|
|
11/11/2008
17/09/2008
Qualche sera fa, con l’innocente perfidia delle donne, la Tengi prende distrattamente in mano un bicchiere di Marzemino, guarda me e il Dottor Brodo, e ci fa: “beh, che impatto avrebbe sulla vostra vita chiudere il blog?”.
Il mio socio romano, con la nettezza che lo contraddistingue, ha risposto “ben poco”, aggiungendo una serie di motivazioni che vanno dalla poca voglia di scrivere al poco tempo disponibile al degrado di quell’ambiente comunemente definito blogosfera.
Io, che sono sempre molto più sfumato, terzista, indeciso, relativista ho cercato di far capire che potrei vivere senza – e di cosa, in fondo, non si può davvero fare a meno: mangiare, bere e dormire; il resto non è indispensabile – ma che mi dispiacerebbe molto, e che quindi al momento non lo farei se non vi fossi davvero costretto.
E’ che per il titolare qui “blog” (fra le altre cose) corrisponde in misura molto larga a “Internet”; non perchè sia l’unico utilizzo che ne faccio, ma perchè, seppure nel modo imperfetto tipico degli umani, girando per blog vengo spesso sparato in giro per le cose del mondo attraverso Internet [1]: leggo la tragica e illuminante storia di Barbara e di suo figlio, leggo del magone che è venuto a tanti apprendendo la notizia della morte di David Foster Wallace (lo stesso che è venuto a me quando Zio Bonino me lo ha detto nella hall di un albergo di Riva), leggo analisi economico-finanziarie scritte in una lingua comprensibile anche al sottoscritto, e potrei andare avanti così per ore.
Scrive Massimo: “Io nemmeno me lo ricordo più come era il mondo prima di Internet”; io sì, un po’. E in questi giorni post “grande raduno” ci penso – per motivi eminentemente personali – piuttosto spesso. In alcuni momenti vengo preso da un rimpianto luddistico, dalla nostalgia dei tempi della carta e della penna. Ma so che le cose stanno diversamente, e che pur con tutti i problemi di adattamento di chi è nato con Carosello e arriva alla mezza età con Twitter o Facebook, non vorrei tornare indietro, non farei cambio con dieci o quindici anni fa. Le sciocchezze della “vita vera” sono e restano tali – questa alla tastiera di un portatile lo è tanto quanto quella che si vive in strada; e questa vita è molto più piena, stimolante, dolorosa di quella di un tempo. Ripenso alle persone che stavano intorno al tavolo sabato sera, e a un buon numero di altre incontrate-incrociate in poco più di trenta ore in riva ad un lago piovoso, e rifaccio mie le parole di Momo, che trovate nei commenti al post qui sotto: “Ho conosciuto più belle persone nella blogosfera che nel mio quartiere, che alla mia università, che nel posto in cui vado in vacanza che nei molti lavori che ho fatto, che nella mia squadra di calcio che in qualunque sottinsieme x di persone del mondo.”
[1] Infatti, di questi tempi che ho tempo e voglia di leggere solo quattro blog, sempre gli stessi, mi sento un po’ escluso da un po’ della vita che scorre là fuori. E la cosa mi dispiace.
05/07/2008
[Post ombelicistico e popular-demagogico, io vi ho avvisati]
Dev’essere il periodo dell’anno, un po’ più di dieci mesi lavorativi (dei quali gli ultimi quattro veramente molto pesanti, e con poche soddisfazioni) alle spalle, ancora uno – tutto intero – che aspetta, e la sensazione che settembre sia già arrivato, del tutto identico a questo luglio appena iniziato. Un po’ di stanchezza, insomma.
