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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    12/10/2010

    Greetings from San Francisco – The Poetry Room (reprise)

    Filed under: — JE6 @ 23:50

    Ripensandoci, in fondo non so perché ogni volta che vengo a San Francisco mi percorro Columbus Avenue per entrare qui, alla City Lights Booksellers and Publishers. Non lo so, perché questa è la libreria di Ferlinghetti e Kerouac e Ginsberg e tutto il resto della truppa beat, e a me “Sulla strada”con tutta la sua insopportabile retorica  ha annoiato anche quando avevo vent’anni, e figurarsi adesso, e non sono nemmeno tanto amante della poesia – e la parte più bella di questo posto è (era, prima che qualcuno decidesse di spogliarla per fare le pulizie di primavera) la Poetry Room. Forse ci vengo con lo spirito con cui io, che in effetti non sono mai stato comunista, al checkpoint Charlie mi sono messo a cercare orologi sovietici con le lancette a forma di falce e martello. Il rapporto con i simboli non è una cosa facile da gestire, nei posti a volte ci si va come in pellegrinaggio, per vedere, per annusare l’aria, come un ateo che entra in una cattedrale e rimane a guardare le bellezze artistiche che celebrano qualcosa o qualcuno nel quale lui non crede. Ecco, forse qui è così, ci vengo per le sedie di legno, per il cartello Have a seat and read a book, per le foto di Dylan ai muri, per cose così – e pensandoci capisco il fascino che esercita Cuba, per dire.

    Greetings from San Francisco – Candlestick Park

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    Alla fine non vai a Candlestick Park perché ti piace il football americano, né ci vai perché sull’autobus trovi due coppie di ottantenni che fanno fatica a camminare ma al collo portano il badge dell’abbonamento per tutta la stagione e vestono orgogliosi il giubbotto dei 49ers, né ci vai perché quando il megaschermo spara Get Loud Make Some Noise la gente esplode, né ci vai perché se il quarterback gioca una partita orribile il peggio che gli capita è di sentire cinquanta o sessantamila persone mettere le mani a megafono per gridare “boooo”, né ci vai perché lo stadio sta in riva al mare e succede che ne senti l’aria che entra e gira e ti fa venire i brividi, né ci vai perché quando lo speaker dice “and now let’s honor America” si alzano tutti in piedi e cantano The Star Spangled Banner e a te che vieni da diecimila chilometri di distanza vengono i lucciconi, né ci vai perché i tifosi degli Eagles si mischiano a quelli dei Niners e applaudono e tifano e se non fanno gli scemi se ne stanno tranquilli come se fossero a Philadelphia e ogni tanto si scambiano pure il five con quelli di San Francisco, né ci vai per le cheerleaders, né ci vai per i fuochi d’artificio che accolgono l’entrata della squadra di casa, né ci vai perché a ogni terzo down degli avversari senti cinquanta o sessantamila persone gridare “de-fense”, né perché non ci sono rivolte popolari se la squadra apre la stagione con cinque sconfitte consecutive, né perché durante la partita la gente si muove incessantemente come granelli di sabbia nel deserto per andare a comprare birra e nachos e hamburger e patatine, né ci vai perché quando il quarterback lancia lungo e il pallone è là in cielo che gira su stesso e il ricevitore scatta sembra che tutto si fermi e che tutti smettano per un secondo di respirare, non ci vai per uno di questi motivi, a Candlestick Park ci vai per tutti questi motivi, perché li trovi tutti e ne trovi cento altri ancora e alla fine davvero non importa chi vince e chi perde, alla fine hai vinto comunque.