< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Libri
  • Broncio
  • Kefiah
  • Trattato di pace
  • La benda
  • Fiscal Chernobyl
  • I cimiteri di Trieste
  • Dentro Chernobyl
  • Le cose importanti
  • Poi si mette lo zinco nell’acido diluito (venticinque aprile)
  • December 2019
    M T W T F S S
    « Nov    
     1
    2345678
    9101112131415
    16171819202122
    23242526272829
    3031  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    14/10/2014

    Daysleeper

    Filed under: — JE6 @ 16:57

    Chissà se sta contando le fermate, questa è la seconda allora è Palestro, o se a un certo punto aprirà gli occhi e si renderà conto di aver passato da un pezzo la sua, ma come Buonarroti, ma cosa ci faccio qui. Intanto gli occhi li tiene chiusi e forse sogna, o forse sta sognando ad occhi aperti anche se ha le palpebre chiuse, chissà cosa gli passa per la mente, cosa sta ricordando, dove vorrebbe essere, di sicuro non sta ascoltando le due mamme che gli siedono vicine in questo sabato piovoso, ma quand’è il prossimo open day, il quindici, ma è la data dello scientifico, lo so ma mio figlio mica ha deciso cosa vuole fare da grande. Sorride, incurante delle chiacchiere, del rumore della metropolitana, ha una barba da zio russo e la faccia di un bambino di settant’anni. Sorride e cambia espressione, come se dietro quelle palpebre stessero passando tante immagini diverse, sorride chiuso in una bolla trasparente che lo protegge da una città che sta tornando a casa per il pranzo o che sta arrancando assonnata verso un brunch prima di fare la spesa per la settimana in arrivo. Scendono prima le mamme dei figli indecisi, poi scendo io, e lui resta lì, la mano appoggiata sulla coscia, l’espressione beata, chissà se arriverà fino al capolinea.

    16/06/2011

    M.

    Filed under: — JE6 @ 09:17

    Conosco M. da non ricordo nemmeno più quanto tempo. Almeno venticinque anni, più probabilmente trenta. “Conosco” in realtà non è la parola giusta. So chi è, com’è fatto, so che ha quello che nel nostro linguaggio gentile e asettico si chiama disagio mentale, so più o meno dove abita – dove abitavo io un tempo: il palazzo non conta, si assomigliano tutti. Da quando ho ripreso a usare la metropolitana lo vedo quasi tutte le mattine: entra dalla prima porta della prima carrozza e la attraversa tutta fino all’ultima porta, incurante delle centinaia di persone sedute e in piedi che si ritagliano il loro spazio vitale fino alla discesa, le prende a spallate ma senza cattiveria, gli occhi sbarrati alla ricerca del prossimo appiglio al quale agganciarsi per vincere le scosse del vagone, poi finalmente si ferma e si aggrappa a un reggimano e lì resta; ogni tanto si gratta la testa, ogni tanto si mette a posto i pantaloni, con quei gesti nervosi e compulsivi che gli vedo fare da una vita. Molti passeggeri ci hanno fatto l’abitudine, molti altri capiscono al secondo sguardo; altri invece tirano su gli occhi dal loro quotidiano gratuito e lo fissano con un misto di sorpresa e fastidio, e io in quel momento vorrei rassicurarli, state tranquilli, è innocuo, è un bravo ragazzo – ragazzo, diosanto: M. avrà quarant’anni come minimo – non fa del male a nessuno, vorrei raccontargli che lo conosco da un’epoca lontana di capelli lunghi, Stan Smith e siringhe conficcate nei tronchi degli alberi, vorrei dirgli che M. ha un’espressione caratteristica che usava spesso quando succedeva qualcosa di nuovo e per lui strano, scuoteva un po’ la testa e diceva “sto allegro lo stesso”, ecco, non ti preoccupare di M., lui sta allegro lo stesso, ancora oggi, puoi farlo anche tu.

