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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    30/09/2008

    Gruesse aus Wiesbaden ’08 – 2. Smashing pumpkin

    Filed under: — JE6 @ 23:34

    Lascio la zona industriale di Nordenstadt, un terribile agglomerato di Imbiss, rimorchi parcheggiati, tre stelle a quaranta euro, per andare verso il centro di Wiesbaden. Mi chiedo come sia possibile non riconoscere le quattro vie della zona pedonale a un anno di distanza, ma il combinato disposto di pioggia, fame e stanchezza fa sì che riesca a perdermi mentre cerco il locale dove sono andato a mangiare dodici mesi fa. La tristezza che aleggia su questo posto questa sera è quasi feroce, se non fosse per un incongruo palchetto che fa mostra di sè in una piccola piazza nella quale mi ritrovo in modo del tutto casuale, sul quale sono appoggiate, con ordine teutonico, decine di zucche – belle, grandi, splendenti, alcune dipinte con colori vivaci, altre con il disegno di occhi e bocca anche se ad Halloween manca ancora un mese. E’ una macchia di colore che non c’entra nulla con il resto della città, almeno quella visibile, perchè poi dentro le Stube e la Braukeller la gente beve e ride e si pesta delle gran pacche sulle spalle. E quindi merita di essere fissata, in piedi sotto la pioggia, per rimettere un po’ in sesto l’ennesima giornata stramba di questi tempi.

    Gruesse aus Wiesbaden ’08 – 1. Sulla strada

    Filed under: — JE6 @ 23:02

    Parto con il sole, che si mantiene – a dispetto di ogni precedente esperienza – anche dopo il San Gottardo. Arrivo stremato a Basilea, con i muscoli della gamba destra ormai sfilacciati dal continuo alza-e-abbassa-il-piede-per-rispettare-i-dannati-limiti-di-velocità; ed in quel momento mi rendo conto di quanto la tecnologia possa migliorare la vita di un uomo, rallegrandolo e offrendogli insperati diversivi – infatti il navigatore mi ferma per due volte la colonna sonora per avvisarmi dell’avvicinarsi di un fantastico “pericolo generico”, il quale, una cinquantina di chilometri dopo, prende le forme di una Fiat 850 bianca targata Alessandria. Mi torna in mente la prima volta che ho percorso questa autostrada, a bordo di una 127 primo modello che ingurgitava molto più olio che benzina, e vorrei fermarmi ad abbracciare i due passeggeri del trabiccolo italico.

    Click “Pause”

    Filed under: — JE6 @ 08:48

    Questo blog si sposta per un paio di giorni in Germania, nella ridente (ehm) città di Wiesbaden, dove lo aspettano pioggia e raffiche di vento. Per quanto faticosa (l’idea di attraversare due volte la Svizzera cercando di scampare ai suoi cervellotici limiti di velocità non mi sorride per nulla, se devo essere onesto), è una pausa gradita, o forse necessaria. Una pausa dal lavoro sempre più pesante, una pausa dai giornali, dalla crisi delle borse, dalle sensazioni di un periodo cupo tutto intorno, una pausa da FriendFeed, una pausa (o forse un definitivo allontanamento) dalla gente che si banna, che si scazza, che si followa e defollowa e followa, una pausa da Lerner e dalla Champions League. Se non fosse per chi ti aspetta a casa e per un paio di altre persone, è una pausa fin troppo corta.

    29/09/2008

    La Signora B.

