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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    30/04/2009

    Metterci del proprio

    Filed under: — JE6 @ 21:30

    Non so cos’è che mi rattrista di più, se la commedia di serie C papi-velinismo-ciarpame-nonemaivenutoalcompleannodeisuoifigli o il fatto che alla lunga a me pare tutto normale.

    28/04/2009

    Greetings from London ’09 – Westminster, 5 pm

    Filed under: — JE6 @ 22:07

    Esco dalla stazione di St. James’s Park e vedo il sole che si riflette sulla strada lucida della pioggia delle ultime due ore. Cammino lentamente verso la Westminster Abbey, passo attraverso un centinaio di turisti impegnati a fotografarsi a vicenda e mi fermo davanti all’ingresso della chiesa. Mi accorgo, con ammirato stupore, che la facciata è adornata da quattordici statue, quattro che raffigurano Verità, Giustizia, Pietà e Pace – e dieci che riproducono martiri del nostro tempo, senza distinzione di razza o religione, Padre Kolbe e Martin Luther King e Wang Zhiming e Oscar Romero. C’è il sole, e faccio per andarmene perchè me lo vorrei godere; poi, non so perchè, cambio idea, penso che non sono mai stato dentro Westminster e qualche minuto posso spenderlo a guardarla dall’interno. E come sempre mi capita con le decisioni non programmate, con le deviazioni impreviste, arriva il colpo di fortuna. E’ appena iniziata la funzione, veniamo fatti sedere con un  foglio in mano, e grazie a quello possiamo seguire la straordinaria esibizione del coro di Westminster, che accompagna salmi e Vecchio e Nuovo Testamento e le intercessioni per la famiglia reale. Il 90% dei presenti è un turista, ma nessuno si comporta da tale, nessuno si ferma in chiesa per i pochi minuti che permettono di tornare a casa e dire “La cattedrale? L’ho vista, sì; bellissima”; siamo tutti incollati alle nostre sedie e quando il coro termina il Magnificat e poi un inno scritto nel 1058 non si sa se facciamo più fatica a non commuoverci oppure a non applaudire chiedendo “ancora”, e non credo che uno solo tra noi sia pentito di non essere là fuori a godersi il profumo dei gelsomini dei Victoria Tower Gardens dove i ragazzi giocano a rugby mentre gli impiegati escono dagli uffici nei loro abiti eleganti e nelle loro scarpe da ginnastica. La luce del sole filtra attraverso le vetrate, per un momento penso alla sorella di Matteo che è in ospedale a Zurigo e spero che vada tutto bene, e per un momento vengo attraversato da un pensiero piccolo e meschino, penso che varrebbe la pena avere la fede solo per l’infinita e maestosa serenità che passa da quelle voci che arrivano dagli scranni in legno a pochi metri di distanza. Dopo tre quarti d’ora ci alziamo e sciamiamo lentamente verso l’uscita. Mi fermo davanti al cartello che chiede “Please remember all prisoners of coscience” e questa settimana a Westminsater pregano per Roxana Saberi imprigionata in Iran; mi dirigo verso l’uscita, e vengo salutato – come tutti – da almeno tre religiosi (come si chiamano? sacerdoti? pastori?) nelle loro vesti bianche e rosse, l’ultimo mi stringe la mano proprio sulla soglia della cattedrale e mi dice “Bye, God bless” e io vorrei davvero avere il tempo ed essere capace di dirgli qualcosa di più del semplice grazie che gli mormoro camminando verso l’esterno.

    Greetings from London ’09 – Fiori

    Filed under: — JE6 @ 21:50

    In fondo ci vuole poco a immaginarsi una storia, basta passare davanti alla porta della camera numero 1 alle nove del mattino e vedere il cartello “Do not disturb”, ripassarci davanti cinque ore dopo trovando lo stesso cartello e un mazzo di fiori arancioni dentro un piccolo vaso appoggiato sul pavimento, e trovare ancora quel cartello – senza fiori, questa volta – alle dieci di sera.

    27/04/2009

    Greetings from London ’09 – Leave the kids alone

    Filed under: — JE6 @ 22:40

    Sloane Avenue, verso l’una del pomeriggio. Me li vedo venire incontro a gruppi, i ragazzi in completo nero – giacca, maglione, pantaloni, scarpe, spicca solo la camicia bianca lasciata fuori dai pantaloni come per restare più liberi – le ragazze in maglione a V nero, camicia  bianca, gonna grigia sopra il ginocchio, calze e scarpe nere. Avranno quindici anni al massimo, i maschi stanno con i maschi e le femmine con le femmine, c’è solo una coppia mista che si ferma per baciarsi in mezzo al marciapiede e i passanti li schivano con un’espressione di invidia. A guardarli sembrano un incrocio tra i ragazzi de L’attimo fuggente e i bambini di Another Brick In The Wall, però più allegri, come se la divisa non desse loro fastidio, come se potessero mandare a quel paese i professori senza temere la punizione divina o quella corporale di genitori incarogniti. Fa fresco, piove, e a loro non gliene importa nulla.

