|
|
19/10/2010
A stare in rete si legge tanto. Si legge anche per interposta persona, per così dire: si leggono le cose che leggono gli altri – libri, articoli, riviste, blog. Ci si fa un’idea del mondo (anche) attraverso le sue letture, leggendone le note a margine (da questo punto di vista, Tumblr è una vera miniera: perché non sono le trecento pagine più titolo e copertina di un libro a dire chi sei, questo lo fanno le quarantasei parole che ne estrai, che ti sono rimaste in testa, che decidi di condividere col mondo).
Ora, io non so bene come esprimerla questa cosa che mi gira in testa, perché anche se scrivo da una vita scrittore non sono di sicuro: ma ci provo lo stesso. Mettiamola così, vedo in giro una spaventevole attrazione per lo stereotipo di bassa lega. Il quarantenne tormentato, il rivoluzionario in cachemire, il giovane che vuole partire, l’amore sofferto, la frase fatta che suona tanto bene alla “let’s make better mistakes tomorrow”, una specie di mix tra Paulo Coelho, il fratello minore di Rudyard Kipling, Federico Moccia e la brutta copia di Bukowski – quella che alla seconda Menabrea pensa che sia meglio andare a letto, ché altrimenti chi si alza domani per essere in ufficio alle nove.
Naturalmente, se il problema fosse ciò che la gggente legge, beh: non sarebbe un problema. Ognuno si fa del male come meglio crede, diciamo, e nessuno costringe nessuno a leggere tomi, articolesse o citazioni più o meno profonde e felici. No, il punto è un altro. E’ che quel che si legge poi lo si scrive, è dalla lettura che viene la scrittura; e non so, a costo di passare per la millemillesima volta per l’anziano insofferente legato a vecchi schemi e ricordi polverosi, ma a me pare che la rete, luogo di parole più della biblioteca di Alessandria, ci stia arricchendo e migliorando molto poco (uso apposta la prima singolare, perché non ho nessuna intenzione di puntare il dito contro altri standomene comodamente seduto sul mio amato divano mentre guardo ESPN America): anzi. Ho la sensazione che, almeno nel microcosmo che frequento e/o che mi viene fatto frequentare, quello nel quale “C’è così tanta gente che scrive, ormai, che non sono mica sicuro che ce ne sia altrettanta che legge“, aleggi una specie di rachitismo virale, qualcosa che, quando ci mettiamo alla tastiera davanti allo schermo vuoto ci impedisce di mettere in piedi una Storia che stia in piedi, e che lo faccia da sola. Ho la sensazione che manchi il respiro e la forza di un romanzo, di un racconto lungo, anche di uno breve ma di quelli come dio comanda. Ho la sensazione che proprio non ce la facciamo, noi scribi della rete, e mi chiedo se tanta fascinazione per la scrittura collettiva non venga proprio da questa consapevolezza, oltre che dal gusto di fare cose belle insieme ad amici e conoscenti. So benissimo che la Morte del Romanzo è stata decretata già da parecchio tempo, e non ho intenzione di lottare contro i mulini a vento: sono troppo pigro per farlo, e non ho né un Ronzinante né un Sancho Panza a disposizione. Mi chiedo solo, da vecchio lettore con la passione per la scrittura, se il quarto d’ora di celebrità al quale tutti o quasi ambiamo non sia esattamente ciò che ci meritiamo: un quarto d’ora, ché già mezza sarebbe un premio esagerato.
16/07/2010
A volte le cose si fanno senza un vero motivo. Senza un vero motivo importante, dico, uno di quelli da massimi sistemi. Poi finisce che le cose ti trovi a farle, e il motivo ce lo trovi dentro, chiaro, evidente, semplice. La storia è quella che trovate raccontata qui sotto, con le parole che ha scelto una delle migliori compagne di viaggio che si possano immaginare. Otto tappe, un piccolo giro del mondo fatto per cimiteri, perché “si impara sulla vita guardando la morte”. Grazie, my dear friend.
