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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    10/09/2021

    Uno dei giorni

    Filed under: — JE6 @ 14:34

    Lo so che sono solo titoli e che abbiamo imparato a non prenderli alla lettera, però non riesco a leggere “il giorno che ha cambiato il mondo” senza mettermi a fare la lista degli altri giorni che: lista lunga abbastanza, secondo me, da far perdere significato all’espressione (se mai ce l’ha avuta).

    09/09/2021

    “Al Corvetto”

    Filed under: — JE6 @ 17:40

    C’è una pagina de “Il fasciocomunista” nella quale Antonio Pennacchi racconta (dovrei usare il passato remoto: è che non mi sono ancora rassegnato alla sua morte) di quando Accio Benassi – cioè Pennacchi stesso – lasciava Milano, dove veniva a trovare Francesca che “ti voglio bene come a un fratello, anche di più, ma siamo solo amici”, per tornarsene a Latina. Prendeva un tram in Piazza Cordusio che lo portava “al Corvetto”, che era il punto dal quale tentava di iniziare i suoi poco meno che omerici rientri in autostop: non c’era ancora l’enorme cavalcavia con il curvone che tagliava la città a quindici metri di altezza per scendere fino in Piazzale Bologna, ai tempi Corso Lodi tirava dritto diventando il raccordo che portava alla Via Emilia e all’Autostrada del Sole e in quella piazza c’era una siepe, da dietro la quale potevi guardare dentro le finestre dei palazzi affacciati su via Marochetti e vedere le donne che preparavano la cena e immaginarti la vita di quelle famiglie, le vite degli altri. Non so quando sia stata tolta quella siepe ma so che me la ricordo e so che è, curiosamente, un ricordo vivido e al quale mi sono scoperto essere affezionato, nonostante quello sia stato considerato per una vita, e con parecchie buone ragioni, uno degli scorci più brutti di una città che bisognava conoscere molto molto bene per definire bella. Chissà perché, mi sono chiesto andando avanti verso la fine del capitolo, e ci ha pensato Pennacchi, figlio di umbri e ferraresi, vissuto sempre a Borgo Podgora (o era Borgo Carso? Uno di quelli, insomma, con i nomi che ricordano la prima guerra mondiale e che punteggiano l’Agro Pontino da Cisterna a Sabaudia) a spiegarlo a me, che sebbene figlio di sardi purosangue a Milano sono nato e cresciuto come lui era nato e cresciuto a Littoria diventata poi Latina: “A me mi sa, certe volte, che tutto questo avanti e indietro per Milano non fosse esattamente dovuto a Francesca. Più che di lei – forse – ero innamorato di Milano. E dell’avanti e indrè”.

    06/09/2021

    Dare casa alle cose

    Filed under: — JE6 @ 10:00

    Una decina di giorni fa Rolling Stone ha pubblicato un pezzo di Chad Smith, il batterista dei Red Hot Chili Peppers, che ricordava i suoi incontri con Charlie Watts (se appena vi è capitato di vivere nel corso delle ultime settimane, il classico nome-che-non-ha-bisogno-di-presentazioni). Di articoli come questo ne ho letti decine – Watts era a suo modo un totem: e pare che lo fosse, in modo decisamente singolare dato l’ambiente del quale è stato una stella per sessant’anni e ancora di più per quelli che sono stati i suoi compagni di strada durante quei decenni, anche per il suo essere quel che gli inglesi chiamano “a decent man”, una persona perbene, dignitosa, educata, discreta, cortese e aggraziata; vedi a volte come i requisiti di base diventano eccezionali – ma c’è una piccola chicca che mi ha affascinato e alla quale continuo a pensare. Watts raccontò a Smith di essere un collezionista di batterie di grandi jazzisti. Non le vedo mai, gli disse, stanno lì da qualche parte nel mio deposito ma le prendo perché voglio che si sappia che c’è qualcuno che se ne prende cura (il corsivo è mio). Smith – uno al quale, va detto, non viene proprio spontaneo attribuire una gran profondità di pensiero: vedi alle volte che l’abito non fa il monaco – ritorna a quel momento e dice di Watts: voleva solo dare a quegli strumenti una casa e qualcuno che se ne occupasse, aggiungendo che trovò quel comportamento “dolce e gentile”. Che è la stessa cosa che ho pensato io guardando a quel pezzetto della vita di quell’uomo senza sapere se era uno che amava più i rullanti degli esseri umani o meno: perché siamo (anche) le cose che scegliamo per accompagnarci, e trattarle con una sorta di amore non significa venerare degli idoli ma mostrare affetto a ciò che contengono, che simboleggiano, che esprimono. E, un po’, anche a noi stessi e a coloro che ce le hanno passate.

    02/09/2021

    Il criterio mancante

    Filed under: — JE6 @ 10:15

    Per molto tempo uno dei pochi criteri che ho usato per classificare le persone, o per essere più preciso il mio rapporto con loro, è stato quello della politica intesa in senso ampio, come un modo di stare al mondo, di vedere le cose, di provare a farle. Sesso? No. Razza? Ma chi se ne frega? Religione? Idem. Squadra di calcio? Vedi sopra. Libri che leggi? Forse, ma in fondo basta che leggi. La politica però, ecco, quella sì, quella è sempre stata un discrimine importante per determinare l’opinione che ho di qualcuno, sempre – si intende: ma è meglio specificarlo – tenendo conto delle mille e mille sfumature dello spettro dal bianco al nero.

    A volte ho sentito la mancanza di un altro criterio, di qualcosa che mi aiutasse a rendere più nitidi i contorni di questa o quella persona. Devo dire che l’atteggiamento su vaccini e pandemia negli ultimi tempi mi sta aiutando molto.