Chi segue il ciclismo (anche senza arrivare ai livelli di idolatria di certi blogger di nostra conoscenza), avrà sentito parlare della disavventura giudiziaria di Dario Frigo, ciclista italiano già incappato nelle maglie dei controlli antidoping qualche anno fa, e nuovamente pescato a fare uso di sostanze vietate – con la fattiva collaborazione della moglie (nella buona e nella cattiva sorte, insomma).
Lasciando da parte i dettagli di cronaca, è piuttosto interessante notare come gli stessi soggetti che rendono ben chiara tutta la loro riprovazione nei confronti del reprobo (uno per tutti, il telecronista RAI Auro Bulbarelli) non si facciano alcuno scrupolo nel celebrare le fantasmagoriche medie di percorrenza del Tour di quest’anno (e non che l’anno scorso, e quello prima, e quello prima ancora le cose fossero molto diverse). Per dire, la tappa di ieri, una cosa da sconciare qualsiasi fisico, con sei salite distribuite in duecentocinque chilometri (e con altri duemilaquattrocentoventi chilometri alle spalle), con il sole che picchiava duro e il vento a dar fastidio, se la sono bevuta a oltre trentatre all’ora. L’intero Tour se lo sono pedalato a quarantaduevirgolatre, fino ad oggi. Capito? Frigo=delinquente; tutti-gli-altri=campioni-puliti-e-ben-allenati. Vabbeh.