    19/04/2009

    La suora

    Filed under: — JE6 @ 15:41

    Sono in piedi, fermo proprio sulla linea gialla che ti dice “sei fai un altro passo sei morto”. Volto lo sguardo verso il display che indica fra quanti minuti arriverà il prossimo treno, leggo “1 minuto” e riabbassando lo sguardo la vedo. Credo che sia lei, anzi ne sono sicuro anche se non la vedo da non so più quanto tempo. Scavo nella memoria alla ricerca del nome, rimanendo indeciso tra Paola e Alessandra; non che sia molto importante, visto che ci saremo scambiati la parola tre, forse quattro volte finchè lei è rimasta ad abitare in quartiere: sono le cose che capitano con le sorelle degli amici dell’amico, compagnie diverse, età diverse, scuole diverse. Tutto diverso, visto che lei, qualcosa come venticinque anni fa, si è fatta suora. Saliamo sul vagone, e faccio in modo di poterla guardare senza che lei mi veda. Osservo il suo abito nero, il velo che le cinge la testa, la piccola croce appesa al collo, le scarpe. Credo che una suora potrebbe essere riconosciuta solo guardandole i piedi, perchè non mi viene in mente nessun’altra donna che decida coscientemente di comprare un paio di mocassini con il tacco basso, la punta larga e un indefinito colore tra il nero e il marrone, un paio di scarpe che dicono a nome di chi le indossa “non mi interessa piacere, anzi: non voglio piacere; devo solo servire, fare il mio lavoro”. Lei indossa quel tipo di scarpe. Mi pare di ricordare che sia missionaria in Africa – quelle notizie che ti danno i genitori per fare un po’ di conversazione alla fine di un pranzo domenicale, e immagino che ora si trovi a Milano per far visita a un genitore malato, o qualcosa del genere – e sono certo che là dove vive, Camerun o Nigeria o Angola, quelle stesse scarpe che io qui noto per la loro totale mancanza di fascino sono considerate – posto che lei le indossi – come qualche mia amica qui fa nei confronti di una Manolo Blahnik. Torno a osservarle il voto, vedo l’attaccatura dei capelli ormai tinta di bianco, osservo la sua espressione sicura, dolce e smarrita al tempo stesso, come se si stesse chiedendo cosa ci fa lì, sotto terra, dentro un treno in compagnia di duecento perfetti sconosciuti, come se avesse nostalgia del suo villaggio, della foresta, della lingua che ha imparato in tanti anni, forse persino della paura dei guerriglieri e dei predoni, come se avesse nostalgia di casa, insomma. Arrivato alla mia fermata, scendo chiedendomi chi fra me e lei scambierebbe la sua vita con quella dell’altro, e la risposta è purtroppo fin troppo facile; esco dal vagone augurando a Paola (o Alessandra, chissà) tutta la fortuna del mondo, e cerco di dimenticare il suo viso e le sue scarpe più presto che posso.

