< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"

    "Post sotto l'albero 2010"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Quello che te ne resta
  • Call the call a call
  • Dopo l’incidente
  • Play around it
  • Generale la guerra è finita
  • Dove è un lusso la fortuna c’è bisogno della luna
  • Esperienza
  • Guardando gli spettatori
  • Appena
  • Aspettando
  • June 2006
    M T W T F S S
     1234
    567891011
    12131415161718
    19202122232425
    2627282930  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    28/06/2006

    Bene comune – Reprise

    Filed under: — JE6 @ 08:25

    Torniamo sulla questione del Manifesto.
    I commenti al post di ieri sono, in larga misura, un fiorire di “il Manifesto va sostenuto per chi lo fa”, intendendo che è mandato in edicola ogni giorno da una cooperativa di giornalisti e poligrafici, indipendente da potentati di ogni sorta. Ammetto che si tratta di una motivazione non priva di un suo fascino, ma dai miei commentatori continuo a non trovare risposta alla domanda che avevo fatto e che ripeto, sperando di essere più chiaro: se il Manifesto è in crisi praticamente dal giorno stesso della sua fondazione, la cosa non avrà un po’ a che fare anche con il come è fatto, cioè cosa ci sta dentro, il contenuto dei suoi articoli, la sua cosiddetta linea editoriale e/o politica? Non sarà che, al netto degli allegati, della pubblicità, delle sinergie aziendali, di fatto c’è molta (molta) più gente che trova più interessante/utile/stimolante il contenuto del Corriere (faccio un esempio a caso) rispetto a quello del Manifesto? Non sarà che di questo bisogna pur tenere conto?

    29 Responses to “Bene comune – Reprise”

    1. glider Says:

      lascio nel post precedente le considerazioni già svolte e resto al tema.
      forse quel che c’è scritto non vale abbastanza fatica quotidiana tradotta in euro per chi condivide quel modo di leggere il mondo
      forse coloro che ritengono che quel modo di leggere il mondo valga la poca o tanta fatica quotidiana che vi spendono in euro sono troppo pochi per permettere che quel giornale continui ad essere prodotto e pubblicato a quel modo e con quei costi.
      in quest’ultimo caso la cooperativa dovrebbe farsi un esamino di coscienza, ah no si dice fare autocritica, e tarare le proprie ambizioni editoriali su come e quanto sostegno riescono a raccogliere. adeguarsi ai mezzi che non significa rinunciare ai fini.
      in sintesi eh.

    2. Attentialcane Says:

      Sì. Lo volevo scrivere anche al post di sotto e lo scrivo adesso: sì. Naturalmente resta inteso che chi vuole dare soldi li dia. E, altrettanto naturalmente, sia chiaro che il Manifesto scivolerà sempre di più verso lo status di giornaletto della parrocchia (forzo un po’, ma spero che sia passato il senso).
      Proposta: un inserto porno no?

    3. Effe Says:

      perdoni, ma forse non è questo il problema.
      Lei è uomo di commercio, e si chiede cosa dovrebbe fare il giornale per vendere di più. La risposta la sappiamo: profilo generalista, qualche firma di facciata, gadgets.
      Ma siamo sicuri che lo scopo di un giornale come il Manifesto sia quello di vendere di più?
      Siamo sicuri che una Galleria d’Arte Moderna abbia diritto di esistere solo se supera il milione di visite l’anno?
      Siamo certi che i parametri del bilancio e degli utili siano gli unici capaci di definie l’importanza delle idee o di un servizio?
      Per dire, “C’è posta per te”, o altri programmi simili, hanno molto seguto, “vendono” molta pubblicità.
      Questo significa che un mondo senza il Manifesto, e solo con C’è posta per te, sarebbe un mondo migliore, un mondo più giusto?
      (credo sia lei ad aver eluso le nostre domande, Sir)

    4. acidosignore Says:

      in effetti, abbiamo tentennato a lungo. da una parte articoli interessanti e fuori dal coro, dall’altra indigeste manifestazioni di postfemminismo e josebovismo. shto delat’, compagni?
      poi leggiamo questi post. ora tutto e’ piu’ chiaro.
      abbonamento sostenitore. subito.

