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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    31/03/2013

    Stories of the Bund – Come a casa

    Filed under: — JE6 @ 18:17

    Quando scendiamo dal treno restiamo per qualche secondo lì, al binario 13 della stazione di HongQiao, un po’ stanchi e un po’ straniti, mentre l’equipaggio scarica le vettovaglie residue alla fine del viaggio di ritorno da Pechino. Poi ci incamminiamo, trolley da una parte e borsa del computer dall’altra. Uno – non importa chi – dice “finalmente si arriva a casa”, e su quell’ultima parola c’è un momento di silenzio sconcertato, perché davvero abbiamo tutti pensato ai luoghi verso i quali ci stiamo dirigendo come “casa”, e non sappiamo se esserne contenti, o imbarazzati, o se non sia meglio non farsi troppe domande e, semplicemente, prendere atto che di casa può non essercene una sola.

    30/03/2013

    Greetings from Mutianyu – La Grande Muraglia

    Filed under: — JE6 @ 18:09

    Ci sono posti che hai nel cuore fin da quando eri bambino. Senza un motivo particolare, magari: una favola, un racconto, un film visto insieme a papà, un giornale sfogliato dal barbiere in attesa di salire sul sedile con il cavallo di ferro, una fotografia sul sussidiario. Sono i posti che hai persino timore di vedere, quando ti capita l’occasione di metterci piede per davvero: hai paura che non corrispondano ai tuoi sogni, che siano troppo inferiori a quanto hai immaginato per una vita. Per me la Grande Muraglia Cinese era uno di questi posti, e questa mattina quando siamo saliti sulla macchina che ci portava a Mutianyu avevo proprio quel timore – l’orda di turisti, le pattumiere a cielo aperto, le montagne dalle quali non arrivano i cavalieri mongoli all’assalto dell’impero, i banchetti che vendono le magliette “I have climbed the Great Wall of China” a tre euro l’una. Poi ho trovato tutto questo (tranne le pattumiere a cielo aperto: di quelle era costellata la strada fin da Pechino, ma sono sparite una volta iniziata la salita verso le torri di avvistamento), e ho trovato una giornata di sole velato e di aria fredda, le montagne brulle, i saliscendi spaccagambe, il cielo infinito, le pietre grigie, e uno dei desideri di un bambino con i capelli bianchi.

    Greetings from Beijing – Suprema Armonia

    Filed under: — JE6 @ 11:00

    Ci sono luoghi che riescono a restare magnifici nonostante le orde di visitatori che li assaltano, come se avessero dentro una forza particolare che non sai dire da dove viene – la bellezza estetica, la storia che gli sta alle spalle, la solidità dei materiali, la sacralità che li ha riempiti giorno dopo giorno lungo secoli e millenni, vai a sapere. La Città Proibita è uno di questi. Riesco a passarci dopo un appuntamento di lavoro e prima di un altro, ci vorrebbe un giorno o una settimana per poterla vedere tutta e io, come chiunque, ci sto un’ora o due ripromettendomi di tornarci una volta nella vita e sapendo che invece questo probabilmente non succederà. Ma in fondo non importa più di tanto, non importa essere uno dei milioni di pesci che dal marciapiede che dà su Tian’anmen vengono incanalati nel fiume che passa sotto le grandi porte dopo aver scattato mille foto tenendosi il ritratto di Mao alle spalle, non importa trovarsi tra una comitiva croata e una dello Yunnan, non importa sfuggire ai venditori di cappelli e bandierine (per poi comprarli, e con la felicità di un bambino), non importa niente di tutto questo quando ti trovi di fronte il Palazzo della Suprema Armonia – non c’è più gente, non ci sono più rumori né macchine fotografiche, c’è solo qualcosa di meraviglioso che non riesci a farti stare tutto negli occhi, qualcosa che non dimenticherai più.

