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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    28/01/2010

    Nuovi e non richiesti segni dell’Apocalisse

    Filed under: — JE6 @ 10:19

    Un paese di santi, poeti, navigatori e editorialisti (o del fatto che va bene il dibbbattito sul film di Verdone, ma un’articolessa di Adriano Celentano sullo stato della giustizia italiana ospitato sull’home page di Corriere.it, santodio).
    Corriere.it

    No sign of yesterday

    Filed under: — JE6 @ 08:50

    Si svegliò tardi, come ormai faceva da tempo. Alzandosi diede una veloce occhiata al letto: aveva dormito da solo, si sarebbe detto – ma non ricordava nulla della sera prima. Entrò nel salone, alzò le tapparelle, vide che era una giornata di sole e cielo azzurro. Guardando i riflessi nelle finestre del palazzo di fronte avvertì quel senso di catastrofe incombente che riaffiorava implacabile, ogni giorno un po’ più forte, come se la rottura del ghiaccio sul quale camminava fosse ogni giorno un po’ più vicina. Guardò il telefono, vide un messaggio, lo lesse, lo cancellò. Si preparò il caffè.

    27/01/2010

    Pensavo fosse amore e invece era un segretario

    Filed under: — JE6 @ 09:30

    Io Bersani lo rieleggerei pure, vista la concorrenza. Intanto mi siedo in riva al fiume, e aspetto che faccia qualcosa.

    26/01/2010

    So Eighties

    Filed under: — JE6 @ 09:30

    Se ci penso, è strano. In questi anni ho dedicato una manciata di post a mio padre (senza che lui lo sapesse, ma non importa), e sono tra quelli ai quali sono più affezionato. Da quelli che lo mettevano nella storia di Carlo Giuliani a quello che confessava la paura di perderlo. Oggi quest’uomo sereno compie 80 anni, e a me pare di non avere niente di speciale da dire; però poco fa mi ha accompagnato dal meccanico e poi abbiamo fatto un pezzo insieme in macchina e quando ci siamo salutati gli ho fatto gli auguri e l’ho abbracciato forte, e lui era contento, e questo è quanto.

    25/01/2010

    Trecce

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    I ragazzi entrano nella vecchia casa di pietra, con i capelli ancora arruffati e nello stomaco il languore del bisogno di una buona colazione. Scendono i due scalini che portano nell’unico ampio locale, il grande camino sulla destra, sulla sinistra il lavandino e i pensili, attaccato alla parete lunga il tavolo di legno che riesce a ospitare l’intera famiglia. Con un gesto quasi meccanico, come ogni mattina, il più giovane tira fuori dalla tasca dei pantaloncini corti il cellulare, e come ogni mattina realizza che quelle pareti spesse un metro ne impediscono il funzionamento. Nel centro esatto della stanza su uno sgabello basso di legno siede una donna anziana; è piccola e robusta, e veste di nero fin da prima di sposarsi, fin da quando il mondo – tutto il mondo – era semplicemente un’altra cosa. Davanti ai suoi piedi ha appoggiato una  bacinella di plastica blu piena di acqua e sapone. Senza dire una parola scioglie il nodo del fazzoletto, nero anch’esso, che le copre la testa per buona parte della giornata e si fa cadere in grembo due lunghe trecce di capelli grigi. Scioglie anche quelle, assorta, e inizia il suo rito di ogni mattina, il lento e arcaico lavaggio dei capelli, di quell’unica immagine di donna che fa uscire dalla coperta del lutto per un quarto d’ora al giorno. Con calma li ravvia, li stira, li accarezza accompagnando con la mano il movimento del pettine. Nel silenzio, i due ragazzi iniziano a prepararsi la colazione cercando di non osservare la donna come per non essere indiscreti. La donna si asciuga i lunghi capelli che, sciolti, le arrivano alla schiena, e inizia a riannodarli nelle due trecce. I due ragazzi scambiano qualche chiacchiera nel loro accento cittadino. Quando la donna riprende in mano il fazzoletto nero che si annoderà in testa, il più grande dei ragazzi la saluta, ciao nonna, e non aggiunge altro perché non c’è mai stato bisogno di molte parole in quella casa. Dall’esterno arriva il suono degli zoccoli di un asino che calpestano le pietre della via che si arrampica verso il vecchio asilo del paese. La donna gira il suo volto preistorico verso i ragazzi, e forse si chiede cosa sia successo nel mondo perché lei oggi si ritrovi a fissare due adolescenti in magliette con grandi scritte e ciabatte infradito sapendo che quelli sono suoi nipoti. Prende la bacinella blu per i due manici, la solleva, si alza lentamente. E’ un qualsiasi giorno di agosto.

    24/01/2010

    “Oh, quanto piangere che ho fatto”

    Filed under: — JE6 @ 12:12

    Abbiamo avuto tutti una zia che si metteva sul divano stringendo un fazzoletto, e passava ore a guardare film strappacuore per poi apostrofarci, contenta e disperata: “Oh, quanto piangere che ho fatto”.
    Ci pensavo rileggendo una mail ricevuta giorni fa, una mail che chiedeva di raccogliere le foto di una persona cara che non c’è più per farne una specie di album condiviso; pensavo che non contribuirò, non andrò a spulciare armadi e hard disk perché ormai da tempo non riesco più a guardare un film che so essere triste o doloroso, perché ormai da tempo faccio una fatica enorme ad affrontare quelle storie che ti prendono allo stomaco e lo strizzano come uno straccio per lavare i pavimenti. Scappo, svicolo, cerco di anestetizzarmi: di tutto questo ce ne può essere abbastanza in quel periodo che sta tra l’alba del risveglio e la notte del sonno. Un giorno poi, chissà.