    13/04/2009

    I due trentenni

    Filed under: — JE6 @ 17:14

    Ci sono persone che portano con sé cattive sensazioni; ma non ne soffrono, perchè le rovesciano sugli altri – spesso senza nemmeno accorgersene. Guardo la coppia che è appena salita sul vagone; lui in una specie di business casual, giacca camicia bianca e jeans, lei elegante da ufficio ma non da donna in carriera, forse una impiegata di livello medio alto in una grande agenzia di assicurazioni, o in un’azienda informatica. Avranno una trentina d’anni o poco più, sembrano di quelli che questa sera happy hour, domani palestra, dopodomani analista, fra tre giorni kebab e poi cinema, fra quattro happy hour e per il weekend vediamo se Liguria o un agriturismo in Toscana, e avanti così in una coazione a ripetere che chissà perchè tanti invidiano. Lui alterna un’occhiata al Blackberry ad una scorsa delle pagine di Repubblica, ogni tanto fa un gesto strano – si passa l’indice della mano destra sulla guancia sinistra, una specie di contropelo della barba di tre giorni. Ma quella che attira davvero la mia attenzione è lei. Sembra una di quelle donne che vive in perenne stato di tensione, come caricata a molla di paranoie, inadeguatezze e troppe puntate di Sex & the City. Dal momento in cui lei gli chiede qual è la fermata alla quale dovranno scendere e lui risponde “Porta Venezia”, lei apre la bocca e non la chiude più. La ascolto affascinato elencare l’agenda della sua giornata lavorativa, e poi quella delle serate della coppia, per poi passare a una tonnellata di fiele su una nuova collega chiaramente minorata mentale e ciò nonostante – o forse proprio per questo – di gran successo con quei deficienti del marketing, ad una considerazione acida sulla telefonata ricevuta la sera prima dalla madre – ovviamente etichettata come “vecchia rincoglionita” -, ad un’autocommiserazione professionale che occupa il tragitto tra Lotto e Amendola-Fiera. Lui, che non pare il classico sfigato succube da film di serie B, ogni tanto butta lì una mezza frase di normale buon senso, si capisce che non solo non ha voglia di discutere alle otto del mattino: soprattutto sembra sfinito dalla vacuità e dall’insensatezza delle lamentazioni che sta ascoltando, è evidente che pensa che quella nuova collega molto probabilmente non sarà soltanto una sgallettata che fa carriera facendosi scopare da tutti e sei i componenti del reparto marketing ma sarà una capace di fare bene il suo lavoro per dieci ore al giorno, che lui la palestra la scansa come una malattia infettiva, che la madre di lei è una donna normalissima che vuole bene alla figlia e che ha le normali fissazioni di una settantenne. Soprattutto è chiaro, chiarissimo che lui desidererebbe solo un sorriso, o in alternativa un po’ di silenzio. Mentre ringrazio Dio o chi per lui per il non dover condividere nemmeno mezz’ora del mio tempo da single con una così perfetta esemplare di quelle che i giornali che ti spiegano come vivere alla grande chiamano thirty-something, il treno entra nella stazione di Cairoli, e come ogni mattina si riempie del profumo delle brioches calde vendute dal bar del mezzanino. E lì, in quel momento, proprio quando il treno è ormai fermo e le porte del vagone si stanno per aprire, accade il miracolo; lui la guarda, rimette il Blackberry nel taschino della giacca, e con la massima tranquillità le dice, a voce abbastanza alta perchè lei lo possa sentire e capire “Beh, sai cosa c’è? Vaffanculo”. Ed esce, e mentre esce è come se la gente lo facesse passare, come una specie di picchetto d’onore, come le acque del Mar Rosso davanti a Mosè. Io vorrei alzarmi e corrergli dietro, arrivare tardi in ufficio pur di toccargli la spalla e dirgli bravo, bravo cazzo, andiamo che ti offro un caffè, ma lui probabilmente mi guarderebbe con un’aria un po’ triste e non mi risponderebbe perchè non dev’essere uno che ama litigare, e così io mi limito a guardare lei che rimane impalata e basita, che ricaccia le lacrime di rabbia e frustrazione e sorpresa, che lo maledice in silenzio per tutti i dieci minuti che ci vogliono da Cairoli ad arrivare a Porta Venezia, cinque fermate di sofferenza e vergogna – e però, bella mia, sai come si dice, chi semina vento raccoglie tempesta, prova a chiedere a tua madre se se lo ricorda questo proverbio, la prossima volta che ti telefona.

