< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Le voci dentro
  • Al lavoro
  • Il lockdown visto da Sarajevo
  • Dare i nomi alle cose
  • Nella bolla
  • L’altra zona
  • Questa era l’acqua
  • Di pietre e fiducia
  • Mustafa e mia mamma
  • Libri
  • September 2008
    M T W T F S S
    1234567
    891011121314
    15161718192021
    22232425262728
    2930  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    12/09/2008

    Tappe forzate – 2.

    Filed under: — JE6 @ 09:35

    Questa è una novella a puntate scritta a quattro mani.
    [La prima puntata, qui]

    2. Pausa caffè

    [Lui]
    Mah. Non che mi aspettassi frizzi e lazzi, intendiamoci. Non posso dire che questa tipa sia stata scortese: ciao, piacere, un sorriso di circostanza, ma tu guarda che orario. D’altra parte, non ci conosciamo: qualcuno ci ha costretti a passare insieme qualche ora di viaggio, e almeno stessimo andando a divertirci, ma lasciamo stare che se ci penso ancora a questo cazzo di kick-off meeting mi si alza la pressione e magari alla mia età ci dovrei stare attento.
    Comunque, il fatto è che – almeno per cortesia, non dico per simpatia – uno si aspetta di riuscire a scambiare quattro parole, in fondo siamo colleghi anche se non ci siamo mai conosciuti prima di una mezz’ora fa. Invece, ho fatto in tempo a uscire dal dannato dedalo di sensi unici in mezzo al quale si trova casa sua: ho buttato la coda dell’occhio verso il sedile del passeggero e prima ho visto la classica espressione di chi pensa “Cristo, ma perché sono qui”, e poi – metti trenta o quaranta secondi dopo – gli occhi addirittura chiusi.
    Non credo che dorma davvero, però. Non so, è una sensazione. Io ho un po’ la fissa di saper capire le persone, cosa gli gira per la testa. Beh, io credo che questa Alice mi odi. Non le ho fatto nulla, ma mi sa che odia quel che rappresento: cosa, non l’ho ancora ben capito: l’azienda, il lavoro? La mezza età? Tutto l’insieme? Devo essere il prototipo della persona con la quale non passerebbe trenta secondi se non sotto minaccia. Quando si dice la fortuna, insomma.
    A me non dispiace guidare, e tantomeno farlo in silenzio. Tante volte mi metto in autostrada, e dopo dieci minuti spengo la radio e non faccio altro che godermi una striscia di asfalto e il vuoto dentro la testa. Quindi, a ben vedere questa situazione non dovrebbe darmi fastidio. E invece. Voglio dire, fosse un’amica si sarebbe inventata una scusa per appoggiare la testa al finestrino (per inciso, ha veramente dei bei capelli, lunghi, mossi), una cosa tipo “scusami, non sono stata tanto bene stanotte, ti dispiace se chiudo gli occhi per qualche minuto?”, una di quelle frasi alle quali non puoi rispondere di no e magari non ti dispiace nemmeno farlo “ma va, figurati, dormi pure che io ascolto un po’ di musica”. Qui, però, le cose stanno diversamente. Non è proprio da me, ma mi fa incazzare. Che cazzo si aspettava? Voleva il figone palestrato che la sdraiasse alla prima area di sosta? Voleva lo sfigato meno-che-normodotato da prendere per il culo senza nemmeno nascondersi troppo? Voleva il vetero-sindacalista pronto a sputare veleno sullo sfruttamento dei lavoratori subito dopo il “ciao, io sono Stefano?”. Beh, bella mia, mi dispiace. Sei cascata male. Anzi, no: non mi dispiace per niente. Non sono così, punto. Ma forse a te non te ne frega un cazzo.
    Vabbeh, me ne farò una ragione. E adesso, avrei proprio voglia di un caffè. Lo so, il primo autogrill sull’Autostrada del Sole non è il massimo, ma sai che ti dico, cara Alice F. del Pre-Sales? Questo è quello che passa il convento.
    Metto la freccia, rallento, entro nel parcheggio dell’area di servizio. La guardo ancora. Non dorme, ci giocherei la testa. Però quegli occhi glieli devo far aprire. La chiamo? La tocco su una gamba (tanto ha i jeans)? Guarda, per non saper né leggere né scrivere, faccio tutte e due le cose.
    “Alice, ti va un caffè?”

    [Lei]
    Uomo carica valigia. Uomo sale in macchina. Uomo regola la temperatura dell’abitacolo. Uomo accende navigatore – uomo spegne cervello -. Uomo parte.
    Fin qui, tutto regolare. Gentile e compito. Quadrato. Lo osservo qualche istante mentre non mi vede, impegnato com’è a studiare la segnaletica. Fingo di non sapere le strade, voglio vedere come se la cava. Non è altissimo. Non è bruttissimo. Me lo studio in una manciata di secondi. La linea del suo profilo sembra mostrarmi un’espressione instupidita, fossilizzata da miliardi di ore passate in macchina, che mi innervosisce. Quelli come lui ci vivono, in macchina. Una macchina che non sa di niente. Nessun odore, nessuna traccia, nulla. Solo, un lieve disordine.
    Guardo in basso. Mi piace vedere le cosce maschili. Trovo che siano sexy nella posizione della guida. Che poi è la posizione seduta, ma tant’è. Chiamano la mano ad appoggiarcisi sopra. Questo è un mio parere, sia chiaro. Le trovo attraenti. Come le mani sui fianchi con l’abito elegante. Come un felpa con i jeans (come tutto, a ben vedere, in certi periodi di magra).
    Non mi va di spremermi a formulare congetture, a capire chi è e come è. Che vita fa già lo so. Mi pare leggermente pedante nello scambio di battute. Un po’ scontato. Bella mia, ora non cominciare a rompere. Sarà difficile per lui come per te stare qui con una sconosciuta, accompagnarla, tentare di rompere il ghiaccio. Si sta impegnando, poverino. Poverini. Sono tutti poverini, questi qui, come no. Ci scommetto che tempo un’ora e attaccherà a telefonare in giro per far scattare di paura qualche inutile sottoposto.
    Decido coscientemente – e questo è l’ultimo pensiero lucido prima di chiudere gli occhi – che non voglio parlare con lui. Se proprio, ci sarà tempo, e pure troppo. Decido che ho bisogno di riposarmi. Decido e me ne frego. Mi lascio sballottare leggermente finché non capisco che siamo usciti dalla città.
    Non mi interessa se mi vede dormire. Sono giovane, penserà che ieri sera sono andata a divertirmi. Si chiederà cosa ho combinato e gli verrà anche un po’ di invidia.
    E’ giusto così. Del resto, di cosa parli quando non sai di cosa parlare? Di cosa ti informi quando non c’è nulla che ti interessi? Cosa ti può colpire di una strada già segnata? Ci rinuncio.
    Finché lui non mi tocca.
    Dio che colpo. Ma ho dissimulato bene la sorpresa. Sgrano gli occhi e lo guardo – come si è permesso? Gli sorrido più che posso – sarà mica un porco bavoso? Accetto di buon grado il caffè che mi propone – se mi tocca ancora lo uccido. Apro la portiera e lascio che faccia strada verso il bar – quel ditino la prossima volta te lo tieni a casa tua, stronzo. Mi incammino tutta giuliva come fossi sveglissima – ma cosa gli è saltato in mente? Chi cazzo si crede di essere?
    Le risposte a volte sono le più semplici.
    Forse, l’ho un pochino esasperato.
    Poverino.
    Bene, ora sì che possiamo cominciare a fare conversazione.