    Greetings from London ’09 – Ben

    Filed under: — JE6 @ 14:13

    Entro al Courtfield per mangiare un boccone e godermi in santa pace la calma di un pub fuori orario. Mi siedo, leggo la lista, scelgo la birra. Poi mi guardo intorno. Siamo in pochi, settte o otto persone, un paio con la valigia pronti ad andare all’aeroporto, un paio con la mappa da turista-non-mi-voglio-perdere-nulla, il mio vicino che legge una rivista sorseggiando lentamente una Guinness. Poi c’è lui. Avrà una cinquantina d’anni, la camicia abbondantemente aperta sul petto a far vedere una notevole collana di pietre azzurre, un paio di pantaloni felpati neri e delle Puma bianche che hanno conosciuto tempi migliori. Sta praticamente sdraiato, il sedere su una sedia e i piedi su uno sgabello, sul tavolo un bicchiere di vino bianco che non toccherà per tutto il tempo che resterò nel locale. E’ il fratello gemello di Benny Hill, identico nel viso e nel fisico, ed è forse questo – insieme alla sconvolgente fissità del suo sguardo – ad attrarmi. Mi chiedo cosa pensa, se pensa qualcosa; faccio fatica ad immaginarmelo con una famiglia, non so perchè me lo vedo rientrare in uno di questi appartamenti piccoli e umidi del Royal Borough of Kensington and Chelsea e lì salutare una madre anziana ma ancora in buona salute, vecchia tempra di inglese. Le tre ragazze che tengono il locale non gli dicono nulla per quei piedi sul sedile dello sgabello, come se fossero abituate o come se avessero perso la speranza di essere ascoltate. Quando i due turisti escono, ha un sussulto, gli chiede dove stanno andando e dà loro un’indicazione muovendo il pollice in direzione di un incrocio. Quelli escono sotto la pioggia, e lui ritorna nel suo fisso mutismo. Ho sentito che Benny Hill è morto solo e triste, che hanno dovuto chiamare i pompieri per entrare in casa, la casa dove il suo agente lo cercava e dalla quale lui non rispondeva. Quest’uomo gli assomiglia moltissimo.

    Greetings from London ’09 – Infradito

    Filed under: — JE6 @ 10:37

    Tornerei a Londra solo per farmi la mezz’ora di metropolitana che separa Heathrow da Earl’s Court, dove mi fermo per la fiera: per guardare le cento razze che si accalcano dentri i vagoni della Piccadilly Line – quelli che basta una valigia a bloccare lo scorrimento di tutti i passeggeri, quelli dove all’inizio siamo solo noi che arriviamo dall’estero e ci riconosci dai bagagli, dagli abbigliamenti, dai passaporti che spuntano dai taschini delle giacche; quelli dove, avvicinandosi alla città – Hounslow, Boston Manor, Acton Town – vedi salire gli antichi figli di Elisabetta, rossi quadrati e slavati, dove trovi ogni esemplare umano del fu British Empire, dove puoi fantasticare sui mille incroci di razze osservando i lineamenti e ascoltando gli accenti; quelli dove, quando sei ad Hammersmith ormai tutto il mondo (esclusi forse gli Inuit) sta lì, in quel tubo stretto ormai impraticabile –  tutto il mondo, compresi questi due sciroccati con lo zaino in spalla, vestiti fino alla cintola come se dovessero scalare il K2, e dalla cintola in giù in bermuda e infradito, sprezzanti della pioggia e di qualsiasi norma igienica del mondo occidentale.

