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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    23/12/2015

    Un violino nel buio

    Filed under: — JE6 @ 14:39

    E’ un normale venerdì sera di dicembre quando usciamo dalla fermata della metropolitana e ci guardiamo intorno e pensiamo certo che è un inverno strano, a momenti non c’è nemmeno bisogno del cappotto, e prendiamo le nostre strade verso casa o verso un aperitivo o uno dei modi che ci siamo costruiti per staccare dal lavoro, dai pagamenti, dalle bombe, dalle polveri sottili, dalle pagelle. Poi sentiamo un suono, acuto e dolce, lo seguiamo con le orecchie fino a trovarlo con gli occhi, sta là, una trentina di metri davanti a noi, un uomo di mezza età vestito solo di una camicia e un gilet, che cammina da solo suonando un violino. Non ha nessuno intorno, né sembra che lui voglia avere compagnia, cammina inoltrandosi nei cortili, andando verso l’ufficio postale che ha abbassato le serrande una mezz’ora prima, cammina e suona e pare che suoni giusto per se stesso, per il gusto di farlo dopo aver passato la giornata sui vagoni della linea rossa a dire buongiorno grazie buona fortuna e a raccogliere spiccioli in un bicchiere di McDonald’s. Lo guardiamo allontanarsi e perdersi nel buio, con il suono del violino che si affievolisce, e sembra tutto strano, abbastanza da chiederci se sia vero o se Fellini sia tornato a girare qualche scena nella periferia di Milano, fino a quando non sentiamo più nulla, non vediamo più nulla, e con la mano cerchiamo nella borsa le chiavi di casa.

    11/12/2015

    Cose/4

    Filed under: — JE6 @ 15:30

    Come una terra che diventa straniera
    come un mattino che diventa sera
    era di un giorno di festa e di pioggia
    che diventa tempesta

    Chi se lo poteva immaginare, quando abbiamo deciso di partire. Anzi, di ripartire. Due compleanni, cifra tonda per entrambi, dai che ce la facciamo, dai che abbiamo ancora il fisico, com’era il percorso, te lo ricordi? Certo che me lo ricordo, come se fosse adesso, Milano alle sei di sera, Basilea, Parigi, Calais, e poi via ancora dall’altra parte del mare. Allora dai, andiamo, che ci vuole a sentirsi ancora ragazzi, a essere ancora ragazzi, e poi adesso i soldi per i biglietti e le birre li abbiamo, dai, su, via. Forse non bisognerebbe mai tornare nei posti dove si è stati felici anche se in quei posti ti sei fermato per sei sole ore, forse la memoria è qualcosa da proteggere fino al punto che è lei a proteggere te, forse non dovevamo venire fin qui, guardando l’alba da dietro i finestrini di un treno svizzero e il tramonto da quelli di un treno francese, forse dovevamo restarcene a casa e cercarci un pub e berci una bottiglia e dirci auguri e chissenefrega se sta diluviando, forse. E invece siamo qui. Noi, con i nostri piumini e le scarpe impermeabili e le barrette energetiche e gli zainetti tecnici iperleggeri a giocare agli eroi, e loro che passano rincorrendo un TIR, scappando dalla polizia, riscaldando come possono bambini di tre anni troppo stanchi per piangere. Noi e loro, e nessuno dovrebbe essere qui, non oggi, non così.