    Filed under: — JE6 @ 17:52

    Tutti, in quartiere, conoscono la Signora B.; la vedono sfrecciare, ad ogni ora del giorno, sulla sua bicicletta, che va dal palazzo vicino alla piscina comunale al grattacielo alle spalle della chiesa, incessante come un’ape. Come un’ape si porta in giro il suo pungiglione, lei che si è diplomata infermiera più di cinquant’anni fa: non c’è nessuno, tra queste sessanta o settantamila anime che vivono in riva alla città, che sa fare le punture come le sa fare lei. Ha un’agenda fitta come quella del presidente americano, alle sette del mattino il primo appuntamento, alle otto della sera l’ultimo – quando non c’è qualche caso particolare che la fa uscire di casa dopo cena: bambini piccoli, impiegati, casalinghe, pensionati, dirigenti, la Signora B. arriva con il suo sorriso folle e il suo accento cremonese, sbaglia il bottone del citofono, sale al sesto piano e poi scende fino al terzo cercando il nome giusto sulle porte degli appartamenti, chiama tutti “Nani” o “Gioia”, bacia chiunque ma preferibilmente i bambini i quali la guardano mezzi divertiti e mezzi terrorizzati mentre lei gli prende il volto tra le sue mani svelte e carnose e gli stampa le labbra sulla fronte dicendo “questo è il bacio di Gesù”. E’ rimasta vedova sei mesi dopo essersi sposata, il marito è morto in un incidente di caccia quando entrambi avevano poco più di vent’anni – una manciata di pallini di piombo che sono entrati nell’aorta e per tre giorni gli hanno letteralmente spezzato il cuore fino a fargli dire, dopo essersi tolto da solo l’ossigeno, “adesso ho sonno”. Da troppo tempo vive con un altro uomo, uno che non le vuole bene, ed è per quello che lei lavora dodici ore al giorno, lei che ha settantacinque anni: per guadagnarsi i “suoi” soldi, e per starsene il più possibile fuori di casa. La Signora B. sembra pazza, forse un po’ lo è, e spesso mette in imbarazzo noi che giriamo in giacca e cravatta e ce la tiriamo da intellettuali che guardano le serie tv in inglese e sappiamo perchè la borsa va a rotoli: poi chiudiamo la porta mentre lei si infila nell’ascensore, tiriamo una specie di sospiro di sollievo mentre lei inforca la sua bicicletta e va a pungere qualche altro sofferente di sciatica o di ernia, noi con le nostre ansie per il budget da presentare entro una settimana, lei che si riguarda la fede messale al dito da un ragazzo bruno cinquantatre anni fa, leggera sulla bicicletta scassata che le fa portare il suo dolore in giro da una casa all’altra, dando sollievo a chiunque, anche a chi non riesce a capirlo.

    28/09/2008

    Level 42 – “Si vede che delle volte uno si affeziona insensatamente all’istante”

    Filed under: — JE6 @ 17:59

    Il compleanno è così, un giorno come un altro che qualcuno prova a rendere speciale, un giorno speciale che scivola come qualsiasi altro. Aspetti una parola, e questa non viene detta; aspetti una telefonata, e questa non arriva, e scuoti la testa pensando che il “non voglio disturbare” va bene novantanove volte – ma oggi poteva essere la centesima, e non lo è stata, e facciamo che magari sarà per la prossima volta. Al tempo stesso ricevi due righe scarne e piene, e del tutto inaspettate, e ti pare di capire il significato della parola “regalo”.

    26/09/2008

    Tappe forzate – 3.

    Filed under: — JE6 @ 16:02

    Questa è una novella a puntate scritta a quattro mani.
    [La prima puntata, qui; la seconda, qui]

