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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    30/6/2010

    Play the game

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:30 pm

    Il gioco del sarcasmo sociale richiede che, alla fine, i giocatori siano essere pochi. Ed è un gioco nel quale bisogna fare moltissima attenzione, perché non sempre è sufficiente capire – e far capire – che si tratta di sarcasmo. Siamo umani, e niente ci toglie l’idea che dietro la battuta ironica di un amico o di una persona persino molto cara stia la stilla di cattiveria che si dedica solo a chi ci sta nel cuore per davvero.

    Le condanne fanno curriculum

    Filed under: — Sir Squonk @ 2:14 pm

    Mi pare disdicevole che il PresDelCons non abbia ancora premiato la condanna di Dell’Utri con un ministero con portafoglio assegnato per i risultati conquistati sul campo.

    28/6/2010

    Gimme shelter

    Filed under: — Sir Squonk @ 1:32 pm

    L’uomo spegne l’autoradio e si assesta su una tranquilla velocità  di crociera. Si guarda intorno, un’occhiata alle montagne, una al lago, una al telefono. Il grande cartello verde indica che tra due chilometri incontrerà  il primo bivio. L’uomo rallenta ancora, dandosi qualche altro secondo per prendere una decisione sulla strada da seguire in questo giorno che non ha mete fissate sul navigatore. Sa di essere arrivato, chissà quanto involontariamente, nel posto sbagliato, e di averlo fatto nel momento sbagliato. Guarda di fronte a sè, fissando la lontana montagna e il passo innevato. Guarda sulla sua destra, vede le mura di roccia della città vecchia. Arriva allo svincolo, e non ha dubbi. Esce dall’autostrada, e trova rifugio.

    26/6/2010

    Facce

    Filed under: — Sir Squonk @ 6:38 pm

    Quando entro al Cimitero Monumentale – uno di quei rari posti per i quali le maiuscole del nome sono giustificate – ci sono trentacinque gradi e il silenzio della città che aspetta l’ombra e l’ora dell’aperitivo. Non è la prima volta che vengo qui. Di solito lo faccio come se fosse un museo, una lunghissima galleria di statue e dipinti e bassorilievi che non ti fanno pensare né alla tristezza della morte né alle corse a volte felici della vita. Questa volta, invece. Guardo le espressioni delle statue, guardo le foto sulle lapidi. Mi pare di vedere e di sentire com’era davvero questa città quando era ancora Milano. Non sorridevano i cavalieri e i ragionieri e i dottori ingegneri, non sorridevano le madri amorevoli e i padri probi, non sorridevano le lavoratrici indefesse e i soldati eroici che morivano nel 1914 o nel 1927 o financo nel 1954. Non sorridevano, ma non avevano l’aria triste, né incattivita. Avevano quella faccia che sembrava dire “avevo un lavoro da fare, l’ho fatto, sono contento e in pace”. Penso alle fotografie di questi anni – le mie, quelle dei miei amici, quelle delle persone che conosco – penso alle facce che vedo – la mia, quelle dei miei amici, quelle delle persone che conosco – e mi pare che espressioni così non se ne vedano più. Siamo sempre ingrugniti, con la faccia di “la vita è uno schifo e noi siamo qui per soffrire”, oppure sorridenti da un orecchio all’altro, con la faccia di “è tutto magnifico, non si vede?” – e alla fine sembriamo sempre in posa. Mi chiedo cosa scriveremmo sulle nostre tombe, cosa scriverebbero di noi quelli che ci conoscono, cosa penseranno di noi i visitatori dei cimiteri del futuro guardando le nostre fotografie. Mentre esco incrocio una comitiva di turisti francesi. Dal parcheggio si vede l’inizio di viale Pasubio, e dietro quei palazzi Corso Como, si preparano le pizzette dell’happy hour.

