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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    31/08/2018

    Ci serve comunque un motivo

    Filed under: — JE6 @ 09:27

    I blog sono morti, ok, ma le loro tombe vengono ancora visitate e così ieri una signora è passata qui per caso e ha lasciato un commento su un post del 2013, una cosa su Giò Giò (che i milanesi della mia età dovrebbero ricordare bene) (non quello che ho scritto io, eh: Giò Giò) (era quel negozio in via Broletto, di fronte al murale di Armani, quello che noleggiava i cd) e ha scritto che lei è la sorella e la figlia di quelli lì, di quelli di Giò Giò e grazie per il ricordo e farà leggere il post a suo fratello che sarà sicuramente contento e niente, non scrivo più ma mi serviva un motivo per rinnovare il dominio.

    20/07/2018

    I’ll see you on the dark side of the moon

    Filed under: — JE6 @ 09:28

    Non so se vi è mai capitato di pensare a cosa avreste provato il giorno in cui un vostro piccolo sogno si sarebbe avverato. Sì, di sicuro lo avete fatto. Come sarà, cosa sentirò il giorno in cui mi troverò di fronte alla Statua della Libertà? Vai a sapere. E’ un lampo, un flash, ti trovi la foto davanti agli occhi e dici che bello, quanto vorrei essere lì e ogni tanto vieni come trafitto da quel pensiero – un giorno magari riuscirò a essere lì, a toccare con mano.

    E niente, erano passate poco più di due ore dall’inizio del concerto e io avevo già versato la mia buona quota di sudore e emozione e stupore – io e gli altri quarantacinquemila pigiati dentro il Circo Massimo in una sera d’estate. Tutto da copione, proprio come volevamo: la silhouette del palco stampata sul sole al tramonto, le enormi immagini in movimento su quel muro verticale da 50 metri di lunghezza, i pezzi famosi. Ma come sempre una folla così grande si crea per tanti motivi diversi – io sono qui per questo e tu per quello e lei per quell’altro. Non ricordo quanti anni avevo la prima volta che sentii “The Dark Side of the Moon”, probabilmente dodici o tredici. Non ho più smesso di ascoltarlo, ancora oggi ci sono dei periodi che arrivano così, senza motivo, nei quali si incolla allo stereo della macchina e non si stacca più, gira, gira, gira, a volte anche solo tre pezzi e solo quelli. E sono arrivati, senza preavviso nonostante sapessi la scaletta a memoria, Brain Damage e Eclipse, che per me sono qualcosa di prezioso, sono pure un segno di un modo di stare al mondo, un modo che è quello di prendere il tempo che serve, di scavare, di pensare in lungo e non saltare sulla spuma di cento esperienze al minuto cercando di metterle insieme senza riuscirci mai per davvero, sono arrivati e per qualche minuto, mentre là in fondo i laser disegnavano il prisma con la luce che entra bianca ed esce spezzata nei colori dell’iride, intorno non c’è stato più nessuno, nessuno a parte me e quella manciata di versi – I’ll see you on the dark side of the moon – e non era come me l’ero immaginato, non era né meglio né peggio, era quella cosa lì e basta, quella piccola cosa fra tante che aspettavi da una vita o poco meno e che per fortuna era arrivata senza preavviso, perché altrimenti che gusto c’è.

    13/02/2004

    Si viene e si va

    Filed under: — JE6 @ 09:47

    Lettori e lettrici di Squonk, questo è il penultimo post che leggerete chez Splinder.
    Si cambia, un po’ per lo sfizio di avere uno spazio proprio, un po’ per la ballerina affidabilità  dell’attuale piattaforma, un po’ perché chissà  cosa la piattaforma medesima riserva per il futuro.
    E quindi, si va.
    Squonk ha iniziato 364 giorni fa, è stato visitato da un numero di persone che, agli occhi e rispetto alle aspettative del suo tenutario, è assolutamente inspiegabile, si trova inserito in una rete di conoscenze, rapporti, amicizie, idee che continuano a dare un senso alla sua esistenza.
    Squonk, al tempo stesso, vive un momento di fatica palese: ma anche questa, si spera, così com’è venuta se ne andrà .
    Ecco, sarebbe il momento dei saluti e dei ringraziamenti, ma mi parrebbe pomposo. Ringrazio Splinder, questo sì.
    Per tutti gli altri, non c’è bisogno di saluti; nel grande condominio della blogosfera Squonk ha solo cambiato piano ed interno. Niente di più. E quindi, arrivederci.

