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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    13/06/2008

    Giuro che non ho percentuali sui dialer

    Filed under: — JE6 @ 08:37

    Maxime mi segnala che andando su www.blogsquonk.it viene reindirizzato verso “siti strani con relative finestre pop-up”, mentre riesce ancora a utilizzare il vecchio URL www.spiritum.it/squonk/. Se avete lo stesso problema (anche cliccando su un feed, ad esempio), segnalatelo nei commenti: grazie.

    Dialogo fra intellettuali d’inizio secolo

    Filed under: — JE6 @ 08:13

    A tutela della sua onorabilità, il titolare qui riporta questa illegale trascrizione di una sua conversazione online, per dimostrare di non essere solo lo svenevole estensore di cose come quella pubblicata poco sotto.
    Eiochemipensavo

    Il rumore del tram

    Filed under: — JE6 @ 08:08

    In casa è rimasto soltanto il rumore del tram, che cresce e si allontana ogni cinque minuti.
    Sono tornata a sedermi sul divano, ancora più stanca di prima. Il tram, eccolo di nuovo.
    Sei arrivato come in un telefilm americano di serie B; ho sentito il suono del campanello, mi sono alzata, sono venuta ad aprire la porta. Non ho nemmeno pensato di chiedere chi fosse, visto che non mi interessava. Ho trovato te, poteva essere chiunque altro, sarebbe stata la stessa cosa. In piedi, con l’aria smarrita, e un pacchettino in mano. Un libro, si capisce. Che fantasia. Mi hai detto che avevi scritto una dedica, un pensiero per me. Va bene, va bene, la leggerò quando aprirò il pacchetto. Quando.
    Non avevo voglia di farti sedere, di essere gentile. Non avevo voglia di nulla. Non ho voglia di nulla. E’ una giornata così, una di quelle che mi capitano, una giornata senza forze e senza speranze. Una giornata nella quale penso a come sarò tra una settimana, tra sei mesi, tra vent’anni: ci penso, provo a guardare, e non vedo nulla. E tu, fermo come uno spaventapasseri, che mi guardi, mi dici che sai come mi sento, che capita anche a te, che tutto passa, che domani starò meglio di sicuro. Ti rigiri il cellulare tra le mani, quel cellulare che ha la memoria piena di tutte le fesserie che mi scrivi per farmi sentire meglio, come se una riga di una canzone servisse a qualcosa. Poveretto.
    Per un momento ho pensato che avrei potuto provare a farmi portare a letto da te, che tanto tu o un altro in questo schifo di giornata non avrebbe fatto differenza. Ho avuto l’unico sussulto di intelligenza della giornata, pensando che non te lo meritavi, non ti meritavi di essere usato. E a dirla tutta, ho anche pensato che non sarei stata meglio, e allora tanto valeva farti capire che il tuo tempo in questa casa era finito. Per fortuna ci sei arrivato in fretta, te ne devo dare atto.
    Mi hai salutato senza sapere bene come farlo, avresti forse voluto darmi un bacio, ma alla fine hai giusto mormorato “ti voglio bene” perchè non hai avuto coraggio di farti dire che di quel “ti amo” che ti gira nella pancia non me ne frega nulla.
    Non mi ricordo bene cos’ho fatto dopo che sei uscito. Ho buttato giù il telefono in faccia a mia madre, mi sono fatta un gin a stomaco vuoto, mi sono passata una mano in mezzo alle cosce e non ho avuto la forza nemmeno per quello. Ho ventinove anni e me ne sento sessanta, e non ho voglia di arrivare a sessanta per sentirmene ventinove.
    Guardo fuori dalla finestra. Sta piovendo. Chissà se avevi con te un ombrello, ma in fondo chissenefrega.