    5. utenteomonimo Says:

      E se lasciassmo da parte la mozione degli affetti?
      Cifre: “Su un fatturato di 17,5 milioni di euro e 121 dipendenti [1.200 euro di stipendio base mensile. Uguale per tutti. Per ogni scatto biennale di anzianità 40 euro; 250 gli euro di indennità per direttori, caporedattori e capiservizio], il contributo della legge per l’editoria alla cooperativa vale il 25% mentre quello da incassi pubblicitari è il 9,6% contro circa il 50% degli altri giornali. Il resto delle entrate sono da vendita da edicola e dalle poche promozioni che sono in grado di fare, perché le promozioni necessitano di investimenti importanti, e comunque tutte rigorosamente in utile […] Nonostante abbiano ridotto gli oneri degli interessi passivi dal 10 al 5% fin dagli inizi del millennio, il peso del debito li sta stritolando […]Nel 2005 le copie vendute (media giornaliera) sono state 29.000 e 5.892 gli abbonamenti nel corso di quest’anno: un record nella storia del giornale, anche se l’obiettivo resta fissato a quota 7.000”
      Insomma, un giornale di questo tipo ha bisogno di molti più lettori di quanti non ne abbia davvero (il pareggio di cassa c’è, è il debito pregresso che li stritola). Problema di contenuti, dici tu: forse. ma anche di formula: non basta il numero di lettori, ma la raccolta pubblicitaria (e quella del manifesto è nettamente inferiore a quella di molti giornali con una readership ben minore)
      Perchè un qualunque giornale ha bisogno di un mercato pubblicitario meno squilibrato (rispetto alla tv) e di una logica di concessionarie pubblicitarie meno integrate (lo squilibrio nella raccolta è sistemico: grandi gruppi editoriali hanno la concessionaria dedicata)
      Infine, e senza parlare di foche monache, sapere che si può fare un buon giornale senza avere alle spalle un affarista delle cliniche (rigorosamente bipartisan, libero-riformista) o un palazzinaro o un gruppo parlamentare farlocco, è un piccolo orgoglioso segno di indipendenza e democrazia.

      Scusami, alla fine, il paragone col Corriere è demagogico

    6. b.georg Says:

      be’, imo ognuno è libero di finanziarsi come meglio crede – basarsi molto sugli abbonamenti e sull’intervento diretto dei lettori è una rispettabile strategia (simile ad esempio a radiopop), dettata da necessità e scelte che anche altri sopra hanno spiegato.

      dato che i giornali non campano certo con le sole vendite ma con la pubblicità (e con i gadget, ultimamente), è ovvio che al manifesto non arrivi abbastanza pubblicità (e fare i gadget non se ne parla, servono sghei):
      – per ovvi motivi di proprietà e di “sinergie”;
      – per come è fatto – male – il mercato della pubblicità in italia;
      – ma anche per questioni ideologiche e per scelte editoriali.
      Quindi il manifesto riceve finanziamenti pubblicitari molto più bassi degli altri, ergo ha un punto di equilibrio molto più alto.
      Che chieda aiuto periodicamente è quindi nelle cose (la drammatizzazione “democratica” fa un po’ parte del gioco…)

      Il riformista o Europa sono esempi diversi: vendono molto meno del manifesto, ma sono esclusivamente giornali di opinione – il manifesto no – quindi possono essere fatti da pochissime persone (alcune anche ben pagate), e sono finanziati dallo stato. Ergo, costano moltissimo meno.

      Il manifesto non vende pochissimo – se è questo che pensa – e comunque non molto meno di altri giornali consimili che pure campano senza lanciare appelli (il paragone con il corriere però è ovviamente fuori luogo, si parla di un giornale generalista che ha dietro la fiat): ma per la sua situazione pubblicitaria, dovrebbe vendere molto più di costoro per campare di edicola.

      Questo in una situazione di frammentazione della nicchia (la nascita di liberazione non ha certo fatto bene al manifesto)

      Qui però c’è un punto che i sostenitori tendono a non vedere: sapere di avere il paracadute di un pubblico estremamente affezionato è stato probabilmente un freno a un necessario salto di qualità professionale che invece non c’è stato, e che è una spiegazione imo valida a una quota di vendite decisamente stagnante.

      Che dal punto di vista squisitamente giornalistico il manifesto abbia subito un’involuzione, non abbia trovato una propria strada precisa, non abbia saputo caratterizzarsi dal punto di vista editoriale, sia rimasto né carne né pesce – un po’ secondo giornale, un po’ no, spesso con i difetti di entrambi – e quindi sia giocoforza un po’ invecchiato, è un fatto. Che ormai data ormai da 10 anni.