    3. L’abito non fa il monaco

    [Lui]
    Beh, c’è da morire dal ridere. Come l’ho toccata sulla coscia, giusto con la punta dell’indice come si fa per svegliare qualcuno, la pischella si è tirata su che neanche si fosse trovata una tarantola ci siamo capiti dove. Ehi tesoro, stai serena: voglio solo offrirti un caffè, non ho intenzione di metterti le mani addosso. Magari per darti due sberle, visto che fai la figa scontrosa e incazzata con il mondo, collega incluso. Ma poi non sarei capace, che non so litigare con la gente e se mando a fare in culo qualcuno mi vergogno di me stesso e mi viene pure da chiedergli scusa.
    Comunque.
    Entriamo nell’autogrill. La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e seven up; ma tu che ne sai, Cristo, di una canzone così, capace che ti piacciono i Negramaro e aspetta, com’è che si chiamano quegli altri morti di sonno, i Tiromancino. Oddio, sí. Mi sa proprio che sei quel tipo, happy hour e Tiromancino. Ah ah ah.
    Questo pensiero mi mette di buonumore. Mi passa proprio il nervoso che mi avevi fatto venire; volevi farmi sentire un insopportabile, vecchio, noioso sfigato. Un insignificante portatore di giacca e cravatta. E lo sai? Ci stavi quasi riuscendo. Ma ognuno ha la sua polvere sotto il tappeto, Alice. Happy hour e Tiromancino. Ah ah ah.
    Vado in bagno per lavarmi le mani. Mi guardo nello specchio; tutto sommato faccio la mia figura, però mi tocca ammettere che se pensavi quel che credo, una ragione o due ce le avevi. Portatore neanche tanto sano di giacca e cravatta. Vaffanculo, Alice. Vaffanculo tu e i tuoi happy hour e i tuoi Tiromancino. Mi tolgo la giacca. Mi sfilo la cravatta. Slaccio il bottone del collo della camicia. Rimbocco le maniche, come mi ha insegnato anni fa quel commesso gay a Riccione – piega a metà, poi a metà ancora e lascia fuori il polsino. Mi riguardo. Sembro il Baricco dei tempi belli, anche se lui non aveva quel microtatuaggio all’interno dell’avambraccio “Police on my back”, fatto quando avevo la fissa per i Clash.
    Torno nella sala, mi dirigo verso il bancone dove la signorina-aperitivo mi sta aspettando. Le sorrido radioso, falso come solo noi del marketing possiamo essere, appoggio i gomiti sul banco, le chiedo cosa vuole e ordino il suo cappuccio e brioche. E una birra media, grazie signora. Sono le otto e un quarto del mattino. Ma lei non sa che ho fatto colazione più di due ore fa, e me lo posso permettere. Mi guarda come se fossi un alieno. Si sta chiedendo se quello che si sta scolando una Heineken è il gemello del fossile che è venuto a prenderla sotto casa, mi sa.
    Sono io, Alice. Sono proprio io. E sai cosa? Ce la possiamo prendere comoda, con ‘sto viaggio. Adesso voglio provare a capire chi sei tu.

    [Lei]
    Bello arzillo se ne va verso il bagno, questo tipo strano, e bello arzillo se ne esce.
    Si è fatto la toeletta a quanto pare, ha i capelli un po’ bagnati. Io per me mi butterei sotto la doccia. Io per me farei l’autostop per tornare a casa. Io per me eviterei di guardarlo con un pizzico di compassione, come sto facendo ora, mentre lui cammina verso di me. Non sono superiore, no, figuriamoci. Ho solo i cavoli miei, ho solo un po’ di cose da sistemare, ma sono sicura di riuscire, solo che mi serve tempo, e questo week end buttato nel cesso coi colleghi non aiuta, ho solo bisogno di riposarmi un po’, ho solo… tanto sonno.
    Fisso il cartello con l’elenco della caffetteria, e quando alzo lo sguardo me lo trovo di fianco, sorridente, piacione, che mi chiede cosa voglio. Ora, io non so che caspita gli passi per la testa a questo qui, nel momento in cui ordina una birra per sé e un cappuccino per me. Io non so cosa pensare. Forse vuole impressionarmi – e in tal caso mai gli darei soddisfazione – , forse non sa che pesci pigliare e si butta sull’alcol, forse è solo un alcolizzato, forse è originario della Baviera. Spero solo che non mi aliti in faccia, perché potrei vomitare. E allora sì che faremmo un bel duo. Alla Beavis and Butthead, per capirci.
    Insomma si beve la sua birretta mentre io lo osservo. Ha una scritta sul braccio, questo tizio. Colgo solo la parola “back”. Il resto non riesco a leggerlo. Sarà mica una volgarità? Una frase sul sedere di qualcuno, o su quanto è bello il sedere. No aspetta, che cosa sto dicendo, sedere si dice “bottom”. Ma forse anche “back”. Boh.
    La sua birra sembra eterna. O forse è lui che la fa durare più del dovuto. Vorrei essere fuori di qui, vorrei essere già in macchina. Vorrei anzi essere già a destinazione, vorrei separarmi da lui. Non voglio essere costretta a passarci del tempo. Vorrei viaggiare in compagnia di una persona sobria, se possibile. Vorrei che non facesse lo stronzo e non mettesse a repentaglio la mia sicurezza. Fanculo, razza di stordito, se proprio devi, ubriacati a casa tua. Non dico nulla, ma invio un messaggio al mio migliore amico salutandolo per l’ultima volta.
    Ci avviamo verso l’uscita. Mi giro e gli chiedo sorridendo se ce la fa a guidare. Mi apre la porta, e sotto gli occhi mi passa di nuovo quella scritta. Non riesco a leggere. Lui mi sorride e mi fa un buffetto sulla guancia (è ufficiale: questo qui tocca). Mi guarda come si guarda una bambina piccola: “Tranquilla”.
    Sono nervosa.

