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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    31/07/2015

    Cosa leggi

    Filed under: — JE6 @ 12:47

    Cosa ti porti da leggere, dice, ci sono le vacanze, e tante ore di aereo. Ho il Kindle pieno, leggo abbastanza, sessanta-settanta libri all’anno ma sempre meno di quel che vorrei e di quel che posso e di quel che riesco, che poi a volte mi vengono delle fisse che nemmeno io capisco tipo rileggere con metodo un autore che ho già letto tutto due volte così che continuo a lasciare per strada cose che davvero dovrei fin da quando avevo quindici anni e poi c’è sempre tempo domani, ho il Kindle pieno e lo sto riempiendo ancora di più con i longform reads, soprattutto quelli americani, storie che vengono pubblicate sul web – il piccolo spacciatore che ha salvato decine di persone durante Katrina, l’uomo che gira il mondo grazie alle miglia delle compagnie aerei e praticamente vive nelle first class dei 777, il contabile che ha rubato milioni di dollari e per anni non ha fatto altro che camminare per sei mesi all’anno lungo un sentiero di duemila miglia dalla Georgia al Maine – e sono lunghe, reportage, biografie, storie storie storie, cose che mi sforzo di trovare qui in Italia e non trovo se non in casi così rari da farti pensare che si siano sbagliati, roba che a volte penso di cercare nei posti sbagliati ma poi penso che loro avevano Letterman e noi ci siamo ritrovati Luttazzi e allora.

    24/07/2015

    Cold case

    Filed under: — JE6 @ 12:57

    Non so come la vedete voi, io leggendo e rileggendo della notizia della sentenza sulla strage di Brescia mi sono fatto un’idea, e cioè che i reati non dovrebbero mai essere prescritti, che un processo dovrebbe sempre essere possibile, e che ad andare in prescrizione dovrebbe essere la pena, in particolare quella carceraria. Lo so: il diritto a un giusto processo in tempi ragionevoli, la difficoltà della ricostruzione della verità processuale che cresce con il dilatarsi del tempo, la generale certezza del diritto: sono tutti buoni motivi. Ottimi motivi. E però anche il diritto di tutti di sapere che le cose sono andate in un certo modo, che una certa persona è stata responsabile di una certa azione, ecco, è qualcosa che ha il suo valore. Il problema sta nella nostra ossessione pavloviana per la pena, e in particolare per il carcere: ma se fossimo capaci di distinguere le due cose, l’accertamento della verità processuale e la pena in una delle sue molteplici forme, se fossimo capaci di distinguerle al punto da accettare serenamente che non è la pena la cosa più importante, che ci sono situazioni nelle quali la pena può anche non essere comminata e non per questo bisogna sentirsi tristi o arrabbiati o ingannati, se fossimo capaci di questo non ci sarebbe bisogno della prescrizione, non ci sarebbe bisogno di perpetrare la vera ingiustizia, che è quella del rinunciare a sapere e a inquadrare le cose nei limiti variabili che determinano per una società che cosa è giusto e che cosa non lo è.

    14/07/2015

    Ti voleva bene

    Filed under: — JE6 @ 12:44

    Nel momento in cui avvicini la tua guancia alla sua per salutarla la donna scoppia in lacrime e tra i singhiozzi tutto quello che riesce a dire è “ti voleva bene, ti voleva tanto bene”, e tu le mormori nell’orecchio “gli volevo molto bene anch’io” e per un po’ ti rimane addosso una sensazione strana e fastidiosa, gli avrò voluto bene quanto lui ne ha voluto a me, glielo avrò dimostrato, i dubbi che hanno tutti quando è ormai troppo tardi e si capisce quanto è difficile imparare dal passato.

    08/07/2015

    Un modo di stare al mondo

    Filed under: — JE6 @ 13:55

    (…) li lascio con le loro offese e i loro applausi, magari ad interrogare ogni tanto quella loro vecchia divisa, quando sarà messa in un cassetto dopo la pensione, sull’onore e la dignità che essa avrebbe preteso.

    Onore e dignità sono parole difficili, e ambigue, e scivolose. In loro nome sono state fatte porcherie indicibili, perché rappresentano una declinazione di qualcosa di ancor più difficile e complicato da pensare, costruire, realizzare, e cioè un modo di stare al mondo. Eppure qualcosa che viene da molto lontano continua a dirci che onore e dignità, se gli togliamo gli orpelli retorici, se le ripuliamo dalla magniloquenza retorica sono cose buone, sono cose piccole e impalpabili e di enorme importanza per arrivare a una certa età senza decidere di spararsi un colpo in testa. Soprattutto sono cose che nel loro nocciolo sono semplici: fai la cosa giusta, e se la fai sbagliata ammettilo, chiedi scusa, poni rimedio. Leggere le parole di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi a me fa male due volte: mi fa male da cittadino, da persona comune che crede nello Stato e dello Stato e delle sue espressioni concrete si fida – decide consapevolmente di, vuole fidarsi -; e mi fa male da persona che con le divise ci è cresciuta e sa che onore e dignità per molti, moltissimi di coloro che quelle divise le portano non sono parole vuote. Anzi, non sono nemmeno parole. Sono qualcosa di più leggero e al tempo stesso profondo: un modo di stare al mondo, semplice e onesto e perciò difficile, che non le rende migliori di chiunque altro ma le rende meritevoli di rispetto come (quasi) chiunque altro. Le parole della signora Moretti fanno male, e molto, perché sono vere nel perimetro della sua esperienza, che è quella che per lei conta e che a noi dimostra che un altro modo di stare al mondo è, purtroppo, possibile.