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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    07/11/2018

    Sotto le stelle del Messico a emigrar

    Filed under: — JE6 @ 14:13

    Avevo un giorno libero, prima di rientrare in Italia. Scesi nella hall e chiesi alla signora che stava dietro il banco della reception di confermarmi che a un paio di isolati avrei trovato la fermata del tram che portava da downtown San Diego al confine con il Messico e da lì, in cinque minuti a piedi, a Tijuana. Quella sbiancò in faccia, guardi che è pericoloso, non ha letto il giornale di oggi (l’avevo letto, sì: da qualche parte, non lontano, avevano ritrovato i corpi di 16 persone uccise nella millesima sparatoria tra bande di narcos: beh, ma io mica vado a cacciarmi in mezzo alle colline, mi ero detto). Io feci sì con la testa, le offrii il mio miglior sorriso e puntai di nuovo il dito sulla mappa della città che stava appoggiata sul bancone: è questa qui, giusto?, le dissi e lei ci mancò poco che mi tirasse uno schiaffo come una madre a un ragazzino disobbediente, prima di rispondere che sì, era quella lì. Non sono mai stato bravo a sorridere.

    Comunque arrivai al confine, scesi dal tram e passai quasi senza fiatare davanti a una pattuglia di marines messicani – li chiamano così anche loro, sarà per comodità – prima di avere l’impressione che in duecento metri tutti i colori sembravano essere diventati di colpo più forti e brillanti e saturi. A Tijuana passai mezza giornata, giusto il tempo sufficiente per poter dire oh, sono stato in Messico, mezza giornata che ricordo tutta con la stessa nitidezza di quei colori che poi tornavano a sbiadire una volta rimesso piede in California. Ai tempi quello era il confine più trafficato del mondo, almeno per i passaggi ufficialmente registrati – lo scrivevano pure sui cartelli in città come motivo di vanto. E’ che non c’era molto da vantarsi perché di quei cinquantaquattro milioni di movimenti in un anno ce ne saranno stati cinquantatrè in un senso e uno nell’altro, e indovina in che direzione andava il flusso vero, quello che a qualsiasi ora ricordava la carovana che da giorni si sta muovendo dal Messico verso gli Stati Uniti, quella che fa tanta paura a Trump. Ti mettevi lì, a cavallo della striscia di mezzeria, e guardavi. Di qua una macchina e due pedoni ogni tanto, di là una cosa riassunta in una frase fatta di cui avrei capito meglio il senso qualche anno dopo cercando di uscire vivo dalla fermata della metro di Shanghai di People’s Square, il fiume di persone. E, stando in mezzo, a cavallo di quella striscia di mezzeria, la chiara sensazione, la certezza che non puoi lottare (posto che tu pensi di doverlo fare: e no, in questo e in quel caso io non lo credevo) contro un popolo intero. Non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno, diceva Musil, e oggi, ripensando a quel giorno sulla linea di confine di Tijuana, non solo penso che avesse ragione: lo spero.

    14/05/2018

    La moneta di Prizren

    Filed under: — JE6 @ 11:41

    (…) Mi ero fermato in un locale per chiedere una birra, meritata dopo tre ore di guida lungo le strade e in mezzo alle montagne albanesi; avevo deciso di andare in Kosovo all’ultimo momento, per un buco del programma di lavoro che mi portava a Tirana, Durrës e Berat: per quanto ne sapevo, nella mia placida ignoranza, quella era una specie di ulteriore provincia albanese dotata di uno status giuridico non chiarissimo, né più ne meno che una dependance albanese. Invece il cameriere mi ha detto a brutto muso che non avrebbe accettato i Lek con i quali volevo pagare e che avrei fatto meglio a farmi cambiare quei pezzi di carta che lì, a una ventina di chilometri dal confine, non avevano alcun valore. Rapidamente ho capito che quella era la regola locale, che valeva senza eccezioni per i bar e i venditori di souvenir e i ristoranti e le decine di chioschi che si mantengono vendendo il servizio di fotocopiatura – apparentemente uno dei più richiesti dalla popolazione locale. Gli esercenti kosovari non volevano nemmeno usare la cortesia solita in Canton Ticino, quella di accettare il pagamento in euro a patto di poter dare il resto in franchi svizzeri. Così ho chiesto indicazioni, mi sono fatto dire dove stava il cambiavalute locale, ho costeggiato la riva destra della Bistrica, ho aperto il portafogli, ho tirato fuori il biglietto da 1000 Lek e ho aspettato l’equivalente in valuta locale. Che ho scoperto essere l’euro.

