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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    29/09/2010

    Moleskine

    Filed under: — JE6 @ 12:02

    L’anziano signore siede da solo, al tavolo con il piano di marmo che gli viene tenuto riservato fin da quando il mondo era un’altra cosa. Ordina una limonata e un bicchiere d’acqua. Anzi, glieli portano senza che lui li chieda. Appoggia le mani sulla superficie liscia, e guarda dritto avanti a sé, trapassando le lenti degli occhiali e gli zaini dei turisti e le gonne al ginocchio delle amiche del sabato. Dalla tasca destra della giacca estrae una piccola radio portatile, alza l’antenna e la avvicina all’orecchio. Dopo qualche minuto la spegne, e torna a fissare qualcosa che nessuno vede tranne lui. Alle sue spalle un taxi si ferma vicino all’entrata del vecchio caffé e fa scendere due turiste giapponesi. L’anziano signore tira fuori dall’altra tasca della giacca un blocco, come quelli che usano i giornalisti per prendere le loro note, apre una penna blu e inizia a disegnare. E’ la figura stilizzata di una donna. A un tavolo vicino, una ragazza dai capelli lunghi e neri fissa l’anziano signore. Lo guarda con tutta l’attenzione del mondo, come se l’universo si fosse concentrato dietro quelle spesse lenti, in quel bicchiere di limonata. La ragazza apre la borsa che ha appoggiato sul sedile di velluto rosso, e tira fuori un’agenda dalla copertina nera, con l’elastico che tiene chiusi i due lembi. La appoggia davanti a sè, la guarda e poi torna con lo sguardo sull’anziano signore. Tira un lungo respiro, prende in mano l’agenda e la borsa, si alza e si avvicina all’anziano signore. Permette, gli chiede, e senza attendere risposta perché non vuol dargli tempo di dire no gli si siede a fianco. Allarga l’elastico, apre l’agenda, fruga nella borsa dalla quale fa emergere una biro dal cappuccio mangiato e inizia anche a lei a disegnare, la sagoma di una montagna con un sole lontano che forse tramonta o forse albeggia. L’anziano signore guarda ancora dritto avanti a sé, senza dire una parola. La ragazza, a voce bassa, gli dice non lo facevo più da quando andavo a scuola. L’anziano signore sorride piano, prenda una limonata anche lei, le dice.

    “Sto bene così”

    Filed under: — JE6 @ 08:41

    La ragazza è sdraiata sul grande cuscino colorato, con le mani raccolte a coppa sotto la testa. Guarda le luci dei neon, là sopra, ascolta la pioggia che batte sul tetto. Chiude gli occhi, sente i rumori delle persone che le passano intorno, chi ride, chi chiede una sigaretta, chi chiama qualcuno, chi gioca al biliardino nell’angolo più lontano. Poco dopo arriva un ragazzo, che si inginocchia e le tocca piano una caviglia per svegliarla dal suo torpore apparente; lei apre gli occhi, lui le sorride e le chiede se vuole qualcosa da bere. Lei gira la testa, incontra gli occhi dell’amica – anche lei sdraiata su un grande cuscino colorato – si volta verso il ragazzo, ricambia il sorriso e risponde no amore, grazie, magari dopo, adesso sto bene così, sì, sto bene così.

    27/09/2010

    La ruota può scorrere meglio

    Filed under: — JE6 @ 09:11

    Nella clamorosa transumanza liceale che ogni anno porta a Riva del Garda centinaia di persone che – più o meno – scrivono sull’Internet e quindi si fregiano dell’appellativo di blogger-et-similia può anche capitare di passare un paio d’ore a sentir parlare delle sole cose che un tempo ci hanno portati da queste parti e qui continuano a tenerci – leggere e scrivere. A differenza dei dibbbattiti tra persone serie (faccio il cialtrone, ma lo scrivo con rispetto), in quelle due ore ti fai avvolgere da qualcosa che non so bene come altro definire se non “purezza”. Se sei di buon umore, se c’è il sole che splende, se ti è passato il mal di testa, se sei appoggiato al muro al fianco della Spilletta Tautologica ti godi un po’ tutto; ti godi il volo della fantasia dei quarantenni con le mani in pasta, e ti godi lo spettacolo dei non ancora trentenni che scaldano le gomme e provano a uscire dalla corsia dei box, e fai il tifo un po’ per tutti. Non importa se di ciò che dicono i primi cogli soltanto alcune immagini alla Matrix, non importa se ascoltando i secondi la prima parola che ti viene alla bocca è deja-vu: vent’anni o poco più li abbiamo avuti tutti e anche se basta guardarsi un po’ (mica tanto) indietro per vedere che molte cose apparentemente nuove son già state fatte, che la ruota è già stata inventata si sa che è giusto muoversi e crederci e provarci, perché la ruota può scorrere meglio, e pure quello è un successo, e un bene per tutti. Per un paio d’ore sei davvero al liceo, avverti la sensazione che là dietro l’angolo ci siano le possibilità a portata di mano, un po’ come la coda di finta volpe del calcinculo; poi ci son due passi da fare in riva al lago, c’è una birra da bere, ci son duecento chilometri da guidare – ma intanto hai preso fiato, hai fatto il pieno, e va bene così, grazie a tutti and keep on with the good job.