    23/01/2010

    Gruesse aus Muenchen ’09 – Freddo

    Filed under: — JE6 @ 18:33

    Anni fa, nella neve di ottobre di Chicago, qualcuno mi disse che per gli americani il freddo – l’aria condizionata a sedici gradi, la birra ghiacciata nel bicchiere ghiacciato, l’ice machine sempre in funzione – è una specie di garanzia psicologica di pulizia, come se il freddo uccidesse tutto ciò che di brutto e dannoso può aggredire una persona.
    L’ho sempre considerata una leggenda e una sciocchezza, ma quella frase mi torna in mente questa sera mentre attraversiamo Marienplatz e guardiamo le luci e ridiamo vedendo coppie che si aggirano smarrite seguendo le mappe di un BlackBerry e ascoltiamo un uomo di colore arringare la folla come se fosse il suo turno allo Speaker’s Corner di Londra, e c’è quest’aria fredda del nord, quella che ci stringe i polmoni, ci fa colare il naso e lacrimare gli occhi, c’è quest’aria gelida che sembra che tutto funzioni, che le cose siano più semplici, più lineari, meno faticose, c’è quest’aria nitida che ti pare tutto chiaro e persino allegro, e la respiriamo tutta, finché ce n’è.

    Gruesse aus Muenchen ’09 – Two hearts are better than one

    Filed under: — JE6 @ 18:20

    Per una volta, inizio dalla fine. E’ che negli ultimi dieci anni ho viaggiato tanto, e l’ho fatto sempre da solo. E’ una cosa che mi piace moltissimo – avere i miei orari, non dovermi porre il problema della cena, cambiare itinerario senza motivo, guardare le cose in silenzio per tenermele dentro e ricordarmele dopo anni oppure per tornare in albergo e raccontarle qui. Poi, per un caso è successo di avere compagnia. E mi sono reso conto che viaggiare con qualcuno è difficile quasi quanto vivere con un’altra persona, e che trovare un buon compagno, uno che c’è ma che è quasi come se non ci fosse tanto è simile a te è una fortuna che non capita tutti i giorni, e non importa se quella fortuna si ripeterà, è già una gran cosa che tu l’averla avuta.

    20/01/2010

    Tu non lo sai cosa vuol dire

    Filed under: — JE6 @ 11:42

    Prima o poi capita a tutti di dirlo. “Tu non lo sai cosa vuol dire”: essere soli, fare un lavoro odioso, essere circondati di persone false, essere depressi, aver perso un figlio, essere brutti, essere giovani, essere vecchi, avere una madre rompicoglioni.
    Prima o poi capita a tutti di sentirselo dire, provando una sensazione mista di delusione e rabbia. Poi ci si pensa sopra, ci si rende conto che c’è del vero, si realizza che ognuno di noi sa cosa vuol dire ma lo sa in generale, lo sa per sé e lo sa per quella manciata di persone che ha vicine per davvero. Alle altre, poiché ognuno giudica per ciò che vede e ciò che sa, semplicemente è meglio non darsi in pasto.

    19/01/2010

    Due candele

    Filed under: — JE6 @ 16:46

    Il giorno prima della fine, la lattaia entra nel piccolo magazzino del negozio nel quale ha passato quelli che sembrano tanti anni e provato a tirar su un figlio. Fruga negli scaffali ormai vuoti, muovendosi nel buio con la sicurezza dell’abitudine, fino a quando trova due candele abbandonate lì chissà quanto tempo prima. Tornando nei pochi metri quadri del negozio a una sola vetrina infila la mano nella tasca del grembiule bianco, scosta un pacchetto di sigarette appena aperto ed estrae un accendino. Fuori è buio, non è ancora l’ora dei rientri dal lavoro, il lungo marciapiede è vuoto. La  lattaia appoggia le candele sul banco e muove due passi fino a fermarsi sulla soglia. Si guarda intorno, a destra i due grattacieli in ristrutturazione, a sinistra la grande sagoma illuminata del centro commerciale. Rientra, accende le due candele, fa cadere qualche goccia di cera per farle rimanere dritte sul banco vuoto dal quale qualche ora prima ha tolto la zuccheriera. Sposta veloce lo sguardo per non farlo fermare sull’interruttore della luce che è stata staccata durante il fine settimana. Dall’altra tasca del grembiule tira fuori un foglio piegato in quattro, lo stende, lo rilegge per essere sicura di aver capito bene, per memorizzare l’orario in cui l’ufficiale giudiziario si presenterà per prendere possesso di quel buco polveroso che avrebbe dovuto darle da vivere. Ripiega il foglio, lo ripone nella tasca, torna sulla porta di ingresso, quella dietro la quale stava la macchina per fare i coni di panna montata. Una delle dottoresse che lavora nella farmacia a pochi metri di distanza esce per andare a prendere qualcosa nella macchina parcheggiata davanti a quello che anni prima era il negozio del fruttivendolo. La lattaia fa un cenno di saluto con la testa.