      Un manifesto con una guida editoriale più decisa (e magari una linea politica meno fumosa e archeo-novecentesca, ma qui imo…) venderebbe probabilmente di più.
      Ma per come è messo il mercato, non so se venderebbe comunque abbastanza per sostentarsi solo con l’edicola.

    7. Squonk Says:

      Non credo di aver eluso alcunchè, ho provato a prendere in considerazione uno dei numerosi aspetti della vicenda.
      Le storture del sistema non mi sfuggono, così come non mi sfugge che chi decide di fare la mosca bianca – con una punto di nobile, giustificato e ammirevole snobismo – di queste storture rimane vittima.
      Mi chiedo se i problemi del Manifesto derivano solo dalle storture di cui sopra, o se i contenuti del giornale ne sono concausa. Sull’argomento non mi risponde quasi nessuno, con la pallida eccezione di Acido (dovrò chiedere a Polo una percentuale sul suo abbonamento, credo) e con quella un po’ più approfondita di B. Georg; insomma, non c’è un cristiano che mi dica se il Manifesto è un bel giornale oppure no, un giornale per il quale valga la pena di spendere un euro ogni giorno o quasi.
      Poi, devo una risposta a Herr Effe: non mi svilisca, nonostante il lavoro che faccio so bene che esistono attività, prodotti, servizi che non devono e possono essere necessariamente valutati con metri puramente quantitativi. Ma se il mio paragone con il Corriere è demagogico (non mi sembra, ma può essere; anzi, diciamo che lo è), quello con una Galleria d’Arte (si notino le maiuscole) non sta proprio in piedi. Un giornale è un prodotto complesso, che però, alla fine, viene consapevolmente mandato sul mercato, in un luogo chiamato edicola. Non si può far finta che questo elemento non esista. E se si fa finta, se ne pagano le conseguenze.

    8. diderot Says:

      no, no: il manifesto non va sostenuto “per chi lo fa”, ma “per come è”. o meglio: “per come è” il resto della stampa italiana.

    9. utenteomonimo Says:

      Non traccheggi: guardi che ieri le hanno scritto in massa che è un bel giornale.
      Il Manifesto è un bel giornale (in termini relativi, con tratti assoluti), ma per me lo è anche il Foglio.
      Anche se – come dice l’Acido: ehilà, vecchia canaglia professor…. zzzzz! – le derive del josebovismo e del postfemminismo alla lunga sfiancano.

      Ma non divaghiamo.
      Come dite voi del marketing ? E’ un prodotto di nicchia che non ha saputo innovarsi – troppo fedele alla sua formula ed al suo target (per questo lo trovo incomparabile ad un giornale di altro segmento e di altra diffusione) – ma pure incapace di innovare. Insomma, è sinistra al guado al 100%.

      Però, veda, io sono deluso proprio dal fatto che Ella, aduso a spaziare sulle categorie dell’Arte (si noti la maiuscola) delle vetuste 4P (con l’aggunta dell’onnipresente 5ta P) enfatizzi l’aspetto di percezione su quello industriale
      Sposo la tesi del Poeta. Anche una linea meno vetero, non supererebbe il problema strutturale: un giornale non si regge solo sui lettori ma su raccolta pubblicitaria e budget per gadget.

      E poichè qui si pensa all’antica – che la manomorta del mercato, in quanto invisibile, ti palpazza la natica e ti sgraffigna la libertà di scelta – un sano intervento regolatorio (dicesi antitrust) sul mercato della raccolta è meglio di mille placebo volontaristici.
      Poi, se gli aficionAcidi non bastassero, una prece.

      ps
      poi c’è sempre la soluzione Rothschild (vedi Liberation).
      A proposito, cosa legge Moratti?

      Forse la soluzione è industriale (sulla “forma giornale”).
      Forse è editoriale (recuperare altrove la parte più ideologica …zzzz finita su Liberazione).
      Ma è il paradosso della nicchia: se nicchi a uscirne vi rimani soffocato, se non ti ci rannicchi

    10. utenteomonimo Says:

      uhmpf
      il delirio in coda è un rigurgito di pensieri inespressi

      voltiamola a blogrodeo:

      se nicchi a pensare al giornale dei ricchi
      non sai in che thread di delirio ti ficchi
      per quanto il sofismo alla fine ti impicchi
      nel vuoto di senso quieto rannicchi

      (ad libitum)

    11. b.georg Says:

      @ omonimo, non credo nemmeno che l’antitrust pubblicitario gioverebbe così tanto al manifesto, come non gioverebbe a radiopop, semplicemente perché certe pubblicità non le cercano per scelta (come credo sia una scelta di affidarsi all’azionariato popolare o alle sottoscrizioni).

