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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    25/01/2019

    Come

    Filed under: — JE6 @ 16:55

    E quindi nello stesso giorno abbiamo mandato Lino Banfi a rappresentarci all’Unesco e abbiamo sgomberato il CARA di Castelnuovo di Porto. Abbiamo, sì: perché il not in my name suona bene ma è una fesseria, vivere in democrazia comporta anche e a volte soprattutto questo, essere rappresentati da gente alla quale non affideresti nemmeno la cura del bottone che ti è staccato dalla camicia questa mattina (si chiama democrazia perché prevede la possibilità che tu in futuro ritenti e sia più fortunato: la speranza è l’ultima a morire, dicono).

    Comunque.

    All’inizio si è parlato quasi solo di Banfi. Vuoi perché ci han fatto una conferenza stampa ad hoc mentre di là i militari mandati a eseguire il compito mica hanno convocato Repubblica e Sky TG24, vuoi perché in generale ci troviamo meglio quando abbiamo a che fare con l’assurdo (o il ridicolo) che con l’orribile, sta di fatto che non c’era una chat WhatsApp di questo paese che non facesse girare un meme su di lui, Alvaro Vitali, Edwige Fenech e Giggino Di Maio.

    Poi qualcuno si è dato una manata sulla fronte e ha detto “oh, ma che stiamo a perdere tempo con le cazzate, ma lo sapete che ci sono centinaia di persone deportate, famiglie separate, gente messa in strada”. Ed è stato come vedere un bicchiere, o un secchio, agitato nel senso opposto con la sua brava onda che se ne andava da una parte all’altra.

    Poi siamo rimasti tutti un po’ lì tra il lusco e il brusco e il giorno dopo siamo passati ad altro, la copertina di Libero, l’elezione di Landini, il cartone di Celentano. A qualcuno è rimasto un mezzo pensiero penzolante, riattizzato dalla coda lunga dei meme e delle foto à la Tian’an Men, il pensiero che anche quando ci sforziamo non siamo più sicuri di riuscire a definire cosa è importante e cosa non, cosa è grave e cosa è solo ridicolo. Io, ad esempio, per quanto mi riguarda, e mettendo le mani avanti facendo la doverosa premessa che la cosa del CARA è spaventosa, delinquenziale e orribile, ho la sensazione che la nomina di Banfi sia più grave (o grave tanto quanto, ok) dello sgombero di Castelnuovo perché mostra come viene considerato e governato lo Stato da chi mi rappresenta. Mostra che dietro c’è tutto un pensiero terrificante di rifiuto dell’intelligenza, della capacità, della conoscenza e lo sgombero del CARA è figlio di quel pensiero, è effetto di una causa che oggi non prendiamo in considerazione perché ha la faccia ridicola di Banfi (e questo è l’errore, non prenderlo sul serio nel suo aspetto apparentemente innocuo e ridicolo, non prenderlo sul serio perché non fa ribrezzo e spavento). Però poi guardo i bambini separati dai genitori, gli uomini e le donne messi in strada volutamente senza un preavviso, leggo delle violazioni della legge da parte di chi la legge sarebbe tenuto a farla rispettare ma intanto deve obbedire alla sua autorità di riferimento e non sono più così sicuro, non sono sicuro di avere le idee abbastanza chiare non tanto da decidere da che parte stare, ché quella è la cosa più facile, ma come starci, che spesso è la cosa più difficile, perché è la più importante.

