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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    31/12/2008

    Andare oltre l’incipit (aspettando l’anno che verrà)

    Filed under: — JE6 @ 09:33

    Tornare a vedere e a far ridere una persona, non perderne un’altra guardandola andarsene, ritrovarne una terza, leggere un classico russo, andare e tornare da Chisinau in pullman, essere meno cinico, essere più cinico, tornare ad interessarmi delle cose del mondo, dormire meglio, comprare un’azienda, non stupirmi per non restarci male, stupirmi per vedere il grasso che cola, dire un po’ meno “io”, prendere per il culo chi si mette al centro del mondo e pensa di essere l’unico artefice del suo destino, far passare la nottata, andare oltre l’incipit.

    Linee

    Filed under: — JE6 @ 00:01

    “Col passare degli anni un uomo popola l’universo di immagini di province, regni, montagne, baie, navi, isole, pesci, stanze, arnesi, stalle, cavalli e persone. Poco prima di morire scopre che questo paziente labirinto di linee disegna l’immagine del suo stesso volto.”

    Ho trovato queste righe di Borges spulciando dentro una vecchia agenda. Mi sembrano un buon modo per concludere un anno.

    30/12/2008

    Faraway, so close

    Filed under: — JE6 @ 11:48

    Ultimamente ho l’impressione che le cose che scrivo le capiscono davvero solo quelli che non mi conoscono.

    Tutto il mondo è provincia

    Filed under: — JE6 @ 10:24

    Ieri ascoltavo un racconto di cosiddetta vita di provincia, fatto con il tagliente, sconsolato e scandalizzato sarcasmo di cui sono capaci solo i fuggiaschi che fanno i conti con l’amore e l’odio per le proprie radici e il proprio passato. Per un po’ ho assentito, poi ho iniziato a pensare che noi metropolitani in fondo ci illudiamo di essere tali, perché ognuno vive in un microcosmo che alla lunga è abbastanza ben definito – non da limiti geografici, bensì da persone, abitudini, luoghi, clichè, modi di pensare – e alla fine, senza rendercene conto (nè noi che ci siamo nati e cresciuti, nè gli altri che vi sono entrati venendo da fuori) viviamo nella nostra personale provincia, in tutto e per tutto identica a quella sbertucciata dai fuggiaschi e da noi che la sappiamo lunga. Così, tornato a casa ho provato compassione ed empatia per l’involontario coprotagonista della serata: noi – tanto chi aveva fatto il racconto quanto chi lo aveva ascoltato – non siamo nè diversi, nè migliori rispetto a lui; siamo tutti dei provinciali, siamo tutti, nessuno escluso, quel che ci illudiamo di non essere.

    29/12/2008

    Dai

    Filed under: — JE6 @ 09:13

    Da quant’è che stiamo camminando?
    Un’oretta, più o meno.
    E se andassimo a berci qualcosa?
    Stavo per chiedertelo io.
    Andiamo, allora.
    Dai.


    Senti.
    Dimmi.
    Mi dai la mano?
    A cosa ti serve?
    Ma che cazzo di domanda è, ma sei scemo? Ti sto chiedendo di tenermi per mano, di camminare mano nella mano. Capito?
    Oh. Sì, certo.
    Non ti va? Non è una cosa sconveniente, sai.
    No, lo so. Ma sì che mi va, è che…
    Dammi questa mano.
    Sì…
    Dai.


    Come stai?
    Bene. Perché?
    Stai zitto, non dici nulla.

    Davvero, sto bene, tutto a posto.
    Mi dai un bacio?
    Cosa?
    Un bacio. Voglio un bacio.
    Sì, ho capito. Perché lo vuoi?
    Per piacere, non fare domande. Non ci sarà altro, ma ti prego, dammi un bacio.
    Sai, non è che bacio a comando.
    Non ti va? Non ti piaccio?
    Ma basta con questa storia. Ci conosciamo da quanto? Dieci anni? Lo sai che mi piaci.
    E allora dammi un bacio.
    Ma cosa siamo, due sedicenni?
    No, ma un po’ sì. Almeno io, sì. Non è tanto brutto esserlo, sai. Almeno ogni tanto.
    Già.
    Allora?
    Allora cosa.
    Questo bacio. Uno. Uno bello, come Dio comanda. Un bacio, cazzo. Te l’ho detto, non ci sarà altro.
    Un bacio.
    Sì.
    Chiudi gli occhi.
    Dai.

    28/12/2008

    And the winners are

    Filed under: — JE6 @ 21:19

    Il titolare qui ringrazia di cuore Lorenza, compagna di blog di lungo corso e – mi piace pensarlo – probabile lontana parente trovata grazie al blog medesimo, per aver assegnato a questo blog di periferia il Premio Dardos, che premia i blog “che hanno dimostrato il loro impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali”.

    Il ringraziamento è ovviamente colmo di stupore, perchè l’idea di trasmettere i valori di cui sopra non ha mai sfiorato il cervello a riposo del sottoscritto, e ancor più perchè un’attenta disamina di dodici mesi di post non può non far considerare il riconoscimento se non come un regalo dovuto all’amicizia.

