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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    31/08/2021

    La vita degli altri

    Filed under: — JE6 @ 10:51

    Ero in macchina e ascoltavo una vecchia puntata del podcast di Marc Maron, quella con Bruce Springsteen. E fra le molte cose in mezzo alle quali stavo passando – un ciclista tirato sotto da un camioncino all’altezza dello Sheraton di via Caldera, la storia dei problemi mentali del padre di Springsteen, cose così – mi si è fermato in mente un pezzo del dialogo fra i due, nel quale parlano degli ideali americani, del modo di essere americani. Mi si è fermato in mente perché, al netto di una certa inevitabile retorica, non solo quei due uomini parlavano di concetti che chiaramente avevano in comune e non solo quei concetti li condividevano ampiamente almeno nella loro formulazione con decine e centinaia di milioni di loro connazionali (l’applicazione, ovviamente, era ciò che invece li divideva da una metà di questi) ma quei concetti li conoscevo bene persino io. La forza della narrazione: non puoi nascere e crescere in mezzo a centinaia di libri e migliaia di film e canzoni e ore di serie televisive che vengono da un paese e ne raccontano la vita – quella dei ricchi e quella dei poveri, quella delle megalopoli e quella delle cittadine ai bordi di una Interstate e quella delle infinite pianure dove ti viene il mal di mare a guardare il mais muoversi sotto il vento, quella dei neri e quella dei bianchi e quella dei latinos e quella degli inuit – senza che tu alla fine ne sappia un po’. Un bel po’. Abbastanza da non stupirti venendoci a contatto, come non mi stupii io la prima volta che mi misi a camminare in una città americana – era Atlanta, era il maggio del 1996 – quando vidi, sempre per la prima volta, la palazzina della YMCA e le vetrine del monte dei pegni sulla parallela di Auburn Avenue piene zeppe di ogni tipo di arma da fuoco inventata e prodotta dall’uomo: non mi stupii perché erano cose che conoscevo già, che avevo già visto, di cui sapevo ruolo, valore, significato, storia. Quel pezzo di dialogo tra Maron e Springsteen mi si è fermato in mente perché nel momento in cui passavo sotto il ponte della tangenziale ed entravo nella zona industriale di Seguro mi è venuto il dubbio di conoscere e e quindi capire meglio gli americani degli italiani, meglio – giusto per fare un esempio – gli hillbillies del Kentucky dei miei connazionali che assaltano un gazebo 5S al grido di traditori; ed è un pensiero che mi mette a disagio perché temo che dica di me più di quel che voglio sapere.

    26/08/2021

    Grandi Progetti

    Filed under: — JE6 @ 14:21

    Dopo poco più di tremilacinquecento chilometri, di cui duemila abbondanti fuori autostrada in dodici regioni e non so quante province, dopo essere finito in microscopici centri abitati che trovi solo al livello massimo di zoom di Google Maps e pregato ogni santo conosciuto di non avere intoppi meccanici dai quali mi avrebbero potuto salvare solo gli animali selvatici dei nostri residui boschi mi sono fatto il quadro di un paese da cartolina attraversato da un milione di tratti di strada incredibili fatti da migliaia di pezze di asfalto grosse come una piastrella una a fianco dell’altra su piani diversi che uno pensa “Ma quante centinaia di volte siete usciti per rattoppare, non potevate fermare e riasfaltare tutto insieme una buona volta”, ufficiosamente unito da ponticelli improbabili, bloccato da strettoie completamente ostruite da TIR sloveni che passano lì chissà perché, con stazioni ferroviarie che portano il nome di paesi lontani dieci, quindici o venti chilometri e chiuse come una cantoniera diroccata, un paese che prima del ponte sullo Stretto ha un bisogno disperato di treni funzionanti e strade rimesse a nuovo, altro che Grandi Progetti.

    04/08/2021

    Cinquanta

    Filed under: — JE6 @ 13:53

    E insomma, sta finendo anche quest’anno. Perché poi alla fine, almeno per me, l’anno vero e proprio è fatto non dai dodici mesi da gennaio a dicembre ma da quella cinquantina di settimane tra l’ultima di agosto di un anno solare e la prima di quello dopo. L’anno lavorativo, insomma: come quello scolastico. Forse vuol dire qualcosa, forse ci si potrebbe ricamare sopra in abbondanza. Ma non ne vale la pena, almeno non oggi.