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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    13/01/2017

    Come diventare buoni

    Filed under: — JE6 @ 12:20

    Ho letto un articolo qualche giorno fa. Parlava di Obama, dei suoi ultimi giorni da presidente, della sua legacy – quello che lascerà. Fra le molte diceva una cosa che mi ha fatto pensare parecchio. Diceva che Obama ha una fiducia incrollabile e vera nella bontà del suo paese: senza essere cieco e ingenuo, senza dimenticare il Vietnam e il KKK e Columbine e Trump, ma crede che l’America sia buona (uso quest’aggettivo andando a memoria, forse era un’altra cosa ma il senso era proprio questo). Una bontà fatta di molti aspetti – la generosità, lo spirito di sacrificio, una certa forma di allegria, la fiducia in sé come paese – che a sua volta è uno dei molti componenti che hanno reso grande quel paese. Diceva, quell’articolo, una cosa più o meno come “Obama crede negli americani, e quindi nell’America, e ci crede davvero”. E poi diceva un’altra cosa, che a sua volta suonava più o meno come “e infatti hanno votato Trump, che è l’incarnazione di tutto o quasi tutto il contrario di quel buono che Obama vede e sente intorno a sé”. E li ho pensato a quel pezzo famoso di Roth, di “Pastorale americana”, quello che dice che vivere è capire male la gente, e poi capirla male ancora e ancora. Ho pensato che Roth ha probabilmente ragione, che capire male la gente è quello che ci succede ogni giorno; e ho pensato che se il giorno dopo la capiamo male ancora non è perché siamo stupidi: è perché è uno dei modi che ci siamo scelti per vivere meglio, o meno peggio; è scommettere che siamo meglio di quello che praticamente sempre diamo prova di essere, scommettere e perdere, scommettere e perdere, fino al giorno in cui non troviamo un esempio contrario, uno qualsiasi, e allora vinciamo, e come un elastico accumuliamo abbastanza energia da andare avanti. Succede nella vita privata, ma succede anche nella vita sociale (ogni tanto penso alla sera in cui ci trovammo a migliaia in piazza Duomo quando venne eletto sindaco Pisapia: negli anni a venire avremmo alternato tutti delusioni a soddisfazioni, ma quella sera ci sentimmo contenti, ci sentimmo buoni). Succede, ogni tanto, che si perde questa fiducia; e ogni tanto, anche se più raramente di quanto vorremmo, succede che proviamo la sensazione di non essere così male, e che in fondo sì, possiamo diventare buoni, un po’ più buoni.

    26/10/2016

    Come se fosse cosa viva

    Filed under: — JE6 @ 13:21

    E’ in quel momento lì, quando mi inginocchio seguendo il gesto della mano lunga e bianca che me li sta indicando, è nel momento in cui all’altezza degli occhi trovo i dorsi di un’edizione antichissima dell’Encyclopedie, proprio quella, è in quel momento lì che mi ritrovo, dopo alcuni secondi di qualcosa che non saprei definire bene – emozione, smarrimento – a provare la sensazione di guardare uno dei molti e al tempo stesso pochissimi punti dai quali vengo, come se avessi di fronte non un libro ma una persona, la madre della madre della madre della madre di mia madre appoggiata qui, in questa magnifica scatola di legno intarsiata che contiene la storia del mondo, una biblioteca piena di libri stampati alla fine del Quattrocento che pare siano usciti adesso dalla macchina da stampa tanto sono nitidi, di tomi del Cinquecento nei quali l’America del Nord era chiamata Terra Ignota, di trattati scientifici del Seicento accuratissimi e aggraziati come dipinti di Michelangelo, un luogo curato come un figlio – quella mano lunga e bianca appartiene a un uomo alto con la barba bianca e lunga, un monaco in jeans e mocassini che conosce questi libri e le loro storie e le storie di chi li ha scritti e di chi li ha stampati, li conosce con una profondità e un amore non ostentati, li cura con l’attenzione che si dedica solo alle cose (alle persone) che si amano. Io sto lì, noi stiamo lì a guardare e ascoltare e fare domande come i nipoti con i nonni anche se abbiamo la stessa età dell’uomo che ci parla, vorremmo dirgli di non fermarsi, di aprirci un altro scrigno, e quando usciamo gli stringiamo la mano lunga e bianca e gli diciamo grazie e quando ci ritroviamo fuori nell’aria fredda della montagna di ottobre ci guardiamo in faccia e per un po’ non sappiamo cosa dirci.