    Detto questo, apprendo che il regolamento di questo premio prevede di:
    1) Accettare e comunicare il relativo regolamento visualizzando il logo del premio
    2) Linkare il blog premiante
    3) Premiare altri 15 blog e avvisarli del premio

    Quanto al primo punto, accetto ed eseguo, venendo però meno alla richiesta di visualizzazione del logo perchè tra le sue molte fissazioni, il titolare qui ha quella del rifiutare la presenza di qualsivoglia immagine nei suoi post, visto che le parole dovrebbero bastare a tutto. Diciamo che seguendo il link, vedrete il logo in questione a casa di Lorenza.
    I problemi vengono con il terzo punto, visto che per molti motivi leggo poco – e leggo sostanzialmente sempre la stessa gente dal 2003, con poche eccezioni. Il fatto è che, data la tipologia di “valori” per i quali un blog andrebbe premiato stando al regolamento, dovrei linkare ben più di quindici blog. Scelgo così di linkarne solo due, che valgono molto come blog e ancora di più come persone; quanto apprezzeranno il coinvolgimento non so dirlo, ma confido nella convenzione sociale che in questo periodo dell’anno ci vuole tutti più buoni. Così, the winners are:

    Pezzidufficio, della signorina Tengi
    Suzukimaruti, del signor Suzukimaruti (quando si dice la fantasia)

    Ecco.

    Missione impossibile

    Filed under: — JE6 @ 11:31

    Uno fa tanti sforzi per costruirsi una credibilità di valido sostegno della conduzione domestica, poi si distrae un attimo e scambia il dentifricio per la maionese, mettendolo in frigorifero.

    26/12/2008

    Rispettabile

    Filed under: — JE6 @ 15:28

    L’ultima volta che ci siamo visti è stata circa un anno e mezzo fa. Sono entrato nel suo ufficio, ci siamo stretti la mano, abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul lavoro, i clienti che non pagano, la concorrenza, le vacanze ormai prossime. Poi siamo usciti per andare a mangiare, una trattoria della periferia bresciana nella quale ci siamo seduti per ultimi e dalla quale ce ne siamo andati sempre per ultimi, dopo che tutti gli avventori, nessuno escluso, sono usciti dal locale rallentando il passo in prossimità del nostro tavolo per guardare bene quella strana coppia, uno nel suo gessato estivo, l’altro in tailleur con pantalone, uno con le scarpe di cuoio di foggia inglese, l’altro con le ballerine numero 46, uno con la cravatta bordeaux, l’altro con un top rosa. Qualche anno prima saremmo passati inosservati, saremmo stati entrambi due rispettabili signori impegnati in un pranzo di lavoro, due come cento o mille altri. In quel momento, invece, eravamo i protagonisti di un numero da circo di terz’ordine, l’uomo che diventa donna, l’ultima vocale del nome che da “o” diventa “a”, il fenomeno da baraccone. Siamo rimasti al nostro posto fino al dolce e all’amaro, abbiamo continuato a parlare di lavoro, abbiamo pagato il conto, ci siamo alzati e salutati e augurati buone ferie – noi e la nostra rispettabilità, qualunque cosa questa fosse, qualunque cosa questa sia.

    24/12/2008

    Vigilia

    Filed under: — JE6 @ 18:25

    Guarda, il problema non è mica Natale, sai. Il problema sei tu, e forse (forse, eh) chi ti sta intorno. Natale è un giorno, e il giorno è fatto dalle persone.

    23/12/2008

    Non aprite quel cassetto

    Filed under: — JE6 @ 16:20

    Nel momento in cui chiudi la porta, esattamente come facevi molti, molti anni fa, provi un sottile senso di inquietudine. Hai vissuto in quella casa, e soprattutto in quella camera, per un tempo molto lungo; ci sei nato e cresciuto, a ben vedere. Appoggi il trolley, fai spazio sul comodino, ti siedi sul letto. Cerchi di capire cosa c’è che non va, e non ti ci vuole molto a capirlo: quella che era la tua stanza, il tuo microcosmo, adesso non è più una cosa tua. C’è il computer di tuo padre, i tuoi libri hanno cambiato casa, c’è lo split dell’impianto di condizionamento. Piccole cose, particolari, ma a volte la differenza sta proprio nei dettagli. Poi ti rendi conto che c’è qualcos’altro che non va, anche se ti ci vuole un po’ di tempo in più per avvertirlo prima, e capirlo poi. Non è che lì, tra quelle quattro mura, tu non ci sei più; è che ci sei ancora, e anzi: ci sei fin troppo. Apri un cassetto, e poi un altro. Non hanno buttato via nulla, le tue carte, le tue agende, le tue fotografie, i tuoi depliant, i tuoi curriculum. Ti siedi per terra, e apri il dannato vaso di Pandora. La prima cosa che ti colpisce è che c’è stato un tempo della tua vita in cui la gente scriveva. A mano. Disponi sul pavimento le lettere, le cartoline, i biglietti, e i fogli a righe o a quadretti piegati in quattro, stando attento a non romperli. Poi ti rendi conto che allora come oggi, un mese di distacco poteva significare provare un dolore quasi fisico, e che allora come oggi scrivere delle parole era l’unico modo che avevi – che tutti avevano – per mitigare quel dolore. Poi realizzi che la vita, in quel momento, era fatta di spartiacque che non potevi evitare, che il cambiamento era obbligato: finire le superiori e iniziare l’università, ricevere la cartolina e indossare la divisa, il nuovo che avanza. Hai nostalgia e compassione di te stesso, ti è finalmente chiaro che non sono mai cambiate le persone che si sono scavate un pezzo nel tuo cuore, o nella tua memoria: sono poche, e sono uguali fra loro. Poi arriva un momento in cui decidi che è meglio richiuderlo, quel vaso. Che è meglio ricacciare tutto in fondo al cassetto, smetterla di vergognarti di com’eri e smetterla di rimpiangerti, chiederti dove saranno oggi Davide e Renata, Franco e Paola e chi cazzo era Rosy, leggere con stupore un biglietto di ringraziamento di uno che ti dava ordini per dovere e che avrebbe potuto essere il tuo migliore amico. Finisce che qualche giorno dopo te ne vai portando con te solo una cartina geografica e un libretto pieno di timbri, e la strana sensazione che il tempo ti ha portato a stare meglio in una camera di albergo, piuttosto che in quella che una volta era casa tua.