarmente sfigato, boh).
      poi è successo che per portar a casa la pagnotta andassi a lavorare, per la prima volta, in pubblicità e che l’opportunità fosse, manco a farlo apposta, presso la succursale italiana di una grossa agenzia americana di direct. “bon, andiamo a vedere il mostro da vicino, che magari mi sbagliavo”. magari! improvvisamente ero tornato indietro di anni, sui testi di scuola, solo qui era tutto vero: parlavano col codice dei pubblicitari! e ci credevano! usavano ancora più termini di quelli che avevo studiato perché nel frattempo le cose erano evolute e cresciute… mi facevano ridere. erano più preparati delle segretarie, erano laureati in questo e in quello, ma erano fondamentalmente quelli più ignoranti che riuscivano meglio. quelli del sì in sù e no in giù. lo so, la mia acredine sgorga senz’altro dall’esser stato giù e non sù, ci sta, ma era quantomeno irritante sentirsi bocciare le proposte perché troppo creative. noi creativi, appunto, ci si domandava spesso se le capssero veramente. e intanto si diceva sì in sù. è finita dopo 6 mesi. il tizio che non ci ha rinnovato il contratto è stato silurato a sua volta pochi mesi dopo, e dopo pochi altri l’intera agenzia si era fusa con un’altra, lasciando qualche vittima sul campo, nonché il nome.
      (il ricordo più bello è che fra me e la mia copy nacque un bel amore che durò più dell’agenzia.)
      insomma, io non vedevo questa grande osservazione in atto. mi sembrava che ci guardassimo tutti molto allo specchio, piuttosto.
      e se intanto continuo a buttare tutto nella carta straccia, beh, ovviamente sono fuori target =)

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