    06/10/2016

    Un antidoto contro la solitudine

    Filed under: — JE6 @ 13:39

    La cosa più difficile è sempre stata bussare alla porta della stanza, fare due passi, dire buongiorno e presentarsi. Sempre. Per qualche mese sono andato insieme ad altre persone in un ospedale milanese a chiedere ai malati se avevano voglia di starci a sentire leggere alcune pagine di un libro, e ogni volta la cosa più difficile è stata quella. Ogni volta il pensiero era “ma questa gente non avrebbe diritto di starsene in pace, perché sono qui, perché sto invadendo questo microscopico perimetro che delimita il loro letto”. Sono state più le camere nelle quali non sono entrato che quelle nelle quali ho messo piede: perché la persona aveva gli occhi chiusi, perché c’era una tapparella a metà, perché c’era una persona seduta vicino al letto, perché c’era una trasmissione del sabato pomeriggio che faceva da sottofondo ai minuti che passano da un pasto a una pastiglia. Ma in qualcuna sì, sono entrato, mi sono presentato, ho chiesto se volevano che, ho detto quali libri avevo con me. Ho ricevuto dei sì poco convinti – la maggior parte, quasi di cortesia, come se fossero loro a fare un piacere a me: e in effetti spesso avrei scoperto che era proprio così – e qualcuno più caldo. Ho ricevuto un sacco di no, come era ovvio e pure giusto che fosse. Ho letto “La chiave a stella” a una magnifica ottantenne napoletana professoressa di lettere e il finale de “L’amore ai tempi del colera” a una casalinga di Rozzano, e altre cose ancora ad altre persone ancora, e ogni volta alla fine mi sono ritrovato sudato fradicio come se avessi scalato una montagna. Ho visto persone chiudere gli occhi e prendere un respiro lento e regolare (e i nostri istruttori ci dicevano che era una cosa buona e bella, che era come far addormentare un bambino). Più di una volta mi sono fermato dopo una manciata di righe, più di una volta mi sono fermato un’altra mezz’ora a chiacchierare e soprattutto a farmi raccontare storie, il signore che non vedeva la figlia e i nipoti da mesi perché sa, sono occupati, hanno tanto da fare e si capiva che ci voleva credere davvero, la maestra in pensione che aveva inserito un metodo di insegnamento in una scuola elementare negli anni Cinquanta, la soprano caduta in disgrazia, il disoccupato in stato di depressione, la moglie che suggeriva al marito allettato le parole che il leggero ictus non gli faceva più venire alla bocca. Ho ricevuto molto, molto più di quanto ho  dato, e ho toccato con mano quanto David Foster Wallace avesse ragione a dire che un libro è un antidoto contro la solitudine – lo è quando lo apri e ti isoli dal mondo che ti sta intorno per entrare in un altro lontano pieno di gente da conoscere, lo è quando qualcuno lo apre per te, lo è in un sacco di modi imprevisti e sconosciuti fino a quando li tocchi con mano. Non funziona sempre, non risolve tutto, ma come sarebbe la vita senza mi viene freddo solo a provare a immaginarlo.

    31/05/2016

    Ragazzo fortunato

    Filed under: — JE6 @ 09:13

    Khalid si alza dalla sua poltrona, fa una decina di passi, guarda quelle centinaia di persone che per i prossimi due o tre minuti lo ascolteranno parlare. Tira fuori dalla tasca della giacca due fogli piegati a metà, chiede scusa per il suo italiano e poi racconta. Racconta le cose che sappiamo, la guerra civile, l’analfabetismo, la morte, le fughe. Poi a un certo punto si ferma, fa una pausa, alza la testa dai fogli, mette i suoi due occhi dentro i seicento che lo stanno guardando, fa un sorriso timido e dice “io penso di essere fortunato a essere qui”.

