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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    29/06/2008

    Just another nervous wreck

    Filed under: — JE6 @ 17:57

    Questa mattina, mentre mi dedicavo ad una delle mie attività preferite (guidare in autostrada: ognuno ha le sue manie, lo so) ho deciso di mettere su Breakfast in America, che oltre ad essere uno dei dieci dischi che vorrei salvare dalla fine del mondo mi pareva anche una buona scelta per una tranquilla domenica di estate. Però, non so: evidentemente non ero dell’umore giusto (in realtà lo so benissimo: non lo ero), e così, benchè quel disco abbia significato anche per me “un’estate (…) fiduciosa nel futuro, leggera, ingenua, piena di energia e di buone intenzioni e di sole, con il passare delle canzoni mi rendevo conto – direi per la prima volta in modo sufficientemente nitido – che in fondo quel disco esprime tutt’altro, è pieno di racconti di sconfitte, di abbandoni, di conversazioni noiose, e la musica non ha nulla o quasi di “positivamente americano”, ma è in fondo intimamente inglese (“hanging on in quiet desperation is the English way”) come quattro dei cinque membri della band, e forse è per questo che per uno “crepuscolare” (cit.) come il sottoscritto questo continua ad essere “uno dei più gran dischi pop-rock di sempre”.
    Wikipedia, Attentialcane, Wittgenstein

    Nessuno se lo aspetta

    Filed under: — JE6 @ 00:23

    La donna spense la sigaretta calpestandola con il piede. Guardò l’orologio. Stava aspettando da quasi un’ora, ormai. Non era la prima volta che le capitava; da quando si erano messi insieme qualche mese prima questa era forse la quarta o la quinta città dove decidevano di passare un week-end; in ognuna di esse erano arrivati felicemente dimentichi di tutto, avevano lasciato i bagagli nella camera dell’albergo, erano andati a cena, avevano passeggiato tenendosi per mano, erano rientrati in camera, avevano fatto l’amore, si erano addormentati, si erano svegliati, avevano fatto colazione, erano usciti nuovamente, avevano scattato fotografie, avevano comprato souvenir. In ognuna di esse si erano comportati esattamente come milioni di altri turisti come loro. In ognuna di esse, però, lui aveva disegnato il loro percorso in modo da poter visitare un cimitero. Di solito non era un camposanto qualunque: era piuttosto uno di quei cimiteri monumentali, una specie di museo fatto di lapidi, statue, fiori, incisioni. La prima volta lei lo aveva seguito incuriosita, in fondo non trovava grande differenza tra percorrere i corridoi di una pinacoteca e camminare in mezzo ai vialetti che separavano tra loro le tombe. Ma aveva notato che lui si era incupito quasi di colpo, subito dopo aver oltrepassato i cancelli del cimitero. Lei sapeva che non c’era alcuna ragione perché questo succedesse, si trovavano all’estero e lui non poteva certo avere parenti o amici sepolti in un luogo lontano un migliaio di chilometri da casa, dove la tomba più recente era vecchia di almeno un secolo. Non gli fece domande, ma la volta successiva decise di non accompagnarlo, dandogli appuntamento dopo un’ora o due in un qualsiasi bar di una qualsiasi piazza della città nella quale si trovavano. Mentre estraeva un’altra sigaretta dal pacchetto ormai quasi vuoto, lo vide avvicinarsi, lasciandosi il cimitero alle spalle, e non seppe trattenersi dal fare una smorfia che significava semplicemente “Mi vuoi spiegare, per piacere?”. Lui le passò a fianco ma non si fermò, così che lei dovette prima scuotersi dalla sorpresa e poi allungare il passo per raggiungerlo; e quando l’ebbe fatto, lui, senza guardarla, spinse a fondo le mani dentro le grandi tasche dei pantaloni sportivi, e mormorò “Ci sono tante cose che non posso dire; là dentro, per fortuna, nessuno se lo aspetta che io parli”.