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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    04/03/2021

    Aspettando

    Filed under: — JE6 @ 10:26

    Aspetto da settimane di ricevere i due sms che mi confermano l’appuntamento per la prima dose di vaccino dei miei – 91 anni mio papà, 84 mia mamma. Li aspetto senza particolari ansie, con quel certo fatalismo da “a questo punto una settimana in più che differenza vuoi che faccia” (non che sia vero, ma ognuno cerca di condirsi via a modo suo). Li aspetto per stare tranquillo, per fare un po’ meno il cerbero che controlla gli spostamenti di due adulti ancora in buona forma che hanno bisogno e piacere di uscire di casa e incontrare persone come chiunque altro ma che sono ovviamente più a rischio del figlio di mezza età e della nipote ventenne. Li aspetto, al nocciolo, perché gli voglio bene e voglio che restino qui ancora a lungo, qualunque cosa “a lungo” voglia dire quando sei arrivato a quell’età. E al tempo stesso non riesco a non pensare, ogni tanto e non senza parecchi imbarazzi e sensi di colpa, che quei due messaggi, se proprio due soli devono essere, li vorrei ricevere per me e mia moglie, per mia moglie e mia figlia, per me e mia figlia, una qualsiasi delle possibili combinazioni che mettono in mezzo le questioni di lavoro e di studio e gli piazzano una pezza riparatoria. Distolgo subito il pensiero, mi impongo il ristabilimento di una priorità non fondata su di me perché ogni volta sento di essere a cavallo di quella sottile linea che divide il tempo e le vite della gente tra quelle che hanno più valore e quelle che ne hanno di meno e che se non mi sposto da lì il passo successivo è mettermi a ragionare seriamente se un anno di mia figlia vale più di un anno di mia madre o viceversa, se la fatica di una ventenne costretta a stare a casa può e deve essere paragonata a quella di un cinquantenne nelle stesse condizioni – non avrò mai più questa età, non sarò mai più giovane come lo sono oggi per la carta d’identità ma non nei fatti, lo so ma pensa a me che di anni davanti ne ho molti meno di te e non avrò di sicuro una seconda possibilità per recuperare quel che sto perdendo. Probabilmente ci sono risposte a queste domande, ci sono classifiche e graduatorie che si possono stilare: è che non voglio farlo, e giro la testa, e mi metto nelle mani di altri, e aspetto.

    03/03/2021

    La fine di un giorno

    Filed under: — JE6 @ 16:48

    Sono giorni un po’ così, di tanto lavoro e poco tempo non tanto per fare, ma per pensare altro. Però leggo (e guardo una vecchia serie con cinque anni di ritardo, ma quella me la tengo per la prossima volta), e qualcosa resta. Restano due frasi di Gipi nell’intervista che ha dato all’Huffington Post:

    Non potevi semplicemente spegnere il telefono?

    Se fosse così facile i proprietari delle piattaforme non sarebbero multimiliardari. I social network sono ingegnerizzati per agevolare il conflitto. Il conflitto genera “engagement” come lo chiamano loro. Il tuo tempo, in parole povere. Quel tempo viene poi convertito in tariffe per gli inserzionisti. I social sono costruiti in modo che, se non hai un carattere forte, possono renderti una persona peggiore. E più tempo ci stai, e più diventi peggiore. E più diventi peggiore, e più fai fatturare soldi. Sono un’impresa che funziona alla perfezione, fondata essenzialmente su una malattia.

    Qual è la malattia?

    L’esigenza di esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, di processare, giudicare, mettere all’indice qualcuno, ogni giorno della settimana.

    E resta una frase di Jenny Erpenbeck, in un libro strano, affascinante e scritto benissimo che nella traduzione inglese dell’originale tedesco si intitola “The End of Days”:

    The end of a day on which a life has ended is still far from being the end of days.

    Magari non è molto, lo so. E però.

