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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    29/11/2012

    Big Bang

    Filed under: — JE6 @ 19:10

    Un giorno dovremo riparlare di questa idea così diffusa, quella che noi – la c.d. società civile – siamo migliori della c.d. classe dirigente che ci guida. Lo spettacolo offerto dalla prima in occasione delle primarie* del centrosinistra è semplicemente imbarazzante; c’è l’imbarazzo della scelta, davvero, e non si salva nessuno di questo nostro popolo di santi, poeti, evangelisti e twittatori compulsivi: al posto di Bersani e persino di Renzi direi “fatela finita, siete ridicoli, mi vergogno di voi”, è che purtroppo i tempi non sono ancora pronti per il ritorno di Lenin. Se quelli dall’altra parte non fossero ridotti come stanno, dovrebbero solo sedersi in riva al fiume aspettando il passaggio dei resti del nostro collasso intellettuale, del Big Bang del nostro cervello, poi gli basterebbe alzarsi, scuotersi un pochino di polvere dai pantaloni e andare da Napolitano a farsi dare l’incarico per manifesta assenza di avversari credibili. Invece son messi persino peggio di noi: così ci toccherà vincere le elezioni, che è una cosa che davvero non ci meritiamo.

    * La prossima settimana si riprende a parlare d’altro, promesso.

    28/11/2012

    E i professori dell’altro ieri stanno affrettandosi a cambiare altare

    Filed under: — JE6 @ 09:54

    Hai presente i tifosi delle squadre di calcio, i Tifosi con la maiuscola, quelli che quando guardano le partite hanno la giugulare grossa quanto un oleodotto russo? Quelli che al trentasettesimo del primo tempo “X è un cane, buttalo fuori, non ne fa una giusta, è il più scarso giocatore che abbiamo mai avuto nella storia” e al trentottesimo, subito dopo che X ha segnato, “te l’avevo detto, è un grandissimo, non tocca palla per tutta la partita ma quando serve c’è sempre, mai più senza”? Ecco, c’è questa cosa del Nord, la parte avanzata del paese, quella moderna, quella che anzi la modernità la guida, la detta, la plasma, e che al primo turno delle primarie del centrosinistra ha scelto Bersani. Certo, con qualche rilevante eccezione come il seggio nel quale ha votato Luca Sofri, ma insomma, ecco, non c’è una regione del Nord – una sola – dove Bersani non abbia vinto. E adesso oplà, i professori dell’altroieri cosa fanno? Puntano il ditino sulle regioni del centro, Toscana, Umbria, guardate guardate, le roccaforti rosse hanno scelto il nuovo, il futuro lo disegnano Spello e Pontassieve, date retta a noi. Io non so come finiranno queste primarie, non lo so davvero. Ma so che, se solo non fossi terrorizzato dall’idea della vittoria di Matteo Renzi, vorrei passare tutto lunedì sul divano a sentirmi i professori di dopodomani pontificare su un’altra piroetta di noi che andiamo a votare, l’ennesima che non hanno saputo prevedere, l’ennesima che non sanno spiegare.

     

    25/11/2012

    No pun intended

    Filed under: — JE6 @ 12:48

    “Un’adunata giudiziosa” – Paolo Ferrandi, il Signore lo mantenga sempre in buona salute, a proposito di primarie del centrosinistra.