Dev’essere quello, perchè ho a noia quasi tutto. Là fuori, come scriveva ieri Massimo, c’è poco da stare allegri, sia da quella che continuo ostinatamente e forse un po’ stupidamente a considerare la “mia” parte, sia dall’altra; la lettura del giornale si trasforma nell’elencazione rattristante – e, peggio ancora, sempre uguale a se stessa – di ogni possibile orrore e squallore, al punto che anche la buona notizia si sporca e si corrompe (per dire: Ingrid, sei stata prigioniera in una foresta per sei anni; ma non hai voglia di stare a casa tua, stesa su un divano, a guardare ciò che ti hanno tolto, a provare a farlo tornare tuo, non hai voglia di andare in un bar a bere un caffè, non provi l’impaurita voglia di capire cosa sono diventati i tuoi figli mentre ti tenevano lontano da loro? Cristosanto, cosa cazzo ci fai dall’altra parte dell’oceano a fare conferenze stampa? Ma che vita fai?).
Dev’essere il periodo dell’anno, dicevo, questa specie di lungo e umido sabato del villaggio nel quale mi invitano a cena, una di quelle riunioni che ogni tanto si fanno per rimettere intorno a un tavolo vecchi amici e fare quattro risate e raccontarsi qualche cazzata di poco conto, leggerezza allo stato puro, e declino perchè in fondo sto meglio da solo ad ascoltare il concerto di un gruppo di sessantenni che cantano le canzoni di un poeta morto troppo giovane; dev’essere il periodo dell’anno, perchè riduco – un po’ consapevolmente e un po’ no – il mio microcosmo a una voce narrante, tre persone fisiche e due catodiche, quelle che si alternano sullo schermo tirandosi addosso una pallina su un prato inglese. Rimangono un caffè in uno sperduto autogrill e qualche decina di chilometri in autostrada, in silenzio, tenendo di fronte le luci della città che si avvicina; poi, è lunedì.
12/01/2008
A differenza di Massimo, sono riuscito ad arrivare in fondo al reportage di Ezio Mauro sui morti di Torino, i sette operai della Thyssen. Un articolo bello quanto possono esserlo, a volte, le cose dolorose, le storie tragiche. Un articolo che doveva essere scritto, e doveva essere letto.
Ma converrà dire, a costo di essere sgradevoli, che il pezzo di Mauro alimenta un’idea di fondo sbagliata. A partire dal titolo (che non è suo, ma che è fedele – per una volta – al testo che segue), Mauro torna più volte sul concetto di invisibilità: l’operaio è invisibile, trasparente, non ha più uno status sociale. E’ questa l’idea sbagliata? No. Credo che sia vero. Ma è sbagliato pensare e far credere che questa sorte sia toccata solo agli operai. Fermatevi per un momento a pensare, fate mente locale, considerate il pezzo di mondo che conoscete: di quante persone, voi inclusi, potreste definire con una qualche precisione non dico il ruolo sociale, ma il lavoro? Quanti bambini oggi sono in grado di spiegare che cosa fanno i loro genitori per portare a casa lo stipendio? Non è solo questione di precariato, che oggi fai l’assistente di direzione e domani la commessa e dopodomani l’autista per UPS. Ieri provavo a fare sfoggio di autoironia snocciolando ad un’amica le tronfie cariche che riempiono il mio biglietto da visita (un modo per dire “beh, tu mi conosci, ti pare che io possa davvero essere questo?”), ma la realtà è che mi mancano proprio le parole per spiegare, a me stesso per primo, che cosa cazzo faccio nella vita lavorativa. E so benissimo di non essere solo, in questa condizione.
La realtà è che siamo cresciuti nutrendoci di questa immane puttanata del culto dell’individualità: io, io, io. Io sono questo, io faccio quell’altro. Io. E a forza di “io” ci siamo persi per strada il “noi”, abbiamo finito per credere che l’essere uguali agli altri sia una cosa brutta, della quale vergognarsi. Ma facendo evaporare il “noi”, ognuno è miseramente scomparso: salite su un vagone della metropolitana alle otto del mattino, e dite in tutta onestà quante persone potete riconoscere per quello che fanno – forse giusto quella guardia giurata appoggiata alla parete là in fondo, con il cappello storto, la pistola nella fondina e gli anfibi opachi. Non sono diventati invisibili solo gli operai: è successo lo stesso agli insegnanti, ai ferrovieri, agli impiegati di banca, a praticamente chiunque. Siamo tutti manager: marketing manager, key account manager, community manager. Ognuno convinto di essere qualcuno per il solo fatto di esistere, e gli altri affanculo.