    Greetings from Beijing – Un altro paese

    Filed under: — JE6 @ 10:30

    Passare da Shanghai a Pechino è come andare da Barcellona a Francoforte, un po’ per il clima, un po’ per l’aria che ci respiri – da una parte i bon vivant, dall’altra quelli che se non ci fossimo noi a tenere in piedi la baracca. Ma sono solo sensazioni: qui ci sono meno colori, meno grattacieli e più grandi palazzi, moltissime bandiere nazionali, le strade sono lunghissime larghissime e drittissime, il traffico è sempre pesante ma molto meno schizofrenico. E’ un altro paese, come Milano è altro da Roma e Torino è altro da Napoli, ed è lo stesso paese nell’inurbazione, nel modo di trovare una soluzione ai problemi che l’approssimazione eletta a stile di vita necessariamente va a creare, nella scelta di prendere alcuni pezzi di Occidente, comprarli e usarli ostentandoli e prenderne altri, comprarli e svuotarli per renderli propri senza che questo sia troppo evidente. In diversi mi hanno detto, facendo il confronto con Pechino, “ah, ma Shanghai non è Cina”. Io mi guardo intorno e cerco di capire come una città, per quanto più grande della Campania, possa essere altro e più di una città, mi chiedo cosa significhi “essere Cina” quando quelle quattro lettere indicano un miliardo e mezzo di persone, cinquanta e passa etnie diverse con le loro lingue, culture, tradizioni, climi: è che abbiamo sempre bisogno di semplificare per non perdere la testa, per illuderci di avere le cose sotto controllo almeno nella nostra testa; la verità è che non sappiamo mai niente delle vite che stanno fuori da quelle che compongono i  nostri microcosmi, figurati quando di vite, nei tuoi dintorni prossimi, ce ne sono venti milioni.

    28/03/2013

    Greetings from Beijing – In treno

    Filed under: — JE6 @ 10:30

    Ci vogliono cinque ore per fare i circa 1300 chilometri che separano Shanghai da Pechino. Alcuni di noi – quelli che su questo treno sono già saliti tante volte – si siedono e si addormentano, o rispondono alle prime mail della giornata. Gli altri, siamo in due, stanno con il naso appiccicato al finestrino come bambini eccitati. Non è facile spiegare cosa si vede, ed è stupido cedere alla tentazione di credere che davvero stai vedendo un paese: soprattutto se di queste dimensioni. Quella che ti passa davanti agli occhi è una striscia, profonda per quanto te lo consentono il clima del giorno e l’inquinamento, niente di meno ma niente di più: è una striscia fatta di palazzi che si abbassano in altezza dall’Himalaya di Shanghai alle casette tutte uguali dei villaggi, di campi eterni nei quali non vedi nessuno lavorare, di rare colline, di polvere e un senso di abbandono potentissimo. Dove sono tutti quanti, viene da chiedersi. Poi ti ricordi dei ventiquattro milioni di persone che vivono nell’area di Shanghai, dei venti che stanno a Beijing e dei dieci che abitano a Shenzhen, dell’immenso movimento di persone da questi campi a queste città; e nonostante la sensazione che ci prende, a noi due neofiti, per almeno quattro delle cinque ore del viaggio, la sensazione di essere di fronte a uno dei quei brutti film sulle catastrofi nucleari a volte intervallata dallo stupore pieroangeliano nel guardare questi microscopici agglomerati di abitazioni dove le case sono tutte identiche, tutte messe nella stessa posizione con la porta che dà verso sud su tre o quattro vie lunghe ciascuna cinquanta o cento metri, nonostante la straniante sensazione di attraversare uno dei paesi più popolosi del mondo trovandolo vuoto, nonostante tutto questo ci dimentichiamo dei nostri libri e della nostra musica e restiamo lì, per ore, a guardare una specie di nulla al quale proviamo a dare un senso scolastico, non disponendo di quello della vita reale.