    03/04/2009

    La moglie e il marito

    Filed under: — JE6 @ 10:57

    Ho questa mania, che ad ogni fermata alzo gli occhi dalla mia copia della Gazzetta e guardo chi entra. Non ho un motivo particolare per farlo, non mi aspetto di incontrare persone conosciute (anche se ogni tanto capita) o di vedere apparire una top model o una pornostar; credo, semplicemente, di essere curioso e basta. Sta di fatto che li vedo entrare, e rimango colpito dal fatto che lui le cede il passo, e riesce a farlo nonostante la ressa dell’ora di punta. Avranno una quarantina d’anni entrambi, e non mi serve guardare loro le mani cercando la fede all’anulare sinistro per capire che sono marito e moglie. Di coppie se ne vedono tante, in metropolitana, ma questa ha qualcosa di particolare: danno l’impressione di essere in gita, anche se tutti e due sono vestiti come se stessero andando in ufficio. Mi immagino che abbiano accompagnato il figlio a scuola, e chissà lui com’era contento per il fatto che per una volta c’erano mamma e papà a salutarlo prima delle sue otto ore di lavoro; e mi immagino che adesso stiano andando a sbrigare qualche commissione – la banca, un notaio, forse una polizza assicurativa – e che questo sia un modo per essere vicini, cosa che non riescono a fare come e quanto vorrebbero. Mi chiedo da quanti anni stanno insieme, dieci, quindici, chissà, e mi chiedo come dev’essere. Io non lo so com’è stare con una persona per così tanto tempo, per una vita, non so cosa vuol dire viverci insieme e avrei la tentazione di andare a chiederglielo cosa significa – alzarsi, darsi il cambio per fare la doccia, salutarsi un po’ in fretta, rivedersi la sera, cercare di lasciare fuori dalla porta i nervosismi della giornata lavorativa, mettersi la cravatta o la gonna sopra il ginocchio per piacere proprio ma soprattutto per piacere dell’altro. Li guardo scambiare quattro chiacchiere, e mi pare di intuire che quello che osservo non è silenzio vuoto, ma qualcosa di più e di più bello, come se non avessero bisogno di annegarsi reciprocamente di parole per scambiarsi qualcosa. Mi chiedo se non mi sto creando dal nulla la mia personale versione della commedia romantica metropolitana, perchè magari invece non hanno proprio niente da dirsi e nemmeno vogliono averlo e la commissione che devono sbrigare è quella dell’avvocato divorzista; però è venerdì e ha smesso di piovere e abbiamo tutti voglia di qualcosa di buono. Arriviamo a Porta Venezia, si aprono le porte del vagone, lui le fa un piccolo cenno e la fa passare. Le porte si richiudono, e io passo alla pagina del Fantacalcio.

