Due ingiustizie, o una giustizia
Ho iniziato il weekend finendo il libro di Mario Calabresi. E da quando l’ho chiuso, continuo a pensare alla domanda che percorre tutto il libro – senza rabbia, con partecipazione e lucidità: perchè a tanti terroristi è stata data voce in questi anni, perchè Franceschini e Moretti e Curcio (e Sofri, se si vuole, benchè il paragone sia parecchio stiracchiato, a partire dalla definizione di “terrorista”) sono diventati maitre-a-penser e mio padre è stato dimenticato, e come lui decine e centinaia di altre vittime del terrorismo, ed i familiari con loro?
Faccio una premessa, che chi passa da queste parti da un po’ di tempo conosce già, e quindi cercherò di farla corta: io sono figlio di carabiniere, in famiglia ho un altro carabiniere saltato (senza lasciarci la pelle) su una bomba a Brescia, e ricordo fin troppo bene la sottile sensazione di paura che in casa provavamo quando mio padre – un comunissimo appuntato del battaglione meccanizzato di Via Lamarmora – faceva tardi la sera, e non c’erano cellulari per avvisare che l’autobus era fermo in un ingorgo lungo la circonvallazione. Capisco Calabresi come se fosse il fratello che non ho, per dire.
Ma c’è quella domanda. Che solleva una questione pubblica partendo da una vicenda personale, e forse è proprio questo che ne rende tanto difficile la risposta. Forse Luigi Calabresi, Vittorio Occorsio, Antonio Custra non hanno avuto voce perchè non avevano niente da dire: nel senso che dicevano e spiegavano già tutto con quello che facevano, con il loro semplice essere poliziotti o magistrati, dai quali non ci si attendono proclami o weltanschauung. Forse lo spazio che è stato dato a Franceschini e Moretti e Curcio (e Sofri) non è e non è stato soltanto il frutto di una perversa applicazione dei meccanismi dello star system o dell’Auditel, e non si spiega soltanto con l’atterrita fascinazione che molti di noi provano di fronte all’abisso, ma è dipeso e dipende anche dal semplice desiderio di capire; un paio di giorni fa un amico mi ha scritto un paio di frasi piuttosto significative: “Io non sono cattivo. Ma delle ragioni di Calabresi non mi importa nulla. Di quelle di Curcio si. Voglio capire la deriva. La difesa la capisco già, è ovvia e subitanea. Quasi fisiologica. Come capire perché il corpo reagisce guarendosi. La domanda è: perché si è ammalato.”
Ma forse non è tutto qui. Forse alcune di queste persone hanno oggi qualcosa di interessante da dire sull’oggi, ed è giusto stare ad ascoltarle. Penso a coloro che sono cambiati, che hanno fatto evolvere e crescere la loro visione del mondo, e credo che nessuno di noi ci guadagnerebbe nell’ostracizzarli: anche questa sarebbe giustizia, così come lo sarebbe rendere finalmente onore, merito e memoria a chi è morto: due ingiustizie non fanno una giustizia.