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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    12/12/2016

    Ufficio reclami

    Filed under: — JE6 @ 16:19

    Ho passato otto giorni sui treni e pullman di sei paesi diversi, quattromila chilometri, settantaquattro ore di viaggio sale di attesa escluse. Sono passato in mezzo a tre religioni e una manciata di lingue diverse, forse uno di questi giorni cerco di trovare il tempo e la voglia di scrivere com’è un InterRail a cinquant’anni (faticoso, diciamo). Naturalmente, essendo tornato a casa da meno di due giorni, ho ancora parecchia roba negli occhi. Tra le cose che mi tornano più spesso in mente ci sono due episodi tra loro collegati; nel secondo giorno di viaggio a un certo punto il treno si ferma nel mezzo della campagna croata. Fermo proprio. Nessun avviso, nessuna informazione, solo dopo una mezz’ora un’affannata controllora passa per i vagoni a dire qualcosa che immagino sia “abbiamo un guasto, stiamo cercando di mettere le cose a posto in fretta”. Durante l’ora abbondante in cui rimaniamo a guardare l’erba affaticata della campagna in inverno non c’è una sola protesta, in un vagone con una trentina di persone a bordo. Apro la porta, guardo fuori, vedo un paio di dozzine di passeggeri che si sgranchiscono le gambe passeggiando a fianco dei binari, fumando una sigaretta. Ancora niente, un urlo, un insulto, uno sbuffo, un vaffanculo. Poi si sente un colpo secco, è arrivata una nuova motrice, ci rispingono verso la stazione più vicina e da lì, probabilmente sbrigata qualche scartoffia, ripartiamo verso Belgrado. Mugugni: zero. Sei giorni dopo salgo su un regionale veloce a Trieste. Il treno parte con otto minuti di ritardo (ne recupererà tre arrivando a Mestre) e sono otto minuti interi di è una vergogna, stanno cercando il macchinista, pago sessanta euro al mese per questo schifo, la gente ha degli impegni; quando il treno si muove non si sente un sospiro di sollievo, ma una specie di sbuffo di delusione.

    (Non ho morali da trarre, non so nulla del rapporto dei croati con le loro linee ferroviarie, non so quale sia lo standard dei ritardi nella Venezia Giulia italiana, l’erba del vicino non è sempre più verde eccetera. Però è difficile girare in Italia di questi tempi e non avvertire un astio costante contro tutto e tutti che gorgoglia come una solfatara)

    22/08/2016

    Una volta erano tutti Greetings

    Filed under: — JE6 @ 15:04

    Qui una volta si viaggiava molto più di oggi. E si scriveva pure molto di più. A pensarci, forse le due cose erano molto più collegate di quanto sembrasse. Comunque. Qualche giorno fa sono uscito dalla porta di un albergo russo, stavo a San Pietroburgo, mi sono guardato intorno – la sera prima ero arrivato tardi, pioveva forte, era buio; e invece in quel momento lì c’era il sole, l’aria tersa e fresca – e ho sentito una cosa strana, che mi ci sono voluti tre stati e una dozzina di giorni e il rientro a casa per razionalizzare un po’, e quella cosa era una specie di sensazione di casa. Che detta così, dopo aver fatto Russia, Finlandia e Estonia, sembra una scemenza. E non sono sicuro che non lo sia, però so che ogni volta che sono stato dall’altra parte dell’Atlantico respiravo qualcosa di diverso, potevo chiudere gli occhi e sapere di essere lì solo per l’aria, qualcosa di indefinibile e per me inspiegabile ancora oggi dopo vent’anni dalla prima volta che mi ritrovai nella fornace di Atlanta. E invece qui. Mi è altrettanto inspiegabile respirare l’aria della Neva o quella della piazza del Senato di Helsinki, o di Kadriorg a Tallinn e sentirle come qualcosa di conosciuto pur non avendoci mai messo piede prima. Non so, è strano, ho visto certo più Italia a San Diego che non in casa degli Zar, non so cos’è, magari è una fissa solo mia. Eppure questa cosa di essere lontano e annusare l’Europa mi piace. Come mi piace anche il suo contrario – è che alla fine è così, dove mi metti sto e ci sto bene, in fondo è tutto lì.