    25/6/2010

    Democrazia rappresentativa

    Filed under: — Sir Squonk @ 11:03 am

    Sarà  che nel corso degli anni il calcio mi è venuto sempre più a noia, al punto di non seguire più trasmissioni dedicate e non essere più capace di guardare una partita dall’inizio alla fine senza tempestarla di zapping selvaggio a beneficio anche di canali improbabili come Ceramicanda e Spy Tv, sarà questo e forse altro, non so, ma son qui che mi chiedo come e perché la squadra nazionale di calcio possa e debba essere considerata come un simbolo calzante di ciò che siamo come Paese, come Gattuso e Iaquinta e Lippi e Abete ne possano e debbano rappresentare la struttura sociale e le caratteristiche antropologiche – come se quattro anni fa questo fosse un paese giovane, flessibile, ben governato, con il senso della comunità, sorridente, energico, capace di non usare il termine “vergogna” a sproposito.

    Parliamoci sopra

    Filed under: — Sir Squonk @ 6:51 am

    Il calcio sarebbe uno sport magnifico, se non ci fossero cento giornali, mille televisioni e sessanta milioni di esperti a commentarlo.

    24/6/2010

    Alle nove di sera

    Filed under: — Sir Squonk @ 6:35 pm

    Alle nove di sera la grande piazza del municipio è vuota. Dalla finestra dell’ufficio del sindaco pendono le bandiere, una coppia esce dalla spaghetteria sotto i portici, un gruppo di ragazzi fuma fuori da un bar. C’è il silenzio dei paesi che entrano nell’estate aspettando i turisti, e l’aria fresca dell’ombra che arriva dalle colline e dai palazzi di mattoni piccoli e chiari. Su un marciapiede camminano tre donne, l’una al fianco dell’altra, con il golfino grigio infilato sulle spalle solide da vecchie contadine. Qualche passo dietro tre uomini, certamente i mariti, con le camicie a maniche corte, che parlano in dialetto, due con le mani raccolte e incrociate dietro la schiena, uno che gesticola piano spiegando chissà cosa. La coppia, sul lato opposto della piazza, li guarda e sorride. Senza prenderli in giro, ma con una specie di lontana e delicata invidia per quel che quelle sei persone sembrano essere, ed essere diventate. I due ragazzi svoltano l’angolo, lei guarda il display del telefono – quanto manca per arrivare a casa?

    Ministeriade

    Filed under: — Sir Squonk @ 1:22 pm

    Nel futuro, ciascuno avrà diritto a un quarto d’ora di legittimo impedimento.

    22/6/2010

    Alla fermata

    Filed under: — Sir Squonk @ 8:39 am

    La coppia cammina svelta sul marciapiede, spingendo le mani in fondo alle tasche delle giacche a vento. Fa molto freddo. I due non parlano. Arrivano alla fermata della metropolitana, scendono le scale, guardano la cartina per capire quale linea prendere e a quale fermata scendere. Quando si trovano di fronte alla macchina che vende i biglietti incrociano gli sguardi, come se si stessero chiedendo cosa ci fanno lì. Lui fruga nei jeans, estrae tre monete, le inserisce nella macchina.

    19/6/2010

    Lungo il viso, giù verso la bocca

    Filed under: — Sir Squonk @ 5:31 pm

    Aveva avuto mal di testa per tutto il giorno. Per un po’ aveva provato a ricordare cosa avesse fatto la sera prima, con chi fosse stato, in quale albergo di terz’ordine si fosse fermato. Poi aveva rinunciato. Si alzò dal divano, andò in bagno, si fissò nello specchio. Vide che aveva gli occhi iniettati di sangue, in un modo così evidente che pareva fosse stato preso a pugni, senza però averne né i dolori né i lividi. Decise di tornare a sdraiarsi – un po’ di riposo non mi può far male, pensò. Accese la televisione per avere quel rumore di sottofondo che lo aiutava a prendere sonno. Era ancora seduto quando, con un gesto istintivo, si sfregò gli occhi. Sentì dell’umido sulle dita. Umido e appiccicoso. Si guardò i polpastrelli e li vide rossi. Sangue. Molto sangue. Sentì il liquido scendere piano lungo il viso, giù verso la bocca. Sentì la testa che esplodeva e le pupille che si perdevano, come se ciò che aveva là sopra, dentro di sé, stesse uscendo tutto, come un fiume al quale viene tolto un ostacolo, come un bicchiere che si rovescia. Completamente accecato, mentre perdeva i sensi senza sapere se li avrebbe mai più recuperati, riuscì solo a pensare “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.