    13/02/2021

    Dove troviamo binari

    Filed under: — JE6 @ 11:19

    Se dovessi dire che mi ricordo perché ho aperto questo blog mentirei, ed è abbastanza probabile che se anche andassi a recuperare il primo dei quattromilaquattrocentoottantotto che ho scritto prima di questa non capirei cosa volevo dire e cosa avevo in testa.

    Comunque. Oggi sono diciotto anni, che in qualunque modo si voglia guardare la faccenda sono tanti, se non addirittura troppi. E’ veramente passata una vita; anzi: più di una, e ogni tanto quegli anni li sento, a volte solo un po’ e altre un po’ di più. Però è giusto che sia così, ed è pure un bene, perché se li senti significa che ci sono stati come i chilometri nei muscoli delle gambe o nelle gomme della macchina. Che cosa viene dopo, vai a saperlo: perché alla fine aveva ragione il macchinista russo che, fermo nel mezzo di una delle sterminate pianure ucraine, rispose a Primo Levi che gli chiedeva dove diavolo stavano andando con quel treno arrancante e carico di ogni tipo di umanità: “Dove andiamo domani? Non lo so, carissimi, non lo so. Andiamo dalla parte dove troviamo binari”.

    27/01/2021

    Quando sei fuori

    Filed under: — JE6 @ 10:33

    Era più o meno l’una del pomeriggio, quella che noi per tradizione, benessere e fortuna chiamiamo “l’ora di pranzo” quando, nel gelo e sotto il sole limpido che solo l’inverno polacco può regalare, aspettando l’autobus che ci avrebbe portato dal piazzale di Auschwitz all’ingresso di Birkenau, chiesi all’uomo che ci aveva portato per fili spinati e crematori e montagne di scarpe di ogni foggia e dimensione e muri di esecuzione e celle di tortura da quanto faceva quel lavoro, il mestiere di provare a dare forma e sostanza alla parola sterminio e metterla in mano a gente come me. “Otto anni” rispose, con un tono neutro ma vivo. “E com’è?”, chiesi ancora, senza saper articolare meglio la mia curiosità. “Non è il dentro, sono le domande che ti fai quando sei fuori”, mi disse, e quelle parole sono la cosa che mi è rimasta davvero dentro di quella mattina d’inverno a Auschwitz-Birkenau.

    21/01/2021

    Il mio verso libero

    Filed under: — JE6 @ 18:49

    Ho un rapporto difficile con la poesia. Ci sono cose peggiori nella vita, intendiamoci: è che a volte mi spiace perché mi ritrovo a pensare che forse lì dentro c’è qualcosa che potrebbe piacermi se solo mi trovassi su una lunghezza d’onda meno distante da quella sulla quale sembra muoversi tanta poesia moderna. Poi penso anche che spesso – non voglio dire sempre: sarebbe arrogante farlo – questa poesia sembra davvero un esercizio di “a capo per darsi un tono”. Sono certo (non è vero: voglio essere certo) che non è così, ma prendete il pezzo di Amanda Gorman per il quale si è sdilinquita mezza America, cioè il cento per cento di quella bideniana, insieme a un altro mezzo mondo dall’orecchio più fino del mio:

    A country that is bruised but whole,
    benevolent but bold,
    fierce and free
    We will not be turned around
    or interrupted by intimidation
    because we know our inaction and inertia
    will be the inheritance of the next generation

    E adesso togliete le pause e i trattenimenti di respiro e l’high pitch alla fine di ogni riga; continua a non essere un capolavoro, ma arriva dritto al punto senza nascondersi nella forma:

    A country that is bruised but whole, benevolent but bold, fierce and free: we will not be turned around or interrupted by intimidation, because we know our inaction and inertia will be the inheritance of the next generation.

