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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    18/01/2016

    Back soon

    Filed under: — JE6 @ 14:52

    Qui si devono fare dei lavoretti di manutenzione (non so bene di cosa, ma so che si fanno), se torniamo torniamo a breve.

    [Siamo tornati. Noi. Noi chi, vai a sapere]

    12/01/2016

    Ma vieni

    Filed under: — JE6 @ 21:58

    Ero un ragazzino, ed è la sola giustificazione che posso portare a mia discolpa: d’altra parte lo dice Guccini, “quando si è giovani si è stupidi davvero” – il problema non è l’essere scemo a quattordici anni, è rimanerlo a cinquanta. Comunque il giorno che morì Bob Marley ricordo che ero a scuola, e che espressi una qualche forma di soddisfazione. Non mi ricordo cosa dissi, insieme a qualche altro decerebrato con cui stavo in classe, forse qualcosa tipo “ma vieni” (si diceva, mi sa che era un tormentone televisivo, accompagnavi la frase con un pugnetto avanti e indietro come quello dei tennisti dopo un bel quindici). Perché lo dissi, non saprei. Marley mi era sostanzialmente indifferente, il reggae né mi faceva schifo né mi piaceva un granché, del fatto che si strafacesse di canne non me ne poteva importare di meno (come se poi il quartiere della periferia milanese dove vivevo fosse un ritrovo di asceti), dubito che possedessi nozioni anche vaghe sul rastafarianesimo. Credo, a essere sincero, che – semplicemente – Marley non era “mio” come potevano esserlo gli Zeppelin o i Genesis. E quindi pensavo di potermi permettere di guardare con sufficienza quei miei compagni che quel giorno lì ricacciavano su per il naso il magone che puoi provare a quattordici anni e durante la ricreazione avevano l’aria mogia – e piantala dai, c’hai una faccia, manco ti fosse morto il gatto, ah no, scusa, è morto Marley, ma vieni. Se ci penso mi vergogno ancora adesso. Anzi: una cosa che ricordo bene di quel giorno è che mi vergognai praticamente subito, già facendo il pugnetto tipo Maria Sharapova, e che contemporaneamente mi vergognai di ammetterlo e di dire vabeh scusate, era uno scherzo del cazzo, mi spiace. Forse mi vergognai della vergogna, vai a sapere, quando si è giovani si è stupidi davvero.

    Quando si è giovani, poi, c’è anche il fatto che se hai avuto un briciolo di fortuna non ti è ancora morto nessuno di caro, né vicino né lontano: un nonno, il padre di un amico, il chitarrista di una rock band. E allora non puoi capire bene, e allora puoi fartici una risata e dire ma vieni, perché in fondo che ne sai. Non lo so, alla fine forse serve un po’ tutto per capire, o almeno per accettare senza rendersi ridicoli, o sgradevoli, o crudeli. Serve avere un amico che scrive che “La regola dovrebbe essere che se non hai un musicista morto per cui dispiacerti, guardati indietro, evidentemente hai sbagliato qualcosa”. Serve stare abbastanza al mondo per sapere almeno un po’ come si sta al mondo. Per me David Bowie era esattamente ciò che era Bob Marley: mi stava indifferente, tranne quando lo sentivo cantare Heroes. E però oggi capisco, e ho la consolazione che se non provo dispiacere e senso di vuoto capisco il dispiacere e il senso di vuoto altrui. Vedi a cosa servono i capelli bianchi.

    Poi sì, c’è da dire che c’è una possibilità che tu diventi adulto nonostante tutto e ti trovi comunque a guardare il derby, vedere il terzino di quegli altri sdraiato a terra con un crociato rotto e gridare ma vieni, senza nemmeno un Guccini  a giustificarti. Succede, anche a quelli che dicono “ma basta con questo cinismo, ma un minimo di umanità”.