      @ sir
      “non c’è un cristiano che mi dica se il Manifesto è un bel giornale oppure no, un giornale per il quale valga la pena di spendere un euro ogni giorno o quasi.”

      sono due domande diverse, credo sia questo il punto
      tra quelli che lo finanziano, per alcuni è sì a entrambe, per altri è magari no alla prima ma comunque sì alla seconda (per motivi ideali, come sintetizza diderot sopra).

      per me: dal punto di vista tecnico è un giornale indeciso, da tempo fatto maluccio, che non sa più fare tendenza, non riesce ad aprire dibattiti, a stimolare, ad essere aggressivo e propositivo, a mostrare le differenze e le somiglianze, tutte cose che un tempo riusciva abbastanza a fare. Ed è una questione “tecnico-giornalistica” e insieme politica. Certo, dà spazio a cose che difficilmente trovi altrove, ma anche a gran quantità residuati bellici che starebbe meglio in pensione che in redazione – la sintesi di Acido sopra è mirabile. Le pagine culturali sono una buona sintesi di questo comportamento altalenante: reportage brillanti accanto a sonnacchiosi e illeggibili colate di piombo su faccende dell’anteguerra o sull’ultima mostra di istallazioni-veramente-impegnate.

      Tutto questo a fianco della scelta-non scelta se fare opinione o fare informazione (con tanto di scoop bucati e corrispondenze imbarazzanti per scarsa professionalità)

      Alla fine imo emerge un atteggiamento difensivo e conservativo – anche politicamente parlando – che di certo non giova all’edicola
      (sempre premesso che però i problemi finanziari del manifesto non nascono in edicola)

    12. Antonio Says:

      Bhe mi sembrava fosse stato detto, nell’altro topic: sì il manifesto, al di là delle preferenze politiche, degli abbondanti refusi, di una spruzzata di supponenza qui e là (ma gli opinionisti sedicenti moderati li battono di qualche lunghezza) è un giornale ben fatto e sopra la media. Il tutto in un panorama abbastanza desolante. Insomma basta fare un salto in edicola per rendersene conto.

      Però bisogna intendersi preventivamente sul metro di giudizio: Corriere e Repubblica li possiamo considerare dei prodotti soddisfacenti in rapporto ai mezzi che si trovano a disposizione?

      Per tutto il resto valgono le considerazioni di b.georg. Mi sembra difficile occuparsi dei problemi del manifesto senza incappare nelle carenze e negli squilibri globali del sistema dell’informazione italiano.

    13. b.georg Says:

      @antonio. “Corriere e Repubblica li possiamo considerare dei prodotti soddisfacenti in rapporto ai mezzi che si trovano a disposizione?”

      premetto che le mie sono mere opinioni, non sono uno studioso, ma lavorando in redazione qualche idea me la faccio

      in rapporto a quei mezzi no, per i miei gusti Rep e Corr potrebbero fare molto di più. E tuttavia secondo me sono coerenti con la propria linea editoriale, criticabile quanto si vuole ma chiara (il giornalismo indipendente sta da un’altra parte evidentemente, qui si tratta di vendere notizie ben confezionate, ben presentate, ben assortite ecc. – magari non ben controllate o raffazzonate per fretta o scarsa competenza – e già che ci siamo di funionare come strumento politico).

      Dal mero punto di vista astratto della capacità di costruire il giornale, della “macchina”, sono giornali più che discreti, anche al netto delle cantonate che prendono o di certe sezioni paesemente pagate dagli inserzionisti (l’inserto economia di repubblica è senza vergogna).

      Costruire “tecnicamente” un giornale non è infatti questione di mezzi, ma di saper commisurare gli intenti ai mezzi, cioè avere una linea editoriale chiara e fattibile in rapporto alle possibilità e una buona professionalità di base per realizzarla.

