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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    14/10/2013

    Greetings from Chicago 2013 – Te quiero

    Filed under: — JE6 @ 21:24

    E’ il giorno della maratona. Che come tutte le grandi maratone è fatta di una manciata di professionisti, quelli che corrono come motorini e arrivano in fondo in due ore e spiccioli, e decine di migliaia di amatori, gente che parte e prima o poi arriva – più poi che prima, quest’anno l’ultimo ci ha impiegato poco meno di diciassette ore, è un uomo che soffre di una malattia ai muscoli, qualcosa tipo distrofia, e ce l’ha fatta, mancava un quarto d’ora alle due di notte del giorno successivo alla partenza e gli hanno fatto una festa che era commovente quanto il suo corpo sconciato dalla malattia e dalla fatica. La incrociamo non so quante volte durante il giorno, la incrociamo lungo Michigan Avenue, e al Millennium Park e a fianco del Soldiers Field e a Chinatown e a South Wabash, dappertutto c’è gente che corre, c’è gente che zoppica dopo aver finito la gara, c’è gente che si copre dalle folate d’aria che ogni tanto ti ghiacciano le ossa in questa giornata di inattesa estate, e dappertutto c’è gente che gente che incita i runners, sono mogli, fidanzati, figli, genitori, amici: battono le mani, fanno wooooo, fischiano, fotografano, sventolano cartelli. A South Wabash ci sono due ragazze, e il pezzo di cartone giallo che tengono sopra la testa dice “per me tu sei un keniano”, e altre due hanno un rettangolino scritto a mano che dice “ci siete quasi”. La più bella è una signora vestita con una tuta che probabilmente usa in casa quando fa le pulizie, avrà una settantina d’anni, parla in spagnolo con un  uomo che potrebbe essere suo figlio, si capisce che lui è arrivato da poco, è ancora ansimante ma non sembra sofferente. Sotto il braccio anche lei ha un cartello, come migliaia di altri spettatori e fan. “Te quiero”, c’è scritto, e secondo me adesso glielo sta dicendo a voce.

    Greetings from Chicago 2013 – Imprinting

    Filed under: — JE6 @ 14:01

    E’ la terza volta che vengo a Chicago. L’ho vista con la neve, il sole, la pioggia, l’ho vista da solo e in compagnia. L’ho vista poco dopo che a New York avevano tirato giù le torri gemelle e poco prima che crollasse Lehman Brothers, l’ho vista cambiare e l’ho trovata uguale a se stessa. Ogni volta sono andato a cercare cose nuove e le ho trovate, ogni volta sono andato a ritrovare ciò che conoscevo ed era ancora lì. Eppure, in fondo, la mia Chicago – ognuno ha una sua città, che ha le stesse vie degli altri eppure è diversa e unica – è e credo sarà sempre la macchina di Jake e Elwood che schizza sotto la sopraelevata del Loop e Michael Jordan che schiaccia a canestro, e le forme di Susan Lewis sotto il camice del pronto soccorso di ER. Si chiama imprinting, credo, è ciò che vedi una volta, all’inizio, e non ti lascia più il cervello e la memoria: e non vuoi che vada via.

    Greetings from Chicago 2013 – Easy like a Sunday morning

    Filed under: — JE6 @ 14:00

    Esco presto, è una giornata magnifica, il cielo di un blu irreale, e stando al sole si sente in faccia che oggi sarà estate. Cammino lento su Lakeshore Drive, taglio verso la Water Tower, costeggio il grattacielo nero del John Hancock. E’ il momento migliore della giornata migliore. Perché la domenica è il giorno più bello della settimana, in America. Almeno mi sembra. E’ l’aria che si respira, la calma con cui il paese si sveglia e porta fuori i cani e va a giocare a baseball e passeggia e si prende una tazza di caffè e gira in bicicletta con una specie di passeggino al seguito, apparentemente senza pensieri, come una vera parentesi, come un sospiro, o un respiro, una boccata di ossigeno.

    Greetings from Chicago 2013 – La scia

    Filed under: — JE6 @ 13:59

    Era da queste parti, me lo ricordo. Chissà perché avevamo fatto la rotta così a nord: guardammo giù, e non c’erano nuvole ma ghiacci, quelli della Groenlandia che stavamo sorvolando. Questa volta invece sono quattro o cinquemila chilometri di nuvole, nuvole di ogni tipo, forma, consistenza, dimensione. Si apriranno un po’ solo sopra il Canada. Così leggo, guardo un film, le solite cose che si fanno in un viaggio lungo. E quando butto lo sguardo fuori dal finestrino vedo la scia. Dev’essere stata lasciata da un altro aereo, uno che ci ha preceduto e che volava alla nostra stessa altezza, la vedo bene, chiara, è come guardare da vicino una colonna vertebrale, ha esattamente la stessa forma, solo non regge nulla se non se stessa per non so quanti chilometri, almeno dieci minuti a novecento all’ora, fino a quando si assottiglia senza sfaldarsi, e diventa sempre più fine, e poi sparisce, come se qualcosa morisse qui, a diecimila metri di altezza.