    24/11/2012

    Chissà quando è stato

    Filed under: — JE6 @ 18:19

    Ho appena appoggiato le spalle allo schienale della poltrona quando sento la voce dietro di me. Non so accompagnarla ad una faccia, ma ad un tipo umano sì. Quel modo di parlare, il tono, il volume, l’apertura delle vocali: noi le riconosciamo al volo. Il figlio cresciuto di un immigrato meridionale nella periferia di Milano, uno che in quella periferia non solo ci è nato e cresciuto come tutti noialtri, ma ci è rimasto dentro per tutta la vita, cercando tanto tempo fa un modo per lasciarla – e magari poi tornarci come si torna a casa dopo un lungo viaggio – ma senza mai trovarlo, e simulando poi per il resto della vita un orgoglio mai provato per la diversità da guerrieri della notte. Alzo gli occhi, lo guardo nello specchio mentre il barbiere prepara i suoi attrezzi. Sapevo di non sbagliarmi: la corporatura, il taglio dei capelli, il giubbotto, le scarpe, tu metti insieme Lombroso e Anna Wintour e il tuo tipo umano è servito. Dopo qualche minuto lo chiamano per nome, anzi per cognome, ed ecco che ho quattordici anni. Ecco chi sei. Nemmeno io so il tuo nome, non so se l’ho mai saputo, andavi in giro con un altro tipo e in quartiere tutti vi chiamavamo per cognome, una coppia indissolubile, Simon e Garfunkel, Pulici e Graziani. Chissà quand’è stato che ti ho perso di vista, forse quando ho iniziato l’università, forse l’anno di naja. Chissà quand’è stato che io ho iniziato a diventare quello che sono, e quand’è stato che tu hai iniziato a diventare quello che sei, da quanto si dicono i due barbieri mentre esci dal negozio per fumarti una sigaretta uno che ha problemi di alcool, uno che un giorno di questi dobbiamo chiamare il 118 per farlo ricoverare, l’altra sera l’ho dovuto accompagnare in macchina e a momenti mi strappa il sedile con tutta la cintura di sicurezza. Quando rientri ti hanno nascosto il sacchetto di plastica giallo pieno di lattine di birra, tu racconti a un ragazzo che giocavi nella sua stessa società calcistica quando avevi la sua età, eri uno stopper forte, dici, un giorno hai marcato il figlio di una delle due glorie calcistiche di questa città e lo hai annullato davanti agli occhi del padre che parlò bene di te al tuo allenatore, dici che a quei tempi eri grande e grosso, il doppio di oggi ma io a questo punto mi ricordo, ho davanti agli occhi la fotografia dei tuoi sedici anni e dei miei diciassette, sei sempre stato così come sei oggi, un fascio compatto di nervi e muscoli alto uno e settanta in punta di piedi, un mucchio di capelli da spaventapasseri e un naso che arrivava il giorno prima di te. Quando vado a pagare mi cade dalla tasca un pacchetto di fazzoletti di carta e tu attraversi il locale per raccoglierlo e darmelo con una gentilezza che mi stranisce, e quando esco saluto tutti, dico ciao anche a lui che sta davanti alla porta, e risponde ciao buona serata come se ci dovessimo vedere domani, al bar qui all’angolo, offrendoci a vicenda quel bicchiere che non abbiamo mai bevuto insieme nel resto della vita.

    23/11/2012

    Il post su Bersani, quello corto

    Filed under: — JE6 @ 10:46

    Perché è il migliore di tutti, per distacco. Tutto qui.

    21/11/2012

    Greetings from Novo Mesto – I profumi sul ponte

    Filed under: — JE6 @ 12:46

    Novo Mesto è fabbriche che si svuotano. Novo Mesto è profumo di legna bruciata, odore di aglio e un sentore di caffè che esce da una Kavarna di velluti rossi. Novo Mesto è boschi e parchi, ed è un ponte che attraversa il fiume Krka, un ponte dove vedi la ruggine, dove ti fermi a guardare la corrente incerta, dove pensi, ricordando quel che sai di quel paese che un tempo non lontano si chiamava Jugoslavia, che finché c’è un ponte c’è qualcosa che assomiglia a una speranza.

    20/11/2012

    Greetings from Zagreb 2012 – Commessi viaggiatori

    Filed under: — JE6 @ 00:05

    Sta seduto a ore otto, come me ha chiesto al cameriere la password della wi-fi del ristorante, come me sta guardando sul display un messaggio di errore. Mi rivolge la parola, in inglese. Io rispondo, a metà della frase mi dice sei italiano, vero? e io rispondo sì, rimanendoci anche un po’ male, si vede che per quanto ti applichi l’accento di casa non riesci a perderlo. Scambiamo quattro chiacchiere, alla fine decidiamo di farci compagnia per questa cena, due perfetti sconosciuti che si dividono il tavolo, ciao sono F., ciao sono S.. Facciamo lo stesso lavoro, giriamo per vendere, per aprire nuove filiali, per trovare agenti. Io gli racconto del mio settore, lui mi racconta del suo, ciascuno sgrana gli occhi nel sentire gli aneddoti dell’altro, no dai, stai scherzando, fai quel fatturato vendendo canottiere, ma allora ho sbagliato mestiere, i clienti come li trovi. Abbiamo persino conoscenze in comune, una grande catena della grande distribuzione slovena, diosanto quant’è piccolo il mondo. A vederci da fuori forse facciamo un po’ compassione anche se siamo vestiti bene e abbiamo uno smartphone a portata di pollice, forse sembriamo la versione impiegatizia di qualche personaggio di Bukowski o di Carver, se ci fosse un bancone saremmo lì con i gomiti appoggiati e un boccale di birra che si riscalda sotto gli occhi a tirare l’ora di andare a letto, o quella di mandare le ultime offerte sperando che i clienti mantengano le loro promesse. Usciamo dal ristorante, facciamo due passi verso la grande piazza dove pare che passino tutti i tram del mondo, io giro qui, ho l’albergo dietro l’angolo, io vado dritto, ho la macchina parcheggiata dietro la cattedrale, allora ciao, in bocca al lupo, ciao, magari ci troviamo ancora da queste parti, va bene, mi raccomando in Russia, sì, e tu in Cina, ciao, buonanotte, buonanotte, ciao.

