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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    24/09/2009

    Gruesse aus Koeln – Il fiume

    Filed under: — JE6 @ 00:47

    Ogni tanto mi viene in mente quel vecchio pezzo di Cochi e Renato, a Milano c’era il mare, arrivava fino in via Spadari. Ogni tanto mi viene in mente che anche noi avevamo i nostri fiumi, e siamo stati così scaltri da coprirli. Ci penso anche questa sera mentre cammino costeggiando il Reno – non che i Navigli e questo bestione lungo e largo abbiano molto in comune, ma l’idea che abbiamo rinunciato consapevolmente all’acqua, alle chiatte, alla lentezza di un movimento che finisce per essere più veloce, utile ed economico di quello di un milione di macchine inchiavardate in via Fatebenefratelli, ecco, quest’idea mi deprime, e parecchio. Mi siedo su un muretto, guardo i due grandi ponti, le Schnellbahn che collegano le due metà della città, i grandi battelli attraccati a sponda, tengo alle spalle le luci dei locali, dei ristoranti, degli alberghi che illuminano l’area dedicata a pedoni e ciclisti; sembra un po’ una scena di “Manhattan”, con la sola ma non irrilevante differenza che Allen raccontava la sua città, e io no.

    Gruesse aus Koeln – Il prima e il dopo

    Filed under: — JE6 @ 00:31

    Uscito dal Duomo imbocco la Hohe Strasse, la Main Street di Colonia. Una lunga teoria di luci e negozi, una specie di Corso Buenos Aires fatto di tutti i marchi di medio livello che compongono l’arredo urbano di quasi ogni città occidentale. Sono quasi le otto e mezza, e c’è ancora un sacco di gente in giro: saranno i venti gradi di questa coda di estate, sarà che alla gente di qui, come mi diceva il ragazzo berlinese sulla Schnellbahn che ci portava dall’aeroporto alla fiera, piace divertirsi; penso alle mie ultime visite in Germania, Norimberga, Wiesbaden, Friburgo, Augsburg e non ricordo una movida serale così intensa – la band dei Radical Dancers che suona i suoi tamburi davanti all’ingresso di C&A, la classe di liceali che sciama gridando. Mi fermo a mangiare, il tempo di imparare grazie a un’amica berlinese che qui la birra (la Koelsch) viene rigorosamente servita nello Stange, un bicchiere alto e stretto che tiene soltanto due decilitri, nulla a che vedere con i boccali enormi dell’Oktoberfest, ritorno in strada. E la trovo vuota, meno di un’ora dopo, e non so perché ma mi sento a mio agio, come se questa fosse la Germania che conosco, come se questa fosse davvero la Germania nella quale verrei a vivere anche domani.

    Gruesse aus Koeln – Profumo

    Filed under: — JE6 @ 00:18

    L’ultimo odore che si sente prima di entrare nel Duomo di Colonia arriva da un McDonald’s; è l’odore che abbiamo imparato a conoscere, indefinito eppure inconfondibile, un segno della modernità. Il primo profumo che si sente entrando nel Duomo di Colonia è quello dell’incenso. Anche quello inconfondibile, ma non indefinito: anzi, preciso. Non è pungente come spesso capita: forse perché si attenua salendo verso l’altissimo soffitto, e infatti basta alzare la testa per vedere l’atmosfera lattiginosa di una sera di Gottesdienst, di cerimonia. La chiamano Domwallfahrt, dura quattro giorni, quella di stasera è la messa iniziale. E’ come se avessi già visto tutto, questa chiesa enorme e magnifica ricorda il Duomo di Milano, ricorda Notre Dame, a me ricorda soprattutto la York Minster, con i religiosi nelle loro tonache rosse bordate di nero, l’organo che fa tremare le panche di legno, le voci che riempiono l’aria, l’atmosfera da Medioevo moderno. C’è una sola cosa veramente diversa, e fa tutta la differenza del mondo: è la lingua, quel tedesco di cui capisco una parola ogni cinquanta, ma che qui non sembra duro e cattivo come siamo abituati a pensarlo, non sembra fatto di latrati e odio, bensì di qualcosa di serio ma non noioso, sembra quello che probabilmente è – una lingua ricca e magnifica. Al termine della messa dall’altare parte una processione interminabile, fatta di ogni genere di prelati e di un numero strabiliante di chierichetti che avranno al massimo undici anni, e le prime sono due bambine da spot pubblicitario, la biondina con le trecce e la nera con i ricci. Mi fermo a guardare tutto, fino alla fine; non so se mi godo uno spettacolo di altissima qualità o se mi godo qualche minuto di pace, se mi gusto la sicura ma non boriosa magnificenza del rito o la tranquilla serenità della fede altrui – della mia non parlo perché non ne sono sicuro, perché non so cosa dire, perché per una volta non voglio dire nulla. Mi dirigo verso l’uscita, incrocio un giovane sacerdote che sotto la tunica indossa un paio di finte Crocs marroni, mi fermo davanti a una pala lignea, esco. Il vento ha cambiato direzione, non si sente più l’odore di McDonald’s.