    07/03/2009

    La signora-bene

    Filed under: — JE6 @ 09:25

    La signora-bene non usa la metropolitana come noi comuni mortali: piuttosto, la onora della sua presenza. Potrebbe chiamare un taxi, e spendere venti euro per andare dal suo appartamento di Santa Maria delle Grazie – tutto stucchi e domestiche e libri di antiquariato – al negozio di scarpe dove la conoscono da una vita ma le danno ancora del Lei; ed è quello che fa di solito. Ma una volta ogni tanto la signora-bene sente un sussulto, ricorda la sua infanzia nella Milano delle macerie e dei cani randagi, e torna in mezzo alla gente. Percorre decisa ed elegante i duecento metri che la separano dalla fermata della linea rossa, scende gli scalini, va all’edicola, compra due biglietti, aggiunge per pura abitudine il Corriere della Sera. A quel punto, la signora-bene infila i guanti. Guanti che costano quanto il mio vestito di fresco lana comprato da Conbipel, e il resto mancia. Ha qualche secondo di smarrimento, perchè sono cambiate le macchinette obliteratrici e lei non sa qual è il verso giusto di inserimento del biglietto: chiede al controllore di stazione di aiutarla, con un tono a metà tra il seccato, il gentile e il condiscendente, e una volta risolta la scocciatura si mischia con le altre centinaia di passeggeri. E’ difficile non notarla: avrà una settantina d’anni ma ne dimostra almeno dieci di meno, potenza delle cure estetiche e di una forza di volontà che noi applichiamo solo alle bottiglie di birra con le quali ci sbronziamo il venerdì sera; veste di quell’eleganza sobria e costosa dei borghesi veri, i borghesi nell’animo, non importa se nati poveri; non si siede anche se c’è posto perchè i sedili non brillano di pulizia e non si può non vedere che la mettiamo a disagio, noi operai e insegnanti e ferrovieri e impiegati di banca e cassintegrati e segretarie, non si può non vedere che fa in modo di tenersi a distanza, non si può non vedere che osserva i nostri giacconi sintetici, le nostre scarpe made in China, i nostri orli scuciti, i nostri capelli sfuggiti allo shampoo per la troppa fretta di una mattina passata tra bambini da accompagnare a scuola, chiavi dimenticate in un cassetto e caffè preparati con macchinette da cinquantanove euro e novanta. Non c’è nessuna affettazione nei suoi modi, non c’è sussiego nè ostentazione: solo, non siamo tutti uguali, e non possiamo esserlo per dieci minuti passati gli uni a fianco degli altri su un vagone della tratta Sesto F.S. – Rho Fiera. La guardiamo scendere, i capelli castani in perfetto ordine e i guanti – gesucristo, i guanti – che toglierà quando sarà tornata in superficie. E la dimentichiamo subito, pulendoci un’unghia o tornando a leggere le pagine dello sport di un quotidiano gratuito che butteremo per terra quando saremo arrivati a destinazione.

    27/02/2009

    Il pensionato giovane

    Filed under: — JE6 @ 07:33

    Per costrizione o per volontà, tutti noi che ogni mattina ci laviamo e ci pettiniamo e ci tiriamo su il bavero del giaccone e camminiamo come automi lungo i marciapiedi ancora ghiacciati e arriviamo alla fermata della metropolitana senza notare gli ultimi graffiti che i writer di periferia hanno lasciato sui suoi muri blu e sporchi, tutti noi abbiamo qualcosa da fare. Andiamo in ufficio, andiamo a scuola, andiamo incontro a quel qualcosa che dovrebbe riempirci la giornata e dare un senso al nostro tempo dall’ora di colazione a quella di cena. Lui no. Lui è il pensionato giovane, è quello che ha iniziato a lavorare non appena terminata la scuola media, e anche se un padrone disonesto non gli ha versato due anni di contributi è riuscito lo stesso ad andare in pensione ben prima di arrivare a compiere sessant’anni. Ha fatto il garzone di un negozio di ortofrutta e l’apprendista in una tipografia, ha passato qualche mese dietro a un tornio in un’officina meccanica, ha visto il padre morire giovane per un infarto; pochi giorni dopo il funerale un prete magnanimo ha messo una buona parola per lui, e quella parola è passata da un orecchio ad un altro facendolo passare dal tornio all’ufficio posta di una compagnia di assicurazioni, la stessa dove ha trascorso i successivi trentaquattro anni lavorativi. Non ha fatto carriera ma non se ne è mai fatto un problema, perché per lui il lavoro era ciò che forse dovrebbe essere davvero per chiunque, qualcosa che ti permette di uscire a bere con gli amici senza obbligarti a chiedere i soldi a tua madre, e poi ti consente di farti una casa, magari di sposarti, comprarti un’utilitaria per andare a fare una grigliata in riva al Ticino, far studiare i figli, avere qualche hobby, arrivare al venerdì sera stanco ma con la mente sgombra: uno strumento per essere dignitosamente felice, insomma; o almeno per scansare la fame.
    Il pensionato giovane si è sempre mantenuto in forma, il tennis grazie al Cral aziendale, la bicicletta per scavallare i colli della Brianza in compagnia degli amici del palazzo di edilizia popolare dove è andato ad abitare insieme ad altre centomila persone, trasformando nel breve arco di otto mesi una zona di cascine e fontanili in un formicaio postmoderno, immerso nella nebbia spessa della Milano degli anni Sessanta. Oggi che non deve più andare in ufficio, si gode il suo tempo sbrigando commissioni per quei figli che dicono di non avere nemmeno il tempo per respirare, figurarsi per andare all’anagrafe a fare uno stato di famiglia, prendendo la metropolitana per andare al mercatino dei francobolli e far poi due passi in Piazza Duomo, sbuffando perché deve tornare a casa in tempo per non far aspettare il nipote adolescente che oggi arriva un’ora prima perché manca l’insegnante di italiano.
    Io so tutte queste cose di lui perché il quartiere dove vivo è più grande di molti capoluoghi di provincia, ma in fondo è un piccolo paese dove dopo trenta o quarant’anni ci si conosce tutti – e se ad una faccia non colleghi una storia c’è sempre qualcuno che quella storia la conosce, o di persona o perché gliel’ha raccontata la vicina di casa o il barbiere o il genero della vedova del settimo piano. Ma le saprei comunque, perché certe storie sono disegnate in faccia a chi le ha vissute, e il pensionato giovane ha un’espressione che nessuno di noialtri che ci pigiamo dentro il vagone può avere, un’espressione non felice ma rilassata, appena velata dalla malinconia datagli dal pensiero della figlia minore che non riesce a rimanere incinta. E’ come se rilucesse tra noi condannati, salvato tra i sommersi che arriveranno anche loro alla pensione, ma troppo tardi e troppo stanchi per godersela. I sommersi siamo noi, e lo sappiamo, e ingoiamo fiele ogni volta che il pensionato giovane ci fa compagnia per quindici fermate, lasciandoci poi entrare a testa bassa nei nostri recinti mentre lui va a vedere le quotazioni di una serie di francobolli francesi.

