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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    13/06/2010

    Greetings from New York ’10 – Come in uno spot della Nike

    Filed under: — JE6 @ 23:15

    Alle tre del pomeriggio entro in MacDougal Street, per andare a sedermi al Caffè Reggio, che è il solo pezzo d’Italia all’estero che mi piace frequentare quando viaggio. Ed è come stare a Milano, o a Londra, o a Madrid, in uno qualsiasi dei posti dove mi sono trovato mentre le televisioni facevano vedere una partita importante, il Village è tutto qui a gridare “iu-es-ei, iu-es-ei” e le ragazze hanno le bandierine, e tutti hanno una birra in mano, e tutti ruggiscono “c’m on”, e tutti trattengono il fiato quando Rooney tira verso la porta americana e tutti spingono la loro squadra quando lancia un contropiede. Rinuncio al Caffè Reggio, mi butto nella bolgia di un paio di locali, a sudare insieme agli indigeni che però ridono e scherzano con quella manciata di pazzi incoscienti che vestono le magliette della nazionale inglese e hanno cantato God Save the Queen, passo più tempo a guardare le facce dei tifosi del Village che i giocatori in campo, mi diverto come un bambino anche quando una ragazza mi ficca inavvertitamente la punta della bandierina nel dorso della mano presa dall’ansia di un cross inglese nell’area di rigore americana, mi pare di stare in uno di quegli spot di Nike o Adidas, quelli che fanno vedere il mondo sorridente e unito dal pallone, dal gioco del pallone, penso che a volte la pubblicità ci azzecca, ordino una pinta di Sam Adams.

    Greetings from New York ’10 – I vestiti di Ellis Island

    Filed under: — JE6 @ 22:39

    Dicono che cento milioni di americani hanno almeno un progenitore passato qui, da Ellis Island. Mi chiedo come sono, questi cento milioni di persone: come sembrano, che faccia hanno, se appaiono come ci appaiono sempre quando li vediamo camminare davanti al Colosseo o agli Uffizi, inequivocabilmente americani, sovrappeso, col sorriso ottimista, le scarpe grosse. Ci penso, guardando le grandi fotografie che stanno qui, al terzo piano di questa specie di maniero che fungeva da principale porta di ingresso negli Stati Uniti per il resto del mondo che scappava da guerre e povertà e malattie per provare a farsi o rifarsi una vita nella Land of Hope and Glory. Penso che a quei tempi, un secolo fa, tutto – lineamenti, espressioni, vestiti – diceva chi eri e da dove venivi. La ragazza svedese, la domestica rumena, l’adolescente algerino, il soldato greco, il pittore tedesco, Anna Scicchitano con le tre figlie che attraversano l’oceano in terza classe per ricongiungersi con un marito quasi dimenticato e un padre mai conosciuto che lavora in uno sperduto paesino della Pennsylvania. Oggi siamo tutti implacabilmente simili – non uguali, ma simili – noi qui che guardiamo queste foto, diversi solo per il taglio degli occhi e il colore della pelle, e uguali per tutto il resto, le Nike e Gap e la musica indie, e chissà cosa ne pensano Anna e il soldato greco e la domestica rumena, guardando la propria discendenza da dove si trovano adesso, qualunque posto sia.

    Greetings from New York ’10 – Fettuccine

    Filed under: — JE6 @ 22:22

    Risalgo da Battery Park, passo da Wall Street senza andare a guardare il buco delle Torri, giro Chinatown, poi mi chiedo com’è adesso Little Italy. La Bowery è tutta un ideogramma, stringo verso il centro cercando qualche bandiera o qualche cognome italiano. Nulla, o quasi. Fino a Mulberry Street, dove trovo gli striscioni “Welcome to Little Italy” per accorgermi che questa oggi non è che una teoria di ristoranti che offrono tutti gli stessi piatti agli stessi prezzi. Nient’altro, solo ristoranti, come se questo – il cibo – fosse l’unica cosa che la comunità italiana possa dare a questa città. Ovviamente non è così, lo so anch’io – ma mi prende una specie di tristezza che mi porta a sedermi al bancone del Mulberry Street Bar, che è l’unico locale che – anche se porta in vetrina le foto della nazionale di calcio – non fa dell’italianità una bandiera. Fuori tutti propongono le Fettuccine alla Alfredo, e diosolosa cosa sono. Qui la Peroni scompare fra Miller e Brooklyn Lager, e pare già una conquista.

    Greetings from New York ’10 – L’arpa

    Filed under: — JE6 @ 00:30

    Cammino per gli otto isolati della High Line seguendo le piante e i binari della vecchia linea ferroviaria, costruita sopraelevata per evitare lo stillicidio di incidenti mortali che i treni causavano muovendosi nel traffico del Meatpacking District. Ci sono il caldo sopportabile del tardo pomeriggio, il sole che si abbassa sull’Hudson, le ragazze vestite leggere che iniziano ad affollare i locali dove una volta si macellavano i vitelli e oggi si bevono cocktail. Incrocio due suonatori di sassofono, un ragazzo seduto all’indiana che prova un arpeggio alla chitarra mentre la fidanzata lo guarda e risponde al telefono, un uomo che imbraccia un trombone. Dalle parti della Diciottesima vedo arrivare una ragazza alta e magra, che pare presa da un quadro del Botticelli, i capelli rossicci, un vestito semplice e lungo, dei lineamenti che la farebbero dire irlandese. Regge una piccola arpa, e la suona mentre cammina, e mentre suona si accompagna con la voce, e mentre canta sorride come se il mondo fosse fatto giusto dalle sue labbra, dal sole e dall’arpa. All’incrocio con la Decima Avenue i taxi scattano a cercare clienti.