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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    31/07/2013

    Le cose che siamo

    Filed under: — JE6 @ 14:30

    Una decina di giorni fa abbiamo iniziato il trasloco degli uffici. Lo abbiamo fatto a pezzi, prima un gruppo, poi un altro, e un altro ancora, fino a entrare tutti nei nuovi ambienti. Ognuno ha preparato qualche scatolone, che si è poi trovato – a volte prima ancora della scrivania, in corrispondenza di una serie di strisce adesive piazzate sul pavimento che facevano molto rilevazione della scientifica – ad aprire per ricostruirsi la postazione lavorativa. Da quegli scatoloni sono usciti gli oggetti necessari – monitor, faldoni, tavole grafiche, hard disk, cataloghi – e poi quelli realmente indispensabili, e poco alla volta le scrivanie e gli armadi e gli scaffali sono tornati a essere quel che erano, microcosmi di abitudini e gusti stratificati e inscalfibili: uno Stetson, la foto del marito, un piccolo busto di Mao, un pupazzo, una Barbie nuda, una gruccia da lampada, un quadro, tre matrioske, una bandiera scozzese, e potrei andare avanti per altre dieci o quindici righe. Sono stato uno dei primi a entrare, e guardando il lento e inesorabile accumulo che riempiva questa specie di campo da calcio ricavato dentro una vecchia distilleria mi è venuto in mente il titolo di una delle mostre più belle che ho visto in questi anni, un paio d’anni fa alla Triennale di Milano: le cose che siamo, appunto. Perché alla fine la verità è questa, noi – in generale – non siamo delle cose, ma le cose sono certamente noi, siamo noi che le facciamo, siamo noi che le compriamo, siamo noi che ci identifichiamo con loro mettendoci dentro, appunto, noi stessi. Abbiamo tutti il paio di jeans dal quale non ci possiamo separare pur non essendo più in grado di indossarlo, per i chili accumulati o per la consunzione della tela: e quei jeans non sono diversi dalle mug piene di penne ormai asciutte, dai piccoli orologi, dalle lampade che quando ci sediamo alla nostra scrivania ce la fanno sentire, appunto, nostra. Quelle cose sono noi, quelle cose siamo noi: lo sono al punto che se attraversi l’ufficio quando ancora non è arrivato nessuno – il momento migliore della giornata – puoi descrivere coloro che entreranno dagli oggetti che vedi, o dalla loro assenza. E’ il lombrosianesimo delle cose, e funziona, funziona molto più spesso di quanto vorremmo.

    Ora che ci penso, è stato proprio girando questi milleduecento metri quadri che vanno a riempirsi di ogni cosa che ho capito meglio perché posso stare minuti eterni a guardare un cartello arrugginito in un parcheggio, una vecchia porta di legno riverniciata di fresco, la silhouette dei tetti fuori dalla stazione di Rogoredo, e perché i ritratti delle persone mi piacciono ma non mi interessano – perché se guardi una persona vedi solo quella, se vedi una cosa vedi anche una persona.

    30/07/2013

    Stories of the Bund – L’apritore di porte

    Filed under: — JE6 @ 09:36

    (…) Tutti i negozi di un certo livello hanno l’apritore di porte, taluni – quelli dei marchi di maggior lusso – ne hanno due e io non farei altro che entrare e uscire per vederli muoversi con la sincronia dei tuffatori o dei ballerini di Broadway: perché naturalmente non si limitano ad aprire la porta quando entri, lo fanno anche quando esci, accompagnandoti con la loro maggior grazia possibile.

    Giusto per farmi provare ancora la nostalgia del Bund, il Direttore pubblica a tradimento l’ultima letterina da Shanghai, una specie di sequel che trovate qui, su Left Wing.

    29/07/2013

    E quanto tempo è passato

    Filed under: — JE6 @ 11:28

    Te la ricordi quella faccia, Come si fa a dimenticarla, Già, Quando raccontava quello che gli succedeva in ufficio, Sì,  e quando andavamo a giocare il trofeo in quel parcheggio, come si chiamava, San Michele, San Michele, giusto, Stessa faccia, Identica, a volte pare che sia ancora qui, Quanti anni ha, Quattordici o quindici, Cristo santo, E quanto tempo è passato, Tre anni e mezzo, Cristo santo, Sai che non ho mai cancellato il suo numero, Nemmeno io.

