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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    29/02/2016

    Sing a song

    Filed under: — JE6 @ 13:47

    Non se ne rende conto, mentre lo fa. Non se ne rende conto nessuno, in realtà. Un gruppo di persone in macchina, durante un viaggio lungo, in un momento in cui si è esaurito il primo blocco di argomenti di conversazione e rimane solo il suono dell’asfalto e quello della musica che esce dalle casse. O un concerto, tre milioni e il respiro di un polmone solo. Arriva quell’istante nel quale lui, tu, lei inizia a cantare, a voce alta o con un playback silenzioso, con l’espressione concentrata e persa di chi sta in una bolla, e quello che ti sta a fianco si chiede da dove viene quella partecipazione che passa nella voce e negli occhi, se quella bocca vuole veramente dire quelle parole che butta fuori come se fossero una rivelazione o il concetto più importante del mondo, se in quella vita lì, quella che sta guardando le colline di Arezzo là fuori dal finestrino c’è veramente qualcosa che porta a mormorare I can get no satisfaction o una qualsiasi altra cosa che mai in nessun altro momento avrebbe il coraggio di dire, di rivelare, e poi la canzone sfuma, finisce, passa l’ultima pennata sulle corde della chitarra e per tutti è meglio così, è meglio non sapere.

    17/02/2016

    Ipse Dix(it)

    Filed under: — JE6 @ 13:56

    Non so voi, forse ai tempi non ero abbastanza attento, forse ero immotivatamente fiducioso, forse non leggevo Quattroruote, forse non ero consapevole del traffico cittadino – vai a sapere -, ma quando molti anni fa Gioele Dix spopolava con il suo personaggio dell’automobilista perennemente incazzato non pensavo che in pochissimo tempo quella sarebbe diventata una sineddoche buona per definire un intero paese e i suoi abitanti.

    04/02/2016

    La testa

    Filed under: — JE6 @ 13:05

    Stai andando, gli chiedono, Sì, risponde lui, ho bisogno di pensare e qui c’è troppo rumore, e fa un gesto con le due mani, gli indici delle due mani che ruotano in un lento mulinello vicino alle tempie. Lo guardo, finisco il caffè di metà pomeriggio che si è raffreddato mentre cercavamo di capire come incastrare numeri insensati, e per un momento faccio caso a quel gesto e penso che ha ragione, è pagato per questo, per pensare, per farsi venire idee che poi altri cercheranno di realizzare e altri cercheranno di farsi pagare e altri cercheranno di far passare come proprie se saranno buone, e qui c’è troppo rumore. Poi penso che a tanti di noi tocca questo, contare sulla testa come se fosse qualcosa di vero, di solido, di tangibile e affidabile perché è il solo patrimonio che ci è rimasto, ci tocca farci venire idee come se là fuori il mondo ne avesse davvero bisogno, oggi una, domani un’altra, dopodomani un’altra ancora perché la prima non era buona, non poteva essere realizzata o non poteva essere pagata o non poteva essere fatta passare come propria da chi ne doveva diventare proprietario. Poi penso a mio zio, quello che guardava il nipote universitario e scuoteva la testa rifiutandosi di considerare le ore passate sui libri una fatica equiparabile al lavoro, mi chiedo se capirebbe questo posto, questo pezzo di mondo, probabilmente no, quasi certamente scuoterebbe ancora la testa dicendo che bella vita, sempre meglio che lavorare, e io proverei a ribattere dicendogli guarda che ti sbagli senza sapermi decidere se l’equivoco sta nel verbo o nell’avverbio e lui girerebbe le spalle alzando un indice, portandolo verso la tempia e girandolo in un lento mulinello.