    12/02/2004

    Appello

    Filed under: — JE6 @ 08:06

    Chiunque, presente ieri sera al Movida, si sia infilato in tasca od in borsa un cd avente a che fare con Fernando Pessoa, sappia che il cd medesimo era destinato in dono ad un noto abitante della blogosfera, la cui presenza immanente aleggiò sugli astanti per l’intera serata.

    11/02/2004

    Della felice inconsa…

    Filed under: — JE6 @ 17:07

    Della felice inconsapevolezza
    E’ che oggi sono allegro abbastanza da non averne un vero motivo.
    Zittialcinema

    Filed under: — JE6 @ 08:01

    E io pago
    Insomma, cento euro l’anno di canone, e la mattina alle 5.20 mi ritrovo con il monoscopio? Signori della RAI, mi dovete trenta-quaranta centesimi, su questo non c’è dubbio.
    Per fortuna, alle 6 hanno citofonato i carabinieri, chiamati per il suono di un allarme. Un simpatico diversivo contro la monotonia delle mattine lavorative.

    10/02/2004

    Filed under: — JE6 @ 14:16

    Andy Warhol dixit
    Nel corso dell’ultima settimana ho rilasciato due interviste, e mi è stata dedicata (in coabitazione) una blues song. Insomma, il famoso quarto d’ora di celebrità me lo sono già fumato.

    09/02/2004

    Sincronizziamo gli o…

    Filed under: — JE6 @ 13:40

    Sincronizziamo gli orologi
    On air, domani, tra le 15.24 e le 16.18, in streaming audio/video chez www.facoltadifrequenza.it: tutti i colpi di tosse del blog-manager di Squonk.
    I Blogorroici