Mantellini, Repubblica.it
09/01/2008
OMC: Ufficio Centrale della Motorizzazione Civile, operatore 000, buongiorno, in cosa posso esserle utile?
SS: Buongiorno, vorrei sapere se sono disponibili i bollini di aggiornamento della mia patente, a seguito di un cambio di residenza.
OMC: Mi dà il numero della patente?
SS: [numero patente]
OMC: …
OMC: In che data ha fatto il cambio di residenza?
SS: 27 febbraio 2007
OMC: Da comune a comune o da via a via?
SS: Da via a via
OMC: Senta, noi qui non abbiamo nulla in merito alla sua patente
SS: …
SS: Mi scusi, questo cosa significa?
OMC: Il Comune di Milano non ci ha mai inviato nulla
SS: E quindi io cosa dovrei fare?
OMC: Tornare all’anagrafe del Comune di Milano e farsi ridare la pratica
SS: (pensando che non ha mai avuto in mano quella pratica) Ah.
SS: Senta, posso fare lo stesso controllo anche per la patente di mia moglie?
OMC: Certo, mi dia il numero di patente
SS: [numero patente]
OMC: …
OMC: In che data ha fatto il cambio di residenza, sua moglie?
SS: fine maggio 2007
OMC: …
OMC: Guardi, non abbiamo niente anche in questo caso
SS: (piangendo di terrore) Ho capito, devo andare all’anagrafe, eccetera eccetera
OMC: Esatto
SS: Capisco. Grazie e arrivederci
OMC: Arrivederci
08/11/2007
[Pensierini sparsi dopo lo IAB Forum: una giornata in buona parte inutile, riscattata dall’incontro con il dottor [mini]marketing, quel che si dice una bella persona e un gran bel cervello]
Io, di tutta questa storia del 2.0 e del social comincio ad avere le scatole piene, se non altro per l’eccesso di ripetizione – il che significa, fin troppo spesso e del tutto ovviamente, ripetizione a sproposito. Si parla di “social” per qualsiasi cosa, si usa il termine come un mantra fino a raggiungere la pace dei sensi e l’autoconvincimento: il miglior modo per mandare in vacca anche quel po’ di buono c’è nel concetto.
Ho una certezza: la metà di chi sente parlare di 2.0 e di social e i tre quarti di chi ne parla è intimamente convinto di parlare di aria fritta. Però non è bello dirlo, quindi si predica bene e si razzola male, o meglio: si celebrano le magnifiche sorti e progressive, ma siccome il lunario va pur sbarcato si propongono le stesse forme di comunicazione commerciale di uno-due-tre-quattro-etc anni fa: perchè ai bambini devi dar da mangiare, altrimenti non crescono e allora addio magnifiche sorti e progressive.
I mercati sono conversazioni: e infatti si sentono anche un bel po’ di fesserie.
Più chiaramente, io non credo che le conversazioni abbiano un valore in sè, per il semplice fatto di esistere. Ho passato troppi anni della mia vita al bar (e nelle aziende) per non saperlo fin troppo bene.
