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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    30/12/2011

    L’anno che sta arrivando

    Filed under: — JE6 @ 14:47

    E poi, questa cosa di far programmi, di dire l’anno prossimo succederà così e l’anno prossimo faremo cosà e l’anno prossimo sarò un aggettivo a piacere, questa cosa di farlo e dirlo come se l’anno prossimo non fosse dopodomani, come se fra due giorni e mezzo non fosse lunedì, come se oggi, insomma, non fosse un qualsiasi venerdì di aprile.

    28/12/2011

    Rivoluzioni

    Filed under: — JE6 @ 14:49

    Poi magari è solo una mia impressione, o un mio pregiudizio, però a me sembra che da un po’ di tempo si metta un particolare impegno nella costante celebrazione dell’avvenuta rivoluzione – nonché di quella prossima ventura: quest’anno (l’anno prossimo) il nostro modo di [inserire verbo a piacere] è cambiato (cambierà) radicalmente grazie a [inserire nome di strumento 2.0 o gingillo tecnologico a piacimento, o a caso] – così che su ogni anno si possa piantare la bandierina di un presunto cambiamento epocale; poi non fa nulla che metà di queste celebrazioni siano basate sull’approfondita analisi del proprio microcosmo e l’altra metà sulla prodigiosa ipervalutazione dei propri interessi e/o delle proprie competenze: l’anno prossimo ci diletteremo con nuovi oggetti di hype, mentre le dittature continueranno a essere rovesciate come ai tempi di John Reed perché poi in fondo le rivoluzioni, se son complete, riportano al punto di partenza.

    26/12/2011

    Pezzi unici

    Filed under: — JE6 @ 16:30

    Non è solo il tuo microcosmo che perde un pezzo quando una persona anziana muore, è proprio il mondo che perde un pezzo di sé e non lo troverà  più perché non ci sono ricambi, sono tutti pezzi unici, non puoi rimpiazzare e tenere in vita quel mondo fatto di capelli cotonati, gonne lunghe e larghe, cappotti passati dai padri ai fratelli maggiori ai fratelli minori, aborti e scomuniche, bombardamenti, dialetti, messe in latino, lampade a petrolio, animali, piante con un nome, profumi, odori, banchi per le donne e banchi per gli uomini, elastici per le maniche della camicia, stupori, fame e tutto il resto, non puoi, semplicemente non puoi ed è per questo che senti una lontana tristezza, che è quella della perdita di una persona, e di tutto ciò che quella persona era e voleva dire col suo semplice stare al mondo.

    (In memoria di Silvia, che è andata via poco prima di Natale, che le sia lieve la terra)

    23/12/2011

    Rane a Rubiera blues

    Filed under: — JE6 @ 11:43

    Alle nove di sera Piazza 24 maggio è uno stadio vuoto, luminoso e gelido. La temperatura è finalmente scesa sotto zero, e sembra di stare in una città tedesca, con gli alberi decorati, le luminarie non pacchiane e quell’aria di ghiaccio che ti prende appena scendi dalla macchina e ti entra negli occhi fino a farli lacrimare – e allora ti pare di vedere più lontano, più nitido. Ci fermiamo per un secondo, con i cappotti infilati a metà e i nodi delle cravatte ancora ben stretti, e prendiamo freddo e fiato perché è stata la solita giornata di centinaia di chilometri e mail e telefonate e messaggi senza risposta e clienti da coccolare e colleghi da calmare e tutto il resto, e in quel secondo penso a quel vecchio pezzo, Rane a Rubiera blues, penso che non è stagione, penso chissà dove sono le rane adesso qui a Rubiera provincia di Reggio Emilia – poi lui mi fa cenno con la testa, entriamo, ho fame, e dietro il vetro della porta di ingresso vedo questa signora che potrebbe essere una mondina di Novi, fasciata nel suo abito nero con un grande fiore rosso al petto, buonasera avete prenotato?