    26/08/2015

    At the Kingston Mines

    Filed under: — JE6 @ 12:55

    Il primo spettacolo è quello che mi piace di più, c’è ancora poca gente, non fai la coda in cucina per prenderti da mangiare e se ancora il pubblico non si è scaldato c’è un’atmosfera rilassata, come di godiamoci in santa pace quest’oretta che arriva. Sul palco c’è lo stesso uomo che avevo ascoltato qualche anno fa, suona qui due volte alla settimana, e sono contento di risentirlo. Arrivano altri turisti, come noi, e so che qualcuno pensa che questo sia un male, che questo rende meno vero quello che succede ma non è così, il blues è il blues, la birra è la birra, ogni volta succede così, due accordi e potremmo essere in un pub della provincia lombarda e non cambierebbe nulla. A un tavolo vedo un gruppo di ragazzi, e li vede anche Carl che sta sul palco con la sua chitarra, alcuni di loro sono dei disabili e gli altri sono i loro accompagnatori, li vede e a metà del set scende dal palco senza smettere di suonare, e senza smettere di suonare si avvicina al tavolo e sposta una sedia rimasta libera e ci si siede e per quattro, cinque lunghissimi minuti suona per loro e solo per loro, loro che non possono tenere il tempo con i piedi immobili sul pianale della sedia a rotelle, che non possono battere la mano sul tavolo di legno, a guardare la scena da qui, da qualche metro di distanza sembra di assistere a una serenata e tutti ringraziano le luci abbastanza basse da nascondere i lucciconi che cadono sulle buffalo wings che restano nel piatto a freddarsi fino a quando Carl si rialza e si allunga sul tavolo e tocca una spalla, una mano di ognuno di questi ragazzi e si direbbe che li ringrazi e tutti nel locale sono all smiles e ordinano un altro giro prima di uscire in questa via lontana dalle mille luci del Magnificent Mile a guardarsi in faccia senza sapere bene cosa dire.

    24/08/2015

    Trasporti speciali

    Filed under: — JE6 @ 13:32

    Stiamo lì, su questa barca da trentotto posti, una manciata di turisti e due di abitanti di queste cinque isole che in totale al censimento fanno centoquaranta anime e “sì, d’inverno fa anche meno venticinque e il mare è grosso per giorni e settimane e quindi è meglio avere delle buone scorte se non hai una casa anche sulla terraferma”. Stiamo lì e guardiamo il carico delle merci che vengono accatastate fra i passeggeri vicino alle loro borse della spesa, a fianco del timone, sul tetto. C’è di tutto, casse di bottiglie di vino per il piccolo ristorante, un forno a microonde, scatole di oggetti per la casa, buste di documenti, tutto caricato a mano dai due diciassettenni che durante l’anno studiano in Connecticut e poi passano le loro estati a fare il gioco dei quattro cantoni tra questi porticcioli. Stiamo lì, e mentre aspettiamo di capire se partiremo in orario e soprattutto se ci sarà posto per tutti diamo un’occhiata allo smartphone, un messaggio, una mail, cosa dicono le news, e senza accorgercene stiamo dentro al presente e a un passato lontano al tempo stesso, in tasca le parole che non trovano più ostacoli perché nel mondo occidentale un ripetitore e un satellite non si negano a nessuno, e sul pavimento umido le cose, quelle fatte di materia che tocchi con le mani e hanno una consistenza e un peso, che invece sono lì in balìa di un’onda più grossa come cento o cinquecento anni fa, anche qui nel paese più ricco del mondo, che se ci pensi fa un po’ impressione perché in quelle scatole e buste e pacchi c’è roba importante quanto e più della grandissima maggioranza di quel che facciamo viaggiare sulla rete, un bicchiere di vino come premio per essere arrivati in fondo alla giornata, uno strofinaccio, il detersivo per il bagno, un ricambio per la falciatrice, e quando sei lì a guardare il carico e lo scarico ti rendi conto del gigantesco e invisibile sforzo che qualcuno fa costantemente per noi per muovere le cose e portarcele, e farci vivere.

    27/05/2015

    E invece

    Filed under: — JE6 @ 17:16

    Ci sono posti che non riesci a immaginarti diversi da come li hai visti, nemmeno se ti sforzi. Ho perso il conto di quante volte sono stato nella Grand Place di Bruxelles ed è sempre stato un luogo bello, pieno di una strana calma anche quando era pieno di turisti o quando cadeva una pioggia feroce. E pure lo stadio della città, quello che una volta era l’Heysel e adesso porta il nome di un re, visto in un giorno di novembre, anche quello: sta al limitare di un parco, grande verde e tranquillo come può essere un parco belga, e fai fatica a vederci i morti, il sangue, i poliziotti a cavallo che non sanno cosa fare, gli ubriachi e tutto il resto. Non sembra possibile, semplicemente. E invece.

    08/08/2014

    Cinque vasi e uno sgabello

    Filed under: — JE6 @ 18:05

    Come si scordano in fretta le cose, l’anno scorso mi cercavo immagini per descrivere Detroit ed erano tutte olocausti nucleari, bombe H, alieni, quando sarebbe bastato ricordare L’Aquila vista un anno dopo il terremoto in una deviazione tra Teramo, Tivoli e una via dalle parti di Castro Pretorio.
    C’è qualche impalcatura in meno oggi, e ci sono un paio di bar aperti in più lungo il corso che porta al Duomo. Su un balcone sono rimasti cinque vasi e uno sgabello, un fermo immagine che ti porta indietro di cinque anni secchi. Non ci sono le divise dell’Esercito, le ricorda una scritta su un telo bianco all’ingresso della Zona Rossa, “mi mancano i militari”, dice. E non c’è più l’atmosfera di tragedia, la sensazione di dolore e compassione, ci sono lo stesso silenzio polveroso, lo stesso tintinnare di ganci che sbattono sui ponteggi, lo stesso clic delle macchine fotografiche e dei telefoni che portano a casa il che-disastro-che-tristezza di foto che nessuno guarda, solo depurato dalla sensazione di imbarazzo e vergogna che si ha nel ritrarre la sventura altrui. Le macerie, quando sono fumanti, hanno ancora dentro abbastanza morte da ricordare la vita; quando si raffreddano diventano museo, e quei dieci uomini con l’elmetto giallo che girano intorno a una delle cento gru messe al posto delle antenne televisive devono esserne i guardiani, o gli uscieri.

