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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    30/06/2011

    Il secondo del prima e del dopo

    Filed under: — JE6 @ 08:28

    L’altoparlante annuncia il numero del treno, la stazione di partenza, quella di arrivo. La stazione è piena di gente, e di rumore. I pavimenti davanti ai banconi dei bar sono ricoperti di centinaia di piccole briciole di brioches. La coppia si avvicina al vagone, carrozza sette, otto, nove, dieci. Stanno uno al fianco dell’altra, senza toccarsi. A volte lui le cede il passo per farla incuneare nella folla che si sposta tra i binari come in una infinita transumanza di attese, poi la riaffianca. Si fermano a un paio di passi dagli scalini, ricontrollano il numero della carrozza, hai il biglietto a portata di mano, sì, fa un caldo tremendo, sì, per fortuna sul treno c’è l’aria condizionata, adesso ti riposi, hai l’aria stanca, lo so, cerco di dormire un po’. Lei prende dalla tasca posteriore dei jeans il telefono, guarda le ore, poi fa un sorriso timido e sfinito. Si abbracciano, e entrambi sentono sulla pelle il caldo e il velo di sudore che copre il volto dell’altro, e chiudono gli occhi. Restano così per un secondo di più, e quel secondo contiene e spiega tutto, il prima e il dopo. Fai buon viaggio, sì, sali, il trolley te lo porto su io, grazie. Lei fa ancora un piccolo cenno con la mano, lui sorride e volta le spalle, fa cinque passi, prende il telefono, cerca il numero di lei, apre i messaggi e inizia a scrivere.

    28/06/2011

    Appunti, mezze strofe

    Filed under: — JE6 @ 08:55

    Hai presente quel modo di dire – never judge a book by its cover – che poi lo trasferisci alle persone, non giudicare per come si vestono, per come si presentano, per quello che leggono o guardano o ascoltano, perché quello conta ma non tanto, quelli che contano sono i singoli pezzetti, le note a margine, le sottolineature, le mezze strofe, le cinque battute in un dialogo di sei minuti, le piccole cose che sono rimaste nella memoria, sono quelle che le persone te le fanno capire, te le rivelano, ti dicono cos’hanno in testa mentre stanno sedute sul divano a guardare un talk show o i consigli per vestirsi eleganti, che poi il giorno dopo le ritrovi e ci parli del più e del meno, quanto caldo fa, il nuovo progetto da consegnare entro una settimana, ma non importa davvero, quella è superficie e quello che conta invece sta negli appunti.

    25/06/2011

    Tre ore

    Filed under: — JE6 @ 18:22

    Quando si svegliò aveva la bocca impastata e si sentiva persino più stanco di quando si era addormentato. Guardò l’orologio e quando vide le ore si lasciò andare a un gesto di sconforto da attore shakespeariano. Si alzò. Nel breve tragitto dal letto al bagno pensò alla settimana trascorsa, alle riunioni fatte, ai chilometri percorsi, alle email spedite e ricevute – e riuscì, facendolo, a divagare e pensare a un paio di persone legate a quel cumulo di azioni, a cosa sta dietro un saluto, a cose che scomparvero senza completarsi. Si sciacquò il volto e si spostò, nel silenzio perfetto della casa completamente vuota, fino al divano. Prese il telecomando in mano, si sentì ancora in bocca il sapore di quelle tre ore di sonno inanimato e provò una sensazione strana, un misto di senso di colpa per aver perso del tempo e di rabbia verso un qualcuno che quelle tre ore gliele aveva rubate, poi schiacciò il tasto.

    24/06/2011

    Presunzione di innocenza

    Filed under: — JE6 @ 08:54

    Io la pubblicazione delle intercettazioni la vieterei mica in nome della presunzione di innocenza degli intercettati, ma per salvare la mia di innocenza – quella del bimbo che crede a Babbo Natale.

    23/06/2011

    Let’s go party

    Filed under: — JE6 @ 14:48

    Dice “non ti va mai bene niente”, aggiungendo “se non ti piace allora significa che funziona”. Siccome gli amici intelligenti vanno ascoltati, riconosci che ci sono buone probabilità che abbia ragione in entrambi i casi. E però la sensazione che con un minimo di sforzo in più si potesse pubblicizzare la Festa dell’Unità di Roma senza ricorrere agli stessi codici di comunicazione stantii, quelli che – senza necessariamente tirare in ballo Berlusconi – guidano la composizione delle copertine di Panorama e Espresso da una trentina d’anni a questa parte, quelli che con troppa facilità possono essere ricondotti alla stessa grande e inesaurita famiglia del Drive In e di Striscia la notizia, la sensazione che si potesse dare il senso di festa senza ricorrere né alla mestizia da kolkhoz né al bigottismo ciellino, ecco, quella sensazione lì a me rimane. Poi, percaritadiddio: un cartello è un cartello e non una linea politica o un manifesto di valori e stili di vita, la salamella è calda e gronda grasso, la birra è fresca, il segretario è giusto, God put a smile on your face, take it easy and let’s go party.