    22/09/2010

    Quattro (quarti)

    Filed under: — JE6 @ 09:00

    C’è che quando sei lì, non importa se in autostrada in seconda corsia o fermo in coda al semaforo della circonvallazione, c’è che quando parte il quattro quarti senti il piede che tiene il tempo, strofa ritornello strofa, ed ecco che ti ripassa davanti agli occhi la scena che hai visto e pure sognato così tante volte, l’occhio di bue che ti prende in pieno e centomila persone che diventano una sola, grande, enorme che tiene il fiato e vola via mentre la scala del tuo assolo sale fino in cielo – verso l’infinito e oltre – ma lassù non ci arrivi se non hai il cuore che batte, e il cuore è quello, è il quattro quarti, la cosa più semplice che c’è, né il sette ottavi di “Money” né il nove ottavi dell’Apocalypse di “Supper’s Ready”, lo senti il colpo della cassa e sai che adesso arriva il piatto, la vedi la bacchetta che sta per scendere, dai dai dai – io non so nulla di musica, so che la vita batte in quattro quarti, come il cuore, proprio quello, tum tum tum tum, quattro quarti, quattro minuti e non ti serve altro perché è tutto lì, it’s only rock’n’roll but I like it, perfetto come le cose ridotte all’osso, niente trucchi per favore.

    Oro

    Filed under: — JE6 @ 08:55

    Oggi mia madre e mio padre festeggiano cinquant’anni di matrimonio. E credo che “festeggiare” sia, per loro, il verbo giusto. Non sono più il carabiniere trentenne che passava quindici ore al giorno in sella a una Guzzi 500, né la ragazza dal sorriso timido che, venuta da un remoto e minuscolo paesino nuragico, imparò il milanese leggendo Carlo Porta e facendosi volere bene come a una figlia da due meneghini di cento generazioni, occhi azzurri e capelli bianchi, l’Ambrogio e la Gina. Sono due persone normali, con le rughe e le incertezze dell’età e dello smarrimento davanti a un mondo che a volte sembrano non capire; per me, sono mia mamma e mio papà: gli voglio bene, e mi sono di esempio. Un esempio molto bello. Tutto qui.

    17/09/2010

    Titanic

    Filed under: — JE6 @ 09:42

    Siamo tutti nella stessa barca, dicono. E’ che qualcuno un posto nella scialuppa riesce a trovarlo. Qualcun altro no.

    13/09/2010

    Pit stop

    Filed under: — JE6 @ 08:15

    E’ da un po’ che ci penso. E magari tra due giorni cambio idea. O magari tra una settimana, che è un nulla lo stesso. Non importa. Questo blog si ferma un po’, e cerca di pensare ad altro. State bene, e a presto.

    12/09/2010

    La lunghezza del polsino

    Filed under: — JE6 @ 10:31

    a furia di stare in oriente, di studiarlo e di viverci, ho interiorizzato il seguente pensiero: la forma è uguale alla sostanza. ci sono ancora quelli che vanno in giro a dire che l’abito non fa il monaco. o che la sostanza è tutto e la forma non è importante.

    Lo scriveva qualche giorno fa Giovanna sul suo FF, e non potrei essere più d’accordo. Ché, alla fine, la cura della forma data alle proprie cose, alle proprie espressioni è cura di se stessi, e rispetto e considerazione e attenzione per gli altri. Oh, certo: stiamo (quasi) tutti molto attenti alla scarpa non troppo lisa, alla giusta lunghezza del polsino, alla barba di tre giorni ma non di quattro, alle unghie pulite. Poi parliamo sciatti, ci dimentichiamo o non ci interessa salutare le persone, facciamo all’80% un lavoro che sapremmo e potremmo benissimo fare al 100 perché “dai, si capisce no? Adesso non è che devo stare a perdere tempo a riscriverlo tutto”. La cura della forma è una cosa lunga, un esercizio quotidiano. E’ una ricerca su e dentro di sé, prima di tutto (qualche giorno fa qualcuno mi ha detto, riferendosi a questo blog: “una volta eri più bravo”; io ho risposto “sì” perché poi alla fine, come si dice, de gustibus eccetera; ma so che non è vero, so che nel mio piccolo, in questa riserva indiana da quarantenne milanese ho lavorato tanto sulla mia forma, perché quella forma è oggi contenuto tanto quanto le cose che provo a dire e raccontare, e in fondo questa è una delle mie più grosse soddisfazioni); ma questa è solo la prima parte, perché poi quella cura la si chiede anche agli altri, e se non la si chiede – spesso per semplice desiderio di quieto vivere – ci si fa comunque attenzione, la si apprezza trovandola e si diventa insofferenti notandone l’assenza; dopo un po’ ci si fa l’abitudine, si fa l’abitudine a essere considerati dei formalisti, degli snob nutriti dai complessi di superiorità, dei pedanti noiosi: forse va bene così, forse serve anche gente così, gente che vive peggio perché c’è altra gente che non ha interesse a vivere meglio.

    11/09/2010

    Una sola parola

    Filed under: — JE6 @ 07:55

    Parlami. Non ti fermare, continua a parlare. Raccontami, ché io non voglio altro. Non voglio dire di me, e sentire la mia voce, voglio solo perdermi nella tua. Voglio sentire di un’altra vita, di un altro tempo, di qualcosa che non sia qui e ora. Voglio chiudere gli occhi e ascoltarti, ascoltare le tue pause e i tuoi silenzi e i tuoi sorrisi e i tuoi sospiri, fino a quando dici “ecco, tutto qui”, fino a quando il mondo è la tua voce, fino a quando non c’è più bisogno di chiedere ancora perchè è vero, è tutto qui, tutto, e non puoi volere più di tutto. Parlami, e parlami ancora, e poi ascolta la mia sola parola – grazie.

    10/09/2010

    Come stare in mezzo al mare

    Filed under: — JE6 @ 14:25

    Domani vado a Mantova, al Festival della Letteratura. E niente, ci vado perché Mantova è una gran bella città, e al Festival c’è tanta roba, e c’è tanta gente, ed è un bel modo per perdersi – stare in mezzo al tanto per diventare niente, sparire un po’, come stare in mezzo al mare che è tanto più grande anche di quel che riesci a immaginare.