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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    17/10/2008

    Tappe forzate – 5.

    Filed under: — JE6 @ 11:47

    Questa è una novella a puntate scritta a quattro mani.
    [La prima puntata, qui; la seconda, qui; la terza, qui; la quarta, qui]

    5. Un passo nel vuoto

    [Lei]
    Oh, beh, non sarà così tremendo fare una deviazione. Studiati la cartina, facciamo insieme un programmino. Abbiamo un paio d’ore. Sai, dopotutto non capita spesso. Voglio dire, a te magari sì. Ma a me no, di viaggiare. Le solite vacanze estive. Qualcosa a Natale. Le ferie d’ordinanza, quando tutto costa un casino. Quando sei all’università e le giornate durano un secolo non lo sai, che poi sarà così. Che il tempo di qualità sarà solo dalle sette di sera a mezzanotte, quando crollerai dalla stanchezza. Tu che università hai fatto? Ah, beh, ci avrei scommesso. Nel senso, lo immaginavo, dato il lavoro che… beh, sì, un po’ si vede, sono sincera. Con questo non intendo… insomma mi sono incartata. Diciamo che sembri alla mano, non come… No, non ti dico chi. Non posso. Mi trovo bene dove lavoro, è solo che… ma non parliamo dell’azienda. Hai visto lì? Certo che tento di sviare il discorso. Ti va di mangiare qualcosa? A me è venuta fame. Si, insomma, a Milano dove stai? Da solo? Scusa l’invadenza. Ah, ok, capito. Bella zona. In affitto? Non me ne parlare, guarda. A proposito, cioè non c’entra nulla, ma tu ce l’hai un account su Facebook?

    Razza di cretina. Lo hai sfinito di chiacchiere inutili. L’hai praticamente ucciso. Non parla più. Si limita a guidare. Almeno è sincero: lo annoio, e me lo dimostra. Perché deve essere così difficile? Rompere il ghiaccio, parlare. Non potremmo stare in viaggio insieme e guardare ognuno davanti a sé? Ognuno coi suoi pensieri, e quando ne abbiamo voglia scambiamo due chiacchiere. E’ carino, ha deciso da solo dove portarmi. Mi sembra una persona dolce, forse è stata un’impressione. Magari è uno stronzo. Magari ha qualche casino. Anche lui ha sviato certi discorsi. Dice che sta da solo. Ci sarà da credergli? Non posso indagare oltre, mi si è ammutolito. Quando decido che uno mi piace lo annego di parole, è un mio difetto. Ma poi non lo so se mi piace. Me lo squadro, e trovo qualche elemento fuori posto. Nell’insieme, mi prende bene. Mi sto toccando i capelli. Attenzione, può interpretarlo come un segnale, se si documenta su quelle orribili riviste per uomini. E chi se ne frega. Mi tocco i capelli. Decido di fare un passo. Lo faccio come posso.

    “sai che questa cosa che stiamo facendo mi prende proprio bene?”

    E piantala di toccarti i capelli. Sei proprio una cretina.

    [Lui]
    Tu guarda cosa può fare un incidente che blocca l’autostrada. Non dovrei stupirmi, perchè è quello che succede ogni volta che viaggio, quando ho abbastanza tempo per uscire dai giri obbligati da turista giapponese. Mi piace farlo, e non me ne pento mai. Uno scarto, una deviazione, una sorpresa. E’ bastato uscire al casello, guadagnare qualche ora di libertá avvisando la Bonetti che saremmo arrivati tardi, imboccare una strada secondaria, e Alice si è trasformata. Centocinquanta chilometri di monosillabi, e adesso non sta zitta un attimo. Domande e domande e domande: e io come uno scemo che le rispondo, abito a San Siro, sì ho fatto la Bocconi – ognuno ha i suoi difetti – no, non sono fidanzato. Mi chiedo chi me lo fa fare. Non che mi dispiaccia, ma mentre le dico di me non posso fare a meno di notare che lei non dice nulla di sè, e così alla fine so a malapena dove abita (giusto perchè sono andato a prenderla questa mattina; ah, pensa che gli affitti di Milano sono carissimi: ma tu guarda), che studi ha fatto, se sta con qualcuno o no.
    Non so come comportarmi. So parlare di fronte a centinaia di persone in una lingua non mia essendo brillante e accattivante, ma qui, nell’abitacolo della mia macchina, semplicemente non so cosa fare. Lei sembra nervosa ed eccitata. Io, invece, come mi capita ogni volta in situazioni come queste (ma quali? Come se passassi la vita a scarrozzare belle ragazze) cado in una specie di mutismo. Ma tu guarda che coglione è questo, starà pensando. E avrebbe anche ragione. Ma lei non c’entra. Vorrei liberarmi. Liberarmi di me stesso, da me stesso. Ma posso farlo con una che conosco da due ore? Non so nemmeno se mi va.
    In uno dei momenti di silenzio, mentre Alice guarda lo spettacolo di questa strada che taglia a metà una collina dell’Appennino, la osservo cercando di non farmi vedere. Si tocca i capelli. Sì, sembra un po’ sulle spine. Se fossi meno stupido e impaurito, le rivelerei che prima di partire ho fatto una piccola ricerca scoprendo che anche lei ha un account di Facebook, le farei un centinaio di domande sulle sue foto, le direi che sì, sono uno del marketing ma ci sono delle sere che passo scrivendo racconti, proverei a farle capire che sono quello che lei vede ma anche no. Invece taccio, mentre continua a toccarsi i capelli.
    Poi, se ne viene fuori con questa frase detta a mezza voce: “sai che questa cosa che stiamo facendo mi prende proprio bene?” Occazzo. Le prime parole “vere” da quando siamo partiti. E allora mi dico Stefano vaffanculo, provaci. Non con lei; provaci con te, stupido idiota. Mi si annoda lo stomaco, nei trenta eterni secondi che mi ci vogliono per prendere coraggio e risponderle: ma non glielo voglio far vedere, non mi voglio mostrare più ridicolo di quanto già sono e di quanto sarò tra poco: ridicolo all’ennesima potenza.
    Tengo lo sguardo fisso oltre il volante. Una curva, un breve rettilineo, la strada che scollina.
    “Ti va di andare al mare?”