    04/05/2016

    Cose rimaste, dopo

    Filed under: — JE6 @ 17:20

    Cose rimaste dopo essermi asciugato le copiose lacrime di commozione per la vittoria del Leicester (dev’essere l’età, ormai mi sciolgo per quasi qualsiasi cosa; quasi, eh):

    Se si chiamano eccezioni, un motivo ci sarà;

    Tutto sommato, avere alle spalle un multimiliardario una mano te la dà: i soldi devi saperli spendere bene, s’intende, ma averli, ecco, come dire;

    O sei un fan senza speranza o sei un campione di understatement british fino al midollo; se però il destino ti rende entrambe le cose allora ti chiami Mark Selby, vinci il mondiale di snooker nello stesso momento in cui la squadra della tua città conquista l’unico titolo dei suoi 132 anni di vita nonché uno dei meno pronosticati della storia e le foto che rimarranno della tua festa ti ritrarranno mentre nascondi la coppa del tuo trionfo con la bandiera di quella squadra lì;

    Vinci e tutto ti sarà perdonato, anche il fare la cosa più stereotipicatamente (?) italiana che si possa immaginare come mollare baracca e burattini per andare a trovare la mamma (“che tenerezza”, “che gentiluomo”, “che superiore distacco dalle umane cose”);

    Pure se si chiamano favole, un motivo ci sarà.

    28/04/2016

    Quello che non c’è

    Filed under: — JE6 @ 17:13

    L’ho vista per mesi, ogni volta che passavo in piazza Duomo. Stava sempre nello stesso posto, lo stesso quadrato di marmo, un metro per un metro e lei in mezzo come un albero in un’aiuola qualunque tempo facesse, con un cappotto viola e i capelli grigi e sporchi, in piedi, lo sguardo fisso verso chissà dove – il monumento equestre, la fila dei taxi, non so. Non parlava con nessuno, non chiedeva la carità, non faceva niente che non fosse stare ferma in un angolo di una piazza enorme affollata in ogni minuto della giornata da migliaia di persone come se fosse vuota. Dopo un po’ ci ho fatto l’abitudine, come tutti. Come se fosse un pezzo dell’arredo urbano, per quanto orribile sia anche il solo pensare una cosa del genere. Poi è sparita, per giorni e settimane e mesi, il primo giorno ci ho fatto caso (è incredibile quanto sia più facile notare ciò che non c’è), il secondo pure, il terzo un po’ meno, poi basta; non credo di essermi fatto molte domande. Poi è tornata. Per un giorno solo, con gli stessi capelli e vestiti diversi ma ugualmente stazzonati – d’altra parte se sei una senza casa cosa pretendi. Aveva anche lo stesso sguardo fisso, perso ma concentrato al tempo stesso. Era lei, in tutto e per tutto, solo che questa volta stava là sotto, nella fermata della metropolitana, in quell’angolo che porta ai tornelli arrivando dall’ingresso che sta sulla sinistra guardando il Duomo di fronte, ferma come un albero in un’aiuola e chissà cosa stava guardando, forse la luce in cima alle scale o un cartellone pubblicitario di una fiera o un tour operator. Le sono passato davanti senza fermarmi, provando per un secondo l’ipocrita sollievo di saperla viva, poi ho fatto la seconda rampa di scale, Bisceglie-Rho Fiera da una parte, Sesto F.S. dall’altra. Il giorno dopo non c’era più, l’ho notato, il giorno dopo quell’angolo era ancora vuoto, l’ho notato, il giorno dopo ancora sono passato senza farci più attenzione: io c’ero.