    19/12/2011

    Chiese, cattedrali

    Filed under: — JE6 @ 14:00

    Ho passato in Sardegna le prime diciassette estati della mia vita. Ci stavo uno o due mesi – più due che uno -, e di quel periodo un paio di settimane erano dedicate al mare della costa ovest; il resto invece lo trascorrevo tenendo come base il paese dei miei genitori, un borgo di mille anime e sette bar, nel quale entravi a cinquecentocinquanta metri di altezza e ne uscivi a settecento dopo esserti arrampicato come uno stambecco lungo “sa carrela majore”, quella che univa le case dei miei quattro nonni. Era un posto di un’altra epoca, anche se non avrei saputo e potuto dire quale: forse, se avessi conosciuto il Neolitico, avrei avuto un metro di paragone – e solo chi conosce la Sardegna centrale, quella che i turisti sfiorano per sbaglio, quella del silenzio assoluto e delle spine del fico d’india, sa morisca, che si staccano dalla pianta colpite dal vento per ridurti a un San Sebastiano venuto dal Continente, solo chi conosce quella Sardegna sa cosa voglio dire. Prendevamo la macchina e salivamo ancora, lungo l’unica strada – quella ancor meno battuta di una provinciale del North Nebraska – che scollinati i quasi mille metri di boschi e cinghiali e felci e piccoli torrenti portava, andando verso nord, alla Carlo Felice. Era un paradiso, ma me ne sarei reso conto soltanto dopo, o forse soltanto dopo avrei trovato modo di razionalizzarlo. A volte ci capitava di puntare verso sud, per andare a trovare un paio di famiglie alle quali ci univa un legame di parentela che mi è tuttora oscuro, inclusa una zia dal glaciale nome di Urania che mi faceva entrare in una stanza buia e fresca dove troneggiava un telaio di quelli usati per tessere tappeti e arazzi, e lungo quel tragitto vedevamo le enormi ciminiere del petrolchimico di Ottana, e le case in blocchi forati grigi lasciate a metà dagli operai vittime delle prime casse integrazioni. Oggi ho letto questo articolo di Repubblica, che parla di un posto dove io e mio padre andavamo quando lui mi insegnava a guidare fuori dai centri urbani, un posto che sta là nel bel mezzo del paradiso, bello fin dal nome, e ho pensato a quella terra, quella dei miei nonni, dove non si smette mai di costruire cattedrali – e chiese – nel deserto.

    17/12/2011

    Regali fuori stagione

    Filed under: — JE6 @ 10:33

    Che poi, questo è il tempo dei regali. Che fa sempre piacere riceverli, ma un po’ uno se lo aspetta – è Natale. Poi ci sono i regali fuori stagione, quelli che arrivano in un mercoledì di novembre, quelli che escono di sorpresa da una tasca con due righe scritte di corsa sulla carta del pacchetto, quelli che oddio ma perché, ma grazie, ma non so cosa dire. Questo blog è sempre stato figlio e prodotto di regali, da Luca che più di otto anni fa mi scrisse per dirmi che gli avrebbe fatto piacere disegnarmi il template (e ancora mi piace, e resterà lì finché ci sarà questo ammasso di bit), a Andrea che mi portò fuori da Splinder e mi tenne sul suo dominio e poi mi portò su quello attuale, a Giorgio che ci ha messo le mani sopra, che aggiorna le versioni di WP, che mi dice “dovresti fare questo e quest’altro – no, lascia stare, faccio io”, che ha la pazienza silenziosa che solo i montanari sanno avere e si è messo ed ha portato qui dentro l’anno di Splinder che era rimasto fuori come un fratello minore dimenticato in un piccolo cimitero di paese, ha così tanta pazienza che sta ancora aspettando che vada a trovarlo a casa sua a vedere la magnifica stufa creata da suo padre e bere un bicchiere di vino rosso – ecco, sono queste alcune delle piccole cose, le cose gratuite fatte senza un motivo che non sia una strana forma di amicizia, le cose che fanno stare da queste parti senza troppa voglia di scapparne, e quindi niente, grazie, un po’ di tutto.

    14/12/2011

    Greetings from Manchester – Chissà com’è davvero

    Filed under: — JE6 @ 23:53

    Chissà com’è Manchester a ottobre, oppure a marzo. Chissà com’è senza le luminarie di Natale, senza le centinaia di chioschi che vendono sciarpe e mulled wine e fudge e cappelli e formaggi e orecchini, senza la ragazzina di tredici anni che canta John Lennon, senza i turisti giapponesi che tornano in albergo carichi di sacchetti da shopping, senza il quartetto di fiati che suona all’angolo di Town Hall, senza le candele sulle sedie della cattedrale in attesa del concerto di carole natalizie, senza gli alberi addobbati, senza quest’aria di fine anno che non ha ancora voglia di fare il bilancio del dare e dell’avere, chissà com’è Manchester in un mercoledì di pioggia in primavera, in un giovedì di afa in estate, chissà com’è senza il vestito bello e l’allegria forzata ma non troppo della festa, chissà se ha le borse sotto gli occhi e i capelli che hanno bisogno del parrucchiere, chissà se è come pensi che sia, come la collega bella che vedi dal lunedì al venerdì dalle nove alle sei, quella che avrò pure lei un difetto, un pigiama infeltrito, la schiena dolorante, il peso insopportabile del risveglio. Chissà com’è Manchester, chissà com’è davvero.