    Il resto qui, su Left Wing.

    04/02/2018

    Nessuno

    Filed under: — JE6 @ 13:40

    E’ agosto, e stiamo tornando da Chernobyl. Guardo fuori dal finestrino. Sono sfinito, e al tempo stesso vorrei tornare indietro, subito, a vedere ciò che non abbiamo visto e rivedere tutto il resto. Mentre fuori passano girasoli e case col tetto di paglia e autobus precari cerco di capire quello che ho visto e cosa mi ha lasciato dentro, ma so che non è questo il momento, è troppo presto, è troppo vicino, mi devo fidare della formidabile capacità della memoria di distillare ciò che veramente conta: come diceva Marquéz, la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda; poi lui aggiungeva: e come la si ricorda, per raccontarla; ma questa è un’altra storia. Mi volto verso Ermanno, con il quale ho condiviso per due giorni la camera di Chernobyl e questa ultima fila dello Sprinter, e lo vedo perso nel torpore della stanchezza e della batteria del telefono ormai scarica. Allora chiudo gli occhi anch’io ed è in quel momento che ritorna a galla una scena che, anche se non lo so ancora, mi accompagnerà per un sacco di tempo. Ci siamo tutti e nove, messi a semicerchio davanti a Igor, dentro la torre di raffreddamento. Qualcuno gli ha chiesto quale sarà il destino, cosa ne faranno di questo posto che ha la stessa indefinibile maestosità di una cattedrale medievale e la stessa mancanza di futuro di un giocattolo rotto, e per una frazione di secondo, prima di rispondere, abbiamo potuto vedere che gli è passata sul volto l’espressione di quello che si chiede se sei veramente così cretino da aver fatto sul serio quella domanda. Ma è stato un lampo, un soffio: poi Igor ha risposto con una sola parola, ha detto “nulla”. Come nulla, Igor, cosa vuol dire nulla? Vuol dire, ci spiega tranquillo e serio e rassegnato, che non possiamo fare nulla, perché l’Ucraina ha le casse vuote ed è in guerra anche se non dichiarata e si tiene a galla solo con i fondi che arrivano in qualche modo dall’estero e insomma non abbiamo né soldi né persone né tecnologie, e anche se li avessimo guardatevi intorno, vedete quanto è grosso questo posto, sapete che qui siamo a due soli chilometri dalla Centrale e se facessimo implodere tutto quanto produrremmo un microterremoto che farebbe venir giù ancora la Centrale con tutto il suo arco splendente, pensate che sia possibile? Allora ha parlato uno per tutti, gli ha detto con un misto di incredulità e timore scusa Igor, ma non potrà rimanere tutto così per sempre, abbiamo visto i palazzi di Pryp’jat’ che vengono giù da soli, succederà la stessa cosa anche qui, cosa farete?
    Igor ha fatto passare lo sguardo oltre la barriera dei nostri corpi guardando verso l’esterno della torre di raffreddamento, dove c’è il sentiero che attraversa il sottobosco fino ai binari che portano al ponte sopra il canale dove nuotano i pesci gatto, dove c’è lo Sprinter parcheggiato con il muso in direzione di Kiev, bastava seguire i suoi occhi per vedere la strada verso casa srotolarsi come il filo che si deve usare per non perdersi nei labirinti, ha messo le mani nella tasca dei pantaloni della tuta e si è incamminato facendoci capire che era l’ora di andare, che dovevamo seguirlo, e ha detto “Non lo so. Non lo sa nessuno, cosa faremo”.