    21/02/2009

    La segretaria anziana

    Filed under: — JE6 @ 18:04

    La segretaria anziana ha una cinquantina d’anni, forse cinquantacinque. Deve avere iniziato a lavorare subito dopo il diploma – chissà, forse una di quelle scuole di segretariato o di avviamento al lavoro che hanno tirato su un paio di generazioni, e delle quali oggi sentiamo la mancanza, anche se non lo diciamo in giro. La incontro ogni mattina da non so più quanto tempo, ma è una cosa che ho realizzato solo da poco: perchè la segretaria anziana è così, invisibile ma presente, con i suoi tailleur sobri e dai colori sfuggenti, il caschetto di capelli corti e ordinati, le scarpe mai di moda e mai demodè, il tacco né alto né basso, il trucco appena accennato. Non la noti insomma, fino al giorno in cui un evento straordinario – la febbre a quaranta, la morte della madre – la tiene a casa e tu rileggi quattro volte la stessa riga della Gazzetta perché non riesci a concentrarti, c’è qualcosa di strano che non riesci a spiegarti, il vagone della metro è lo stesso di ogni giorno (il primo in testa al treno), l’orario è lo stesso da dieci anni a questa parte (quello che ti permette di timbrare il cartellino un minuto prima che il capufficio ti squadri come se fossi un criminale di guerra), eppure manca qualcosa, anzi manca qualcuno e quel qualcuno è la segretaria anziana, e finisce che ti preoccupi per lei anche se non la conosci, ti chiedi cosa mai sarà successo perché non è proprio da lei non essere al suo posto. Immagino che tutta la sua vita sia così, una presenza discreta ma indispensabile, una specie di mulo capace di ogni fatica, spinta da un senso del dovere inculcatole fin da bambina, sorretta da quella dignità senza superbia che trovo in mia madre ma non più in me stesso. La segretaria anziana è il collante, quella su cui chiunque può contare, affidabile, precisa, instancabile: ma non una schiava senza cervello. E’ una donna che, ne sono certo, parla poco: non l’ho mai vista scambiare quattro chiacchiere con chicchessia, sul vagone della metro. Ma sono altrettanto certo che quando apre bocca lo fa a ragion veduta, è quella capace di dire la parola che tutti avevano sulla punta della lingua e nessuno era capace di esprimere, e il bello è che è così da una vita, e da una vita tutti continuano a stupirsene. Mi rendo conto che non riesco a vederla che così, una macchina umana seria e intelligente: ma chissà se ha un marito, se ha avuto un amore folle che le ha tolto il respiro e l’appetito, se ha mai fatto sesso con uno sconosciuto dopo una sbronza feroce, se le capita di guardare il telegiornale e di sentire voglia di tirare un piatto verso lo schermo, se ha mai litigato sul pianerottolo con la vicina di casa dandole della puttana. Forse sì, ognuno ha il proprio lato oscuro, ognuno ha il proprio scheletro nell’armadio. Ma voglio credere che la segretaria anziana, di cui oggi qualcuno si renderà conto di non conoscere nemmeno il nome di battesimo dopo sette anni di lavoro in comune, sia diversa da tutti gli altri perché non puoi dubitare della solidità delle fondamenta della baracca se vuoi continuare ad abitarla senza perdere definitivamente il sonno per la paura che tutto crolli.