    24/07/2013

    Feste di piazza

    Filed under: — JE6 @ 10:29

    Panini, birre nei bicchieri di plastica, magliette dai disegni strani. Dvd originali, libri che non verranno venduti, libri che non sono mai stati letti. Borse, bomboloni ripieni, offerte speciali. E dai però, non potete fermarvi a ogni stand. Gente che si aspetta. Gente che vorrebbe essere da un’altra parte. Gente che chissà se incontro qualcuno, gente che speriamo di non vedere nessuno. Invitiamo i signori visitatori. Sta per iniziare il concerto. Stasera non fa troppo caldo. Dimmi che non è lei, ti prego dimmi che non è lei. A che ora parte l’ultima metro?

    18/07/2013

    Running on empty

    Filed under: — JE6 @ 15:30

    Chissà cos’avranno da dirsi. Parleranno di donne, forse – non fanno forse sempre quello, gli uomini? O di lavoro. Sì, dalla faccia che fanno stanno parlando di lavoro. Mezz’età, sembrano dei quadri, dei dirigenti, dei manager. Magari uno dei due è il proprietario di uno studio legale. Reti di vendita, se non sbaglio uno ha appena detto supply chain. Vacanze? Sì, anche quello. Quattro parole sulle vacanze a luglio si fanno sempre. Dove vai, quando parti. Mare, montagna, New York. E salute. Sì, certo, anche quella. Quando c’è la salute c’è tutto. E però manca sempre qualcosa, no? O sei tu oppure è qualcuno a cui vuoi bene. Chissà com’è la voce di un cinquantenne, quando si incrina. Non credo di averla mai sentita, adesso che ci penso. Che poi, in fondo, cosa ci fanno in questo posto due così. Anche se complimenti, guarda quanto bevono, soprattutto quello là di fronte. E adesso? Non ho capito cos’è successo. E’ strano, c’è stato un momento di silenzio nel locale, e loro si sono azzittiti dopo aver parlato fitto per un’ora, e io che stavo per portargli il terzo giro mi sono fermata a qualche passo di distanza facendo finta di controllare qualcosa sul vassoio, e tutto quello che si sentiva era la musica passata dallo stereo del locale. Questa la conosco anch’io, mio padre me l’avrà fatta sentire un milione di volte quando partivamo in macchina per tornare al paese, quando iniziava a fare caldo abbassava il finestrino e tirava fuori il braccio e con la mano teneva il tempo battendo sul tetto. Jackson Browne, Running on Empty. Uno dei due canta il ritornello, a voce bassa. Sono amici ‘sti due, si capisce lontano un miglio, non è che ce l’abbiano scritto sulla fronte ma sono quelle cose che una, dopo qualche mese di questo lavoro, capisce al volo. Mi piace vedere gente così, non danno fastidio, ti sorridono, ti fanno pensare a quando avrai tu la loro età e in fondo potrebbe anche non essere così brutto. Chissà se avrò anch’io una canzone così, allora.

     

    13/07/2013

    Capirla male

    Filed under: — JE6 @ 09:42

    In questi giorni ho spesso a che fare, per lavoro, con una persona.  Io le parlo, e lei non capisce. O, per essere più preciso, capisce altro. E’ capitato quando ci siamo visti per la prima volta, in un’altra città; e poi per telefono, e via mail. Non è stupida, e io credo di aver maturato nel tempo quel minimo sindacale di capacità di dire ciò che intendo; eppure. E’ tutto un “sì, ma”. E’ tutto un chiudere la comunicazione e restare in uno stato di spaesamento: ripercorro i vari passi, cos’ho detto io, cos’ha risposto lei, senza mai trovare una risposta sensata, un finale diverso da “ma questo/a è matto/a” (perché sono certo che lei pensa altrettanto di me). Il fatto che parliamo di lavoro non è un dettaglio, lo so: abbiamo interessi da difendere, lei compra e io vendo, e dietro ci stanno non solo soldi, ma altre persone, e obiettivi, e capi ai quali riportare, e più in là nella catena vacanze serene e mutui da pagare. E però non è solo quello. Capita – e mi pare che avvenga sempre più spesso, più in generale nella vita – che dici una cosa e ne viene capita un’altra, una versione dadaista della Torre di Babele (ma lì almeno avevano la giustificazione delle lingue diverse). E’ frustrante e sfiancante, e a me ogni tanto fa passare la voglia di tenere contatti umani. Il fatto è che ha ragione Philip Roth, il fatto è che “capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male”. Il fatto è quello.