    25/09/2008

    Madre lingua

    Filed under: — JE6 @ 14:13

    In quest’ultimo paio di settimane, per motivi qui irrilevanti, ho avuto abbastanza spesso a che fare – in prima persona – con la sanità italiana. In particolare con una struttura, piuttosto nota qui a Milano, della quale anche in passato non ho mai avuto motivo di lamentarmi, nè per il trattamento ricevuto dalla “linea privati” nè per quello ricevuto dalla “linea ASL”.
    Su tre occasioni, in due ho avuto a che fare con personale, medico e paramedico, palesemente straniero. In un caso, sono certo di non aver capito un 25-30% della diagnosi che mi è stata fatta in parte per mia scarsa conoscenza della materia, e in parte altrettanto consistente per l’italiano farraginoso della dottoressa slava (credo polacca) che mi aveva appena fatto l’esame.
    Nel secondo caso mi sono trovato – disteso seminudo sul lettino di un macchinario di quelli che per mia fortuna avevo visto solo in qualche puntata di ER o House – un ago in vena pronto a iniettarmi una sostanza destinata ad un’altra persona, perchè la povera infermiera latinoamericana aveva capito male il mio cognome e mi aveva scambiato con un altro paziente/cliente/utente (scegliete voi il termine che più vi aggrada); col senno di poi la scena è dotata di una sua simpatia, con la tecnica di laboratorio che bussa al vetro e chiaramente chiede all’infermiera se è sicura di quello che sta facendo, e l’infermiera che chiede a me se io sono il signor X e io che rispondo con un sorriso mezzo ironico e mezzo disperato che no, cazzo, sono il signor S e l’infermiera che sbarra gli occhi e mi dice che allora ha capito male il mio cognome e che vabbeh, senta, allora facciamo che lasciamo l’ago dentro così se il dottore decide che lo usiamo siamo già pronti altrimenti non fa nulla. Non starò qui a dire che soltanto il Peroncino quotidiano appena assunto mi impedisce di arrovellarmi sul fatto che magari non mi hanno iniettato il liquido atteso dal signor X ma chi mi dice che non mi abbiano comunque fatto l’esame che sarebbe toccato a lui.
    So benissimo di non rappresentare un campione statistico affidabile, e che questi due episodi sono, tutto sommato, poca cosa e che i problemi della sanità italiana sono ben altri. Però, forse, anche questo è un problema. Piccolo, ma che comunque c’è.

    24/09/2008

    Fare la coppia

    Filed under: — JE6 @ 15:28

    L’anno scorso la Borromeo, quest’anno la Granbassi. Se si allena a scegliere anche le more, l’anno prossimo Santoro conduce Sanremo.
    Repubblica.it

    Il migliore amico di qualsiasi altro uomo

    Filed under: — JE6 @ 14:59

    Tra i numerosi requisiti la cui mancanza impedirebbe al titolare qui di diventare presidente degli USA, andrebbe messa in lista anche la scarsa simpatia che nutre per qualsivoglia animale domestico.
    Repubblica.it

    Prendere appunti

    Filed under: — JE6 @ 13:27

    Non che servirebbe a qualcosa, se non a fare bella (?) figura in società, ma dovrei imparare a segnarmi gli autori di alcune perle di saggezza, tipo “Il sistema migliore per non essere felici è quello di cercare solo la felicità“.