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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    26/08/2015

    At the Kingston Mines

    Filed under: — JE6 @ 12:55

    Il primo spettacolo è quello che mi piace di più, c’è ancora poca gente, non fai la coda in cucina per prenderti da mangiare e se ancora il pubblico non si è scaldato c’è un’atmosfera rilassata, come di godiamoci in santa pace quest’oretta che arriva. Sul palco c’è lo stesso uomo che avevo ascoltato qualche anno fa, suona qui due volte alla settimana, e sono contento di risentirlo. Arrivano altri turisti, come noi, e so che qualcuno pensa che questo sia un male, che questo rende meno vero quello che succede ma non è così, il blues è il blues, la birra è la birra, ogni volta succede così, due accordi e potremmo essere in un pub della provincia lombarda e non cambierebbe nulla. A un tavolo vedo un gruppo di ragazzi, e li vede anche Carl che sta sul palco con la sua chitarra, alcuni di loro sono dei disabili e gli altri sono i loro accompagnatori, li vede e a metà del set scende dal palco senza smettere di suonare, e senza smettere di suonare si avvicina al tavolo e sposta una sedia rimasta libera e ci si siede e per quattro, cinque lunghissimi minuti suona per loro e solo per loro, loro che non possono tenere il tempo con i piedi immobili sul pianale della sedia a rotelle, che non possono battere la mano sul tavolo di legno, a guardare la scena da qui, da qualche metro di distanza sembra di assistere a una serenata e tutti ringraziano le luci abbastanza basse da nascondere i lucciconi che cadono sulle buffalo wings che restano nel piatto a freddarsi fino a quando Carl si rialza e si allunga sul tavolo e tocca una spalla, una mano di ognuno di questi ragazzi e si direbbe che li ringrazi e tutti nel locale sono all smiles e ordinano un altro giro prima di uscire in questa via lontana dalle mille luci del Magnificent Mile a guardarsi in faccia senza sapere bene cosa dire.

    24/08/2015

    Trasporti speciali

    Filed under: — JE6 @ 13:32

    Stiamo lì, su questa barca da trentotto posti, una manciata di turisti e due di abitanti di queste cinque isole che in totale al censimento fanno centoquaranta anime e “sì, d’inverno fa anche meno venticinque e il mare è grosso per giorni e settimane e quindi è meglio avere delle buone scorte se non hai una casa anche sulla terraferma”. Stiamo lì e guardiamo il carico delle merci che vengono accatastate fra i passeggeri vicino alle loro borse della spesa, a fianco del timone, sul tetto. C’è di tutto, casse di bottiglie di vino per il piccolo ristorante, un forno a microonde, scatole di oggetti per la casa, buste di documenti, tutto caricato a mano dai due diciassettenni che durante l’anno studiano in Connecticut e poi passano le loro estati a fare il gioco dei quattro cantoni tra questi porticcioli. Stiamo lì, e mentre aspettiamo di capire se partiremo in orario e soprattutto se ci sarà posto per tutti diamo un’occhiata allo smartphone, un messaggio, una mail, cosa dicono le news, e senza accorgercene stiamo dentro al presente e a un passato lontano al tempo stesso, in tasca le parole che non trovano più ostacoli perché nel mondo occidentale un ripetitore e un satellite non si negano a nessuno, e sul pavimento umido le cose, quelle fatte di materia che tocchi con le mani e hanno una consistenza e un peso, che invece sono lì in balìa di un’onda più grossa come cento o cinquecento anni fa, anche qui nel paese più ricco del mondo, che se ci pensi fa un po’ impressione perché in quelle scatole e buste e pacchi c’è roba importante quanto e più della grandissima maggioranza di quel che facciamo viaggiare sulla rete, un bicchiere di vino come premio per essere arrivati in fondo alla giornata, uno strofinaccio, il detersivo per il bagno, un ricambio per la falciatrice, e quando sei lì a guardare il carico e lo scarico ti rendi conto del gigantesco e invisibile sforzo che qualcuno fa costantemente per noi per muovere le cose e portarcele, e farci vivere.