Per merito
Ho seguito un po’ dei lavori dell’Assemblea Nazionale del PD con il rassegnato divertimento che mi pare essere una delle cifre stilistiche di questi tempi. Nella completa prevedibilità di atti e discorsi (lo dico come constatazione, non come critica: gli scarti e i colpi di genio te li aspetti in altre occasioni), gli eventi più sconsolantemente divertenti sono stati l’elezione di Ivan Scalfarotto alla carica di vicepresidente del partito e il discorso di Dario Franceschini: da un lato perché, pur avendo seguito con attenzione moderata le faccende interne della mozione Marino, non faccio fatica a immaginare che nella mozione stessa vi fosse un discreto numero di soggetti con curriculum politico-organizzativo di molto maggior spessore rispetto a Scalfarotto (voglio dirne uno, sapendo di non essere sospettabile di simpatie più o meno interessate: Pippo Civati); dall’altro perché la creazione di una carica prima inesistente e ancora vuota di compiti e contenuti con relativa elezione dei rappresentanti delle minoranze interne è stata accettata senza batter ciglio da questi ultimi al grido di “noi non chiediamo cariche”. Come dice un amico, “ad essere non maligni ma appena consequenziali bisogna concludere che chi si lamentava del fatto che l’establishment fosse pieno solo di amici di amici non criticava il metodo di cooptazione, ma si struggeva perchè nessuno ‘lo facesse amico’, come dicevamo da piccoli”; il fatto è che questo è un paese straordinario, nel quale basta ripetere per due mesi “noi siamo il nuovo” per risultare addirittura credibili nel ruolo: non importa poi che gli alfieri del merito si ritrovino eletti in virtù della loro osservanza, siamo tutti nella stessa barca e un posto in scialuppa non si nega a nessuno.