    Sembro mio nonno, eh? Probabilmente lo sono già diventato: ho letto un libro di poesie di una scrittrice che amo di amore puro, Kapka Kassabova, e quei versi non erano altro che la sua prosa spezzata qui e là. Stavo lì, chiedendomi perché, perché mi fai questo Kapka, non è tanto più bello il cristallo lucente delle tue pagine di Border e To the Lake quando racconti del tuo bisnonno fuggito di notte pagaiando in mezzo al lago di Ohrid di questi pezzetti ai quali l’a capo toglie respiro, grazia e capacità di pungere? E niente, è così. Ci riprovo, ogni tanto: e tutte le volte finisco per dire “non sei tu, sono io”, ma senza crederci fino in fondo.

    [Mi sono sdilinquito pure io per la Gorman, eh: per la capacità di tenere il palco a ventidue anni, mica per altro. Mi sarei sdilinquito anche se là sopra ci fosse stato Achille Lauro, per lo stesso motivo. Ma è un’altra storia]

    20/01/2021

    Due gradi, forse

    Filed under: — JE6 @ 15:43

    La più bella, profonda, intima, politica, umana intervista di Barack Obama di cui io sono a conoscenza (e ne ho ascoltate tante: ho una passione per quell’uomo sulla quale negli ultimi anni si è innestata una sensazione di mancanza a volte imbarazzante) è stata registrata in un garage nel giugno del 2015. L’intervistatore, che per lunghi tratti suona più come una specie di amico ritrovato o di uomo che ha ritrovato un amico, è Marc Maron, un comedian all’epoca cinquantaduenne, in pratica un coetaneo del presidente, famoso forse più per il suo podcast WTF che per le sue performance comiche (peraltro piuttosto buone, ma questo è un giudizio mio).

    Ci sono mille cose notevoli in quell’ora di chiacchierata, a partire dal fatto che il Presidente degli Stati Uniti d’America prende e va a in un sobborgo californiano per farsi intervistare in un modo tanto divertente quanto interessante da quello che noi chiameremmo un comico (ma comedian è, in generale, ben altro: le parole sono importanti, si sa) nel garage di casa sua dando il sigillo di nobiltà assoluta a un programma dal nome molto diretto ma poco istituzionale di What The Fuck, dichiarandosi tra l’altro fan della trasmissione; se state facendo lo sforzo di immaginare se una cosa del genere sarebbe possibile in Italia smettete pure di perdere tempo: non succederà, almeno fino a quando noi saremo vivi (cosa che ci auguriamo continui ancora a lungo), e le comparsate di questo o quel politico al Bagaglino non contano se non per peggiorare gravemente i termini del confronto. Fra tutte, comunque, la cosa che più mi è rimasta impressa è la frase con cui Obama spiega a Maron che anche se l’epoca sembra chiedere altro, i cambiamenti politici come quelli sociali hanno bisogno di tempo e vanno giudicati nel lungo periodo: “le democrazie non virano di cinquanta gradi: se va bene lo fanno di due”. A pensarci bene, non è la frase in sé che mi è rimasta scolpita, ma il tono con cui è stata pronunciata: un tono non di fastidio o delusione, per lamentarsi dei formalismi e delle inefficienze della democrazia, ma di consapevolezza che questa non è fatta di salti e scalini ma è un processo di milioni di aggiustamenti continui, che siamo tanti e diversi, che metterci d’accordo è tutto tranne che facile ma è la cosa giusta da fare o almeno da perseguire, che nel lungo periodo è vero che saremo tutti morti ma almeno lo faremo andando nella direzione giusta. Il tono di uno che crede nei fatti e nella scienza e al tempo stesso nella necessità di sentire qualcosa insieme ai suoi concittadini e connazionali, di uno che non ha vergogna nel definirsi un ottimista. Non so se l’ho già scritto, ma quell’uomo – e comunque uno così, uno fatto in quel modo – mi manca. Tanto.