    13/12/2011

    Greetings from Leeds 2011 – The Horse and Trumpet

    Filed under: — JE6 @ 23:07

    Non ricordo la prima volta che sono venuto qui, all’Horse and Trumpet. Quattro anni fa, probabilmente: due aziende, e una o due vite fa. Da allora ci torno ogni volta che vengo da queste parti. Perché una sera ci ricevetti una telefonata che mi fece tirare un interminabile e totalmente insperato sospiro di sollievo; perché ci trovi signore che lavorano al teatro dell’opera e quando capiscono che sei italiano si fermano al tuo tavolo prima di pagare il conto e ti dicono domani sera facciamo Verdi, venga che le piacerà di sicuro; perché mi piace stare seduto vicino alla finestra, con una pinta di birra a temperatura ambiente vicino alla mano, a guardare la gente che passa sul marciapiede, quelli che tornano a casa dal lavoro e quelli vanno a farsi un giro in centro, e i double decker che si fermano e ripartono subito; perché ha le appliques che illuminano la boiserie di legno, e i clienti si muovono nel locale come se scivolassero leggeri perché la moquette arabescata ne assorbe i passi; perché dentro fa caldo e fuori tira un vento freddo che ti spacca la pelle e ti fa lacrimare gli occhi; perché la gente parla il dialetto dello Yorkshire e si capisce una parola ogni venti; perché ci sono uomini dalla faccia rossa e anziani che si siedono e fissano il bicchiere senza dire una parola e hanno occhi di medioevo e colline e torba; perché è bello, quando esci, girare al primo angolo e camminare piano lungo Briggade e guardare le Arcades con le loro luci; perché pare strano, ma ci sono posti che sono casa, non importa quanto lontani.

    08/12/2011

    It’s more complicated than that

    Filed under: — JE6 @ 21:43

    Io non ho dubbi, di politica capisco certamente molto meno di Francesco Cundari. La seguo meno, ci vivo di meno con, vi sono meno addentro. Quindi sono dispostissimo a pensare che abbia ragione lui quando scrive “È tornata la forza di gravità: i corpi hanno riacquistato il loro peso, smettendo di galleggiare nel vuoto. Non stupisce che il tema della comunicazione, su cui tanto ci siamo concentrati in questi vent’anni, perda d’importanza: quando si discute di chi paga e quanto, non c’è problema di comunicazione che tenga, ci si capisce subito.”
    Nel mio piccolo non sono d’accordo, perché nel mio piccolo di cittadino che torna a pagare l’ICI, che spende di più quando fa il pieno di gasolio, che andrà in pensione in un’epoca talmente lontana da non avere nemmeno senso, nel mio piccolo gradirei che chi ha preso quelle decisioni e non ne ha prese altre mi spieghi il perché, e lo faccia in modo sincero e comprensibile. Che comunichi, insomma: perché per me non è vero che ci si capisce subito, anzi. Perché it’s more complicated than that, per cento ragioni che mi sembrano così evidenti che mi pare impossibile che Francesco non le veda. Ma siccome, lo ripeto, sono consapevole di capire di politica molto meno di Francesco, allora forse ha ragione lui, anche se con la comunicazione, anche quella politica, io mi guadagno da vivere.

    07/12/2011

    Palleggi

    Filed under: — JE6 @ 14:48

    Sono le due del pomeriggio, e il traffico sembra prendersi un momento di riposo; un militare in mimetica appoggia il gomito sul finestrino abbassato mentre il collega innesta la marcia del camion che si sposta lungo la leggerissima discesa che porta verso la basilica. Il semaforo blocca le macchine che da una traversa laterale vogliono immettersi nel grande viale a quattro corsie. I guidatori hanno un’espressione tra l’annoiato e il rilassato, qualcuno fuma una sigaretta. Un uomo gli si para di fronte, cammina sulle strisce pedonali e quando arriva al centro della via si ferma. Ha un maglione rosso, pantaloni comodi chiari, una grossa pancia e almeno sessant’anni. A guardarlo da dietro, dal marciapiede sul lato opposto del viale, sembra una pera, con la testa pelata come picciolo. Ha un pallone in mano, e per tutta la durata del semaforo meno qualche secondo lo palleggia con la testa, come i calciatori nelle pause del riscaldamento prima della partita, come un animale del circo. Fa dieci, dodici palleggi, non molto alti ma precisi, con una grazia da foca che non attribuiresti a quel corpaccione sovrappeso. Dopo l’ultimo palleggio mette il pallone sotto il braccio sinistro, e con la mano destra si avvicina ai finestrini chiedendo una moneta che nessuno gli allunga. Il semaforo torna verde, l’uomo con il pallone riguadagna il marciapiede, un signore che si dirige verso la stazione slaccia i bottoni del cappotto nero e tutto riparte.