      Il manifesto – credo sia un fatto storico – non ha chiara la prima, il che crea guai con la seconda.
      Per un verso è un giornale di opinione un po’ vecchio stampo, con colate di piombo e poco brio che alle volte sembra decidere gli argomenti col manuale cencelli delle posizioni politiche presenti in redazione o “nel movimento”, e non perché si pensa siano interessanti giornalisticamente parlando (e così perde il confronto con il foglio, assai più brillante e intraprendente e capace di stimolare i suoi).
      Per l’altro verso cerca di fare informazione indipendente, ma anche generalista, imo con poca convinzione su entrambe e ovviamente pochi mezzi, finendo per essere a volte in ritardo e carente – tanto che si deve comprare un altro giornale per tappare i buchi – o per dare le stesse notizie d’agenzia degli altri solo condite con quel tanto di commento faziosetto e supponente di cui uno farebbe a meno.

      per dire, un esempio da un altro media va preso senza troppa enfasi, ma radiopop mi pare abbia saputo svecchiarsi molto di più negli ultimi anni, e la scelta decisa per l’informazione indipendente – e per una struttura manageriale e professionale più solida – ha premiato, mi pare.

      si sarà capito che ho comprato il manifesto per anni (mio fratello lo portava a casa negli anni ’70, fa un po’ te) ma che non lo compro più. Quindi forse c’è un po’ di eccesso di critica da ex deluso.

    14. acidosignore Says:

      a gentile richiesta: “pallida” tua sorella.
      nostalgia canaglia…

    15. egine Says:

      capisco che ci sia molto affetto per il Manifesto, di questo trovo raramente traccia nei vari post, nei possibili link, mentre abbondano quelli al Foglio, forse Ferrara sa fare un giornale, e quelli del Manifesto se lo sono scordato.

    16. acidosignore Says:

      del paragone col Corriere è stato già detto.
      Il paragone col Foglio è pisquano. ma da queste parti non stupisce.
      utenteomonimo: vai a cuocerti un ovetto. alla coque. senza rancore, vecchia mutanda.
      buona estate, fringuelli.

    17. egine Says:

      acidosignore le ricordo che la ‘rivoluzione non russa’
      lei difatti raglia, dire che il Foglio è giornalisticamente ben fatto, non significa condividerne le idee, anzi personalmente le contrasto, purtroppo il Manifesto in questo non mi aiuta.

    18. acidosignore Says:

      Ci inchiniamo di fronte a cotanta saggezza.Bartender, un altro abbonamento sostenitore per noi, una birretta per Mr Squonk (light, savasandir) e un ovetto alla coque per Mr Gin. Anzi no, l’ovetto se lo faccia lui.

    19. Squonk Says:

      Light tua sorella (cit.)

    20. b.georg Says:

      acido, capisco la polemica, ma anche nel mio caso il paragone con il foglio (nel reparto “giornale d’opinione”) è puramente tecnico-giornalistico. Ferrara e un vecchio filibustiere (trad.: stronzetto) e non condivido praticamente nessuna delle sue posizioni, ma non si può dire che non sappia fare il giornalista (d’opinione).

      Il problema a mio parere è che al manifesto non sono così bravi quando cercano di fare opinione, sono meno bravi del corriere (per dire) se vogliono fare informazione generalista, e sono meno bravi della gabanelli (per dire) se vogliono fare giornalismo d’inchiesta indipendente. Tre piazzati sono troppi. Meglio specializzarsi e cercare di vincere almeno un campionato, sennò me pari l’inter.

    21. Effe Says:

      L’Intere?
      ma non è che anche il giornalismo ha i suoi poteri forti che drogano il mercato?(speriamo nelle intercettazioni e in Borelli)

      Savasandìr, i siparietti tra Acide e l’omonimo anonimo son da antologia blog (si perdoni l’epiteto)

      E, prevenivamente: tua sorella.
      Così, in generale.

    22. acidosignore Says:

      b.g., il punto è questo. il Manifesto dà (nei limiti del budget) qualche, sottolineiamo qualche informazione mediamente alternativa. altri giornali si barcamenano tra fatti e opinioni. poi ci sono i torchons che producono informazione distorta, rivolti, entre autres, agli ingenui postfighetta convinti dal pifferaio di turno che Opinione faccia piu’ figo di Informazione. professionali quanto vuoi, sempre torchons restano. tanto c’è sempre un pisquano di turno a credere che tutto passi da post e link, insomma la leggenda urbana (ambrosiana?) della Big Conversèscion, mapperfavore.

      squonk: eddai, cerca di entrare nel costumino. bisous.