    25/04/2009

    Mille cuori e una salamella

    Filed under: — JE6 @ 20:03

    A volte mi chiedo se sono di sinistra – o qualcosa del genere – perchè mi piace il panino con la salamella. Me lo sono chiesto anche un’oretta fa, girando per il piazzale che ospita “Partigiani per ogni quartiere”, manifestazione itinerante che di anno in anno, in occasione del 25 aprile, visita un quartiere milanese e lì allieta grandi e piccini con concerti, birra e, appunto, panini con le salamelle. Me lo sono chiesto perchè mi guardavo in giro e cercavo di capire quale fosse il motivo che ci aveva portati lì a centinaia, a migliaia. Il reggae dei T-Bone? Le facezie di Renato Sarti? I monologhi di Paolo Rossi? L’old-fashioned-style di Ricky Gianco? L’eterogeneità del pubblico me lo faceva escludere, visto che gli anziani del Gallaratese che si erano riversati in massa nello stesso parcheggio dove ogni martedì e venerdì vanno a comprare frutta e verdura non m parevano fan accaniti di hip hop e ska e metal e vecchio rcok’n’roll. Eravamo tutti divisi anche da chiare divergenti interpretazioni estetiche, a giudicare dal mix di abbigliamenti impiegatizi, rasta e figli-dei-fiori-fuori-tempo-massimo. Ho pensato allora che eravamo lì riuniti per festeggiare la Liberazione, il 25 aprile, la Resistenza: poi ho notato che il discorso di introduzione verteva sul concetto di “giornata di lotta” (senza peraltro specificare l’avversario) e che il microscopico stand dell’ANPI era stato relegato all’angolo più estremo dell’area espositiva, raggiungibile solo dopo esser passati davanti al banco del Partito dei Comunisti (“governo ai lavoratori”), a quello di Emergency, a due bancarelle di chincaglierie (“amache fatte e tinte a mano”), alla postazione degli anarchici, a quella del Comitato No Expo 2015, a quella della vendita di libri usati (corso di inglese in audiocassette, romanzo della serie “Beverly Hills 90210”, trattato sull’uso delle emozioni nella comunicazione verbale), ai pannelli di denuncia della nuova destra estrema – Comandante Bulow, ti hanno ricacciato nella macchia dicendo che oggi è la tua festa. Insomma, mi pareva che non ci fosse un solo valido motivo che ci unisse, a noi sinceri democratici stretti a coorte in memoria dei partigiani che ci liberarono da nazisti e fascisti. Poi ho visto la fila chilometrica che si muoveva lenta per fare lo scontrino e guadagnarsi così l’agognato e meritato panino con la salamella, e ho capito che il motivo era quello, era lì sotto i miei occhi, oleoso e profumato, tre euro per sentirsi tutti fratelli – io, mio suocero, il mio ex vicino di casa, il rasta, la pensionata dai capelli cotonati, la liceale, la famiglia piccoloborghese e quella alternativa: mille cuori e una salamella.

    23/04/2009

    Pausa pranzo

    Filed under: — JE6 @ 14:48

    La cosa più interessante dell’allegro ritrovo della sinistra democratica milanese in difesa della libera fruizione deambulante del kebap, tenutosi qualche ora fa all’Isola, era la faccia del pizzaiolo egiziano che evidentemente si chiedeva il perchè di tante telecamere davanti alla vetrina del concorrente turco mentre le sue rimanevano tanto desolantemente lasciate deserte.

    22/04/2009

    Mapercaritadiddio

    Filed under: — JE6 @ 15:44

    Come se non bastasse il PresDelCons, dico io.
    Repubblica.it

    19/04/2009

    La suora

    Filed under: — JE6 @ 15:41

    Sono in piedi, fermo proprio sulla linea gialla che ti dice “sei fai un altro passo sei morto”. Volto lo sguardo verso il display che indica fra quanti minuti arriverà il prossimo treno, leggo “1 minuto” e riabbassando lo sguardo la vedo. Credo che sia lei, anzi ne sono sicuro anche se non la vedo da non so più quanto tempo. Scavo nella memoria alla ricerca del nome, rimanendo indeciso tra Paola e Alessandra; non che sia molto importante, visto che ci saremo scambiati la parola tre, forse quattro volte finchè lei è rimasta ad abitare in quartiere: sono le cose che capitano con le sorelle degli amici dell’amico, compagnie diverse, età diverse, scuole diverse. Tutto diverso, visto che lei, qualcosa come venticinque anni fa, si è fatta suora. Saliamo sul vagone, e faccio in modo di poterla guardare senza che lei mi veda. Osservo il suo abito nero, il velo che le cinge la testa, la piccola croce appesa al collo, le scarpe. Credo che una suora potrebbe essere riconosciuta solo guardandole i piedi, perchè non mi viene in mente nessun’altra donna che decida coscientemente di comprare un paio di mocassini con il tacco basso, la punta larga e un indefinito colore tra il nero e il marrone, un paio di scarpe che dicono a nome di chi le indossa “non mi interessa piacere, anzi: non voglio piacere; devo solo servire, fare il mio lavoro”. Lei indossa quel tipo di scarpe. Mi pare di ricordare che sia missionaria in Africa – quelle notizie che ti danno i genitori per fare un po’ di conversazione alla fine di un pranzo domenicale, e immagino che ora si trovi a Milano per far visita a un genitore malato, o qualcosa del genere – e sono certo che là dove vive, Camerun o Nigeria o Angola, quelle stesse scarpe che io qui noto per la loro totale mancanza di fascino sono considerate – posto che lei le indossi – come qualche mia amica qui fa nei confronti di una Manolo Blahnik. Torno a osservarle il voto, vedo l’attaccatura dei capelli ormai tinta di bianco, osservo la sua espressione sicura, dolce e smarrita al tempo stesso, come se si stesse chiedendo cosa ci fa lì, sotto terra, dentro un treno in compagnia di duecento perfetti sconosciuti, come se avesse nostalgia del suo villaggio, della foresta, della lingua che ha imparato in tanti anni, forse persino della paura dei guerriglieri e dei predoni, come se avesse nostalgia di casa, insomma. Arrivato alla mia fermata, scendo chiedendomi chi fra me e lei scambierebbe la sua vita con quella dell’altro, e la risposta è purtroppo fin troppo facile; esco dal vagone augurando a Paola (o Alessandra, chissà) tutta la fortuna del mondo, e cerco di dimenticare il suo viso e le sue scarpe più presto che posso.