20/07/2007
[Non so più quante volte l’ho pubblicato questo post, e quante volte ne ho discusso. E’ il bello e il brutto delle ricorrenze, credo. Nei quasi quattro anni trascorsi dalla mattina in cui lo scrissi sono cambiate molte cose; quello strano accrocchio che ci ostiniamo a chiamare “verità” ha preso contorni via via più precisi: e oggi, per quanto mi riguarda, sono – credo – meno netto in alcuni giudizi, ma – credo – più sicuro di una visione di fondo che le mie nonne avrebbero forse riassunto in poche parole: chi semina vento, raccoglie tempesta. Non so se qualcuno tornerà a commentare, a dire la sua: se lo farà, sarà il benvenuto, ci mancherebbe. Io, probabilmente, non risponderò: non solo non sono dell’umore giusto per farlo; ho anche abbastanza esperienza per essere quasi certo che nessuno si smuoverebbe dalla sua opinione, almeno in pubblico. Dico solo – e chiedo a chi legge di darmi un po’ di fiducia – che le righe che seguono non sono “di parte”, anche se lo sembrano: il “vaffanculo” è come la sberla che tiri a tuo figlio che ti ha fatto spaventare a morte (la perfida ironia delle frasi fatte) attraversando la strada senza guardare se arrivava una macchina, e “sputo su chi ha creato uno stato di guerra dove guerra non doveva esserci” è una specie di “nè con questo nè con quello”; il fatto è che non ho ancora trovato il modo per spiegarlo un po’ meglio.]
Di bombe, spari, paure e ricordi
Io non ero a Genova, per il G8. Quel weekend l’ho passato tra autostrade ed aeroporti. Ciò che so e che non so dipende dai mass media, quelli “mainstream”, quelli della cui correttezza tanti dubitano.
Non ho voglia – non sono proprio dell’umore giusto, di questi tempi – di rivangare, di analizzare i pestaggi nelle scuole e gli assalti dei black bloc, i limoni finti del Cavalier Silvio Banana e le zone rosse.
Però, c’è chi lo fa per me. E mi tira fuori ricordi, ed i ricordi – come i sogni – non li puoi controllare: vengono a galla, e ti entrano nello stomaco senza chiedere il permesso.
Mio padre era carabiniere. Lo è ancora, a dire il vero, perchè i carabinieri rimangono tali a vita, e papà è in buona salute, grazie a Dio. Mio padre era carabiniere anche nel Sessantotto, e lo è stato anche in tutti gli anni a seguire. A Milano, un posticino tranquillo, come molti di voi sanno.
Io non so cosa ricordate di quegli anni. Io ero piccolo, ed i miei ricordi sono nitidi nelle sensazioni e confusi nei dettagli. Ma ricordo che mio padre usciva di casa prima dell’alba, e rientrava a notte fonda, e passava giorni interi a fare un servizio chiamato “di ordine pubblico”: in altre parole, decine di ore seduto su un camion, a presidiare piazze e viali nelle quali scorrevano le manifestazioni di quei giorni di cui io so solo per aver letto sui libri, a prendersi anche insulti e sputi.
Ricordo, saranno stati i primi anni Settanta, con quanta fatica mia mamma tentava di dissimulare la tensione quando si faceva sera, e mio padre tardava a rientrare a casa, e mi raccontava storie e mi leggeva fumetti perchè un bambino di sei anni lo devi proteggere, e come fai a spiegargli che le strade della città dove vive sono piene di pistole e spranghe.
Ricordo quella sera d’inverno, avevo dieci anni ed ero seduto sul divano insieme ai miei genitori a guardare la televisione. Ricordo che sullo schermo passò una fotografia, sapete, di quelle in bianco e nero, le fototessera le chiamano, ed era un volto che io non avevo mai visto. Ricordo che mia mamma sbiancò, e balbettò “Ma quello è Antonio” e sì, era proprio il suo cugino Antonio, carabiniere anche lui, saltato su una bomba dopo aver fatto sgombrare la piazza. Antonio, che è rimasto vivo per miracolo, che ha impiegato quindici anni per tornare ad una vita quasi normale, che ha il corpo pieno di schegge troppo piccole per essere estratte, che immagino, provando a sorridere della cosa, che suona quando passa sotto un metal detector e si schermisce dicendo “Sa, sono l’uomo bionico”.
Io so di essere stato fortunato, troppo piccolo sia per il Sessantotto che per il Settantasette, non ho potuto “vivere da protagonista” (ma quanti, poi, lo hanno fatto veramente?) quei giorni, quegli anni. Ma so di aver provato, nel piccolo del mio essere bambino, nel piccolo delle quattro mura della mia casa di periferia di Milano, una sensazione che si chiama paura.