    01/01/2021

    Sulla strada

    Filed under: — JE6 @ 17:17

    Ho un solo rito per l’inizio dell’anno. Nessun cibo particolare, nessun colore speciale di biancheria intima (usa ancora? non so): quando vado a letto, non importa l’ora, inizio un libro. Pagina 1. Deve essere un libro che significa qualcosa: per me, intendo. Quindi è sempre una rilettura, perchè non voglio sorprese; è come mettere su The Blues Brothers o The Dark Side of the Moon: chiamalo usato garantito, se vuoi. Dev’essere, insomma, un libro che conta, che segna una strada sapendo che poi da quella scarterò cento volte. Alla fine quindi non sono molti quelli fra i quali scelgo, preparandomi un paio di giorni prima. Oggi ho ripreso “La chiave a stella” di Primo Levi, perché sono uno di quelli che ha avuto la fortuna di non avere veri problemi di lavoro nell’anno della pandemia, delle chiusure, delle casse integrazioni. E’ il libro che ha come protagonista Tino Faussone, di professione montatore, l’uomo per il quale la chiave a stella del titolo è la naturale prosecuzione della mano, al quale io, che ho un’abilità manuale da bimbo di tre anni, voglio bene come a uno zio buono e per il quale provo un’invidia buona e infinita. E’ l’uomo che dice, ricordando suo padre, “A lui un lavoro come il mio gli sarebbe piaciuto, anche se l’impresa ci guadagna sopra, perché almeno non ti porta via il risultato: quello resta lì, è tuo, non te lo può togliere nessuno, e lui queste cose le capiva, si vedeva dalla maniera come stava lì a guardare i suoi lambicchi dopo che li aveva finiti e lucidati”. E’ anche il libro dove, grazie a Faussone, Levi scrive alcune delle sue righe più belle – e ne ha scritte tante meravigliose -, come, ad esempio “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”. A volte le verità stanno lì, nascoste in bella vista sotto gli occhi: e ci vuole qualcuno che te le mostri, nella notte del primo giorno dell’anno, per iniziare la strada sulla quale tornare, prima o poi.

    28/12/2020

    Di foreste e città

    Filed under: — JE6 @ 14:27

    Maximiliano Bianchi, in arte Strelnik, è un amico da tanto tempo e quindi probabilmente un po’ di parte nel giudicare i contenuti di queste pagine che fra qualche mese arriveranno a compiere la maggiore età.

    Strel’ si è messo in testa di ri-raccontare la blogosfera, quella che era e quella che è oggi (quando, va detto grazie a Dio, il termine è diventato spettacolarmente desueto e quindi evitato nella sua infinita bruttezza). Uno dei pezzi del racconto riguarda il sottoscritto e lo trovate qui, dove sentite un pisano e un milanese discutere di scrittura, città fantasma, viaggi e rate di affitto. Come dicono da altre parti, ascoltate responsabilmente (sì, è un podcast: ci piace stare al passo con i tempi, e subito dopo perderlo).

    27/12/2020

    Sotto la radio

    Filed under: — JE6 @ 16:25

    Quella che trovate qui a sinistra è la colonna dei ricordi. Ci trovate il blogroll – se siete abbastanza anziani non avete bisogno di spiegazioni; se non lo siete, fate conto che era il listone dei vostri preferiti, quelli ai quali volevate far sapere che li seguivate (e con questo che, sì, in effetti sarebbe stato bello se quell’interesse si fosse rivelato reciproco) – e la lista di un po’ di cose scritte negli anni, in quegli anni lì, quei sette-otto anni della blogosfera vera. Alcune le ho scritte da solo, la maggior parte sono raccolte. Fatte quasi tutte senza una logica vera e propria che non fosse quella del “dai, facciamo qualcosa insieme”. Il Post sotto l’Albero, per gli amici PslA, era esattamente questo, nato per scherzo nell’inverno del 2003 e finito nel 2010 nella gloria di un’orgia di quasi duecento pagine messe insieme in sei o sette settimane dementi, divertentissime e gratuite. Finì come devono finire le cose belle, prima di marcire: e forse è quello il motivo per cui tanti ne conservano un bel ricordo. Se volete capire di cosa parlo, basta cliccare uno dei link che vi manderanno a dei pdf principiati da un’icona di WordArt, divenuta simbolo cialtrone e pertanto nobile della scalcagnata iniziativa.

