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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    04/12/2019

    Mustafa e mia mamma

    Filed under: — JE6 @ 17:40

    Ero ancora minorenne, mi racconta Mustafa mentre attraversiamo Sarajevo, quando sono entrato nell’esercito e così ho continuato a studiare durante la guerra, mi sono diplomato e nel 1993 ho iniziato la facoltà di odontoiatria. Gli chiedo come facevano a studiare, dove andavano a lezione e mi spiega che erano scuole di fortuna, organizzate nelle cantine e in quei pochi posti che venivano ritenuti più o meno al sicuro dai bombardamenti. Andavo a lezione ogni volta che ero libero dagli impegni della mia unità, mi dice; e lo fa senza calcare una sola parola, come se fosse naturale, hai vent’anni, stai combattendo una guerra contro quelli che erano i tuoi vicini di casa e compagni di scuola e amici del cortile e se hai mezza giornata libera vai a studiare e la cosa non ti pesa, è proprio quello che vuoi: lo dice così, e non so se essere più ammirato dall’azione in sé o dalla mancanza di enfasi del racconto.

    Quell’azione mi sembrerà di poterla capire davvero, di sentirla reale e, in qualche inspiegabile modo, viva qualche mese dopo grazie a mia mamma, la donna che mi ha insegnato a leggere e della quale il primo ricordo che ho è di lei che mi sta vicina, chinata sulla mia spalla destra che mi osserva mentre io, che di lì a non molto inizierò le elementari, sono immerso nelle pagine di Topolino e provo a mettere una lettera dopo l’altra a formare parole e frasi. Quella sera, mentre sono sul pianerottolo aspettando l’ascensore dopo averle fatto visita, mi racconterà che un’oretta prima il sacerdote durante l’omelia aveva invitato anche gli anziani come lei a onorare il padre e la madre con l’unico strumento che gli restava alla loro età: il ricordo e l’affetto, l’amore che questo si portava dentro. “Sai cos’è la prima cosa che mi è tornata in mente?” mi dice, e senza attendere il “no, dimmi” di cortesia va avanti, “hanno fatto tanti sacrifici, proprio tanti, i tempi erano quelli che erano” e scuote appena le spalle come si fa quando non ci si può che limitare a prendere atto di ciò che è stato e di ciò di cui ci si è fatta una ragione, “ma non ci hanno mai fatto perdere un giorno di scuola. Mai, la scuola era sacra.” e intanto arriva l’ascensore e con il pollice spingo quel che basta a socchiuderne la porta e tenerlo occupato e dare modo a lei di finire la frase e a me di vedere i miei nonni, nonna Marianna nel suo lutto eterno e nonno Antonio nel suo fustagno nuragico, imporre a se stessi la rinuncia all’aiuto che i tre figli, due femmine e un maschio, avrebbero potuto dar loro nei campi in nome della scuola, dell’idea stessa di scuola, loro che di don Milani non avrebbero mai sentito parlare e che di quel prete borghese e rivoluzionario condividevano senza saperlo e senza saperlo esprimere la convinzione nucleare che i bambini dovessero studiare per quanto possibile e anche di più, che i libri e i quaderni e un maestro fossero ricchezze che valevano più del raccolto delle olive. In quei pochi secondi durante i quali mia mamma inizia e finisce il suo racconto vedo lei da bambina e vedo lei da ottantenne che non riesce a non fermarsi davanti a una bancarella o a uno scaffale di libri, non importa quali, “sarà che da ragazzina mi sono mancati così tanto”, e vedo Mustafa che appoggia la sua arma da qualche parte e si siede su uno sgabello traballante mentre fuori cadono le granate serbe o magari c’è una mezza giornata di pausa dei combattimenti e si gode le sue lezioni di odontoiatria, se le gode come quando svieni dalla fame e anche un pezzo di pane secco sembra un pranzo stellato Michelin e mi pare, in quel momento, di avvicinarmi a capire un ragazzo bosniaco grazie a un’anziana donna sarda, e dovrei lasciare la porta dell’ascensore, liberarlo e andare a dare una carezza a quella donna ma non siamo tanto i tipi, non lo siamo mai stati nel bene e nel male e le dico “sì, è un bel ricordo, e i nonni sono stati bravi, soprattutto con voi femmine” e la saluto, e vado, e ripenso a Mustafa.