    03/07/2014

    Greetings from Ljubljana 2014 – Prima della tempesta

    Filed under: — JE6 @ 22:41

    Sai quella cosa di prima della tempesta, la quiete, domani prevedono brutto anche se ci sarà il sole e allora ci vogliono quattro passi in riva al fiume, e lungo le vie acciottolate a guardare col naso all’insù questi strani ombrellini di carta che pendono insieme alle scarpe vecchie appese come ad Harlem, a bere una birra in mezzo ai ragazzi con gli zaini e alle donne dalle gambe lunghissime, ad ascoltare il trio blues che si mischia col quintetto gitano, a fissare il marmo splendente del municipio, a girare gli angoli di un posto che conosci quasi come casa tua, a fermarsi sul ponte, quello lì, quello da dove si vede la luce porpora. Te la ricordi Ljubljana, sì? Come se fosse venerdì sera, come se fosse estate.

    25/04/2014

    Greetings from Leeds 2014 – Di bocca buona

    Filed under: — JE6 @ 17:57

    Non so se sono di bocca buona, se sono uno di quelli che dove li metti sta, so che torno in questo posto che alla fine non ha niente di speciale, non va sulle guide turistiche, e ci sto bene, sto bene all’Horse and Trumpet a bere birra al banco insieme a una signora che ha conosciuto tempi più felici e ride quando mi vede trafficare con le monete per pagare il conto, sto bene sul ponte illuminato da luci violette che porta alle case di mattoni rossi sui canali di Navigation Walk, sto bene guardando la scritta rossa in cima alla fabbrica della Tetley’s – tutte cose che ho visto e rivisto e sì, certo, mica mi dispiacerebbe essere a Barcellona o Berlino, epperò la campagna dello Yorkshire vista dai finestrini del TransPennine Express, devo essere proprio di bocca buona, o devo avere bevuto troppo, perché in fondo non avrei tutta questa voglia di fare a cambio.

    Greetings from Leeds 2014 – Al sole

    Filed under: — JE6 @ 17:44

    Bring on a coat, mi scrive Martin. Lo faccio, e mi servirà; ma a metà mattina, mentre cammino dalla stazione verso il palazzo di vetro dove passerò il resto del giorno, splende il sole. E allora come ogni volta che vengo al nord – non importa dove, Germania, Gran Bretagna, Slovacchia – mi sento un po’ come il Totò che insieme a Peppino arriva a Milano, io con il mio giubbotto leggero che guardo la gente che affolla i marciapiedi come lucertole che hanno aspettato il caldo troppo a lungo, tutti con un mezzo sorriso, un po’ beato e un po’ incredulo, e se non mi stessero aspettando mi fermerei a fare due chiacchiere con qualcuno, darei un cinque a questo ragazzone che sembra preso da Point Break e gira con le infradito, anche se non fumo chiederei una sigaretta a questa ragazza bionda dalle braccia tornite che tira le ultime due boccate seduta su un muretto davanti all’ingresso di una charity vestita di una tshirt azzurra che pare fatta di carta velina, starei lì, a capire cos’è la primavera, perché noi in fondo non lo sappiamo, non come loro.

    28/02/2014

    Greetings from London 2014 – Senza foto, vicino allo stadio

    Filed under: — JE6 @ 17:28

    Vorrei avere più tempo, vorrei potermi fermare davanti a ogni tomba, a ogni lapide. Ma ho solo mezz’ora, incastrata tra due appuntamenti. E’ quella che mi basta per percorrere il lungo viale centrale che taglia il Brompton Cemetery, e guardare le croci, quelle nostre e quelle con due braccia in più con le scritte in cirillico, e sentire l’aria fresca di Londra in un giorno di sole perfetto. E’ un libro di storia questo posto, una pagina per il generale che ha assediato e conquistato Sebastopoli, una per il filantropo della fine dell’Ottocento, una per il mercante delle Indie, una per “la mia carissima amica” – che trovo struggente, penso a una donna senza parenti ma con un’amica così vicina da essere la persona che le ha curato il funerale, e la sepoltura. Il terreno è fatto di avvallamenti, cunette, saliscendi, non c’è una sola tomba in piano al Brompton Cemetery; e non c’è una sola fotografia, nemmeno sulle tombe degli anni Trenta o Quaranta. E’ bello provare a immaginarsi i volti che stavano dietro a nomi che non usano più, i vestiti, ed è strano fermarsi al centro del cimitero guardando verso ovest, stare nel mezzo dell’Ottocento, avere a destra il grattacielo dell’Empress State Building e a sinistra lo stadio di Stamford Bridge, così vicini da poterli toccare, da potersi toccare come la nipote e la bisnonna della gita a mezzanotte di Roddy Doyle, come due vite, di cui una fatta di morti.