    22/06/2011

    Two Hearts

    Filed under: — JE6 @ 08:52

    Le compagnie, i gruppi – quelli che funzionano, quelli che tengono – sono così: ognuno è bravo a fare qualcosa, ognuno fa da contorno agli altri. C’è il più forte a calcio, quello più svelto di tutti a far di conto, quello che con la chitarra in mano sa suonare qualsiasi cosa, quello che sa costruire un muro e coltivare un orto, quello che viaggia e ha sempre un racconto pronto, quello che sa far ridere, quello che parla poco ma se dice “ehi ragazzi” tutti si fermano e fanno silenzio. C’è un assolo per ciascuno, e ci sono quei momenti nei quali tutti sentono di essere parte di qualcosa di più grande, quei momenti senza io, e con solo noi.
    A volte succede che qualcuno lascia, e non per sua scelta: un incidente, una malattia. Tutti dicono che la vita va avanti, ed è vero, ma non continua come prima. Certe cose non le fai più, o non sono più le stesse – la partita di calcio su un pezzo di asfalto in un sabato pomeriggio di aprile, i racconti di ufficio dopo la terza birra del venerdì sera: nessuno è indispensabile ma tutti vogliono evitare di ripassare su quella strada di montagna dove l’amore del tempo aveva il sole in faccia e sembrava la persona più bella del mondo. Se puoi, certe cose le smetti, anche se potresti farle ancora: un altro che suona l’organo, o il sassofono lo sai che lo trovi, ma non sarà mai il tuo amico che non c’è più. Allora fai altro, perché two hearts are better than one, ma a volte i cuori smettono di battere, e non riprendono più.

    20/06/2011

    Pontida Fire Dept.

    Filed under: — JE6 @ 08:53

    Ascoltare Umberto Bossi che per dieci minuti parla (vabeh) di Equitalia, pensare a quella cosa del nascere incendiari e morire pompieri.

    18/06/2011

    Sempre più in alto

    Filed under: — JE6 @ 17:56

    Se non ci fossero, quelli del Corrierone, bisognerebbe inventarli, perché scrivere una frase come “se i problemi sono laburisti (…) le soluzioni continuano a essere liberali” che istituisce categorie logiche sconosciute in natura è da veri virtuosi, gente che andrebbe messa sotto la tutela dell’Unesco.

    17/06/2011

    Miraggi

    Filed under: — JE6 @ 15:59

    Ci sono giornate tipo oggi, con questa cappa di umido che ti incolla la camicia addosso, che sei lì che cammini su un marciapiede di corso Buenos Aires o in un parcheggio di via Ripamonti e hai come un miraggio, anzi ne hai diversi, uno di quando hai visto un ragazzo uscire seminudo e con una chitarra in mano dalle acque del Mare del Nord a John o’ Groats e gli hai chiesto chi era e cosa faceva e lui ha risposto che veniva dalla Puglia e suonava alle foche, uno di quando stavi su quel ponte sopra il Canale di Caledonia a Inverness, il ponte era fatto di legno e vibrava come un diapason mentre tu guardavi verso la foce e respiravi l’aria fredda come la luce delle sette di sera, uno di quando ti sei seduto sui sassi della spiaggia di Kyleakin fino a quando ha fatto buio e si vedevano solo le finestre dell’ostello e la vetrata illuminata del pub, ci sono giornate tipo oggi che pensi che l’estate non sarebbe mica una brutta stagione, se solo il termometro rimanesse fisso sui quindici gradi e si potesse respirare l’aria gelida del nord.

    16/06/2011

    M.

    Filed under: — JE6 @ 09:17

    Conosco M. da non ricordo nemmeno più quanto tempo. Almeno venticinque anni, più probabilmente trenta. “Conosco” in realtà non è la parola giusta. So chi è, com’è fatto, so che ha quello che nel nostro linguaggio gentile e asettico si chiama disagio mentale, so più o meno dove abita – dove abitavo io un tempo: il palazzo non conta, si assomigliano tutti. Da quando ho ripreso a usare la metropolitana lo vedo quasi tutte le mattine: entra dalla prima porta della prima carrozza e la attraversa tutta fino all’ultima porta, incurante delle centinaia di persone sedute e in piedi che si ritagliano il loro spazio vitale fino alla discesa, le prende a spallate ma senza cattiveria, gli occhi sbarrati alla ricerca del prossimo appiglio al quale agganciarsi per vincere le scosse del vagone, poi finalmente si ferma e si aggrappa a un reggimano e lì resta; ogni tanto si gratta la testa, ogni tanto si mette a posto i pantaloni, con quei gesti nervosi e compulsivi che gli vedo fare da una vita. Molti passeggeri ci hanno fatto l’abitudine, molti altri capiscono al secondo sguardo; altri invece tirano su gli occhi dal loro quotidiano gratuito e lo fissano con un misto di sorpresa e fastidio, e io in quel momento vorrei rassicurarli, state tranquilli, è innocuo, è un bravo ragazzo – ragazzo, diosanto: M. avrà quarant’anni come minimo – non fa del male a nessuno, vorrei raccontargli che lo conosco da un’epoca lontana di capelli lunghi, Stan Smith e siringhe conficcate nei tronchi degli alberi, vorrei dirgli che M. ha un’espressione caratteristica che usava spesso quando succedeva qualcosa di nuovo e per lui strano, scuoteva un po’ la testa e diceva “sto allegro lo stesso”, ecco, non ti preoccupare di M., lui sta allegro lo stesso, ancora oggi, puoi farlo anche tu.