    14/11/2019

    Libri

    Filed under: — JE6 @ 15:29

    Sono seduto al tavolo della cucina dei miei genitori. Mia mamma mi parla del libro di Paolo Rumiz che sta leggendo, non le viene il titolo ma ho capito qual è perché per un caso della vita è lo stesso che mi sta passando sul Kindle in questi giorni, una cosa di cimiteri di guerra e soldati, e a quegli uomini si aggancia mio papà che mi racconta del libro che sta leggendo lui, una storia incredibile della quale non sapevo nulla, i cosacchi che occuparono la Carnia come truppe regolari della Wehrmacht dalla fine del 1944 a quella della guerra. Gliel’ha comprato mia mamma a una bancarella del mercato del venerdì, quello che frequenta da una vita: mi fermo sempre, mi dice, ci sono questi cestoni con i libri e non riesco a non fermarmi e poi mette lì una frase piccola e a suo modo meravigliosa, dice mi sono mancati così tanto quando ero ragazza che adesso e non finisce di parlare, scuote solo la testa, a me ci vuole una frazione di secondo per vederla nel suo, nel loro paese arrampicato nelle colline di una Sardegna lontanissima da tutto e tutti, dove nessuno faceva la fame ma nessuno aveva i soldi per comprare un vestito e dove una ragazzina di dodici anni poteva sentire la mancanza fisica di un libro, come un dolore per un amore impossibile. Mentre la ascolto senza farle domande mi viene in mente il pomeriggio in cui sono entrato in una scuola di Prypjat, la città fantasma che sta a fianco della centrale di Chernobyl, e rivedo il tappeto di libri che copriva l’intero pavimento di un’aula scolastica e rivivo la sensazione nitida che in quel momento quel posto apparentemente morto fosse invece tanto vivo da poterne sentire il dolore (avete mai camminato sopra centinaia di libri? Provate a farlo. Provate a prendere tutti i libri che avete in casa e gettarli per terra alla rinfusa coprendo le piastrelle che pulite una volta alla settimana, e poi camminateci sopra, e sentite come la carta risponde al vostro peso, come se vi stesse dicendo mi fai male; provate a farlo, e avvertite quella sensazione di colpa e ingiustizia per come state trattando quegli oggetti nei quali la nostra civiltà ha investito tutta se stessa per aiutarsi a vicenda e restare a galla) e guardo mia mamma, che mi ha insegnato a leggere, della quale il primo ricordo che ho è di lei al mio fianco mentre sono chino su un libro o un fumetto, e penso che la vita è quella cosa che adesso sta rendendo a lei ciò che le venne negato da ragazza, ed è quella cosa che chissà dove sono adesso i bambini di quella scuola di Prypjat, se ci sono ancora, se possono leggere ancora.

    24/10/2019

    Broncio

    Filed under: — JE6 @ 12:46

    Credo che ognuno abbia delle frasi che si porta dentro come dei mantra, come delle guide, dei punti fermi che ti ricordano non tanto come dovresti, ma come vorresti stare al mondo. Io ne ho un paio, una qui oggi non c’entra, non ha rilevanza – magari un’altra volta – ma l’altra, quella sì, in questo periodo ci penso spesso.

    L’ha scritta Robert Musil, e dice “non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno“. Ci penso spesso perché altrettanto spesso mi sento borbottare contro questo o quell’aspetto del tempo che vivo, una volta la classe politica e l’altra il calcio e l’altra ancora la pizza o una cosa così, a caso, a seconda dell’umore, di cosa ha appena passato Sky, delle congiunzioni astrali. Allora mi ripeto la frase di Musil, cioè vado a leggermela nelle note del telefono e poi mi ci arrovello un po’ sopra perché se da una parte inorridisco all’idea di fare il ginobartali dall’altra non mi va nemmeno di accettare tutto nel nome del “i tempi sono questi e quindi va bene così” e non trovo mai un punto di equilibrio, non so se questo punto esiste per chi ha passato una certa età, so che ci sono periodi che è tutto un forzarsi a non ridursi a un Michael Douglas di periferia con i capelli scarmigliati e la lente dell’occhiale incrinata e un mitra in mano che non ha nemmeno voglia di dire odio tutti come un qualsiasi sedicenne, lo sa e lo sente e non vorrebbe che fosse così.