    24/03/2013

    Stories of the Bund – Fengxian Lu

    Filed under: — JE6 @ 16:47

    Piove a dirotto su Shanghai, e quando piove questa città sembra più grigia di qualunque altro posto che io ricordi, più grigia di Mestre e di quel posto in Germania dove sta la Opel di cui adesso non riesco a ricordare il nome – troppo lungo, e troppe consonanti. Non so perché fa questo effetto, se è l’inquinamento o la luce di questa parte dell’Asia, non è il grigio della bruttezza come quella che mi descrissero in un febbraio di sette anni fa a Varsavia – you know, Communists were not interested in beauty – perché anzi qui di sforzi di costruire il bello nel nuovo ne hanno fatti parecchi, e qualcuno è anche andato a buon fine. E però è così, pare di camminare dentro una di quelle foto passate attraverso i filtri che ti scarichi sul telefono così poi su Instagram sembra che tu sia Cartier-Bresson, vira in bianco e nero, togli contrasto ed eccola Shanghai sotto la pioggia. Senza una ragione precisa cambio strada rispetto al solito, lascio Nanjing Lu West e quando arrivo al Family Mart dove la sera mi fermo a comprare il latte per la colazione prendo una parallela – è che non ho niente di preciso da fare, è una di quelle mattine nelle quali ti trovi in mano tutto il tempo del mondo e non sai nemmeno bene come usarlo tanto poco ci sei abituato, allora andiamo a vedere com’è il mondo a un tiro di sasso dal solito. E il mondo è un’altra strada cinese, con pochissimo traffico per il suo essere bizzarramente fuori mano nonostante la vicinanza al cuore della città, e poi lì, sulla sinistra c’è Fengxian Lu con le sue tre aiuole: la percorro, saranno centocinquanta metri, forse duecento, con una curva a novanta gradi e, appunto, queste aiuole. Che non sono nemmeno tali, sono dei piccoli giardini in leggera pendenza, due stanno dietro una ringhiera, sono fatti di un’erba verdissima macchiata di fiori piccoli e due piante di rose rosse, rampicanti. Guardo le case, una manciata, sono basse e già questa è una notizia in una città che ha più di quattromila palazzi alti più di cento metri, hanno un’aria familiare, soprattutto l’ultima che è fatta di mattoni rossi. Lo so dove ti ho già vista, penso – Leeds, York, Perth, Inghilterra, Scozia. Non è nemmeno questa la cosa sorprendente, qui capita spesso di trovarsi davanti ai resti delle cento dominazioni coloniali che si sono succedute fino a un secolo fa, a noi europei basta niente per riconoscere le architetture, i giardini, qui i francesi, là gli inglesi, e i prussiani. Non è quello, ma il colore, come la bambina con il cappottino rosso in Schindler’s List. Ritorno sui miei passi, rientro nella via cinese, poco più avanti si vedono i vapori di cottura che escono dalle decine di microscopici locali che uno a fianco all’altro danno da mangiare per pochi yuan e se non sbaglio non sono lontano dal negozio dove ho comprato uva e pesche e vendevano il bambù a undici yuan a canna – chissà chi abita le case di mattoni rossi di Fengxian Lu.

    23/03/2013

    Stories of the Bund – Come puoi pensare tu di difendermi da me

    Filed under: — JE6 @ 18:14

    Passiamo molto tempo insieme, tra colleghi. Ancora più di quanto non ci succeda a Milano, a Torino, a Genova, a Mantova, a Roma, nei posti dai quali veniamo e nei quali diversi di noi torneranno a breve. Perché qui i colleghi sono realmente il tuo mondo, le persone con le quali lavori ma pure quelle con le quali esci a mangiare, a bere, a fare due passi, a comprare un vestito o un orologio, a fare quattro chiacchiere prendendo il sole in un giorno di primavera: sono i primi che incontri una volta sceso dall’aereo e svuotate le valigie, e la maggior parte di loro te li porti dietro come un bambino con i suoi peluches. Siamo tutti nuovi gli uni per gli altri, con pochissime eccezioni: e finiamo per essere nuovi anche a noi stessi, trovandoci diversi da quel che siamo di solito. Più allegri o riflessivi, guasconi o silenziosi a seconda del gruppo e delle situazioni: si capisce da lontano che tutti ci adattiamo, ci vogliamo adattare agli altri, qualcuno che ha studiato direbbe perché siamo animali sociali, ma la verità è che abbiamo un bisogno feroce, lontano e profondo di non sentirci dei naufraghi più di quanto non lo siamo veramente. E forse è per questo che i momenti di solitudine cercata, quelli che ti portano in un parco cimiteriale enorme, sperduto e silenzioso in un sabato che precede una domenica di lavoro hanno un sapore dolce, che non è di perdita ma di riconquista – quella del tuo vecchio io, quel che in fondo sei davvero, lo eri prima, lo sarai dopo, lo sei qui e ora quando non ti guarda nessuno.

     

