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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    04/10/2011

    Greetings from Boston – T.

    Filed under: — JE6 @ 14:10

    Dopo tanti anni siamo una specie di compagnia di giro, ci vediamo una volta all’anno, magari due – dipende da come sono messi i calendari delle fiere. Ci siamo visti ingrassare, cambiare aziende, scambiarci clienti, consigliarci luoghi per le vacanze. Quando ci vediamo ci abbracciamo, se non siamo troppo di corsa ci sediamo da qualche parte – sui divani della reception, nella International Lounge – a bere un caffè americano e scambiare quattro chiacchiere, come va, tutto bene. Non ricordo la prima volta che ho incontrato T., ma credo che sia stata sei o sette anni fa. E’ un bel tipo, brillante, simpatico, sempre allegro. Viene da Manila, non abbiamo mai lavorato insieme ma mi dicono che sia bravo. Per anni ci siamo trovati in questa fiera, lui di solito veniva con una sua collega, una bambolina asiatica che aveva un sorriso per tutti. Era sempre elegante, T., di una eleganza piuttosto formale, completo scuro, cravatta in tinta, scarpe di cuoio. A volte addirittura troppo per essere in una fiera. L’ho incontrato ieri per caso, ero con un amico francese e parlavamo proprio di T., noi attraversavamo l’enorme hall del Convention Center di Boston in un senso e lui nell’altro, il mio amico mi dà di gomito e fa un cenno con la testa, indica T. che ancora non ci ha visti. Strabuzzo gli occhi, sembra un altro, giacca sportiva blu, camicia bianca fuori dai jeans, jeans e Adidas, barba accennata. Il mio amico gli grida “hey, look at you, you look great, twenty-years-old!”. Io lo saluto, ci abbracciamo, lui ride, io gli dico che sta da dio, davvero, mentre facciamo quattro chiacchiere faccio il riassunto mentale di ciò che so di lui e di questo suo ultimo periodo, so che ha avuto qualche problema familiare, ha cambiato lavoro, si è messo in proprio, non gira più con la bambolina che adoravamo tutti e tutti pensavamo che fosse la sua fidanzata ma nessuno aveva il coraggio di chiederglielo, nel suo piccolo è uno che è caduto e si è rialzato, e quando si è rimesso in piedi ha cambiato il taglio dei capelli, si è tirato la camicia fuori dai pantaloni, io rido indicando le Adidas e lui mi fa “you know, I thought that Dr. Martens were too much for this place”, tutti e tre ci mettiamo d’accordo per vederci stasera dopo la fiera in uno dei cento party che incorniciano la fiera – networking party, li chiamano. Ed è vero, birra e biglietti da visita, che è sempre più facile chiamare qualcuno al telefono se ci hai bevuto insieme – poi noi due prendiamo la scala mobile che porta verso gli stand e lui invece se ne va da un’altra parte, lo guardiamo allontanarsi e ridiamo e siamo contenti per lui, non dico nulla ma penso che l’abito fa il monaco, e a volte è il monaco che fa l’abito, come quello che T. ha deciso di mettersi addosso per cambiare vita.

    Greetings from Boston – “Huh?”

    Filed under: — JE6 @ 12:38

    A volte penso che la parte peggiore del mio lavoro sia quella di sedermi di fronte a un cliente e passare il primo quarto d’ora a rispondere a qualcosa tipo “And what about your prime minister, huh?”

    Greetings from Boston – Harvard

    Filed under: — JE6 @ 12:30

    Harvard è come te l’aspetti, viali alberati, edifici imponenti in pietra o mattoni, edera e ragazzi in giacca blu, pantaloni chiari, cravatte dai nodi incerti e mocassini, come i due gemelli di The Social Network, o gli studenti dell’Attimo fuggente. E’ come te l’aspetti, solo moltiplicata per arrivare a dimensioni per noi innaturali, dalle Houses in riva al fiume Charles a Mass Avenue, e in mezzo la sensazione schiacciante di essere dentro un mito vivente – ehi, questa è Harvard. Guardi i palazzi, solidi come montagne, guardi i vestiti eleganti e sobri di chi va a sentire il sermone del pastore alle undici della domenica mattina, cerchi di capire come questa immensa tradizione riesca ad andare insieme alla quella cosa che chiamiamo modernità – come saranno le aule, polverose e ruvide o lucide e lisce come un laboratorio appena installato. Fuori si fermano i pullman dei turisti, e si preparano le bancarelle del mercato, salsicce, clown, massaggi, ciambelle, chitarre, t-shirt, come se fosse il Village a New York e invece è Harvard, quella dei film, quella dei presidenti americani, quella che basta il nome.