    27/03/2019

    Voci

    Filed under: — JE6 @ 17:36

    Non so se siete mai stati in un carcere. Io sì, due o tre volte (tre, per la precisione): non da recluso, ma sì, ci sono stato. E’ una cosa che mi è rimasta dentro. Sarà per quello che da quando me l’hanno consigliato sono andato in fissa con un podcast che viene prodotto nel carcere di San Quentin in California. Si chiama Ear Hustle, che nello slang delle prigioni americane significa qualcosa come origliare, ascoltare di nascosto. Le storie sono incredibilmente semplici, perché la vita dentro il carcere è (o sembra) una specie di versione base, senza optional, di quella che si fa fuori: dove vai a sederti la prima volta che entri nel refettorio, cosa significa sentire il trillo di un uccello, l’attesa della prossima visita di tua moglie o tuo fratello e il senso di vuoto al suo termine, cose così. Sono semplici: e potentissime, un po’ per questo andare al nocciolo di qualcosa che è comune a chiunque stia al mondo, un po’ per le voci.

    Perché un podcast è fatto di quello: suoni, e soprattutto voci. Niente immagini, pochissime musiche. Voci, persone che parlano. Una, soprattutto: quella di Earlonne Woods, che è il co-autore e co-host del podcast. Earlonne è* un inmate, un carcerato, condannato a un minimo di 31 anni di carcere che possono tranquillamente trasformarsi in ergastolo (come se non fossero più o meno la stessa cosa). All’inizio di ogni puntata si presenta, dice mi chiamo così, questa è la mia pena, mi è stata data perché ho fatto questo e quest’altro, e adesso iniziamo. Non c’è una voce di Ear Hustle che non valga la pena ascoltare: quelle limpide, quelle roche, quelle strascicate, quelle che hanno eliminato le consonanti, e per ognuna ti puoi immaginare l’uomo che gli dà corpo – il nero, il latino, il giovane, il marito, il bianco, il calvo, il magro, quello che è entrato così tanto tempo fa da poter dire di aver passato la vita intera in prigione senza mentire. Ma la voce di Earlonne è un’altra cosa. E’ piena, calda, ironica e autoironica, piena di compassione e senza un briciolo di autocompatimento, e quando ride – e lo fa spesso, molto più spesso di quanto uno si potrebbe aspettare da un recluso a (quasi) vita – ti sembra di averlo lì seduto sul sedile a fianco che guarda fuori dal finestrino: vivo, e pieno, e consapevole. Dopo qualche giorno e qualche puntata mi sono fatto forza e sono andato a cercare le sue foto, volevo vedere che faccia aveva quest’uomo che mi stava facendo compagnia dall’altra parte del mondo. E niente, come dire: ho visto la sua voce.

    *Era: ma questa è un’altra storia.

    26/03/2019

    Supereroi

    Filed under: — JE6 @ 12:43

    E così abbiamo capito cosa dovranno fare i ragazzini, nati nel nostro paese ma figli di immigrati, per avere la possibilità di ricevere la cittadinanza alla quale avrebbero diritto per il solo e semplice fatto di stare al mondo ed esserci arrivati per caso in quei trecentomila chilometri quadrati che vanno dalle Alpi a Lampedusa: i supereroi. In fondo è semplice: basterà salvare cinquanta compagni di scuola da un pazzo furioso che li vuole ardere vivi in uno scuolabus, o in alternativa – chessò – sventare senza armi un sequestro di persona, far evacuare disciplinatamente un edificio lesionato in procinto di crollare, scavare a mani nude fra le macerie e salvare un’ottuagenaria bergamasca sepolta dopo un terremoto, il tutto avendo nove anni e la merendina ancora incartata nella cartella. E’ affascinante questa immagine di uno Stato che dispensa favori invece di garantire diritti: per coerenza ci sarebbe ora da aspettarsi che uno nato a Milano come il sottoscritto venga nominato PresDelCons in virtù di un qualsiasi atto tanto eroico quanto casuale abbia modo di compiere, in fondo essere la persona giusta al momento giusto è una dote da premiare.