Un giorno d’estate una signora malmostosa e un signore silenzioso a cui tutti davano del lei si incontrarono in una grande piazza dove la gente si parla senza vedersi. Tra un accenno e una mezza parola scoprirono di avere una passione in comune: i cimiteri. Un giorno il signore silenzioso, che amava molto scrivere, le mandò un biglietto in cui le chiedeva di scegliere dei cimiteri per lui, su cui poi scriverci dei racconti, lei ci pensò e disse “Va bene” . Salirono insieme su quello che sembrava un treno, ma in realtà erano montagne russe, e ogni volta che lei pensava di aver trovato il posto giusto tirava il freno di emergenza e scendevano al volo. A quel punto la malmostosa si sedeva e gli raccontava cosa avessero visto i suoi occhi in quel luogo, lui la ascoltava, prendeva carta e penna e si allontanava, mentre lei lo attendeva tranquilla. Finito di scrivere il racconto il signore silenzioso ritornava da lei, che lo leggeva e lo metteva in una scatola di metallo che aveva con sé, e dopo, insieme, se ne andavano. Un giorno, dopo l’ennesimo foglio scritto fitto fitto, il signore si sedette vicino a lei e le disse che forse anche agli altri potevano piacere le loro storie, lei non gli rispose, aggrottò la fronte, guardò la scatola che teneva sulle ginocchia e dopo un lungo sospiro decise di continuare a fidarsi di lui come aveva fatto fino a quel momento, lo ringraziò per lo splendido viaggio, si alzò e lo salutò con un bacio in fronte. La signora malmostosa ritornò nella grande piazza si sedette sulla sua panchina nera con le scritte bianche e disse a tutti quelli che erano lì e che la conoscevano che aveva da leggergli qualcosa, aprì la scatola, tirò fuori il primo foglio, mentre il signore silenzioso la guardava da lontano seduto al tavolino del bar.
Antoine
Allyson
Juliet
Joerg
Natsuo
Don Gheorghe
Il poeta sconosciuto
S.
24/06/2010
Alle nove di sera la grande piazza del municipio è vuota. Dalla finestra dell’ufficio del sindaco pendono le bandiere, una coppia esce dalla spaghetteria sotto i portici, un gruppo di ragazzi fuma fuori da un bar. C’è il silenzio dei paesi che entrano nell’estate aspettando i turisti, e l’aria fresca dell’ombra che arriva dalle colline e dai palazzi di mattoni piccoli e chiari. Su un marciapiede camminano tre donne, l’una al fianco dell’altra, con il golfino grigio infilato sulle spalle solide da vecchie contadine. Qualche passo dietro tre uomini, certamente i mariti, con le camicie a maniche corte, che parlano in dialetto, due con le mani raccolte e incrociate dietro la schiena, uno che gesticola piano spiegando chissà cosa. La coppia, sul lato opposto della piazza, li guarda e sorride. Senza prenderli in giro, ma con una specie di lontana e delicata invidia per quel che quelle sei persone sembrano essere, ed essere diventate. I due ragazzi svoltano l’angolo, lei guarda il display del telefono – quanto manca per arrivare a casa?
05/06/2010
La coppia passeggia cercando l’ombra del lunghissimo viale che taglia il paese in due. Lei finisce il gelato – limone e fragola – lui apre la bottiglietta di plastica e le versa un po’ di acqua sulle mani per aiutarla a pulirsi da un paio di gocce cadute per il gran caldo. Guardano le villette antiche e ben tenute, le voliere, il bosco. Si fermano sotto una delle due alte ciminiere in mattoni rossi e ridono notandone la pendenza della punta. Riprendono a camminare, tenendosi per mano. Entrano nel vecchio cimitero del paese, guardano le piccole lapidi di pietra e le date – hai visto, questi erano tutti bambini – riprendono la strada verso il parcheggio assolato dove hanno lasciato la macchina un’ora prima. Ridono, si fermano a guardare una coccinella. Costeggiano la pineta, la chiesa, il lavatoio. Ripartono. Lungo la strada lei socchiude gli occhi. Lui la guarda, abbassa la musica, legge una mail che gli arriva da molto lontano e sorride per un pensiero spontaneo e per questo prezioso. Quando mancano un paio di chilometri lei si risveglia. Quanto manca, papà?
[Crespi d’Adda, un pomeriggio di giugno]
05/05/2010
Ho letto un paio di volte questo articolo di Sandro Gilioli, dove si sostiene – non senza aver furbescamente messo le mani avanti dicendo “quel peccato l’ho commesso anch’io, eh” – che “chi lavora al Giornale (…) non ha più cittadinanza nemmeno per ricordare a D’Alema che anche lui non è immune da critiche per quanto riguarda la vicenda Affittopoli“. Poi ho provato a fare mente locale a quanti e quali siano i giornali che in questo paese possano essere definiti vergini, non macchiati dal peccato originale dell’essere, più o meno direttamente, “di qualcuno”. E insomma, ho idea che un’applicazione rigida e coerente della teoria gilioliana porterebbe questo paese al silenzio totale, che sarebbe comunque peggio del casino fazioso nel quale siamo immersi ogni giorno.