    (Non so se capita anche a voi di avere delle immagini che vi si stampano dentro, sul momento non ci fate tanto caso ma poi, mesi dopo, vengono fuori e poi lo fanno ancora, e ancora, quando avete la testa da un’altra parte e loro arrivano senza avviso né richiesta e non vi resta che accoglierle.)

    12/12/2016

    Ufficio reclami

    Filed under: — JE6 @ 16:19

    Ho passato otto giorni sui treni e pullman di sei paesi diversi, quattromila chilometri, settantaquattro ore di viaggio sale di attesa escluse. Sono passato in mezzo a tre religioni e una manciata di lingue diverse, forse uno di questi giorni cerco di trovare il tempo e la voglia di scrivere com’è un InterRail a cinquant’anni (faticoso, diciamo). Naturalmente, essendo tornato a casa da meno di due giorni, ho ancora parecchia roba negli occhi. Tra le cose che mi tornano più spesso in mente ci sono due episodi tra loro collegati; nel secondo giorno di viaggio a un certo punto il treno si ferma nel mezzo della campagna croata. Fermo proprio. Nessun avviso, nessuna informazione, solo dopo una mezz’ora un’affannata controllora passa per i vagoni a dire qualcosa che immagino sia “abbiamo un guasto, stiamo cercando di mettere le cose a posto in fretta”. Durante l’ora abbondante in cui rimaniamo a guardare l’erba affaticata della campagna in inverno non c’è una sola protesta, in un vagone con una trentina di persone a bordo. Apro la porta, guardo fuori, vedo un paio di dozzine di passeggeri che si sgranchiscono le gambe passeggiando a fianco dei binari, fumando una sigaretta. Ancora niente, un urlo, un insulto, uno sbuffo, un vaffanculo. Poi si sente un colpo secco, è arrivata una nuova motrice, ci rispingono verso la stazione più vicina e da lì, probabilmente sbrigata qualche scartoffia, ripartiamo verso Belgrado. Mugugni: zero. Sei giorni dopo salgo su un regionale veloce a Trieste. Il treno parte con otto minuti di ritardo (ne recupererà tre arrivando a Mestre) e sono otto minuti interi di è una vergogna, stanno cercando il macchinista, pago sessanta euro al mese per questo schifo, la gente ha degli impegni; quando il treno si muove non si sente un sospiro di sollievo, ma una specie di sbuffo di delusione.

    (Non ho morali da trarre, non so nulla del rapporto dei croati con le loro linee ferroviarie, non so quale sia lo standard dei ritardi nella Venezia Giulia italiana, l’erba del vicino non è sempre più verde eccetera. Però è difficile girare in Italia di questi tempi e non avvertire un astio costante contro tutto e tutti che gorgoglia come una solfatara)

    22/08/2016

    Una volta erano tutti Greetings

    Filed under: — JE6 @ 15:04

    Qui una volta si viaggiava molto più di oggi. E si scriveva pure molto di più. A pensarci, forse le due cose erano molto più collegate di quanto sembrasse. Comunque. Qualche giorno fa sono uscito dalla porta di un albergo russo, stavo a San Pietroburgo, mi sono guardato intorno – la sera prima ero arrivato tardi, pioveva forte, era buio; e invece in quel momento lì c’era il sole, l’aria tersa e fresca – e ho sentito una cosa strana, che mi ci sono voluti tre stati e una dozzina di giorni e il rientro a casa per razionalizzare un po’, e quella cosa era una specie di sensazione di casa. Che detta così, dopo aver fatto Russia, Finlandia e Estonia, sembra una scemenza. E non sono sicuro che non lo sia, però so che ogni volta che sono stato dall’altra parte dell’Atlantico respiravo qualcosa di diverso, potevo chiudere gli occhi e sapere di essere lì solo per l’aria, qualcosa di indefinibile e per me inspiegabile ancora oggi dopo vent’anni dalla prima volta che mi ritrovai nella fornace di Atlanta. E invece qui. Mi è altrettanto inspiegabile respirare l’aria della Neva o quella della piazza del Senato di Helsinki, o di Kadriorg a Tallinn e sentirle come qualcosa di conosciuto pur non avendoci mai messo piede prima. Non so, è strano, ho visto certo più Italia a San Diego che non in casa degli Zar, non so cos’è, magari è una fissa solo mia. Eppure questa cosa di essere lontano e annusare l’Europa mi piace. Come mi piace anche il suo contrario – è che alla fine è così, dove mi metti sto e ci sto bene, in fondo è tutto lì.