    (Vogliamo poi commentare il “togliamo la cittadinanza al pazzo attentatore”, una cosa che per evitare il ridicolo basterebbe non dico un bigino ma almeno il non essere cascati da bambini in un calderone di ignoranza, un po’ come Obelix con la pozione magica del druido? Che poi, quasi quasi: ad applicarla con metodo e tigna sarebbe una misura che svuoterebbe il nostro paese al punto da rendere l’immigrazione indiscriminata una manna che persino il ministro degli interni implorerebbe al suo cielo con ogni stilla di forza residua)

    19/12/2018

    In famiglia

    Filed under: — JE6 @ 09:36

    E così finisce che, per un caso del destino, in due giorni ti trovi a passare del tempo – tanto, poco: non conta così tanto – prima in una casa famiglia che ospita bambini che il Tribunale dei minori ha temporaneamente tolto alle loro famiglie e poi in un centro Sprar, uno di quelli che ospita e cerca di introdurre nella cosiddetta vita normale ragazzi in attesa dell’asilo politico. Non hanno molto in comune – età, provenienza, lingua, colore della pelle – se non una cosa, e però fondamentale: sono lontani, per chissà quanto, così tanto che nessuno vuole pensarci davvero, dalla loro casa e dalla loro famiglia. I bambini da quella casa e da quella famiglia sono stati tolti, nella speranza di toglierli da violenze e abusi e trovargli un futuro migliore di quello che sembrava disegnato. I ragazzi da quella casa e quella famiglia se ne sono andati, nella speranza di togliersi da povertà, guerre, persecuzioni e trovarsi un futuro migliore di quello che sembrava disegnato. E ora sono lì, a dieci o diecimila chilometri da dove sono nati e cresciuti, a cercare per quanto possono di fare una vita normale. Normale: né lavori da biglietti da visita pieni di parole inglesi né viaggi scintillanti né telefoni che sfamerebbero un intero villaggio, solo una casa con l’albero e le sue palline, una coperta colorata, un divano magari un po’ sfondato ma comodo, e qualcuno che ti sta vicino per davvero, che sei contento di vedere e salutare quando rientri dopo la scuola o il lavoro o la ricerca dello stesso, qualcuno che ti vuole bene, fosse anche per lavoro. Quello che vogliamo tutti, quello che dovremmo volere tutti non solo per noi stessi. Quello che abbiamo nascosto in bella vista sotto gli occhi e buttiamo via in nome di quanto è bello essere brutte persone che devono sopportare famiglie disfunzionali e falsi amici. Sono lì, e tu per un caso del destino (anche se poi i casi te li devi un po’ andare a cercare, te li devi costruire, te li devi forgiare) stai in mezzo a loro, loro che ti ringraziano per esserci e tu che non trovi le parole per dire che no, guarda, davvero, grazie a te, grazie a voi.

    31/08/2018

    Ci serve comunque un motivo

    Filed under: — JE6 @ 09:27

    I blog sono morti, ok, ma le loro tombe vengono ancora visitate e così ieri una signora è passata qui per caso e ha lasciato un commento su un post del 2013, una cosa su Giò Giò (che i milanesi della mia età dovrebbero ricordare bene) (non quello che ho scritto io, eh: Giò Giò) (era quel negozio in via Broletto, di fronte al murale di Armani, quello che noleggiava i cd) e ha scritto che lei è la sorella e la figlia di quelli lì, di quelli di Giò Giò e grazie per il ricordo e farà leggere il post a suo fratello che sarà sicuramente contento e niente, non scrivo più ma mi serviva un motivo per rinnovare il dominio.

