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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    06/11/2015

    Cose/2

    Filed under: — JE6 @ 17:08

    È come un albero nel deserto
    come un trucco non ancora scoperto
    come una cosa che era meglio non fare
    come il cadavere di una stella
    sulla schiuma del mare

    Dicono che ai rumori prima o poi ti abitui. Sarà. Io so che mi sono trasferita in questa casa da otto anni e al rumore del mare non ci ho ancora fatto la mano, o l’orecchio. Se non mi addormento subito ci puoi scommettere che passerò la notte in bianco, guardando un filo di luce che in qualche modo riesce sempre a passare attraverso le imposte e ascoltando lo sciacquio dell’acqua che arriva a venti metri da qui: mai presi tanti sonniferi in vita mia, nemmeno quando abitavo alla Falchera, poi uno dice che la natura fa bene alla salute. Comunque, il fatto è che ci sono notti che non riesco nemmeno a stare sdraiata a letto perché quel maledetto suono mi mette addosso una rabbia e un’ansia che mi metterei a gridare, e potrei pure farlo senza dar fastidio a nessuno visto che vivo da sola, se solo non mi vergognassi di me stessa. Allora in quelle notti mi alzo, mi vesto alla meglio e vado a camminare in spiaggia, basta che non diluvi. Non mi fa fatica, sono uno scricciolino di un metro e cinquanta e quaranta chili di peso, di sicuro non corro il rischio di affondare nella sabbia. Cammino, guardo la luce del faro all’altro capo di questa cittadina che ho imparato a odiare con serenità, a volte mi infilo le cuffiette e ascolto un po’ di musica. Non c’è mai nessuno, quei quattro pescatori rimasti in vita sono fuori, gli altri sotto le coperte a dormire o fare cose che quando mi ricordo vado a fare anch’io prendendo la macchina e tornando in città. In fondo questo vuoto mi piace, posso fare quello che voglio, ridere da sola, chinarmi a raccogliere un ramo arrivato da chissà dove e venuto a spiaggiarsi qui come un baobab nel Sahara, addirittura pensare. E invece stanotte. C’è sempre una prima volta, in fondo. Stanotte stavo arrivando alla fine della prima metà della camminata, quella che mi fa arrivare al chiosco che rimane aperto tre mesi all’anno e so che è tempo di tornare indietro prima di prendermi una polmonite, quando li ho visti. Due ragazzi, seduti sullo scafo ribaltato di una barca in secca. A una cinquantina di metri da me. Ho rallentato il passo, mi sono chiesta chi fossero e cosa stessero facendo, se mi trovavo in pericolo, se avevo il telefono abbastanza carico per una chiamata di emergenza. Erano strani, guardavano fissi davanti a sé: tra buio e distanza non potevo vederne l’espressione, ma qualcosa di strano c’era perché non si tenevano per mano, non si guardavano, non parlavano. Niente, due statue. Finché, ma non so dire quanto tempo dopo, se venti secondi o dieci minuti, lui ha girato piano il viso dalla mia parte, mi ha visto e con un movimento brusco e lento al tempo stesso si è alzato, si è tirato sulla testa il cappuccio della felpa, si è abbassato verso di lei come per dirle qualcosa nell’orecchio e se ne è andato. Le ha fatto una carezza, prima di muovere il passo. Un gesto impacciato, di quelli che fai quando non hai confidenza o non sai se te la meriti più. L’ho guardato andarsene, uscire dalla spiaggia, poi l’ho perso di vista e intanto ero arrivata dalla ragazza e cristosanto avrà avuto quindici, sedici anni ma con un faccino da prima media che ho avuto il terrore di avercela avuta fra i piedi nei corridoi della scuola senza essermene resa conto. Lei si è girata con un’espressione vacua da dare i brividi, perché se hai quindici anni e arriva un adulto e ti trova da sola in spiaggia alle due di notte non stai a fissarlo come se fosse trasparente. Tutto bene, le ho detto quando sono arrivata a due passi da lei, e non ha risposto, e allora le ho ripetuto tutto bene e mi sono resa conto di non aver messo il punto di domanda, come se io per prima volessi essere sicura che sì, che era tutto a posto e invece lei è scoppiata a piangere per poi fermarsi subito e tirare su col naso e dirmi – e io ormai stavo a mezzo metro da lei e potevo persino vederle la sabbia nei capelli scuri – io volevo e poi non volevo più, signora, e poi volevo ancora e cazzo è stata una cosa che era meglio non fare e lo ha detto con una voce da bambina che arrivava da un altro mondo e io non ho saputo cosa dirle, non ho saputo cosa fare se non allungare la mano per capire se era vera, se era reale, mentre un’onda più lunga arrivava a bagnarci i piedi.

    2 Responses to “Cose/2”

    1. lester Says:

      Bellissimo.

    2. Francis Turner Says:

      Emozionante come sempre.

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