    23. acidosignore Says:

      b.g. : qui casca l’asino. mapperfavore, non diteci che girano ancora i postfighetta col mito dell’Opinione. Il Manifesto è un giornale povero, chepperò, ogni tanto , qualche Informazione fuoridalcoro – e utile – la dà. E poi , diciamola tutta: Karl Rove è intelligente, ma questo non lo assolve dall’accusa di bastardaggine.
      se un torchon fazioso e maramaldo è ben fatto sul piano professionale, resta sempre un torchon (e, tanto per citare il tuo amico Labranca, l’emulazione fallita di Karl Rove). Se poi i pisquani lo linkano e lo citano, il fattore non cambia.

      squonk: eddai, vediamo di rientrarci nel costumino.

    24. acidosignore Says:

      bah, i commenti non funzionano. oste, dopo la light vedi di risolvere il casiono.

    25. guerrilla radio Says:

      1969

      “Forse era già tardi sia per testimoniare sia per far politica, ma non potevo saperlo. In ogni caso non eravamo stati capaci neanche di segnare il partito. Impossibile avere la coscienza a posto e del resto che ci importava del benessere della nostra personale coscienza? Non entrava nelle nostre menti metterci in un lavoro di frazione andando a sondare di nascosto tutti coloro che avevamo sentito vicini. Non ci saremmo infiltrati nel nostro partito come in una casa altrui – fosse superbia, fosse fastidio, fosse stanchezza.

      E’ probabile che ardesse ancora in noi un lumicino, avevamo perduto una battaglia ma forse non la guerra, il Pci non sarebbe andato avanti così per un pezzo. La crisi del socialismo reale era squadernata. Il centrosinistra era in una impasse. La società aveva mandato segnali a nostro favore.

      Perché non rilanciare?

      Mettere la febbre addosso a Botteghe Oscure?

      Non avevamo nulla da perdere.

      Così nacque l’idea, cara a tutti gli intellettuali, di fare una rivista, un mensile esplicitamente di tendenza, qualcosa che non era contemplato dalle regole e che al Pci non sarebbe stato facile interdire ora che teneva alle forme.

      L’idea era soprattutto di Lucio Magri, che fu quello che tirò di più, vi mise corpo e anima.

      Non tutti ne erano persuasi, ma certo Pintor, Natoli, Castellina, Dilani e io. E altri si aggiunsero appena circolò.

      I disposti a collaborare parevano un esercito.

      Il nostro sangue ricominciò a pulsare.

      Trovammo un piccolo editore di Bari, e gli fummo grati – altri, più grossi, ci avevano mandati a spasso, o che non si fidassero di noi, le riviste avendo in Italia uno scarso appeal, o che non volessero contrariare il Pci. Con l’editore barese ci impegnavamo a dargli gratis ogni numero finito e impaginato in cambio di cinquemila abbonamenti che avremmo fatto noi e ci sarebbero serviti a pagare un affitto, un telefono, quel minimo che ci occorreva. Dovevamo informare il partito per correttezza.

      Fui spedita io a parlarne con Berlinguer: “Stiamo preparando una rivista mensile. Non vengo a chiederti un consiglio, mi diresti di no. Vengo a informartene”.

      Non dette in escandescenze, sia perché non perdeva facilmente il controllo sia perché, mi parve, considerava la faccenda con inquietudine ma non senza interesse.

      Sapeva che nel partito il dibattito era asfittico, sapeva chi eravamo, sapeva che avremmo avuto un ascolto, sapeva che non avremmo messo in pericolo il gruppo dirigente e sapeva infine che non sarebbe riuscito a impedircelo.

      “Spiegami che cosa intendete fare.”.

      Glielo spiegai.

      Me lo sconsigliò senza eccessivo calore, capiva che eravamo decisi.

      Prima di uscire gli chiesi: “Pensi che ci saranno sanzioni disciplinari?”

      “Questo lo escludo”.

      Mi congedai, promettendo di fargli vedere le prime bozze. Giocavamo allo scoperto, era un rapporto leale.

      Ingrao ci sconsigliò con energia. Non solo non ci stava a fare la rivista, ma non si faceva illusioni: “Vi cacceranno”. Non apprezzava che avanzassimo il discorso uscendo dalle regole, tendeva l’orecchio al di là di quel che accadeva da noi, pensava che era sbagliato bruciare i vascelli.

