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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    16/05/2011

    Gruesse aus Frankfurt – Lucchetti

    Filed under: — JE6 @ 22:51

    Passo sull’Eiserner Steg, uno dei ponti che collegano le due rive del Meno, quello sormontato da una grande scritta in greco che riporta il primo versetto dell’Iliade, guardo le decine di runner che fanno jogging, i canottieri che remano al ritmo dell’hop del capobarca, lo strano skyline di questa città che mette insieme il duomo del 1300 e i grattacieli del quartiere finanziario, il rosso dei mattoni medievali e i riflessi delle vetrate del Duemila. Un gruppo di giapponesi ride cercando di schiacciare col piede una lattina vuota di birra. Guardo i tanti lucchetti agganciati alle pareti metalliche del ponte, mi torna in mente la sera in cui un bengalese guardò me e Carlo che camminavamo su Ponte Milvio con la nostra birra in mano e ci chiese se volevamo comprare un lucchetto, mi chiedo che significato hanno i lucchetti tedeschi, se Francoforte ha il suo Moccia, se davvero tutto il mondo è paese.

    Gruesse aus Frankfurt – Lontano (la vita degli altri)

    Filed under: — JE6 @ 22:40

    E’ una sera strana, quella che passo a settecento chilometri da casa mentre a Milano procede il conteggio dei voti. Strana perché è come se le cose importanti succedessero da un’altra parte, è come passeggiare al parco e tenere la radiolina incollata all’orecchio in attesa di un gol immaginandosi il cross dalla tre quarti e lo stacco di testa del centravanti che invece viene visto da ottantamila persone sedute sugli spalti dello stadio, sto davanti al grande simbolo dell’Euro in Willy-Brandt Platz e penso che forse sta succedendo una cosa importante e io non ci sono – a volte capita di pensare che la vita degli altri sia non migliore, ma più piena, interessante, “viva”, e stasera è una di quelle.

    Le imperfezioni del clima

    Filed under: — JE6 @ 08:40

    Era la prima estate che passava a Milano. Era arrivato qualche mese prima, quando l’inverno che temeva si era ormai ammorbidito e la primavera gli aveva regalato l’impressione che quel posto non fosse la bruttura che gli avevano descritto e che si era convinto di trovare. Aveva in tasca un contratto, la famosa occasione alla quale non si può dire di no, ma che lui avrebbe rifiutato senza farsi troppi problemi se non si fosse accorto che i motivi che lo avrebbero tenuto nella città dove aveva trascorso gli ultimi undici anni valevano solo per lui: e questo non era abbastanza. Gli mancavano il caldo secco, il sole abbacinante che gli faceva chiudere gli occhi mentre risaliva i colli, il vento leggero e fresco del tardo pomeriggio, il fiume, l’azzurro inevitabile di certi giorni di gennaio. Ma si scoprì a gustare le imperfezioni del clima, in particolare quella invisibile coperta di umidità che lo faceva svegliare già sudato e lo accompagnava durante tutta la giornata, perché aveva la fortuna di fare un lavoro che raramente lo costringeva alla scrivania dell’ufficio: quel che gli piaceva era sentirsi sfinito e appiccicoso, spogliarsi, e sentire l’acqua della doccia cadergli addosso e pulirlo – era quel minuto, che si ripeteva magari due o tre volte durante il giorno, quel minuto valeva qualsiasi fatica, valeva la pena di stare in quella città non sua, che non gli dava un motivo per restare e nemmeno uno per andarsene. Ogni volta, alla fine di quella doccia che sognava e gustava come se fosse la cosa più preziosa del mondo, si trovava a pensare che in fondo, almeno per un po’, una ragione per vivere a Milano ce l’aveva: era fare il giro delle stagioni, vederle arrivare e passare e scoprirle. Quel giro lo aveva osservato per undici anni, là sui colli e in riva al fiume. Poi le cose, restando identiche, erano cambiate e ora lo affrontava da solo: chissà che colori avrebbe avuto il parco Sempione, a fine settembre.