    16/6/2010

    Greetings from New York ‘10 – Metropolitan Tower, 135 W 56th Street

    Filed under: — Sir Squonk @ 9:12 am

    Non so, forse ho bevuto troppo. Ma sono qui, 135 W 56th Street, a guardare questo grattacielo. Che va su, su, su. Leggero, nero, sottile. Una cosa che – penso – tutti dovrebbero vedere. Ma so anche che gli occhi di ciascuno sono diversi, e so che se tu, lettore, un giorno passerai qui non vedrai la stessa cosa – non vedrai il tramonto in fondo alla 56a, là dove c’è il fiume e il New Jersey, e se la vedrai sarà diversa, sarà una cosa tua e solo tua. Ma spero che tu possa provare lo stesso struggimento sereno, la stessa breve ma infinita e intensa gioia di essere vivo nel vedere tutto questo, nell’essere qui e ora, nel sentirti non al centro del mondo ma nel mondo, come se tutto il mondo fosse qui adesso in questi riflessi, in questo fumo che esce dai tombini, in questi alberi verdi che si vedono in lontananza, in questi taxi gialli che corrono, in questa gente che esce dagli uffici o che va a teatro, come se valesse la pena vivere per il solo fatto di essere qui, adesso, a guardare un palazzo alto duecento metri che entra nel blu del cielo, come se là in cima ci fossi tu e nulla di più potesse essere detto né pensato, né vissuto.

    14/6/2010

    Greetings from New York ‘10 – Ellen

    Filed under: — Sir Squonk @ 8:26 pm

    Mi fermo davanti a una panchina di Central Park, poco distante dal ballground. Guardo la targhetta fissata in alto, a sinistra. This bench is dedicated to Ellen – together forever. Mi immagino una di queste coppie, di quelle che si vedono qui al parco, che camminano tenendosi per mano, che si parlano tenendo una bottiglietta di acqua o di  Diet Coke, la polo bianca e i capelli argentati, compagni di liceo e poi sposi, due figli, cinque nipoti, la prima Buick, la crisi petrolifera, un nuovo lavoro, tre traslochi, la domenica mattina passata a passeggiare al parco, l’enfisema di lui, il tumore di lei, Sinatra e Barbra Streisand, resistere resistere resistere, e together forever per davvero e una targhetta di metallo su una panchina che ti ricorda che le cose stanno a te, a scegliere la persona giusta, a tenere botta, a seminare bene per provare a raccogliere altrettanto.