    15/02/2009

    I liceali

    Filed under: — JE6 @ 21:26

    Per due settimane sono saliti sul vagone della linea rossa tenendosi per mano, senza dire una parola, spalla contro spalla. Quindici, sedici anni al massimo. Lui alto, magro, con i piedi esageratamente lunghi, la giusta quantità di brufoli, i capelli che puntano verso tutti i punti cardinali, l’andatura dinoccolata di un ragazzo che cresce troppo in fretta. Lei più piccola, belle forme, truccata con cura ma senza esagerazioni, la pelle liscia figlia della fortuna e di una madre che non lesina i biglietti da cinquanta euro per le creme della sua bambina. Ho notato lei, per prima, perchè ha qualcosa che la distingue dalle decine di sue coetanee che ogni mattina che Dio manda in terra affollano la metropolitana andando ad annoiarsi in un qualsiasi liceo della metropoli. Sarà che non è trasandata e nemmeno incongruamente elegante, sarà che il suo zaino non è ricoperto di TVB e pupazzetti, non lo so; ma ha qualcosa di particolare, e ce l’ha addosso ma anche dentro. Poi ho guardato lui, una ruota di scorta fatta adolescente con l’acne, e mi ci è voluto molto poco per capire che si sente tanto fortunato quanto inadeguato, che si chiede come sia possibile che lei lo abbia scelto – perchè sono sempre le ragazze a scegliere, e per lui questa è la prima volta e ha una dannata paura che sia anche l’ultima.
    Per due settimane li ho guardati conquistarsi una posizione dentro il vagone, mettersi uno di fronte all’altra e baciarsi per undici fermate senza una pausa, senza un respiro, senza aprire gli occhi, indifferenti al mondo, ai loro compagni di classe, agli impiegati, alle commesse, ai cassintegrati. Per due settimane ho fatto fatica a staccare gli occhi da quel movimento costante e implacabile dei loro muscoli facciali, chiedendomi se a casa facessero degli allenamenti per non avere i crampi alla lingua all’altezza della fermata di QT8, per due settimane li ho visti staccarsi quando il treno arrivava a metà del tragitto tra Conciliazione e Cadorna, come se un timer interno li avesse avvisati che di lì a pochi secondi sarebbero dovuti uscire dal vagone, per due settimane li ho guardati riprendersi per mano e sempre senza dire una parola allontanarsi in mezzo alle centomila altre persone che loro fendevano come Mosè nel Mar Rosso. Per due settimane mi sono vergognato di questo mio voyeurismo di seconda mano, per due settimane li ho invidiati con tutte le mie forze, per due settimane ho ricordato i miei sedici anni, i miei capelli lunghi, i miei brufoli, il mio essere ruota di scorta.
    Questa mattina lei è entrata nel vagone al solito orario, ed era sola. Aveva le cuffie dell’iPod ben calcate dentro le orecchie, ha montato un’espressione assente e con quella si è preparata al viaggio. Mentre le porte iniziavano la chiusura, ho visto lui che arrivava con il passo lento, i suoi piedoni lunghi e sgraziati che strisciavano sul linoleum della banchina di attesa, gli occhi intristiti che cercavano in giro. Nel momento in cui le porte si sono chiuse del tutto, lui è riuscito a vedere lei. Lei, che dava le spalle all’entrata, non lo ha visto – e se anche lo avesse potuto fare sono sicuro che lo avrebbe ignorato come si può ignorare un sasso, o una foglia morta. Il treno è partito, e mi sono ricordato ancora una volta i miei sedici anni.