    29/02/2016

    Sing a song

    Filed under: — JE6 @ 13:47

    Non se ne rende conto, mentre lo fa. Non se ne rende conto nessuno, in realtà. Un gruppo di persone in macchina, durante un viaggio lungo, in un momento in cui si è esaurito il primo blocco di argomenti di conversazione e rimane solo il suono dell’asfalto e quello della musica che esce dalle casse. O un concerto, tre milioni e il respiro di un polmone solo. Arriva quell’istante nel quale lui, tu, lei inizia a cantare, a voce alta o con un playback silenzioso, con l’espressione concentrata e persa di chi sta in una bolla, e quello che ti sta a fianco si chiede da dove viene quella partecipazione che passa nella voce e negli occhi, se quella bocca vuole veramente dire quelle parole che butta fuori come se fossero una rivelazione o il concetto più importante del mondo, se in quella vita lì, quella che sta guardando le colline di Arezzo là fuori dal finestrino c’è veramente qualcosa che porta a mormorare I can get no satisfaction o una qualsiasi altra cosa che mai in nessun altro momento avrebbe il coraggio di dire, di rivelare, e poi la canzone sfuma, finisce, passa l’ultima pennata sulle corde della chitarra e per tutti è meglio così, è meglio non sapere.

    04/02/2016

    La testa

    Filed under: — JE6 @ 13:05

    Stai andando, gli chiedono, Sì, risponde lui, ho bisogno di pensare e qui c’è troppo rumore, e fa un gesto con le due mani, gli indici delle due mani che ruotano in un lento mulinello vicino alle tempie. Lo guardo, finisco il caffè di metà pomeriggio che si è raffreddato mentre cercavamo di capire come incastrare numeri insensati, e per un momento faccio caso a quel gesto e penso che ha ragione, è pagato per questo, per pensare, per farsi venire idee che poi altri cercheranno di realizzare e altri cercheranno di farsi pagare e altri cercheranno di far passare come proprie se saranno buone, e qui c’è troppo rumore. Poi penso che a tanti di noi tocca questo, contare sulla testa come se fosse qualcosa di vero, di solido, di tangibile e affidabile perché è il solo patrimonio che ci è rimasto, ci tocca farci venire idee come se là fuori il mondo ne avesse davvero bisogno, oggi una, domani un’altra, dopodomani un’altra ancora perché la prima non era buona, non poteva essere realizzata o non poteva essere pagata o non poteva essere fatta passare come propria da chi ne doveva diventare proprietario. Poi penso a mio zio, quello che guardava il nipote universitario e scuoteva la testa rifiutandosi di considerare le ore passate sui libri una fatica equiparabile al lavoro, mi chiedo se capirebbe questo posto, questo pezzo di mondo, probabilmente no, quasi certamente scuoterebbe ancora la testa dicendo che bella vita, sempre meglio che lavorare, e io proverei a ribattere dicendogli guarda che ti sbagli senza sapermi decidere se l’equivoco sta nel verbo o nell’avverbio e lui girerebbe le spalle alzando un indice, portandolo verso la tempia e girandolo in un lento mulinello.

    12/01/2016

    Ma vieni

    Filed under: — JE6 @ 21:58

    Ero un ragazzino, ed è la sola giustificazione che posso portare a mia discolpa: d’altra parte lo dice Guccini, “quando si è giovani si è stupidi davvero” – il problema non è l’essere scemo a quattordici anni, è rimanerlo a cinquanta. Comunque il giorno che morì Bob Marley ricordo che ero a scuola, e che espressi una qualche forma di soddisfazione. Non mi ricordo cosa dissi, insieme a qualche altro decerebrato con cui stavo in classe, forse qualcosa tipo “ma vieni” (si diceva, mi sa che era un tormentone televisivo, accompagnavi la frase con un pugnetto avanti e indietro come quello dei tennisti dopo un bel quindici). Perché lo dissi, non saprei. Marley mi era sostanzialmente indifferente, il reggae né mi faceva schifo né mi piaceva un granché, del fatto che si strafacesse di canne non me ne poteva importare di meno (come se poi il quartiere della periferia milanese dove vivevo fosse un ritrovo di asceti), dubito che possedessi nozioni anche vaghe sul rastafarianesimo. Credo, a essere sincero, che – semplicemente – Marley non era “mio” come potevano esserlo gli Zeppelin o i Genesis. E quindi pensavo di potermi permettere di guardare con sufficienza quei miei compagni che quel giorno lì ricacciavano su per il naso il magone che puoi provare a quattordici anni e durante la ricreazione avevano l’aria mogia – e piantala dai, c’hai una faccia, manco ti fosse morto il gatto, ah no, scusa, è morto Marley, ma vieni. Se ci penso mi vergogno ancora adesso. Anzi: una cosa che ricordo bene di quel giorno è che mi vergognai praticamente subito, già facendo il pugnetto tipo Maria Sharapova, e che contemporaneamente mi vergognai di ammetterlo e di dire vabeh scusate, era uno scherzo del cazzo, mi spiace. Forse mi vergognai della vergogna, vai a sapere, quando si è giovani si è stupidi davvero.