    22/01/2019

    A volte ritorniamo

    Filed under: — JE6 @ 11:43

    Dice che la gente sta tornando a scrivere sui blog. Chi lo dice? Beh, qualche amico e Carlo Freccero, con la sobrietà che gli viene universalmente riconosciuta. D’accordo, non esattamente un campione significativo; però, davvero, pare che. Pure gente insospettabile: non come il sottoscritto, che in fondo non ha mai smesso – e un post al mese qui sopra, e quattro-cinque all’anno su LeftWing – ma gente che il periodo d’oro l’ha vissuto, e in pieno, e poi altrettanto in pieno ha smesso e adesso riprende, magari anche solo ritoccando cose scritte altrove (cit.) o tenendo i post in bozza perché poi alla fine non sembra ma cliccare su “publish” richiede uno sforzo che tu non hai idea. Perché lo fai, cantava quello là, e come al solito non c’è una risposta. Ce ne sono tante: perché ha ripreso X, perché voglio vedere se ringiovanisco di quindici anni, perché tutto il resto mi ha stufato, perché finalmente ho smesso di credere che tutto questo cambierà il mondo, perché sì, e perché no. C’è qualcosa da dire, soprattutto c’è qualcosa di dicibile in un modo che valga i due minuti e quaranta secondi di lettura che nessuno mai ti restituirà? Non lo so. Se devo essere sincero no, non credo se non in rarissimi casi. Ma in fondo è sempre stato così, lo era anche quando qualcuno pensava – in modo apparentemente sincero – che scrivere un post al giorno o alla settimana fosse il piccolo ma pur sempre imprescindibile contributo al cambiamento dal basso, alla costruzione e alla condivisione dell’intelligenza collettiva. E anche allora, quando ci leggevamo l’un l’altro in cento e ci pareva che fossero centomila, quelli più saggi sapevano che il bello stava nel non crederci davvero, nel non prendersi sul serio, nel giocare a gratis. Gli altri ci hanno fatto una carriera o hanno passato un paio di anni ospiti non paganti e non pagati di questo o quell’aperitivo. Poi hanno lasciato il campo libero, che è rimasto vuoto per un sacco di tempo, e adesso – se per caso o per bisogno non so e tutto sommato non m’interessa – in quel campo qualcuno rimette piede, alzando un po’ di polvere con la punta della scarpa.

    08/01/2019

    Hanno comprato anche

    Filed under: — JE6 @ 14:10

    C’è una frase che mi sembra di sentire e leggere sempre più spesso: ho dato un’occhiata fuori dalla mia bolla, mi ha fatto paura (ribrezzo, orrore: è questione di misura, diciamo) e sono rientrato, adesso mi sento meglio. Lo dico e lo penso anch’io, intendiamoci. Soprattutto lo faccio. Frequento gente come me, parlo con gente come me, leggo gente come me. Oddio, capiamoci: cerco di frequentare e parlare con e leggere anche e a volte soprattutto gente migliore di me, ma il punto è che si tratta quasi sempre di persone che abitano quel pezzo di mondo nel quale mi sento più o meno a casa: una bolla, insomma; bella grossa (se non mi suonasse ridicolo per motivi estetici, direi che il concetto lo aveva già espresso Jovanotti, da Madre Teresa a Che Guevara: un pout pourri scalcagnato, ma i monetaristi di Chicago, i sovranisti di mezzo mondo e Houllebecq ne stavano fuori) ma pur sempre bolla. La vita è troppo breve e incasinata per avvelenarsi e perdere tempo dietro agli idioti dell’orrore mi dico, ma so che non mi faccio un favore; o meglio, lo faccio a me stesso ma non alla società, a quell’insieme di singoli come il sottoscritto che giorno dopo giorno rappezzano e rinforzano la loro bolla, a volte consapevolmente e a volte no.

    E a proposito di “a volte no”: qualche mese fa quelli dell’Economist si sono messi di buzzo buono e hanno analizzato gli acquisti di libri di stampo politico-sociale fatti su Amazon sulla base dei suggerimenti dati dalla stessa Amazon con il giochino del “i clienti che hanno comprato questo che stai considerando tu hanno comprato anche”. Beh, tu guarda la sorpresa: chi compra libri “di sinistra” continua a comprare libri “di sinistra” acquistati da altri, e chi compra libri “di destra” fa altrettanto da parte sua. Nessun cedimento, nessuna crepa: una bolla non più di sapone ma di cemento e poi di acciaio alimentata inconsapevolmente da uno strumento che certo ti rende la vita più facile – quelli che hanno comprato questo telefono poi hanno comprato anche questo caricabatterie, significa che è quello giusto, o quello col miglior rapporto qualità/prezzo – ma a lungo andare ti rende anche più sordo e cieco e stupido; è un meccanismo di efficienza spettacolare, lo aveva capito – quando ancora non esisteva – Stewart Brand, quello del “Whole Earth Catalog”, che diceva che era inutile ammazzarsi di fatica per trasformare la testa della gente con i ragionamenti e le idee, bastava cambiare gli strumenti usati giorno dopo giorno e tutto sarebbe venuto da sé. E’ semplice e funziona benissimo, perché la verità è che passiamo la gran parte della nostra vita con il pilota automatico innestato, facendo cose senza pensarci sulla base della comodità e dell’abitudine: gli altri clienti hanno comprato questo, basta un click e lo faccio anch’io e mi sono tolto il pensiero.