    08/02/2009

    La guardia giurata

    Filed under: — JE6 @ 21:24

    Di tanti di noi, sul vagone della metro, non si può dire nulla: siamo tutti uguali, non abbiamo alcunché che ci distingua l’uno dall’altro, né gli abiti né le parole, potremmo essere chiunque, qualunque cosa, impiegati di banca, insegnanti, pensionati, cassintegrati, sposati, celibi, vergini, ammalati di cancro, viaggiatori a riposo.
    Lui, invece, si capisce subito chi è, e soprattutto cosa fa nella vita. La guardia giurata. Sale, con la sua divisa blu, il cappello da baseball calato sulla fronte, gli anfibi neri opachi, e soprattutto il cinturone, e la pistola. La pistola, già. E’ strano, per quell’aggeggio cacciato nella fondina la gente si comporta come se fosse nudo, prova ad evitare di guardarlo ma non ce la fa, perchè per noi impiegati di banca e insegnanti e pensionati le pistole sono come le astronavi o le pornostar, vivono solo in uno schermo, non sono cose reali ma finzioni, bang bang bang, la gente muore con un buco in testa ma lo sappiamo che è tutto uno scherzo, tutta una presa in giro. Invece, quel pezzo di ferro ha tutta l’aria di non essere finto, e infatti ci chiediamo se è carico, se c’è da fidarsi a stare in zona, non è che magari quest’uomo è così stanco alla fine delle sue otto o dieci o dodici ore di turno che si è dimenticato di scaricare l’arma e che ne so, una frenata improvvisa, una botta imprevedibile e parte un colpo. Ognuno di noi si fa il suo film, mentre lui si siede, anzi si accascia sul sedile e socchiude gli occhi gonfi di stanchezza, duecento persone che vanno e una – lui – che torna. E’ il destino di chi fa i turni, vivere fuori sincrono, sveglio quando tutti dormono, dormiente quando tutti sono svegli, né cena né pranzo né aperitivo. Mi chiedo se gli è mai toccato in sorte di dover davvero sparare, di trovarsi di fronte al ladro che cerca la cassa dell’agenzia di assicurazioni, al mafiosetto che deve far saltare due betoniere al cementificio che non ha pagato il pizzo, mi chiedo cos’ha fatto per quei milleduecento euro che porta a casa ogni mese, qual è il prezzo che ha dovuto pagare e che paga tutti i giorni per non avere una vita, per essere dimenticato dai figli avuti quando la vita sembrava promettere ben altro e ben di meglio, per trovare qualcuno che di fronte al suo sguardo sfatto e assente gli cede il posto a sedere, come se fosse un vecchio rugoso e cadente. Poi mi guardo intorno, e mi chiedo quanti fra noi altri, noi duecento che andiamo mentre lui torna, possono dire di avere una vita molto migliore rispetto a quella che io mi immagino lui conduca. Chiudo gli occhi per scacciare il pensiero, mentre lui riesce a tenerli aperti, perché se hai un’arma non ti puoi addormentare, anche se ti pagano uno sputo.