    20/07/2018

    I’ll see you on the dark side of the moon

    Filed under: — JE6 @ 09:28

    Non so se vi è mai capitato di pensare a cosa avreste provato il giorno in cui un vostro piccolo sogno si sarebbe avverato. Sì, di sicuro lo avete fatto. Come sarà, cosa sentirò il giorno in cui mi troverò di fronte alla Statua della Libertà? Vai a sapere. E’ un lampo, un flash, ti trovi la foto davanti agli occhi e dici che bello, quanto vorrei essere lì e ogni tanto vieni come trafitto da quel pensiero – un giorno magari riuscirò a essere lì, a toccare con mano.

    E niente, erano passate poco più di due ore dall’inizio del concerto e io avevo già versato la mia buona quota di sudore e emozione e stupore – io e gli altri quarantacinquemila pigiati dentro il Circo Massimo in una sera d’estate. Tutto da copione, proprio come volevamo: la silhouette del palco stampata sul sole al tramonto, le enormi immagini in movimento su quel muro verticale da 50 metri di lunghezza, i pezzi famosi. Ma come sempre una folla così grande si crea per tanti motivi diversi – io sono qui per questo e tu per quello e lei per quell’altro. Non ricordo quanti anni avevo la prima volta che sentii “The Dark Side of the Moon”, probabilmente dodici o tredici. Non ho più smesso di ascoltarlo, ancora oggi ci sono dei periodi che arrivano così, senza motivo, nei quali si incolla allo stereo della macchina e non si stacca più, gira, gira, gira, a volte anche solo tre pezzi e solo quelli. E sono arrivati, senza preavviso nonostante sapessi la scaletta a memoria, Brain Damage e Eclipse, che per me sono qualcosa di prezioso, sono pure un segno di un modo di stare al mondo, un modo che è quello di prendere il tempo che serve, di scavare, di pensare in lungo e non saltare sulla spuma di cento esperienze al minuto cercando di metterle insieme senza riuscirci mai per davvero, sono arrivati e per qualche minuto, mentre là in fondo i laser disegnavano il prisma con la luce che entra bianca ed esce spezzata nei colori dell’iride, intorno non c’è stato più nessuno, nessuno a parte me e quella manciata di versi – I’ll see you on the dark side of the moon – e non era come me l’ero immaginato, non era né meglio né peggio, era quella cosa lì e basta, quella piccola cosa fra tante che aspettavi da una vita o poco meno e che per fortuna era arrivata senza preavviso, perché altrimenti che gusto c’è.

    13/02/2004

    Si viene e si va

    Filed under: — JE6 @ 09:47

    Lettori e lettrici di Squonk, questo è il penultimo post che leggerete chez Splinder.
    Si cambia, un po’ per lo sfizio di avere uno spazio proprio, un po’ per la ballerina affidabilità  dell’attuale piattaforma, un po’ perché chissà  cosa la piattaforma medesima riserva per il futuro.
    E quindi, si va.
    Squonk ha iniziato 364 giorni fa, è stato visitato da un numero di persone che, agli occhi e rispetto alle aspettative del suo tenutario, è assolutamente inspiegabile, si trova inserito in una rete di conoscenze, rapporti, amicizie, idee che continuano a dare un senso alla sua esistenza.
    Squonk, al tempo stesso, vive un momento di fatica palese: ma anche questa, si spera, così com’è venuta se ne andrà .
    Ecco, sarebbe il momento dei saluti e dei ringraziamenti, ma mi parrebbe pomposo. Ringrazio Splinder, questo sì.
    Per tutti gli altri, non c’è bisogno di saluti; nel grande condominio della blogosfera Squonk ha solo cambiato piano ed interno. Niente di più. E quindi, arrivederci.

    12/02/2004

    Appello

    Filed under: — JE6 @ 08:06

    Chiunque, presente ieri sera al Movida, si sia infilato in tasca od in borsa un cd avente a che fare con Fernando Pessoa, sappia che il cd medesimo era destinato in dono ad un noto abitante della blogosfera, la cui presenza immanente aleggiò sugli astanti per l’intera serata.