Piovono rane
15/04/2010
Sono fermo all’incrocio quando la vedo arrivare. Piccola, elegante nel suo vestito che arriva a coprirla fino ai piedi, di un giallo tenue che sembra fatto apposta per questo giorno di primavera, e il velo che le cinge il volto – il nodo sotto il mento e l’ovale del viso disegnato dal tessuto. Cammina a piccoli passi, tenendo sotto braccio l’uomo alto e giovane che la accompagna. Madre e figlio, penso. Guardo i lineamenti, cerco di indovinare da dove vengono. Mi ricordo di certi paesini attraversati salendo lungo le strade dei monti dell’Atlante. Marocco, mi dico; ma chissà, per quel che ne so potrebbe essere Algeria, o Tunisia, o Egitto, chissà. Mi pare di vedere la mia nonna materna, che qui, sul marciapiede di via Diomede che costeggia il Lido di Milano sarebbe stata altrettanto straniera – un’altra lingua, un’altra storia, un’altra faccia. Eppure non sembra smarrita, forse rassicurata dalla presenza dell’uomo, forse perché alla fine ci si acconcia a tutto – ci si deve acconciare a tutto. Non so perché, ma mentre ingrano la prima mi dico che gli unici tatuaggi che mi siano mai piaciuti sono quelli eleganti e finissimi fatti con l’henné, quelli che vedevo sulle caviglie delle donne berbere nella Djemaa el Fnaa di Marrakech, così diversi da quelli implacabilmente pacchiani che portano gli e soprattutto le occidentali. Mi chiedo se ne ha uno anche lei.
03/04/2010
Adoro farmi ipnotizzare dallo snooker in tv. Perché assomiglia molto alla vita: a volte perdi una mano, o non entri mai in partita, e devi stare lì seduto a vedere l’altro che ripulisce il tavolo. Facendo anche la faccia fredda, o disinvolta, davanti alla telecamera. E poi stringere la mano, fingendo che “tanto era solo un gioco”.
Marta Cagnola, su Facebook
01/02/2010
C’è questa cosa che succede quando a Milano il Comune decide di bloccare il traffico. Succede che, soprattutto in periferia, dove le vie sono più lunghe e larghe, la gente si guarda intorno circospetta e cammina sui marciapiedi e pare che non si fidi tanto di prendere davvero possesso delle strade come se non riuscisse a credere che davvero per una manciata di ore non ci saranno automobili e scooter in giro, che davvero per una manciata di ore non ci sarà rumore, che davvero per una manciata di ore ci si potrebbe mettere a giocare a pallone nel bel mezzo di un incrocio, quasi che questo fosse un cortile chiuso e protetto. Facciamo quasi tenerezza, e quando ci sciogliamo fino in fondo è ormai sera, e si riaccendono i motori.
02/11/2009
Ieri sera Brett Favre è tornato in quella che è stata casa sua per sedici anni, si è preso i fischi di decine di migliaia di amanti traditi e da bravo americano (“I’ve got a job to do”) si è allacciato il casco, ha lanciato quattro volte in touchdown ed è uscito esultando senza strafare. One day, he’ll be one of the names on the facade at Lambeau Field. Hard feelings will be forgotten, and Packers fans will be happy to see him in the Pro Football Hall of Fame”.
Nfl.com
12/06/2009
Quattro passi in Corso Como, e jeep dell’Esercito in Viale Pasubio, dietro gli scavi che sventreranno la piazza per due o tre lustri ancora. Quattro passi in Piazza Duomo, e jeep dell’Esercito in Via Palazzo Reale, con i soldati in mimetica che chiacchierano con due poliziotti e un vigile urbano sugli scalini dell’entrata laterale della chiesa. Sarà che sono figlio di un carabiniere, sarà che in famiglia di gente in divisa ne ho avuta parecchia – incluso qualcuno che ci ha quasi lasciato le penne – queste non sono visioni che mi inquietano. Lo farebbero se per le strade di Milano scoppiassero bombe, immagino. Ma il fatto è che sono visioni alle quali mi sono abituato, al punto che non ci faccio (quasi) più caso: e guardando le diecimila altre persone in mezzo alle quali mi trovavo, non ero certo l’unico. Non che ci fosse bisogno di un ulteriore esempio, ma è proprio vero che si fa il callo a tutto.
|
|
|