    Quando si è giovani, poi, c’è anche il fatto che se hai avuto un briciolo di fortuna non ti è ancora morto nessuno di caro, né vicino né lontano: un nonno, il padre di un amico, il chitarrista di una rock band. E allora non puoi capire bene, e allora puoi fartici una risata e dire ma vieni, perché in fondo che ne sai. Non lo so, alla fine forse serve un po’ tutto per capire, o almeno per accettare senza rendersi ridicoli, o sgradevoli, o crudeli. Serve avere un amico che scrive che “La regola dovrebbe essere che se non hai un musicista morto per cui dispiacerti, guardati indietro, evidentemente hai sbagliato qualcosa”. Serve stare abbastanza al mondo per sapere almeno un po’ come si sta al mondo. Per me David Bowie era esattamente ciò che era Bob Marley: mi stava indifferente, tranne quando lo sentivo cantare Heroes. E però oggi capisco, e ho la consolazione che se non provo dispiacere e senso di vuoto capisco il dispiacere e il senso di vuoto altrui. Vedi a cosa servono i capelli bianchi.

    Poi sì, c’è da dire che c’è una possibilità che tu diventi adulto nonostante tutto e ti trovi comunque a guardare il derby, vedere il terzino di quegli altri sdraiato a terra con un crociato rotto e gridare ma vieni, senza nemmeno un Guccini  a giustificarti. Succede, anche a quelli che dicono “ma basta con questo cinismo, ma un minimo di umanità”.

     

    23/12/2015

    Un violino nel buio

    Filed under: — JE6 @ 14:39

    E’ un normale venerdì sera di dicembre quando usciamo dalla fermata della metropolitana e ci guardiamo intorno e pensiamo certo che è un inverno strano, a momenti non c’è nemmeno bisogno del cappotto, e prendiamo le nostre strade verso casa o verso un aperitivo o uno dei modi che ci siamo costruiti per staccare dal lavoro, dai pagamenti, dalle bombe, dalle polveri sottili, dalle pagelle. Poi sentiamo un suono, acuto e dolce, lo seguiamo con le orecchie fino a trovarlo con gli occhi, sta là, una trentina di metri davanti a noi, un uomo di mezza età vestito solo di una camicia e un gilet, che cammina da solo suonando un violino. Non ha nessuno intorno, né sembra che lui voglia avere compagnia, cammina inoltrandosi nei cortili, andando verso l’ufficio postale che ha abbassato le serrande una mezz’ora prima, cammina e suona e pare che suoni giusto per se stesso, per il gusto di farlo dopo aver passato la giornata sui vagoni della linea rossa a dire buongiorno grazie buona fortuna e a raccogliere spiccioli in un bicchiere di McDonald’s. Lo guardiamo allontanarsi e perdersi nel buio, con il suono del violino che si affievolisce, e sembra tutto strano, abbastanza da chiederci se sia vero o se Fellini sia tornato a girare qualche scena nella periferia di Milano, fino a quando non sentiamo più nulla, non vediamo più nulla, e con la mano cerchiamo nella borsa le chiavi di casa.