    22/03/2013

    Stories of the Bund – Quattro mura, un tetto

    Filed under: — JE6 @ 11:00

    A Sanlin Town, che sta giusto a qualche chilometro dalla Shanghai dei grattacieli, delle multinazionali e delle stelle luminose appese ai rami di Nanjing Lu West, c’è una specie di piccolo villaggio. E’ fatto da diciassette container, di quelli che da noi si vedono impilati nei porti o in certi grandi interscambi camionali. Li ha comprati dalle autorità doganali una decina d’anni fa un uomo che oggi ha più o meno una settantina d’anni e che tutti conoscono come “il vecchio”, che prima li ha usati come magazzini, e poi ha deciso di affittarli come abitazioni a famiglie di migranti che arrivano a Shanghai e non si possono permettere l’affitto di un appartamento: pagano dai quaranta ai cinquanta euro al mese di affitto, a seconda delle dimensioni del container. “Tanta gente mi chiede com’è vivere in un container. Per me è ottimo, perché non ho mai vissuto in un appartamento in città”, ha detto allo Shanghai Daily uno degli abitanti del villaggio dei container: “Sono solidi, non devo preoccuparmi delle infiltrazioni quando piove o che mi cada il tetto in testa. I fulmini? Non ci preoccupiamo, da quando siamo qui non è mai capitato nulla”. E così si è sviluppata una piccola vita di paese, qualche famiglia che si guadagna da vivere recuperando e riciclando immondizia, uno che ha affittato un container e lo ha trasformato in un supermercato di quindici metri quadri: “Se le autorità ci danno una mano possiamo trasformare questo posto in una comunità per migranti, un vero villaggio di container sicuro, comodo e a buon mercato”. Il fatto è che le autorità non hanno gradito che sui giornali si sia parlato di questo angolo di Sanlin Town, che le foto siano circolate sul web: quel micropaese, quella specie di frazione fatta di ferro è illegale. Le famiglie che ci vivono dovranno andarsene, non importa che a Baoshan District ne stiano progettando uno nuovo dove i container faranno non solo da abitazione, ma da uffici e persino pub. I migranti di Sanlin Town ci sono rimasti male, una famiglia porta a casa – quando va bene – meno di quattrocento euro al mese, loro abitano lì da dieci anni: si chiedono che fastidio possono mai dare, perché non possono continuare a stare lì, nei loro container diventati case. “Se mi faranno andare via spero che almeno mi diano una decina di giorni di tempo per impacchettare le mie cose”, dice Li: e intanto incrocia le dita, guardando le quattro mura e il tetto di ferro che lo proteggono, che per lui sono casa.

    20/03/2013

    Stories of the Bund – Tacchi

    Filed under: — JE6 @ 10:30

    Camminano su scarpe improbabili, tacchi e zeppe altissimi: non tutte, certo; ma tante. Ragazze, soprattutto, fino alla trentina. Chissà dove si sono prese la fissa dell’altezza, il complesso della loro statura: non guardo molto la televisione cinese, ma non mi pare che le star locali siano queste gran pertiche di donna. Non credo nemmeno che barcollino come trampolieri ubriachi per noi occidentali: le leggende dicono che per compiacerci facciano altro, e di solito in camera da letto (e si sa che quando si parla di questi argomenti le fonti non sono mai affidabili: o l’ha detto mio cugino, o i vizi di invidia o pregiudizio – maddai, lo fanno solo per il visto, è che voi abboccate proprio a tutto – sono abbastanza forti da non essere dissimulabili); fanno tenerezza con le loro gambine esili che cercano di domare scarpe che solo Lady Gaga potrebbe portare senza prenotarsi un posto in ortopedia: si vede che qui, nella megalopoli fatta da gente di tutte le oltre cinquanta etnie cinesi, dove gli altri non sono quasi mai la propria immagine riflessa ma l’esposizione di – appunto – “altro” si finisce per confrontarsi, per paragonarsi e misurarsi non solo sui metri quadri dell’abitazione, lo stipendio, le scarpe, l’abbonamento alla palestra, i viaggi all’estero o le vacanze al mare, ma anche su questi particolari – i capelli stirati, la pelle liscia, la statura: ogni tanto ci penso, e mi viene da sorridere immaginando che anche le nonne cinesi dicano altezza è mezza bellezza, per credere che in fondo tutto il mondo sia paese, almeno un po’.

    19/03/2013

    Stories of the Bund – Con le cuffie

    Filed under: — JE6 @ 11:16

    Che fregatura, l’abitudine. Quella cosa che fai la stessa strada tutti i giorni – sei qui per lavorare, no? – e allora un giorno ti metti le cuffie, spingi bene per non essere sopraffatto dal rumore costante, random play e sì, sei a Shanghai ma non te ne accorgi, il palazzo del K5 è lo stesso di ieri e dell’altroieri, il panificio non è cambiato e nemmeno l’uscita della metro, sei dall’altra parte del mondo ma non ci fai più caso – quello che ti entra nel cervello è questa canzone, un pezzo di autostrada sotto la pioggia tra Novo Mesto e Zagabria, e quest’altra che arriva subito dopo, il parcheggio del Tropicana a Las Vegas con il suo festival del chili, e quest’altra ancora che non è nessun posto se non un buco lontano dentro lo stomaco, sei qui e in dieci altri posti diversi, sei qui e da nessuna parte fino a quando vedi i tre scalini e l’entrata del palazzo dove abiti, e adesso dove ho messo le chiavi.