    Quest’anno cadeva il decennale di quell’ultima raccolta da campioni e a qualcuno è venuta l’idea di festeggiarlo mettendo in piedi una cosa divertente che non faremo più: qui, a casa del Many, trovate la storia e qui, su Radio Sverso, trovate il podcast del Post sotto la Radio, per gli amici PslR, una raccolta di pensieri e racconti presi dai PslA del passato e letti dagli stessi autori, intervallati da del gran bel rock’n’roll natalizio (più, se arrivate in fondo, il teaser di qualcosa di meno nostalgico che andrà in onda, speriamo, fra un mesetto o poco più. Stay tuned, dicono quelli del mestiere).

    22/12/2020

    Parlare da soli

    Filed under: — JE6 @ 12:45

    Questa mattina ho fatto quattro chiacchiere con un vecchio amico, uno di quelli che ho conosciuto nei lontani tempi in cui aveva senso definire qualcuno blogger (nonché impiegato alle poste o imprenditore o pensionato o filosofo prestato al terziario avanzato). Abbiamo parlato, vedi la sorpresa, di blog. Ma anche di libri, di scrittura e lettura. Di cose che abbiamo in comune, insomma. E quando abbiamo finito mi è rimasta addosso la curiosa sensazione che avremmo potuto continuare a lungo: un po’ perché siamo ormai due anziani (io più di lui, va detto) e quindi coltiviamo quel gusto del rimestare nei bei tempi che furono tipico dell’età avanzata, un po’ perché la realtà è che quegli anni lì, i primi anni Duemila, ci hanno lasciato addosso un’impronta sulla quale abbiamo poi lavorato negli anni a venire, a volte anche nelle forme opposte del rifiuto o della dimenticanza. Quando fai chiacchiere così è inevitabile fermarsi a fare il confronto tra oggi e ieri, e non c’è nulla di male fino a quando non diventa un crogiolarsi patologico. Serve a notare differenze e pensarci sopra, che non è mai una cosa cattiva. E quel che ho pensato è che poco meno di vent’anni fa in tanti (tanti si fa per dire: eravamo quattro gatti, ma pure i Police erano in tre eppure riempivano come la Filarmonica di Berlino) abbiamo pensato di usare uno strumento per esprimere noi stessi ma soprattutto per conoscere e confrontarci con altri. Erano i tempi dei manifesti che dicevano che persino i mercati erano delle conversazioni e noi in qualche modo, nel nostro piccolo sentivamo di farne parte: magari non ci fregava nulla di dialogare con Nike, ma ci tenevamo moltissimo a parlare con uno di Pisa o una di Teramo. I blog e le loro propaggini per tanti di noi sono stati quello, in sostanza: uno spazio e una palestra di conversazione; una palestra, sì, perché a parlare con gli altri, anche nella maniera sbilenca e asincrona di un post con i suoi commenti, ci si allena. O si dovrebbe farlo, almeno. E quel che ho pensato dopo è che le cose cambiano: che oggi gli spazi di conversazione sono infiniti, siamo immersi in un’unica infinita chiacchiera fatta di mille chat su Telegram e duemila su Whatsapp e tutti i social possibili e immaginabili, ma quel che spesso ci manca è lo spazio dove parlare con noi stessi. Proprio parlare da soli, che è una cosa che fanno i matti ma anche quelli che invece a una certa salute mentale ci tengono; e forse il blog oggi può tornare a essere utile per questo: a mettere giù un pensiero, articolarlo, e poi discuterlo. Una volta avremmo parlato di lana nell’ombelico e chissà, forse avremmo avuto ragione di farlo; oggi no, credo che sbaglieremmo, così come credo che abbiamo uno strumento bello e potente non per cambiare il mondo come qualcuno si illuse di poter fare, ma per migliorare un po’ noi stessi. Che, tutto sommato, può suonare come un obiettivo modesto, ma anche come un vaste programme che vale la pena affrontare.