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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    04/05/2015

    Pulizie di primavera (le cose, a volte, sono semplici)

    Filed under: — JE6 @ 17:12

    Ieri ho fatto una cosa che ha sorpreso anche me (e soprattutto la mia schiena con relativa ernia: durante l’ultimo paio d’anni abbiamo avuto un rapporto complicato, per così dire): ho preso la metro, sono andato in Piazzale Cadorna, mi sono fatto dare un paio di guanti, una tuta, un raschietto, poi ho seguito il corteo che guidato dal sindaco è arrivato fino alla Darsena, all’altezza di via De Amicis sono tornato indietro e mi sono unito a un gruppo di ragazzi che si era messo – come centinaia di altri – a pulire un pezzo di muro riempito di scritte No Expo e per un’ora ho sudato sopra quindici centimetri quadrati di marmo. Di manifestazioni in vita mia ne ho fatte pochissime, e paradossalmente in età matura: ai tempi in cui entravamo a scuola passando fra sei celerini armati di tutto punto i cortei per piazza Fontana o per Fausto e Iaio me li saltavo senza grandi rimpianti: non mi ci trovavo: non nelle idee, ma nel modo di fare, di esprimerle. Camminando lungo via Carducci mi era ben chiaro che stavo facendo una serie di cose discutibili: stavo partecipando a uno spot del sindaco, con la sola consolazione che a oggi quest’ultimo risulta dimissionario e quindi lo spot stesso va a costruirne la fama imperitura ma non la rielezione, stavo camminando insieme ai radical chic alla Vecchioni, stavo contribuendo a rafforzare il primato del centro sulle periferie, mi stavo unendo al coro della devastazione sapendo che le devastazioni vere hanno altra intensità, e cose del genere. E allora perché stavo lì? Perché le cose, a volte, sono semplici: perché c’è qualcosa che, con tutti i suoi difetti, è e senti come casa tua. E per casa tua fai tante cose: tra queste, la pulisci quando è sporca; a maggior ragione quando qualcuno viene da fuori e la sporca e la rompe senza ragione (ma anche se una qualsiasi ragione la avesse). E’ un gesto piccolo, al quale non dai nessun altro significato se non quello più evidente: un po’ di cura per qualcosa a cui tieni. Un gesto che non cancella gli altri problemi di quella casa, gli infissi scrostati, le file al “Pane Quotidiano”, le grondaie bucate, i campi nomadi: non li cancella e non li risolve. Ma un gesto buono in più per me è sempre meglio di un gesto buono in meno, anche quando farlo vuol dire correre il rischio di sembrare (e, chissà, essere) l’utile idiota: perché c’è qualcosa di buono “dentro” quel gesto, che ogni tanto conta almeno quanto il suo risultato concreto: non sono sicuro che ieri non abbiamo fatto dei danni, non c’era nessuno che ci diceva se quel pezzo di muro sul quale ci accanivamo lo stavamo danneggiando più dei Black Bloc. Ma sono sicuro che abbiamo fatto qualcosa di buono per la città nella quale viviamo e abbiamo fatto qualcosa di buono per noi stessi, qualcosa che ci ha fatto ricordare che certi gesti dovremmo farli più spesso e no, ovviamente non parlo delle pulizie di primavera. Alla fine c’è il rischio di rendersi conto che il benaltrismo serve a ricordare l’esistenza di tanti altri grandi problemi ma anche a darci una comoda scusa per fermarci un passo prima, c’è il rischio di rendersi conto che non è così difficile fare una piccola cosa buona, c’è il rischio di vedere con i propri occhi che le cose, a volte, sono semplici.

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