    05/07/2013

    Forse il tempo

    Filed under: — JE6 @ 23:49

    Il ragazzo guida con la lenta calma obbligata dai limiti di velocità. Ha poco più di vent’anni, una macchina a noleggio, una stazione FM e un’autostrada lunghissima davanti. Tiene il volume basso, per sentire il suono delle gomme sull’asfalto, e gli occhi aperti per ricordare da vecchio il panorama che gli sfila intorno. E’ tutto più grande di quanto avrebbe mai immaginato, più grande di quanto possa spiegare, più grande del vero. Si muovono camion a diciotto ruote, e Harley, e case mobili. Dopo qualche ora, avvicinandosi al confine di stato, vede all’orizzonte un grande cartello verde, e una figura piccola, che sta in piedi in mezzo ai due grandi sostegni metallici che reggono il rettangolo con le grandi lettere bianche. Il ragazzo alza il piede dall’acceleratore, rallenta quasi solo col freno motore, si sposta sulla destra, accosta, si ferma, a una cinquantina di metri dal cartello. La linea di cambio di fuso orario. Un passo prima, un’ora indietro. Un passo dopo, un’ora avanti. Guarda la figura, che è sempre lì, ma ora sembra meno piccola. E’ una ragazza, avrà forse la sua stessa età, i capelli neri e lisci che le cadono sulle spalle. Le si avvicina, lentamente. Quando le arriva al fianco si ferma, senza parlare. Guarda il cartello, e poi guarda lei. La ragazza ha uno sguardo strano, fissa il cartello con un occhio semichiuso, come se stesse studiando l’inquadratura di una fotografia anche se non ha macchine con sé. Ciao, dice lui. Lei non risponde. Lui riporta gli occhi sul cartello. Ogni tanto vengono investiti dall’aria spostata dai camion. Il ragazzo sente che vorrebbe farle cento domande, ma gliene viene una sola, cosa guardi, le chiede. E lei, serena, come se venisse dal futuro che sta giusto un passo oltre il grande rettangolo verde, risponde, con un tono e un accento che lui non dimenticherà più: non lo so, forse il tempo.

    04/07/2013

    Comfortably numb

    Filed under: — JE6 @ 16:54

    Non ricordo bene quando ho iniziato. So che a un certo punto ho iniziato a togliere, a levare: prima sono stati i talk show politici, tutti. Via Floris e Formigli e Santoro e tutti gli altri. Poi quasi tutta l’informazione, perché alle nove di sera di notizie rilevanti che non conosci ci sono solo le breaking news. Poi, ad esempio, Fazio, perché al terzo giro non esiste un ospite che sia uno che valga la pena ascoltare per l’ennesima volta (faccio un’eccezione per D’Alema, che è il mio personale equivalente televisivo di Dark Side of the Moon). Poi un po’ di serie: persa una puntata, e quella successiva, adesso recupero e me le guardo tutte di fila e invece no, così chissà se J.J. è tornata dalla maternità, se Sara Sidle ha piantato Grissom per tornare a Las Vegas, figurati che non so nemmeno com’è finito davvero Friends. Poi Report, tanto lo schema è sempre lo stesso no? è un po’ come leggere Tuttosport se sei tifoso della Juve. E così via, togliendo, levando è rimasto lo sport, e pure lì: calcio quasi nulla, i risultati e gli highlights, due partite intere in un anno; guardo basket, e tennis, e football americano, e baseball, e snooker; vanno bene anche le freccette (sapevate che ci sono degli olandesi fortissimi? Io non l’avrei mai detto). Meglio se con squadre o atleti che non tifo, che mi stanno indifferenti (anche se poi non c’è verso, dammi Troicki – Del Potro e dopo cinque minuti mi metterò a sperare che i colpi di uno escano e i colpi dell’altro entrino. Il primo sarà Troicki, senza un motivo al mondo). Meglio se non in diretta: in diretta non guardo quasi più nulla, se Ronnie O’Sullivan sta infilando un 147 io giro quando ha imbucato la settima biglia rossa perché figurati se riesce a imbucare anche questa a tutto tavolo, e quel break di 8-0 dei Pacers non è forse solo l’inizio di una sconfitta rovinosa degli Heat e allora perché devo star qui a soffrire. Ho scoperto il bello della differita, guardo i risultati, se hanno vinto allora me la guardo tranquillo (per modo di dire: i Pats hanno preso due TD nel terzo quarto, ci mancherebbe che mi mettessi a guardare, aspetto di vedere il finale e il pugno alzato di Tom Brady), se hanno perso chi me lo fa fare di rodermi il fegato, ma puoi fare otto inning in bianco contro i Mariners, dai. E’ una specie di pace dei sensi televisiva, mi sembra di vivere meglio – se solo ci avessi pensato prima.

     

    02/07/2013

    Altra vista

    Filed under: — JE6 @ 13:16

    Arriva un momento nella vita che si diradano i fidanzamenti, i matrimoni, le nascite, i battesimi, e al loro posto arrivano i funerali. L’8 luglio chiude Altavista.

    Paferrobyday