    26/08/2015

    At the Kingston Mines

    Filed under: — JE6 @ 12:55

    Il primo spettacolo è quello che mi piace di più, c’è ancora poca gente, non fai la coda in cucina per prenderti da mangiare e se ancora il pubblico non si è scaldato c’è un’atmosfera rilassata, come di godiamoci in santa pace quest’oretta che arriva. Sul palco c’è lo stesso uomo che avevo ascoltato qualche anno fa, suona qui due volte alla settimana, e sono contento di risentirlo. Arrivano altri turisti, come noi, e so che qualcuno pensa che questo sia un male, che questo rende meno vero quello che succede ma non è così, il blues è il blues, la birra è la birra, ogni volta succede così, due accordi e potremmo essere in un pub della provincia lombarda e non cambierebbe nulla. A un tavolo vedo un gruppo di ragazzi, e li vede anche Carl che sta sul palco con la sua chitarra, alcuni di loro sono dei disabili e gli altri sono i loro accompagnatori, li vede e a metà del set scende dal palco senza smettere di suonare, e senza smettere di suonare si avvicina al tavolo e sposta una sedia rimasta libera e ci si siede e per quattro, cinque lunghissimi minuti suona per loro e solo per loro, loro che non possono tenere il tempo con i piedi immobili sul pianale della sedia a rotelle, che non possono battere la mano sul tavolo di legno, a guardare la scena da qui, da qualche metro di distanza sembra di assistere a una serenata e tutti ringraziano le luci abbastanza basse da nascondere i lucciconi che cadono sulle buffalo wings che restano nel piatto a freddarsi fino a quando Carl si rialza e si allunga sul tavolo e tocca una spalla, una mano di ognuno di questi ragazzi e si direbbe che li ringrazi e tutti nel locale sono all smiles e ordinano un altro giro prima di uscire in questa via lontana dalle mille luci del Magnificent Mile a guardarsi in faccia senza sapere bene cosa dire.

    24/08/2015

    Trasporti speciali

    Filed under: — JE6 @ 13:32

    Stiamo lì, su questa barca da trentotto posti, una manciata di turisti e due di abitanti di queste cinque isole che in totale al censimento fanno centoquaranta anime e “sì, d’inverno fa anche meno venticinque e il mare è grosso per giorni e settimane e quindi è meglio avere delle buone scorte se non hai una casa anche sulla terraferma”. Stiamo lì e guardiamo il carico delle merci che vengono accatastate fra i passeggeri vicino alle loro borse della spesa, a fianco del timone, sul tetto. C’è di tutto, casse di bottiglie di vino per il piccolo ristorante, un forno a microonde, scatole di oggetti per la casa, buste di documenti, tutto caricato a mano dai due diciassettenni che durante l’anno studiano in Connecticut e poi passano le loro estati a fare il gioco dei quattro cantoni tra questi porticcioli. Stiamo lì, e mentre aspettiamo di capire se partiremo in orario e soprattutto se ci sarà posto per tutti diamo un’occhiata allo smartphone, un messaggio, una mail, cosa dicono le news, e senza accorgercene stiamo dentro al presente e a un passato lontano al tempo stesso, in tasca le parole che non trovano più ostacoli perché nel mondo occidentale un ripetitore e un satellite non si negano a nessuno, e sul pavimento umido le cose, quelle fatte di materia che tocchi con le mani e hanno una consistenza e un peso, che invece sono lì in balìa di un’onda più grossa come cento o cinquecento anni fa, anche qui nel paese più ricco del mondo, che se ci pensi fa un po’ impressione perché in quelle scatole e buste e pacchi c’è roba importante quanto e più della grandissima maggioranza di quel che facciamo viaggiare sulla rete, un bicchiere di vino come premio per essere arrivati in fondo alla giornata, uno strofinaccio, il detersivo per il bagno, un ricambio per la falciatrice, e quando sei lì a guardare il carico e lo scarico ti rendi conto del gigantesco e invisibile sforzo che qualcuno fa costantemente per noi per muovere le cose e portarcele, e farci vivere.