    08/02/2004

    Pizzaballa, due cili…

    Filed under: — JE6 @ 23:08

    Pizzaballa, due cilindri e cinque birilli
    Ovvero, come ho conosciuto Herr Effe.
    “La stai ancora cercando, quella figurina?” mi fa la voce al telefono. Nessuna inflessione, non saprei nè riconoscerla nè descriverla.
    “Certo” rispondo, con un leggero tremito nella voce. E’ così tanto tempo che la cerco. “Dimmi cosa devo fare per averla, e lo farò”.
    “Presentati a questo indirizzo di Torino che sto per darti. Domani, alle cinque del pomeriggio. Devi solo fare questo”.
    Non passa mai il tempo, quando attendi che si esaudisca un desiderio. E comunque, alle cinque del pomeriggio, sono lì, in una anonima via della periferia torinese. Non c’è anima viva, tranne un uomo alto e snello, vestito di nero, appoggiato ad un Suzuki 800.
    Nel silenzio di questo luogo dimenticato da Dio, mi fa un cenno, imponendomi di seguirlo. Mi affanno per obbedire al comando, gettando in macchina giaccone e computer, e mi accodo alla bicilindrica. Noto, con stupore pari allo sgomento, che l’osceno traffico metropolitano lascia spazio alla mia guida, aprendosi davanti a lui come le acque del Mar Rosso.
    Dopo qualche minuto, mi viene fatto un nuovo cenno, che mi impone di accostare. Parcheggio, e capisco che devo scendere dalla macchina. La mia guida è lì ad attendermi, e, sempre in silenzio, mi porge un casco che ha estratto da una delle borse che adornano il suo mezzo. Indosso il casco, e monto in sella alle sue spalle, cingendogli la vita preso da un timore innominabile.
    La sua guida è sicura e calma: non uno scossone, non uno scarto. Come per incanto, in un dedalo di vie tutte uguali e tutte colme di vetture più o meno sgasanti, un automobilista gli lascia posto per parcheggiare proprio di fronte a quella che intuisco essere la nostra destinazione finale. Una sala da bowling.
    Entriamo, io alle sue spalle che cerco di tenerne il passo, lui con ancora il casco calcato sul viso.
    Qualche scalino, una ventina di passi, e poi un nuovo cenno silenzioso: vai da quella parte. Obbedisco: posso fare altro? E poi, c’è quella figurina che mi aspetta.
    Seguo la direzione indicatami dall’uomo in nero. Biliardi. Una decina da “125”, la carambola americana. E tre tavoli da cinque birilli: grandi, verdi, lisci. Sul tavolo più lontano ci sono già i birilli pronti, due stecche appoggiate sulle sponde lunghe, le tre biglie disposte per l’acchito. Mi avvicino, mi tolgo il giaccone, e mentre inizio a passare il gesso sulla punta di una delle due stecche, sento arrivarmi alle spalle la voce che ho sentito al telefono.
    “Bionda o rossa?” mi chiede. Con la fronte leggermente imperlata di sudore, mi giro su me stesso. Ha tolto il casco, ed anche il giubbotto da motociclista. Non so perchè, ma non sono sorpreso nel vederlo; è come se lo conoscessi già, questo David Niven che mi chiede di scegliere tra le due birre che tiene in mano.
    Scelgo la bionda, ed inizio una partita senza punteggio, densa di silenzio, di occhiate e di buoni colpi. Il tempo passa, sono indeciso se telefonare a mia moglie e dirle che farò tardi, più tardi del previsto.Ma il mio attore inglese, senza preavviso, ripone la stecca mentre io sono chino a studiare un tre sponde. Con una mossa rapida, le sue mani da pianista portano alla luce un pacchetto blu, e me lo porgono con una sorta di imperiosa cortesia.
    “E’ per me?” balbetto. Mi rendo conto subito che la domanda è stupida, ma David Niven non mostra fastidio nel sentirla. Un altro cenno con la testa, ad impormi di aprire senza perdere altro tempo.
    Scarto ansiosamente. Un libro. Adelphi. Pessoa.
    “… Grazie, non ho mai letto nulla di quest’uomo, è davvero un bel pensier…”
    “Aprilo. Pagina 187”
    Sì, certo, subito, pagina centoottantasette. Una figurina. Un calciatore, con la maglia granata, un piccolo toro bianco all’altezza del cuore. La scritta dice solo “Pizzaballa”. E’ lei.
    Guardo la faccia del giocatore ritratto, alzo il viso e guardo il mio David Niven, riabbasso lo sguardo sulla figurina: la stessa persona.
    “Non te lo faccio, l’autografo. Tu non mi hai mai visto, ci siamo capiti? Hai la tua figurina, e questo ti deve bastare”.
    Annuisco, basito. Vorrei balbettare almeno un grazie, ma la sua voce tranquilla e ferma mi anticipa.
    “E adesso, vai alla cassa. Quaranta minuti, saranno sei euro”.

    05/02/2004

    Filed under: — JE6 @ 12:38

    L’Ambrogio
    Ai suoi tempi, l’Ambrogio doveva esser stato un buon giocatore. Nè troppo alto, nè troppo basso, buon tocco, discreto colpitore, capace di uscire dalle buche. Insomma, uno che se la giocava alla pari con molti.
    Non so che lavoro avesse fatto, l’Ambrogio. Ha la faccia da tranviere, ma per quanto mi riguarda Ã¨ nato pensionato. E’ vedovo, l’Ambrogio, ed i suoi familiari sono i suoi compagni di stecca di ogni giorno, il Gino, il Tito, tutta gente che quando ti vede fare un tiro corto, uno di quelli giocati con il braccino, ti guarda con compassione e butta lì un “magna la micheta, fioeu” che gli spaccheresti la stecca in testa ma sai che hanno ragione.
    Con il passare del tempo, l’Ambrogio guarda di più e gioca di meno. Ed in tanti lo apprezzano, per questo: dignità, ci vuole, e non bisogna togliere spazio a chi sta meglio di te.
    Un giorno, l’Ambrogio non si presenta. Passa qualche ora, ed arriva il Gino, con il suo borsello e gli occhi rossi e gonfi. “L’Ambroeus l’è andà“. Ma come, cazzo, l’è andà?
    Eppure. Lo hanno messo nella cassa con la stecca al fianco. I suoi amici giurano che è vero, che da anni diceva che avrebbe voluto così. E lo hanno accontentato. Ciao Ambroeus, ti sia lieve la terra.