So che se mio padre si fosse trovato su una camionetta, solo ed in mezzo a decine di ragazzi urlanti e mascherati, solo e di fronte ad un ragazzo che sta per tirargli un estintore addosso, so che se mio padre avesse sparato ed avesse colpito quel ragazzo, io sarei stato con lui. Vaffanculo, Carlo Giuliani, piango la tua morte, piango che tu non possa girare mano nella mano con la tua fidanzata, piango l’osceno dolore di tua madre e tuo padre, sputo su chi ha creato uno stato di guerra dove guerra non doveva esserci, ma io sarei stato con mio papà.
23/04/2007
Questa gara a creare legami politici e di sangue tra i nostri partiti e quelli francesi è francamente patetica, segno della pochezza e della vaghezza dei nostri politici, per tacere di una tendenza alla millanteria davvero imbarazzante. Alla fine, pare che la Royal sia la candidata del centrosinistra italiano e che Sarkozy lo sia del centrodestra nostrano. Siccome Bayrou viene considerato l’ago della bilancia, oggi impazzano gli apparentamenti di secondo livello: Fini dice che “Bayrou e’ un candidato in realtà più vicino al centrodestra che al ‘centro’ come lo intendiamo in Italia“, mentre Amato ricorda che “il leader centrista francese è il capofila dei lib-dem al parlamento europeo“. A me piacerebbe incontrare Bayrou, fargli leggere la traduzione di queste dichiarazioni, e filmarlo mentre dice “Fini? Amato? E chi cazzo sono, scusi?”
Repubblica.it
06/03/2007
Da domani, il titolare qui sale sulla quattroruote e va a passare quattro giorni in terra di weissbier. Se non nevica (ma anche sì, in fondo) spero di riuscire a fermarmi un paio d’ore a Dachau, che è una di quelle cose che ogni tanto bisogna fare e rifare nella vita – come leggere i libri di Primo Levi. Poi, se qualcuno di voi è in giro a sciare nelle Alpi bavaresi, mi trova qui, impegnato a conversare amabilmente con una banda di simpatici alcoolisti nordeuropei lungo le rive di un lago solitamente ghiacciato. Prosit.
14/01/2007
Tra qualche giorno devo andare a Bruxelles, per parlare con delle persone che di lavoro, in buona sostanza, fanno i lobbysti. Tutto alla luce del sole, tutto legale: sono dei signori che per mestiere difendono/promuovono gli interessi di un certo settore a livello comunitario. Li conosco bene, so che sono competenti, appassionati e intellettualmente onesti [1], lavoro con loro da tanto tempo, ho persino fatto parte del Board europeo dell’associazione che guidano. Insomma, mi fido di loro, e so che i soldi che la mia azienda dà loro – sotto forma di quota associativa – sono sostanzialmente ben spesi. Al tempo stesso so che quei soldi non sono sufficienti, che ci sono lobby di ogni genere ben più ricche e con ben maggiore capacità di investimento, in grado di pagare decine di persone che conoscono i corridoi dei palazzi comunitari come le loro tasche, abilissimi nel far arrivare i documenti giusti al momento giusto sotto gli occhi giusti: potrei fare la lista delle lobby “nemiche”, e non sarebbe corta. Bruxelles, dietro la sua facciata grigia nasconde un tourbillon da Las Vegas della politica; e, come a Las Vegas, puoi sperare in un colpo di fortuna, puoi augurarti di buttare nella slot machine un dollaro per vederlo trasformarsi in una cascata di monete da far girare la testa anche a zio Paperone: ma sai che puoi vincere [2] solo giocando tanto, ma tanto, ma tanto, e su tanti tavoli diversi. Insomma, vado a Bruxelles per giocare il mio dollaro.
[1] Liberi di non crederci, naturalmente.
[2] Andare in pari, sì, forse è più corretto.
|
|
|