    Come se ne esce? Non lo so. Non so nemmeno se ne voglio e ne vogliamo uscire, non so se ho abbastanza fiducia nell’umanità – la stessa che contribuisco a comporre: quindi in me stesso – per pensare che dare un’occhiata e fare almeno quattro passi nel campo avverso non sia solo una possibile interessante esperienza sociologica ma una cosa giusta e buona in sé, una specie di dovere civico fondato sulla consapevolezza che la disponibilità a riconoscere l’altro è un mattone fondamentale della convivenza. C’è quel bottone, i tuoi hanno comprato questo, fallo anche tu. Click.

    04/01/2019

    Non è la fatica, è lo spreco

    Filed under: — JE6 @ 17:50

    Riguardo la foto, ingrandendola sullo schermo del telefono. Sono una decina, tutti poco meno che ventenni. Le loro famiglie sono venute dal Perù, dall’Ecuador, dalle Mauritius (“è un bellissimo posto, ma quello che vedete voi a noi è proibito; la gente come noi non può andare su quelle spiagge, lì ci stanno gli alberghi”), dallo Sri Lanka, e a risalire di un’altra generazione da isole vicine eppure lontane intere ere geologiche. Sono tutti nati qui, studiano altre lingue, a volte possono vedere paesi nei quali un tempo le loro famiglie sarebbero andate a cercare un lavoro, uno qualsiasi pur di riuscire a mangiare almeno una volta al giorno e dove oggi, magari costringendosi a mangiare una volta al giorno, cercano di mandare i loro figli semplicemente perché il mondo va visto.

    Non riesco a capire cosa sta dietro quei sorrisi su una spiaggia a gennaio, che cosa pensano, che cosa sperano. A volte le immagini ti dicono solo di quell’istante preciso quando in testa non hai nulla, nulla che non sia il piacere primordiale di stare con gli amici. Riguardo la foto e mi torna in mente un pezzo di ormai tanti anni fa, loro che dicono sarebbe bello ridere di noi, di tutto il tempo rubato al nostro tempo a venire e io, noi, quelli come me, quelli della mia età, quelli che li hanno messi al mondo e gli stanno bruciando la terra sotto i piedi e davanti agli occhi che ci guardiamo in faccia dicendo non è la fatica, è lo spreco che mi fa imbestialire, non è la fatica, è lo spreco.

    01/01/2019

    Cose

    Filed under: — JE6 @ 18:30

    Ho un sacco di cose in casa. Non da accumulatore seriale, ma ne ho tante. Come (quasi) tutti gli occidentali moderatamente benestanti. Cose, oggetti. Libri, soprammobili, divani, poster, fotografie, lampade, penne, giacche, borse, cd, telefoni. Cose, di ogni tipo. Piccole, grandi, nuove, vecchie, in buono stato, sbreccate. Mi piace averle: non per il possesso in sé, chissenefrega; ma perché quelle cose – non tutte, certo: non provo nulla di particolare nei confronti degli spazzolini da denti e del calzanetto – sono me. Le cose che siamo. Le cose che sono. Io non sono solo quelle cose, ma certamente sono anche quelle cose. E mi piace averle perché restano con me, e dicono quello che sono, e mi ricordano quello che ero: la memoria è un giocattolo che si rompe facilmente, più degli oggetti. La vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda, e queste cose sono ricordi: e vita.