    19/11/2012

    Greetings from Zagreb 2012 – 18.11.1991

    Filed under: — JE6 @ 23:44

    Entro a Zagabria facendo la solita strada, quella che oggi era immersa nella nebbia delle colline slovene, un’autostrada che entra in città prendendo il nome di Zagrebacka Avenija e tira dritta per una decina di chilometri tenendosi il centro sulla sinistra e la Sava sulla destra. Il rosso di un semaforo mi dà tempo per guardare un grande striscione che attraversa questo enorme e lunghissimo viale. Non so il croato, non so cosa vi sia scritto: ma leggo “Vukovar, 18.11.1991”. I casi della vita, li chiamano: proprio ieri sera ho finito di leggere “Maschere per un massacro” di Paolo Rumiz, che alla distruzione di Vukovar, alla sua caduta avvenuta – ecco cosa ricorda lo striscione: sarà una mostra? o una manifestazione commemorativa? chissà – il diciotto novembre di ventuno anni fa, ai dodicimila tra bombe e razzi giornalieri che finirono per rendere questa la prima città europea completamente rasa al suolo dopo la fine della seconda guerra mondiale, ai più di trentamila civili croati deportati dai serbi dedica decine di pagine. Non è la prima volta che vengo da queste parti e mi trovo a guardare questo o quel palazzo chiedendomi se quelli che a volte credo di vedere sono gli sbiaditi segni di una guerra atroce che è finita giusto l’altroieri, se le persone con cui parlo hanno avuto dei morti in famiglia o tra gli amici – e quanti, e dove, e come. E perché. Quando torna il verde innesto la marcia, e riparto, e penso che una volta o l’altra dovrei prendermi un giorno di ferie, uscire la mattina presto, staccare il telefono e mettermi in strada, e cercare con i miei occhi quel poco che è rimasto da vedere. Una volta o l’altra, chissà.

    15/11/2012

    Tu grillo parlante

    Filed under: — JE6 @ 18:00

    hai tanto girato 
    sei tanto istruito 
    e allora adesso 
    impara un’altra verità: 
    a fare il profeta, mai 
    nessuno ci guadagnerà

    Quattro milioni e mezzo di persone. Sono tante, no? Sono quelle che qualche sera fa si sono piazzate sul divano a guardare il confronto televisivo tra i candidati alla guida della coalizione di centrosinistra. Un trionfo: share alle stelle, la cravatta viola di Renzi, le pagelle del Corriere, l’inizio della fine di Vespa, l’influenza di Vendola, un paio di quintali di articolesse e post e tweet sul Pantheon della sinistra Papa Giovanni incluso – insomma, le magnifiche sorti e progressive in sedici noni ad alta definizione, come se avere nove milioni di occhi che guardano quello spettacolo di varia umanità significasse davvero entrare in contatto con la gente, con gli elettori, con i cittadini: con noi, diciamo così. Poi arriva un ministro, si chiama Fabrizio Barca e non deve essere proprio uno di facili entusiasmi, e come il fanciullino pascoliano – quello che nel momento della massima allegria altrui dice con tono serio le cose che riportano tutti con i piedi sulla terra – butta lì queste ventidue piccole, preziose parole: “Per quanto riguarda il PD mi piacerebbe vedere lo stesso entusiasmo speso per un confronto televisivo anche per l’impegno sul territorio”. Come va a finire, lo sapete anche voi no?

    11/11/2012

    Grazie di cuore

    Filed under: — JE6 @ 18:56

    Il giorno delle primarie del centrosinistra si avvicina, e non c’è un renzoide che mi stia deludendo: vorrei ringraziarli di persona, perché ogni tanto uno nella vita ha bisogno di nutrire il suo complesso di superiorità.