      Preparammo il primo numero della rivista con buon umore.

      Ci vedevamo tutti i pomeriggi in un appartamento allora fatiscente dove avevamo collocato Lucio, discutevamo con ardore su che cosa scrivere e come, ci leggevamo reciprocamente i pezzi.

      E’ la sola vera rivista che mi pare di aver fatto. Dico la sola perché quello fu davvero un lavoro collettivo, senza diplomatismi, di un gruppo che partiva da un’analisi comune e che aveva priorità comuni – avevano scelto in comune lo spartito e ciascuno lo sviluppava nel suo registro, come in una cantata.

      Altre volte ho partecipato a iniziative non meno ambiziose ma meno organiche, il pensiero delle sinistre essendo diventato vieppiù opera di solisti.

      Perdemmo molte ore sul nome che avremmo dato al mensile, presuntuoso come “La Ragione” o equivoco come “Le armi della critica” e non ricordo che altro, finendo per logoramento su “Il Manifesto”. Quello del 1848. Il riferimento a Marx lo volevamo. Anche se si sapeva che ogni testata, se non fallisce subito, diventa una sigla sul cui senso non si interroga nessuno.

      Sul primo numero scrivemmo tutti.

      Il primo numero del “Manifesto” uscì a fine giugno e vendette prima trentaduemila copie, poi altrettante e più, viaggiò su un totale, credo, di ottantamila, facendo la nostra stupefatta felicità e la fortuna dell’editore.

      Rinverdimmo come un cespuglio dopo la pioggia.”

      La ragazza del secolo scorso – Rossana Rossanda

    26. Squonk Says:

      Acido, WordPress ha una sua sensibilità, cosa crede? I commenti funzionano benissimo, solo richiedono l’intervento umano. E, ripeto, la light sua sorella. Doppio malto e non parliamone più.
      Guerrilla: 1969. Appunto.

    27. b.georg Says:

      acido, scusami, ma di che discutiamo?
      non è il mito dell’opinione, è questione di linea editoriale. i giornali d’opinione esistono da 200 anni, non sto a spiegare come sono fatti perché è autoevidente (e in italia sono quasi sempre giornali di partito o di corrente, per questioni storiche. E il manifesto non fa eccezione, essendo nato da un processo politico fatto a una minoranza del pci). Ce ne sono alcuni ben fatti e altri meno (ce ne sono alcuni le cui opinioni in parte condivido, altri che non condivido per niente. E allora?).
      Il manifesto ha sempre avuto l’ambizione secondo me giusta di non essere solo d’opinione, di essere anche di informazione (e concordo che a volte ci riesce più di altri). A mio parere – ma sono noioso – da qualche anno fa entrambe le cose al minimo (non sto parlando di posizioni politiche, su quelle ognuno si regola, ma di lavoro giornalistico. E non solo di ricerca, ma anche di “confezione”, di macchina) per via di una scarsa chiarezza di fondo.
      Il fatto che noi lo compriamo più volentieri del foglio non è qui argomento di discussione.
      E come i suoi guai finanziari non dipendono strettamente dall’edicola, così la sua crisi giornalistica non dipende dagli scarsi mezzi.

    28. egine Says:

      eppure di scomparse dolorose ce ne sono già state, dall’Europeo di Benedetti al Mondo di Pannunzio, sempre l’affetto dei lettori ha cercato di prolungare ciò che ormai era finito, per il Manifesto con la scomparsa di Pintor ancor prima della sua morte e con una Rossanda che testimonia un passato e un energia ormai spente, forse non bastano le controinformazioni
      di Vauro o di Gino Strada, al Manifesto (non me ne vogliano) darebbero non so quanto per trasformarlo in un torchon che riesca a sopravvivere, anche a costo di scontentare
      il pisquanello di turno, duro e puro anzi pirla.
      ps.ovetto fatto,birra bevuta,sorella ok ricordati di spegnere la luce quando vai.

    29. acidosignore Says:

      compagno squonk, ti vediamo fedele alla linea.
      ite, missa est. e cerchiamo di vedere la bottiglia mezza piena (la marca fate voi) : nessuno ha parlato del Riformista.
      saluti a tutta la ciurma, anche a Gin Catatonic (coraggio, esercitati).
      e, savasandir, allez les Bleus.

    Leave a Reply