    Greetings from New York ‘10 – Harlem, una domenica di giugno

    Filed under: — Sir Squonk @ 6:01 pm

    Cammino per Harlem guardando le brownstones, i parrucchieri, gli anziani eleganti con le scarpe bicolori lucide e splendenti, le perline che adornano i capelli di una donna seduta all’angolo della Centoventicinquesima, le bancarelle di profumi e di cd masterizzati – Motown Selection Vol. One – le sneakers appese a un palo della luce, due ragazzini che sfrecciano su skateboard più grandi di loro. A un certo punto sento una voce di uomo venire da un edificio, mi fermo, mi guardo intorno, e capisco che quella è la voce del pastore della Canaan Baptist Church of Christ che sta predicando, sento le sue parole e sento la gente che risponde, e sento musica. Mi fermo, entro timidamente, siamo quattro o cinque europei, ci fermiamo all’ingresso senza sapere bene cosa fare fino a quando ci fanno cenno di lasciare giù i nostri zaini e le nostre macchine fotografiche e di entrare, ed entriamo, e ci sono persone bellissime ed elegantissime, le donne vestite di bianco e gli uomini di nero e hanno tutti i guanti, e queste persone ci fanno accomodare nei banchi, dove noi siamo con le nostre t-shirt e i nostri jeans sdruciti e i fedeli invece sono vestiti di tutto punto, sono vestiti da festa perché questa è una festa, e le donne hanno questi cappelli stupendi di ogni forma e dimensione, e gli uomini hanno i loro completi con le cravatte annodate strette, ed è tutto già visto in un milione di film, ed è tutto già sentito in un milione di dischi, ma poi quando i ragazzi del coro – e saranno quasi cinquanta – iniziano a cantare “I’m a believer” e la musica è pianoforte batteria chitarra, e si riempie tutto di suoni, e la gente si alza e batte le mani, là sulla sinistra c’è una coppia, saranno marito e moglie e non hanno meno di settantacinque anni ciascuno e sono in piedi e ondeggiano a ritmo che uno pensa ai nostri concerti e pare tutto finto perché questa gente ha la musica dentro, dentro da mille anni, e tutto cresce che ti vengono le lacrime agli occhi perché hai la sensazione che facendoti entrare ti abbiano fatto un regalo, il regalo di una mezz’ora di trasporto e bellezza ed emozione, di cose che per un po’ ti fanno sentire migliore di quel che sei per davvero, di cose che ti rendi conto non sono folklore per i turisti ma sono vita – anche se la vita della domenica – e poi il pastore riprende a parlare e c’è chi risponde “Yes, man” e chi “Oh Lord” e tu vorresti soltanto alzarti e abbracciare qualcuno, qualcuno a caso – una delle donne vestite di bianco che fanno accoglienza, quell’uomo là in fondo che sembra il poliziotto anziano di Cold Case – e dirgli grazie, grazie e basta, e poi finisce, esci, cammini cinque minuti e sei davanti all’Apollo Theatre, a millemila chilometri da casa e ti senti tanto, tanto lontano, da tutto e da tutti.

    Greetings from New York ‘10 – Easy as Sunday morning

    Filed under: — Sir Squonk @ 8:20 am

    Alle nove del mattino di una qualsiasi domenica di giugno Central Park è la gente che corre, quella che gioca a baseball nei ballground, quella che porta ogni razza di cane conosciuta a passeggio, quella che pattina, quella che cammina, quella che si sdraia a prendere il sole già caldo, quella che il mattino ha l’oro in bocca, quella che apple cinnamon, quella che insegna ai bambini a pescare, quella che gira intorno al Reservoir, quella che gioca a croquet sotto lo sguardo basito dei curiosi, quella che legge, quella che si bacia, alle nove del mattino di una qualsiasi domenica di giugno Central Park è il verde immenso e in lontananza i grattacieli, e le fontane e i rumori attutiti come in una pausa, come per prendere fiato e provarci ancora, fra un minuto, fra un giorno, fra un mese, chissà.

    13/6/2010

    Greetings from New York ‘10 – Come in uno spot della Nike

    Filed under: — Sir Squonk @ 11:15 pm

    Alle tre del pomeriggio entro in MacDougal Street, per andare a sedermi al Caffè Reggio, che è il solo pezzo d’Italia all’estero che mi piace frequentare quando viaggio. Ed è come stare a Milano, o a Londra, o a Madrid, in uno qualsiasi dei posti dove mi sono trovato mentre le televisioni facevano vedere una partita importante, il Village è tutto qui a gridare “iu-es-ei, iu-es-ei” e le ragazze hanno le bandierine, e tutti hanno una birra in mano, e tutti ruggiscono “c’m on”, e tutti trattengono il fiato quando Rooney tira verso la porta americana e tutti spingono la loro squadra quando lancia un contropiede. Rinuncio al Caffè Reggio, mi butto nella bolgia di un paio di locali, a sudare insieme agli indigeni che però ridono e scherzano con quella manciata di pazzi incoscienti che vestono le magliette della nazionale inglese e hanno cantato God Save the Queen, passo più tempo a guardare le facce dei tifosi del Village che i giocatori in campo, mi diverto come un bambino anche quando una ragazza mi ficca inavvertitamente la punta della bandierina nel dorso della mano presa dall’ansia di un cross inglese nell’area di rigore americana, mi pare di stare in uno di quegli spot di Nike o Adidas, quelli che fanno vedere il mondo sorridente e unito dal pallone, dal gioco del pallone, penso che a volte la pubblicità ci azzecca, ordino una pinta di Sam Adams.

       
             


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