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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    02/04/2008

    Greetings from Paris ’08 – 3. Piatti

    Filed under: — JE6 @ 08:25

    Passo davanti ad un ristorante greco nel Quartiere Latino. Vedo i cocci di forse una decina di piatti bianchi riempire il piccolo spazio davanti all’ingresso; guardo all’interno, e vedo un gruppo di persone ballare in cerchio, come nel sirtaki di Zorba il Greco. Mi ricordo dell’usanza sarda di rompere piatti e gettare petali di fiori davanti ai piedi degli sposi che in corteo lasciano la chiesa, e credo di capire il tipo di festa che stanno facendo là dentro, in quel piccolo pezzo di Mediterraneo a due passi da Notre Dame.

    Greetings from Paris ’08 – 2. Pubblicità

    Filed under: — JE6 @ 08:18

    Ho passato qualche decina di secondi a fissare la pubblicità del TGV che collega Parigi a Torino per la modica cifra di trenta euro. Lo slogan che dovrebbe invogliare il parigino a visitare la capitale sabauda è “Bella, moderna, italiana!”, e mi chiedo se l’ultimo aggettivo non sia in eccessivo contrasto con i due che lo precedono. Ma chissà, magari qui ci vedono meglio di come ci vediamo noi, e anche essere italiani può essere una qualità.

    Greetings from Paris ’08 – 1. Dal passato

    Filed under: — JE6 @ 08:12

    Non consiglierei Rue Vaugirard per un soggiorno turistico: traffico, e brutti palazzi, come nella più classica rappresentazione della metropoli occidentale. Ma sono qui per una fiera, e l’albergo mi torna comodo per gli spostamenti. Nel marasma delle sette di sera, intravvedo un piccolo locale, una brasserie periferica, e decido di fermarmi per una biere pression. Improvvisamente entro in un romanzo di Simenon, o in una cartolina della Francia degli anni Cinquanta. I muri sono coperti da piastrelle che riproducono scene di una Parigi bucolica che mi chiedo essere davvero mai esistita. Ad una parete è appoggiato un Dynamometre, un vecchissimo oggetto in legno che dovrebbe misurare in fantomatici decanewton la forza fisica dell’utilizzatore – un po’ come quegli aggeggi nei luna park ai quali si tira un pugno per vedere fin dove schizza l’indicatore. Al bancone vedo appoggiato un signore alto e magro, che mostra forse un’ottantina d’anni: e parla tranquillo con la donna che gli serve il boccale di birra, che sarà sulla trentina ed ha un corpo minuto e pieno, fasciato in una maglia viola e un paio di jeans aderentissimi che suggerisce a me e a diversi altri avventori immagini piuttosto eloquenti: eppure anche lei parla piano con il suo anziano cliente, e lo fa come se stesse parlando con un coetaneo, o con un amico. Guardo il cuoio rosso delle sedie, due ragazze sedute al tavolo vicino che osservano dei fogli. Finisco la birra, mi augurano bonsoir, esco.