    27/05/2015

    E invece

    Filed under: — JE6 @ 17:16

    Ci sono posti che non riesci a immaginarti diversi da come li hai visti, nemmeno se ti sforzi. Ho perso il conto di quante volte sono stato nella Grand Place di Bruxelles ed è sempre stato un luogo bello, pieno di una strana calma anche quando era pieno di turisti o quando cadeva una pioggia feroce. E pure lo stadio della città, quello che una volta era l’Heysel e adesso porta il nome di un re, visto in un giorno di novembre, anche quello: sta al limitare di un parco, grande verde e tranquillo come può essere un parco belga, e fai fatica a vederci i morti, il sangue, i poliziotti a cavallo che non sanno cosa fare, gli ubriachi e tutto il resto. Non sembra possibile, semplicemente. E invece.

    08/08/2014

    Cinque vasi e uno sgabello

    Filed under: — JE6 @ 18:05

    Come si scordano in fretta le cose, l’anno scorso mi cercavo immagini per descrivere Detroit ed erano tutte olocausti nucleari, bombe H, alieni, quando sarebbe bastato ricordare L’Aquila vista un anno dopo il terremoto in una deviazione tra Teramo, Tivoli e una via dalle parti di Castro Pretorio.
    C’è qualche impalcatura in meno oggi, e ci sono un paio di bar aperti in più lungo il corso che porta al Duomo. Su un balcone sono rimasti cinque vasi e uno sgabello, un fermo immagine che ti porta indietro di cinque anni secchi. Non ci sono le divise dell’Esercito, le ricorda una scritta su un telo bianco all’ingresso della Zona Rossa, “mi mancano i militari”, dice. E non c’è più l’atmosfera di tragedia, la sensazione di dolore e compassione, ci sono lo stesso silenzio polveroso, lo stesso tintinnare di ganci che sbattono sui ponteggi, lo stesso clic delle macchine fotografiche e dei telefoni che portano a casa il che-disastro-che-tristezza di foto che nessuno guarda, solo depurato dalla sensazione di imbarazzo e vergogna che si ha nel ritrarre la sventura altrui. Le macerie, quando sono fumanti, hanno ancora dentro abbastanza morte da ricordare la vita; quando si raffreddano diventano museo, e quei dieci uomini con l’elmetto giallo che girano intorno a una delle cento gru messe al posto delle antenne televisive devono esserne i guardiani, o gli uscieri.

    03/07/2014

    Greetings from Ljubljana 2014 – Prima della tempesta

    Filed under: — JE6 @ 22:41

    Sai quella cosa di prima della tempesta, la quiete, domani prevedono brutto anche se ci sarà il sole e allora ci vogliono quattro passi in riva al fiume, e lungo le vie acciottolate a guardare col naso all’insù questi strani ombrellini di carta che pendono insieme alle scarpe vecchie appese come ad Harlem, a bere una birra in mezzo ai ragazzi con gli zaini e alle donne dalle gambe lunghissime, ad ascoltare il trio blues che si mischia col quintetto gitano, a fissare il marmo splendente del municipio, a girare gli angoli di un posto che conosci quasi come casa tua, a fermarsi sul ponte, quello lì, quello da dove si vede la luce porpora. Te la ricordi Ljubljana, sì? Come se fosse venerdì sera, come se fosse estate.